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I Segreti di Talleyrand, che divide con me la sua stanza
Pubblicato il 29 marzo 2014, in Diario

Ogni sera, lasciando a notte fonda lo studiolo di Talleyrand, giro il pomello di ottone sulla porta segreta nascosta da un vecchio specchio fumé, afferro la maniglia dell’altra porticina che apre la segreteria di direzione, e mentre sto per affrontare il buio pesto di quelle stanze, dove una curiosa lacuna nell’impianto elettrico ha lasciato inerti gli interruttori, sento aleggiare intorno a me una strana presenza, col suo profumo d’altri tempi. Un aroma d’ambra, un profumo di cipria, il fruscio di un merletto invade d’un tratto l’angusto passaggio. E nel momento in cui il silenzio della notte avvolge le segrete stanze dell’hôtel de Galliffet, che collegano lo studiolo del principe di Benevento all’atrio sul peristilio con le colonne monumentali, s’avverte un ticchettio inquietante. E’ un passo ineguale che sembra trascinarsi sulle antiche doghe a spina di pesce del vecchio parquet, un passo felpato, scandito in tre tempi, inframezzato dal tocco regolare di un bastone. All’improvviso, flebile come un sussurro, risuonano nelle notte parole di tenerezza: “Verrò a trovarvi stasera e sarò felice di entrare in casa vostra....sono passato prima di mezzanotte e ho trovato tutto chiuso...Se continuate a coricarvi alle otto mezzo, finirete per essere troppo grassa alla fine dell’invierno...”. Ho ancora in mente i biglietti che Talleyrand scriveva nottetempo alla duchessa di Bauffremont, e le cui tracce, scampate alla distruzione del castello di Sagan, saccheggiato dai russi durante l’invasione della Slesia nel 1945, sono state riesumate dal biografo dell’ex vescovo di Autun, Emmanuel Waresquiel. In realtà, nel buio della notte, è un altro tono a prevalere ....... (continua)

Quei patrioti che fecero la rivoluzione con tela e pennello
Pubblicato il 28 aprile 2013, in Diario

La bohème dei Macchiaoli in Mostra a Parigi al Museo dell'Orangerie fino al 22 luglio 2013.


I curatori della grande mostra sui Macchiaioli, allestita dal Museo d’Orsay all’Orangerie di Parigi fino al 22 luglio, non hanno resistito al punto interrogativo. Per il sottotitolo non si sono sbilanciati: “Des impressionistes italiens?”. Prudenza scientifica, sottigliezza della critica, rispetto della cronologia, quale che sia la ragione di questa scelta, resta pur sempre vero che la rivoluzione della pittura italiana decretata a metà Ottocento da un gruppo di giovanissimi patrioti toscani in guerra contro l’accademismo, contro la retorica, contro il classicismo esangue, precedette di almeno un quindicennio l’Impressionismo, la cui apparizione viene infatti datata al 1874. Non solo, ma quella rivoluzione voluta e perseguita da una ventina di giovani scapigliati pittori che orbitavano a Firenze nelle salette del caffè Michelangiolo sulla via Larga, oggi via Cavour, equidistante tra il Duomo e l’Accademia di Belle arti, anziché chiudersi nei musei e nelle classi dell’Accademia, e che scelsero di combattere spesso in prima persona per l’indipendenza italiana, arruolandosi persino coi Mille di Garibaldi per servire il loro ideale politico, nulla avrebbe avuto da invidiare in termini di scandalo, di provocazione, di anticonformismo e folle innovazione alla nuova fulgida corrente della pittura francese.
Per rendersene conto, basta entrare all’Orangerie, il famoso padiglione sulla Place de la Concorde, dove il presidente del Museo d’Orsay, Guy Cogeval, italofilo dichiarato, ha voluto rendere omaggio, trentacinque anni dopo l’ultima celebre mostra dei Macchiaioli al Grand Palais, ai grandi maestri della pittura dell’Ottocento, riaggiornando e rinnovando la mostra padovana allestita dieci anni orsono a Palazzo Zabarella, per lanciarla di nuovo nel circuito internazionale. Dopo Parigi, infatti, questa mostra dei Macchiaioli andrà a Madrid, grazie alla Fundación Mapfre, dove resterà dal 20 settembre al 3 gennaio 2014. Ma ora che è a Parigi basta scendere nelle sale del museo dell’Orangerie diretto da Marie-Paule Vial, rivestite per l’occasione di un caldo color prugna, e osservare anche distrattamente i quadri esposti per avere la certezza che qualcosa di assolutamente inedito e sorprendente accadde a Firenze tra il 1848 e il 1867, e continuò ad accadere per anni, dopo che il movimento dei Macchiaioli si sciolse, in seguito alla chiusura del caffè della via Larga, il loro punto di ritrovo e l’unica vera scuola di libertà per quei pittori rivoluzionari accorsi da tutta Italia che ne fecero l’epicentro d’una gioiosa epopea all’insegna del realismo romantico quando, incoraggiati da illustri pittori stranieri, da James Tissot a John Ruskin, passando per Gustave Moreau, da Manet a Degas, fino all’eccentico Marcellin Desboutin e al futuro conservatore del Louvre Georges Lafenestre, e confortati da un’atmosfera cosmopolita, discutevano d’arte e di pittura, bevendo e scherzando, per lanciare i loro proclami e le loro splendide provocazioni. Ecco allora per cominciare “La rotonda dei bagni Palmieri”, meraviglioso dipinto di Giovanni Fattori che con le sue minuscole epperò immense proporzioni apre la mostra all’Orangerie, servendo anche da logo e manifesto. Incastonato in una grande cornice dorata, il dipinto ha per supporto una tavoletta di legno lillipuziana, di appena 12 cm per 35. Fattori aveva riciclato il fondo di una scatola di sigari per dipingervi sopra uno dei capolavori più inattesi dell’arte moderna. Sette donne assorte nella contemplazione dei loro segreti pensieri, delle loro conversazioni, guardano il mare della Versilia. E’ una composizione spalmata su piani orizzontali che permette di riprenderle di spalle, sedute sotto un grande tendone bianco, avvolte nei loro abiti vaporosi, sui toni del grigio, del rosso, del beige, nelle loro gonne abbondanti, si godono un pomeriggio d’inverno in una sublime indifferenza al mondo circostante. I loro volti appena abbozzati sono tante piccole macchie di color ocra, grigio, giallo, e risaltano come le altre macchioline che rappresentano le acconciature, i capelli, i copricapo, dando all’insieme una dimensione sintetica, laconica, essenziale di strepitosa modernità.
Niente è lasciato al caso, però. Fernando Mazzocca, grande specialista della pittura dell’Ottocento e curatore dopo la mostra padovana anche di quella parigina insieme col direttore della Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti, Carlo Sisi, presentando in anteprima la mostra all’Istituto italiano di cultura in un incontro con la curatrice del Museo d’Orsay, Beatrice Avanzi, ha spiegato come di questo piccolissimo quadro esista una serie di studi preparatori. Mazzocca ha ricordato come Dante Martelli, che di Fattori, di Telemaco Signorini, Abbati e tutto il folto gruppo di quei pittori, toscani e no, fu l’amico, il mecenate e il promotore, avrebbe fatto di quel piccolo dipinto un elogio senza riserve, insistendo sull’importanza e la forza innovativa che esso testimoniava. “Uno studietto, dunque, fatto dal vero in una tavoletta di pochissimi centimetri quadrati era apparentemente una cosa di pochissima importanza, mentre invece tutto l’avvenire dell’arte moderna si racchiude in quello”.
Martelli scriveva a bocce fredde, quando ormai il gruppo si era dissolto, e l’avventura dei Macchiaioli stava trasformandosi in un mero ricordo. Prima di essere un mecenate, era un intenditore, un critico sopraffino. Nel 1867 aveva fondato il Gazzettino delle arti del disegno, rivista accuratissima, animata da Telemaco Signorini, che non superò i primi cinque numeri. Dissolto il gruppo, chiuso il loro punto di ritrovo fiorentino, il mecenate-intenditore tentò quindi un primo bilancio dell’avventura macchiaiola da lui vissuta in prima persona, tessé l’elogio del caffè Michelangiolo, un luogo che “riassumeva l’intera storia della nostra arte toscana, e le ripercussioni di gran parte della storia dell’arte italiana” come ebbe a dire in una famosa conferenza del 1877 “Sull’arte”. E polemizzò subito con l’avversione del pubblico, l’indifferenza della critica, l’aperta ostilità che accolse i Macchiaioli negli anni d’oro della loro epopea, ostracizzandoli dal mercato e dal successo. Nessuno poteva farlo meglio di lui, Martelli, il latifondista, proprietario terriero, esteta sensibile, appassionato di scienze naturali, che s’era gettato anima e corpo su quel gruppo di teste calde, patrioti risorgimentali e amanti della natura in cerca di emozioni profonde, di novità, e provocazioni che li resero subito invisi, quando non irrisi e derisi. L’epiteto stesso, lungi dal derivare dalla “macchia” in senso metaforico, e cioè dal “darsi alla macchia”, scegliendo la vita agreste per scomparire dalla circolazione e mettersi a studiare la natura, ebbe in origine un senso peggiorativo, visto che i primi critici tradussero in scherno l’elemento chiave che per quei pittori rivoluzionari serviva a spiegare la loro stessa ricerca. La “macchia” appunto, “un quieto desiderio di progresso” al posto della forma, l’evidenza del chiaroscuro, “una modalità netta e decisa, nata dalla necessità di superare il difetto della vecchia scuola, che sacrificava la solidità e il rilievo dei quadri a una trasparenza eccessiva dei corpi”, come spiegò Signorini dieci anni dopo, nel famoso Gazzettino del 1867. 
All’inizio degli anni Sessanta, Martelli mise a disposizione degli amici macchiaioli la grande tenuta sul litorale tra Chioma e Castiglioncello che aveva ereditato dal padre. Da seguace di Proudhon, avrebbe voluto applicare alla gestione delle sue terre i principi nuovi dell’utopia socialista. Era un esteta, un amante del bello, divenne subito il mecenate dei Macchiaioli. Scommise su Fattori, su Telemaco Signorini su Giuseppe Abbati, uno dei pochi Macchiaioli di cui resta un ritratto a opera di Giovanni Boldini che lo dipinse con l’occhio bendato dopo la ferita in guerra, il fido cane al guinzaglio (l’animale in un attacco di rabbia diventerà poi il suo assassino). Martelli puntò su Vincenzo Cabianca, l’altro immenso pittore delle “Monachine” che aveva esordito con la pittura storica a sfondo medievale, puntò su Costa, su Zandomeneghi, su Sernesi e su Oddone Borrani, che in questa mostra parigina rifulge a più riprese, grazie alle microtavolette di legno su cui dipinse le vedute di Castiglioncello e il “Carro rosso” e grazie alla famosa tela patriottica “Il 26 aprile 1859”, vigilia della caduta a Firenze del duca di Lorena in seguito alla guerra di indipendenza vinta dai piemontesi, che inquadra una donna intenta a cucire il tricolore accanto a una finestra aperta sui tetti. Alla fine, però il povero Martelli perse tutto, anche se regalò al mondo una serie di capolavori. Pieno di debiti, dovette vendere la tenuta, darsi alla critica, vivere di espedienti. Mentre i suoi amici pittori rimasero sempre degli spiantati. Ostracizzati dal mercato, irrisi dai critici ufficiali, come quel Pietro Coccoluto Ferrigni che senza nulla capire della modernità dei “Pascoli a Castiglioncello” di Telemaco Signorini, con quel paesaggio solare tutto giocato sui rapporti tra il giallo e il bianco, come osserva Mazzocca, ebbe l’ardire di bollare quell’opera come “una frittata ripiena di vacche in gelatina”, i Macchiaioli rimasero a lungo incompresi. 
Erano patrioti, idealisti, risorgimentali, furono garibaldini e mazziniani, come Silvestro Lega che ci ha lasciato un quadro stupendo di Garibaldi in camicia rossa con gli occhi da matto visionario, o di Mazzini steso in vestaglia con gli occhi chiusi sul suo letto di morte, in casa Rosselli. Erano soldati di fatto e nel cuore come Giovanni Fattori, che nel 1859 dipinse i “Soldati francesi nel 1859”, riprendendoli di spalle, come tante macchie grigio-azzurre perse di fronte al muro bianco, sulla solita tavoletta dei sigari, e tre anni dopo compose il “Campo italiano dopo la vittoria di Magenta”, la grande tela di Palazzo Pitti, con le scene di guerra vista dalle retrovia, con le suorine sul carro che curano i soldati feriti, e in primo piano il posteriore del cavallo montato da un ufficiale. Erano dunque patrioti i Macchiaioli, ma non avevano nulla di retorico, bolso, o solenne, nulla di tronfio o politicamente spendibile. Per questo vennero emarginati. La loro pittura era scabra, controllata, poco adatta alla mitologia dell’Unità, inservibile alla pedagogia della nazione. Lo stesso Fattori, vent’anni dopo, nello “Staffato”, dipinse la guerra con gli occhi di uno sconfitto, di un disilluso, forse di un vinto: il soldato che, perse le staffe, viene trascinato per terra dal cavallo imbizzarrito. Un quadro quantomai goyesco per la forza di disperazione che trasmette, e che si appaia all’altro immenso capolavoro di Fattori, “In vedetta”, del 1871, dove è dipinta l’attesa, la noia, l’assurdità di una guarnigione militare di soli tre soldati a cavallo, attraverso la prospettiva pura e assoluta della scena costruita lungo un muro bianco sospeso al cielo, con le sue infinite variazioni di turchese. Non per niente dovettero aspettare gli anni Venti, e cioè la fine della Grande guerra e la rivoluzione delle avanguardie, per essere compresi, rivalutati e apprezzati. Fu allora che incontrarono la sensibilità di un genio come Carlo Carrà, il pittore metafisico che vide in Fattori il diretto discendente di Paolo Uccello. Fu allora che vennero esaltati dall’acume di un Ugo Ojetti e di un Emilio Cecchi, altri sommi critici d’arte oltreché di letteratura, per essere finalmente riconosciuti come maestri della pittura moderna.
Martelli invece li capì subito, sin dall’inizio. “Pieno di entusiasmo per tutto ciò che somigliava a un progresso, Diego fu al nostro fianco”, riconobbe cinquant’anni dopo la prima esposizione fiorentina l’amico Giovanni Fattori, che ormai vecchio e stanco così scriveva in una famosa lettera del 1901 a Gustavo Uzielli: “Più giovane di noi, ricco, libero dai pregiudizi, per niente pedante, ci accolse con calore nella sua tenuta e ci disse: ‘Lavorate, studiate, c’è biancheria per tutti’; e fu una vera bohème, allegri, ben pasciuti, senza pensieri, ci gettammo anima e corpo nell’arte, innamorandoci di quella bella natura dalle grandi linee, seria e classica”. Per dieci anni, Martelli servì da incoraggiatore e anfitrione. Li ospitò nella sua casa di Castiglioncello, li nutrì, li intrattenne, creando una piccola colonia artistica, e trasformando la sua tenuta in un luogo di ispirazione, le sue campagne nell’atelier senza confini dove studiare la natura all’aria aperta, per carpirne i segreti, la luce, i colori, e restituirne grazie alla rivoluzione della macchia i dettagli più scabrosi in vista di una rappresentazione nuova della realtà, fondata sulla percezione soggettiva e sul sentimento stesso della realtà.
Di Diego Martelli, il mecenate proudhoniano e idealista, la mostra parigina presenta vari ritratti, uno più bello dell’altro. Il primo è quello di Edgar Degas, dipinto nel 1879, quando Martelli si trovava a Parigi per la quarta esposizione degli Impressionisti. Si tratta di una grande tavola finita alla Scottish National Gallery di Edinburgo, da dove esce rarissimamente e ottenuta in prestito dai responsabili dell’Orangerie. Martelli è grasso, senza giacca, ha le braccia conserte e la barba incolta. Guarda in basso, assorto nei suoi pensieri malinconici, ed è ripreso di scorcio, seduto su uno sgabello rinascimentale senza dorso, mentre ai suoi piedi spicca una pantofola spaiata e dietro di lui un divano azzurro e un tavolo dello stesso colore, pieno di fogli di giornali, di riviste, di disegni. Un altro ritratto lo mostra seduto con una redingote beige su una poltrona rossa, gambe accavallate, ventre adiposo, in testa un berrettino rosso. Il ritratto è opera di Federigo Zandomeneghi, che lo dipinse sempre a Parigi nello stesso anno di Degas, quando, conclusa l’avventura dei Macchiaioli, Martelli pensava solo agli Impressionisti, ma fu più clemente di Degas, dandogli un volto composto, curato, elegante. Quindici anni prima, nel 1865, era stato il ferrarese Giovanni Boldini, che prima di diventare il ritrattista delle gran dame della Belle époque ebbe il suo esordio macchiaiolo, a eseguire il ritratto del mecenate Martelli in formato ridotto, un’altra tavoletta riciclata da una scatola di sigari, che misura appena 15 centimetri per 19, e oggi si trova Palazzo Pitti, dove il latifondista di Castiglioncello appare giovane, bello, lo sguardo limpido, seduto per terra con le gambe incrociate, le dita delle mani in una ciotola arancione, mentre una stufa a legna sembra borbottare dietro le sue spalle.
Siamo all’epoca della colonia toscana, dell’entusiasmo per la natura, della spensieratezza agreste. In quegli anni, Giovanni Fattori dipinse la signora Martelli sdraiata su una chaise longue, con una macchia di pini alle spalle e il mare che si intuisce sullo sfondo. Anche questo ritratto è esposto all’Orangerie ed è un quadro di strabiliante modernità. Privo di pompa, indenne da qualsiasi pretenziosità borghese, offre la visione di una donna, di una moglie nell’immediatezza di un momento di quiete, in una giornata qualsiasi, coi suoi pensieri, i suoi sogni, la sua malinconia. 
Perché era questa la rivoluzione dei Macchiaioli, una rivoluzione innanzitutto dello sguardo, della percezione, in nome della vita vera e della natura, anzi del sentimento della natura, colto in diretta nelle strade assolate, nelle pose austere delle raccoglitrici di legna, le famose “Macchiaiole di Antignano”, immortalate sempre da Fattori come se fossero delle madonne quattrocentesche, o anche nelle forme più dimesse dei campi di grano solcati dai buoi aggiogati a un aratro, di un muretto sbrecciato abbacinato dal sole, di un carretto rosso, o dei pescatori dell’Arno che in fila, scalzi, trascinando delle corde tirano in secco una barca, mentre una donna col cappellino tiene per mano un bambino e guarda distratta dall’altra parte. 
Era il loro modo di rappresentare la rivolta, la protesta, la guerra contro l’accademismo, le pose auliche fuori tempo massimo, le imposture dei classicisti, e l’atmosfera esangue trasmessa dai modelli dei musei, che erano per loro i cimiteri dell’arte. La vita della natura permette ai Macchiaioli non solo di scoprire la realtà, ma di studiarla in particolari inattesi, di abbandonarsi a essa nelle gite di gruppo, nelle feste campestri, in un’atmosfera di fratellanza gioiosa. A Castiglioncello, nelle campagne dei Martelli, a Montelupo, a Piagentina dai Battelli, il passeggio di un carretto su una stradina bianca di polvere si trasforma in una miracolosa epifania agli occhi di Abbati, Cabianca, Signorini. E bisogna leggere gli scritti di Adriano Cecioni su Cristiano Banti, per averne l’eco: “Banti, guarda la bellezza di quello sfondo bianco. Signorini, osserva il tono delle ruote sul chiarore della strada. Guardate la forza del solco. Pointeau, Barrani, venite a vedere…”. Lì gli effetti di luce si traducono in contrasti di tono vivi, netti, precisi, attraverso il chiaroscuro che non sopprime le linee, ma le riformula in un modo nuovo. “La modernità dei Macchiaioli – avverte infatti Beatrice Avanzi, che insieme con Marie-Paule Vial e Isabelle Julia ha curato la mostra parigina e inoltre ha scritto, per il catalogo edito da Skira Flammarion, un bel saggio sull’ascendenza della pittura toscana del Quattrocento – sta tutta nel rapporto diretto con la luce, nell’immediatezza della percezione e nella capacità di tradurre questa immediatezza sulla tela attraverso il dato naturale. Così, se gli Impressionisti finiranno per dissolvere la forma nella luce, i Macchiaioli, invece, la mantengono sempre, sia pure attraverso un linguaggio sintetico, una struttura che affonda le sue radici nel Rinascimento e dunque evoca lo spirito tutto italiano del Quattrocento”.
Ecco allora che oltre l’atmosfera agreste, la fratellanza universale, la comunità bohémienne che si forma in casa di Diego Martelli, mentre altri godono l’ospitalità dei Battelli, altra famiglia di benefattori con tenuta sulle rive dell’Affrico, dove Silvestro Lega visse il suo idillio romantico e dipinse i suoi quadri più belli, i Macchiaioli attingono direttamente ai grandi maestri della pittura toscana. Paolo Uccello, Piero della Francesca, ma anche Giotto, Beato Angelico e Masaccio sono infatti i riferimenti evidenti che percorrono la loro pittura con la stessa naturalezza con cui il sangue corre nelle vene di un uomo, come un patrimonio genetico forse inconsapevole eppure possente, un’evidenza che non va nemmeno dimostrata o illustrata, tanto è limpida la sua natura, e intatta resta la sua forza originaria. 
Bisogna osservare le grandi pale laiche dipinte da Silvestro Lega, come “il Canto dello Stornello”, con le tre giovani donne di fronte a un pianoforte, accanto alla finestra che s’apre sulle colline toscane, per ritrovare le linee autentiche della tradizione italiana, come spiega Beatrice Avanzi nel suo bel saggio. Bisogna ritornare con la mente al Beato Angelico, alla predella dell’“Annunciazione” di Cortona, per ritrovare la sintassi originaria della costruzione quattrocentesca che continua a respirare nella “Visita” di Lega, conservata a Roma, alla Galleria nazionale d’arte moderna. E ancora, bisogna aver guardato, studiato, pensato e ripensato la “Flagellazione” di Piero della Francesca, per poter leggere la geometria degli spazi e la scansione prospettica che Lega adotta nelle sue tele luminose di scene di vita familiare, come per esempio “Il dopo pranzo sotto il pergolato”, altro prestito illustre che viene dalla Pinacoteca di Brera. Oppure bisogna aver visto e rivisto gli affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni, per ritrovare il modello dell’architettura compositiva che informa un altro quadro di Lega, dipinto nel 1866, e intitolato “Curiosità”, dove la scena è quella laica, dimessa e quotidiana di una donna che dietro le imposte del balcone di casa cerca di vedere cosa succede per strada. 
Ma allora, i Macchiaioli, prima di essere moderni e rivoluzionari erano antichi e tradizionalisti? Inseguivano il rapporto diretto e immediato con la realtà, un rapporto senza filtri, perché cercavano la sincerità del sentimento e l’amore per la natura, eppure restavano ancorati alla pittura del Quattrocento, al classicismo icastico della grande tradizione pittorica medievale e rinascimentale? Questa apparente schizofrenia è uno degli aspetti più interessanti messi in risalto dalla mostra all’Orangerie, dove c’è persino una sezione sull’eco novecentesca dei Macchiaioli nel cinema di Luchino Visconti, per esempio in alcune scene di “Senso” che riprendono certi interni di Adriano Cecioni, o nel “Gattopardo” che addirittura riproduce il “Garibaldi a Palermo” di Fattori. Niente di grave però. E soprattutto niente di nuovo. Beatrice Avanzi, infatti, ritorna nel suo saggio agli illustri precursori, critici e storici dell’arte, che per primi colsero questa peculiarità dei Macchiaioli. Cita per esempio Ugo Ojetti, grande scrittore e saggista ingiustamente dimenticato, il quale sin dal 1921, in occasione della retrospettiva della prima Biennale romana dedicata a Fattori, colse perfettamente il nesso tra la pittura dei Macchiaioli e la pittura toscana del Trecento e del Quattrocento. Ricorda Beatrice Avanzi le parole di Emilio Cecchi, nel famoso saggio del 1926, dove scrisse che i Macchiaioli avevano nel sangue l’eredità dei maestri della pittura del Quattrocento, che avevano ogni giorno davanti agli occhi, e attingevano a quel bagaglio culturale con “la sensibilità vaga e forte al tempo stesso di chi sapeva riconoscere le fonti più segrete di un lascito artistico fondamentale”. Si riscopre così, attraverso questa mostra e il lavoro dei suoi curatori, il segreto del miracolo italiano e una nostra peculiarità: attingere al passato per andare verso il futuro. Lo sapeva benissimo anche Verdi che a Francesco Florimo consigliava: “Tornate all’antico, sarà un progresso”. 

Dal Foglio, sabato 27 aprile 2013

La crudeltà dell'ironia
Pubblicato il 3 febbraio 2013, in Diario



 A Parigi, chi entra in un supermercato del faubourg Saint-Germain per fare la spesa il sabato mattina ha un’unica proeccupazione. Non i prezzi, non il tempo che manca, non l’impossibilità di scegliere fra tanti prodotti, ma la necessità di guardarsi intorno, fra le fila di scaffali rigurgitanti di merci. L’ansia di intercettare fra confezioni di biscotti, formaggi, prosciutti e detersivi una signora minuta coi capelli corvini cotonati alla Amy Winehouse e lo sguardo ammaliante di una Sharazade circassa, spinge a stare all’erta. La signora infatti potrebbe spiarvi, fingendo di scegliere l’insalata. Incollarsi dietro di voi nella coda al banco dei formaggi per captare con le sue antenne ultrasensibili il vostro respiro, le vostre frustrazioni da consumatori, la vostra smania di umiliare, prevaricare, o semplicemente aizzare al peggio il poveretto che quel giorno avesse deciso di accompagnarvi a fare la spesa. Potrebbe fare tutto questo senza che voi nemmeno ve ne rendiate conto  per poi riversare il tutto nei suoi dialoghi teatrali, nei suoi racconti, nei suoi romanzi.
La signora esiste in carne d’ossa. Abita nel vostro stesso quartiere. E’ ricca, famosa,  implacabile. Si chiama Yasmina Reza. E’ una drammaturga di successo che passa la vita a osservare i suoi contemporanei, a registrare le loro debolezze, le meschinità, i punti morti, i salti d’umore, per farne la materia prima di un’opera d’arte continua. Da anni li studia con la stessa meticolosa passione che un entomologo mette a scrutare i suoi insetti. La differenza è che mentre l’entomologo non parla mai di affetti, di emozioni degli scarafagetti o dei moscerini che studia, Yasmine Reza non fa altro. E per questo oggi è considerata un’autore di culto. Autore di un’opera celebrata, univeralmente apprezzata, è una scrittrice “fantasque” come dicono qui per indicare quella capacità mitopoietica di trasformare il mondo a propria immagine e somiglianza pur di compiacere le attese del prossimo. E’ in grado di estrarre un’insignificante traccia della vita quotidiana, da un incontro al bar, da un movimento di sguardi tra due che stanno in fila alla posta, per trarne la trama di un’epopea tragicomica, toccando tutte le gamme della facezia umana: l’arguzia, l’ironia, la grazia sorniona  sino a sfumare  vuoi nella perversione più spietata ,vuoi nella compassione più partecipe. (,,,)

 
continua sul http://www.ilfoglio.it di sabato 2 febbraio, inserto IX


Il dialogo tra Pierre Boulez e Michele dall'Ongaro
Pubblicato il 14 gennaio 2013, in Diario

Il 12 dicembre abbiamo organizzato all'Istituto italiano di cultura a Parigi il Dialogo d'autore tra il Maestro Pierre Boulez e il sovrintendente dell'Orchestra sinfonica della Rai, Michele dall'Ongaro.
Troverete il resoconto fotografico del nostro incontro sul sito dell'Istituto, e la trascrizione completa negli archivi del Foglio,   alla data sabato 5 gennaio 2013, inserto 6-7.   

Buon Anno
Pubblicato il 31 dicembre 2012, in Diario

Cari Amici, 

tanti auguri a tutti voi per un magnifico anno nuovo.

Tante cose sono cambiate in questi tre anni: dall'estate scorsa
sono a Parigi, a dirigere l'Istituto italiano di cultura.
Continuo a scrivere, meno di prima però, per il Foglio, che nel frattempo ha
aggiornato il suo sito e la politica di accesso agli articoli.
Spero che seguirete le nostre iniziative, collegandovi al sito dell'Istituto italiano di cultura,
 http://www.iicparigi.esteri.it, e le molte attività che stiamo lanciando.
Un saluto a tutti e a prestissimo



Ascoltate Madame. Forse ingannata, forse derubata, certamente intercettata nelle sue conversazioni private, la miliardaria è al centro di un avvincente imbroglio politico-giudiziario e mediatico
Pubblicato il 25 giugno 2010, in Diario

 Domani, terzo capitolo sulla privacy.  Dopo la storia dell'idea (il 12 giugno), la nascita del diritto (Brandesi &Warren, il 18 giugno) è il momento di raccontare  la sensazionale vicenda di Liliane Bettancourt, erede e azionista di maggioranza del gruppo L'Oréal, in lite con la figlia per via del suo protetto, François Marie Banier, e ora vittima di un caso esemplare di violazione dello spazio privato, da parte di un domestico risentito, che con le sue intercettazioni rischia non solo di ingarbugliare i confini che separano il diritto di informare e il diritto di tutelare la riservatezza, ma soprattuto di far saltare in aria il Ministro del lavoro e forse anche la riforma delle pensioni voluta da Sarkozy.



permalink | inviato da marinavalensise il 25/6/2010 alle 23:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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Gino De Dominicis al MAXXI
Pubblicato il 29 maggio 2010, in Diario

Chi si espone e perché. Ritorniamo ai fondamentali ( niente di più inedito dell'edito)
http://www.ilfoglio.it/lacosamentale

La scomparsa dell'eros ai tempi della ghigliottina
Pubblicato il 22 maggio 2010, in Diario

Laa storia d’amore di Madame de Staël e Benjamin Constant
fu una corsa affannosa contro il déjà-vu e la tirannia della noia
Per sfuggire alla morsa di Napoleone i due scrittori
tentarono di coalizzare contro l’impero l’Europa dei liberali




l loro fu un amore inesorabile, ma impossibile. Un amore travolgente, fatto di trasporto, passione per le idee, complicità politica, ma anche molto asfissiante, costellato di liti continue, tempeste, rotture, ripicche, tradimenti e pentimenti. Fu un amore romantico nel senso pieno e originale del termine, con la sua lunga scia di ostacoli e illusioni, estasi e interdetti, trionfi e delusioni. Non per niente, furorono
proprio i protagonisti di quest’amore impossibile, Madame de Staël e Benjamin Constant, gli amanti più celebri d’Europa ai tempi di Napoleone, a dare il nome a un’epoca e alla sua rivoluzione culturale. Ma il loro fu un amore tristissimo. Dopo le promesse e i giuramenti conobbe il tempo del languore e della nostalgia ....(continua oggi sul Foglio).


Le tentazioni di un Messia
Pubblicato il 10 maggio 2010, in Diario

Dominique Strauss-Kahn vola nei sondaggi. Il direttore del Fondo monetario pensa
di succedere a Sarkozy, ma si fa desiderare. Intorno a lui scoppia la frenesia dei media


 
Dominique Strauss-Kahn, oggi in auge come presidenziabile nella République, è un patito di tecnologia. Da quando vive a Washington, e cioè da un anno e mezzo (perché fu  Sarkozy appena eletto a farlo nominare, nel settembre 2007, direttore generale del Fondo monetario internazionale) non passa giorno senza testare qualche innovazione digitale, come il pc ultrapiatto che s’accende alla sola vista del suo viso e dal quale è inseparabile. Fra i potenti della terra, oltre a godere stabilmente dell’acronimo DSK sul Financial Times, simbolo di stato, è anche tra i più abili e assidui ai tasti del telefonino: manda sms a tutto spiano, agli amici, ai collaboratori, alle molte fan, alle moltissime conquiste. Il fatto è che, seduttore riconosciuto e impenitente, è un uomo veloce, e non solo di testa.
Sin da piccolo – è nato a Neuilly- sur-Seine in una famiglia della buona borghesia ebraica con ascendenze ashkenazite e sefardite, ma di fede socialista, ed è cresciuto in Marocco nella ridente Agadir, fino al terremoto del 1960 – è stato allenato alla complessità talmudica. In casa loro, racconta infatti la sorella Valérie, si passavano ore e ore a giocare a “pilpoul”, termine ebraico equivalente a spezzare il capello in quattro: un esercizio di logica congetturale che consiste nello scomporre e ricomporre un ragionamento usando come variabili ipotesi opposte e le più inverosimili, cercando però di sostenere sempre argomenti dirimenti. L’allenamento ha dato i suoi frutti, e oggi il professore a Sciences Po, ex ministro dell’Industria, del Commercio con l’estero, e delle Finanze, di socialista ha solo il nome; in realtà è un riformista radicale e pragmatico, che vuole “dare più capitali pubblici a chi ha meno capitali privati”, è aperto al mercato, sensibile al mondo produttivo, è pronto a rinnovare i vecchi principi con la regolazione globale dell’economia, la redistribuzione della ricchezza, la lotta contro le ineguaglianze. Del resto, è uno che adora il movimento, anzi vuol essere sempre in movimento, “perché il mondo è in movimento” dice, e perciò lui più di ogni altra cosa odia l’immobilismo, non solo fisico, ma politico e culturale, e godrà come un pazzo a schizzare da un continente all’altro, come capo del Fmi, presenziando la mattina un vertice in Zambia, il pomeriggio un incontro a Berlino per ritrovarsi la sera a Parigi a cena coi fedelissimi. E’ anche un grande giocatore di scacchi, di quelli che si rilassano sfidandosi contemporaneamente in più ruoli e magari su più di una scacchiera, con mosse impensabili davanti allo schermo muto di un computer. Adesso, però, è alle prese con una delle partite più difficili della sua vita.
Incensato dai sondaggi per aver ristrutturato in pochi mesi un mastodonte come il Fmi, snellendo gli uffici, svecchiando il personale, triplicandone il bilancio di intervento, e soprattutto per l’azione risoluta di fronte alla crisi dei subprime, DSK è vincolato ad astenersi dalla politica francese. Negli ultimi tempi, ha fatto la spola tra Washington e Parigi, ma da quando si precipitò in rue Solférino per assistere a un vertice del Partito socialista senza peraltro aprire bocca, è stato richiamato all’ordine dal Fmi che ora vigila sulle sue fughe. Tutto questo mentre il 76 per cento dei francesi, secondo l’Ifop, lo considera la personalità politica preferita (a pari merito con l’ex presidente Jacques Chirac), il 49 per cento, secondo il sondaggista BVA, lo preferirebbe come candidato socialista contro il 16 cento per Martine Aubry, e il 56 per cento lo reputa un leader dell’opinione pubblica, più gradito (dati del Csa) dello stesso Sarkozy nel duello per l’Eliseo.
Eppure, mentre le cifre corroborano la candidatura in pectore, con qualche vistosa eccezione come ieri OpinionWay sul Figaro, il mandato al Fmi gli preclude ogni presa di posizione. La cosa, di per sé confortante, è talmente surreale da spingerlo in un labirintico gioco di ruoli: sparire e apparire, dire e non dire, annunciare e smentire. “Non che io non voglia rispondere, ma per ora non posso pormi la questione: sarebbe una distrazione, nel senso inglese del termine, rispetto al mio attuale compito. Ho intenzione di esercitare soltanto il mio mandato al Fmi; se però voi mi domandate se in altre circostanze io possa pormi di nuovo la questione, la risposta è sì”, diceva DSK con qualche contorsione ai primi di febbraio. Passano tre mesi, la sua stella internazionale rifulge di nuova luce grazie al prestito Fmi alla Grecia, pari a un terzo rispetto a quello dell’Ue, e la sfinge riappare sulla prima pagina di Libération: “La mia riflessione non è compiuta, ma è iniziata”.
 Nel dilemma intanto si coltiva l’attesa messianica e crescono le voci, le notizie, i pettegolezzi intorno all’eventuale, probabile, quasi certa, impossibile, attesa, impensabile eppure forse inevitabile candidatura alle presidenziali del 2012. E mentre piovono appelli, come quello lanciato dal governatore della Borgogna, per convincere i non pochi oppositori interni al partito, i fedelissimi come Pierre Moscovici parlano già di “candidato naturale”, e gli esperti si interrogano: che effetto gli farà lasciare la poltrona del Fmi? Davvero DSK, che è un notorio epicureo, amante del lusso, delle donne, della bella vita, vorrà rinunciare a un prestigioso incarico internazionale per gettarsi nell’agone franco-francese? E quand’anche, riuscirebbe mai a trovare, per battersi, la stessa energia del suo avversario Sarkozy? “Il mandato a Washington scade a novembre del 2012, ma per candidarsi all’Eliseo DSK dovrebbe lasciare il Fmi prima dell’estate del 2011 e partecipare alle primarie socialiste fissate in autunno”, spiega al Foglio il cronista del Monde Jean-Michel Normand. “In questo calendario, il summit del G20, nel maggio del 2011, segnerebbe per lui l’apice e la svolta”. Macché primarie, ribatte Stéphane Fouks, capo di Euro RSCG e consigliere di DSK, “quando cominciano son già finite”, meglio vincere la battaglia dell’opinione.
Così, in questo mare di supposizioni, i media francesi da giorni cavalcano l’ondata di libri che sta per abbattersi sul pubblico. Sono infatti almeno cinque i saggi su DSK in preparazione; la lista include il ritratto autorizzato commissionato a Claude Askolovitch, da Grasset dopo l’estate; la biografia dei duellanti, Sarkozy e DSK, scritta da Alexandre Kara e Philippe Martinat che esce mercoledì prossimo da Max Milo; un saggio sulla strategia del Fmi davanti alla crisi; mentre Hubert Coudurier, editore di un seguitissimo sito web, dice di aver rinunciato “per mancanza di comunicazione” al progetto di una biografia politica: “DSK persegue la ‘stratégie du manque’”, spiega al Foglio con tono lacaniano. “Vuole suscitare desiderio, perciò evita di incontrare la stampa, diffondendo messaggi sibillini. In realtà, pensa solo all’Eliseo. Sa che Martine Aubry è fuori moda e il programma fondato sul ‘Care’, presentato all’ultimo Consiglio nazionale del partito è ridicolo quando l’Eurozona rischia di esplodere. In più, è l’unico in grado di fare la pedagogia della globalizzazione”.
Nel frattempo però resta sottotraccia. Di fronte ai “ragots“ messi in circolazione da un libro controverso uscito l’altro ieri da Plon, “DSK. Les secrets d’un présidentiable”, opera di una fantomatica Cassandre, il candidato coperto lascia che a muoversi siano i suoi moschettieri: Fouks, Gilles Finchelstein, Ramzi Khiroun, e Anne Hommel, oggi tutti in pianta stabile all’Euro RSCG. I quattro, infatti, hanno subito inondato le redazioni di dieci pagine di estratti dal controverso libro denunciando una serie di errori di fatto e di plagi da precedenti scritti e articoli, utili a screditarne l’attendibilità. “L’autrice o l’autore si spaccia per una dell’inner circle”, dice al Foglio Ramzi Khiroun, il disinnescatore di mine promosso dalla banlieue di Sarcelles all’intendenza stretta di DSK e portavoce oggi anche del gruppo del filosarkozista Arnaud Lagardère. “Ma questa Cassandre non ha mai collaborato con noi, altrimenti saprebbe che noi lavoriamo a Suresnes e non a Issy-les-Moulineaux, che Finchelstein lavora con DSK dal 1997 e non dal 1991, e il matrimonio del giugno 2007 non era della figlia del premier lussemburghese Jean-Claude Juncker, bensì quello di Marine Strauss-Kahn, la figlia di DSK”.
Il fatto è che i francesi in politica adorano lo scontro permanente. L’antagonismo è uno sport nazionale, nessuno rinuncia al corpo a corpo, alla guerra continua di una squadra contro l’altra: si spiega così come mai la fantomatica Cassandre descrive la “Gang”, cioè i quattro fedelissimi di DSK e i loro misfatti, in contrapposizione alla “Firme”, alias la cerchia degli intimissimi di Sarkozy. La stampa, invece di arbitrare, blandisce lo scontro, lo nutre, lo incoraggia anche a costo di mettere in circolazione voci infondate e affermazioni irrilevanti. Sarà anche per questo che nel papiello dei comunicatori di DSK, non viene nemmeno citato l’aspetto più scabroso del libro di Cassandre, che riguarda le notti del politico socialista alle Chandelles, night club libertino nel Primo arrondissement, col loro corredo di foto compromettenti. E’ il capitolo che più preoccupa i quattro addetti all’immagine di DSK, perché rivela un debole, la libido generosa, la passione sfrenata, il gusto per le donne, che anche nel paese meno ipocrita e più disinibito del mondo rischia di minare qualsiasi ambizione presidenziale. Il fatto è che la misteriosa Cassandre, che promette di uscire allo scoperto con un’intervista via email su Voici, settimanale gossip di grande tiratura, ha osato rivelare un dettaglio tenuto finora sotto chiave dalla stampa francese. Stando agli autori di un’inchiesta sulle magagne di DSK uscita un anno fa, “Hold uPS, arnaques et trahisons”, l’angelo custode di Sarkozy, Frédéric Lefebvre, tipo un po’ energumeno un po’ bodyguard che sembra uscito da un film di Tarantino e oggi ha la funzione di portavoce dell’Ump, a proposito delle primarie socialiste del 2006, avrebbe detto che DSK non aveva comunque nessuna possibilità di vincere le elezioni, millantando l’esistenza di foto imbarazzanti e minacciando di metterle in circolazione. Gli autori dell’inchiesta, Karim Rissouli e Antonin André, sostengono nel loro libro che queste foto esistono, e citano un’addetta stampa che le avrebbe viste, precisando che “potrebbero uscire da un momento all’altro”. Lefebvre, invece, dopo l’uscita del libro, si è subito premurato di smentire i due autori, che a loro volta hanno insistito nella loro versione. Fatto singolare, nessuno dei recensori del libro ha prestato attenzione a questo dettaglio. Adesso, la misteriosa Cassandre ci ritorna sopra rivelando che le foto in questione, peraltro di pessima qualità, mostrerebbero DSK in un locale scambista, in compagnia di un senatore socialista.
A Parigi, naturalmente, tutti sapevano o immaginavano. L’episodio era noto ai lettori di “Sexus politicus”, inchiesta osé uscita da Albin Michel alla vigilia delle ultime presidenziali. E l’edonismo epicureo e libertino di DSK, la sua propensione alla conquista permanente di prede femminili in qualsiasi luogo e a qualsiasi costo, visto il numero esorbitante di conquiste, consenzienti e appagate, o riluttanti e deluse che fossero, sono arcinoti. Infatti, fra le presunte vittime ce ne sono persino di molto esibizioniste, come la biondina Tristane Banon che ha spiattellato in tv il mancato allacciamento, mentre lo stesso autore della trasmissione, Thierry Ardisson, ha detto a Radio Montecarlo di avere almeno 14 amiche con cui DSK ci avrebbe provato. Il fatto è che oltre ad essere un motivo di orgoglio nazionale, in un paese che sin dai tempi di Enrico IV ha sempre coniugato la gloria del potere all’esuberanza sessuale, oltre a essere un motivo di vanto per la moglie di Strauss-Kahn, Anne Sinclair, la star del giornalismo televisivo che ha ammesso di essere sedotta dal marito seduttore, perdonandogli l’avventura di una notte con l’ungherese Piroska Nagy, la sfrenata libido di DSK è anche oggetto di aperta satira.
Può succedere infatti di sintonizzarsi di prima mattina su France Inter, stazione radio di stato, e imbattersi in un umorista selvaggio come Stéphane Guillon, alle prese con una demolizione crudele. E’ successo il 17 febbraio 2009. DSK, di passaggio a Parigi, tra il G7 di Roma e il G20 di Londra, era reduce dalla tempesta per la sbandata con l’ungherese del Fmi; assolto dall’accusa di abuso di potere, aveva fatto pubblica ammenda confessando “l’errore di valutazione”. Ospite del giorno su France Inter, prima dell’intervista in diretta, il poveretto si è dovuto sorbire il surreale sketch di Guillon (potete vederlo su YouTube) che annunciava le misure eccezionali prese dalla stazione radio per l’occasione: “Tra pochi istanti DSK penetrerà in questo studio. E’ la prima volta che torna in Francia dopo la sua avventura con una giovane ungherese occhialuta, responsabile delle fotocopie al Fmi. Dominique ci ha fatto l’onore di scegliere France Inter, e lo stesso titolo del nostro programma, ‘Sept sur dix’, credo lo ecciti enormemente. Naturalmente, in seno alla redazione – anzi chiedo scusa, non ho il diritto di pronunciare il termine ‘seno’ per non risvegliare la bestia – sono state adottate misure di sicurezza eccezionali: i membri femminili della redazione sono tenuti a indossare abiti sobri, lunghi e antisesso: banditi cuoio, tacchi a spillo, scollature. Hélène accoglierà DSK in burqa, Agnès può venire vestita come vuole perché anche con DSK non rischia niente. Tutti i luoghi oscuri e isolati della stazione radio, garage, bagni, e alcuni armadi, sono stati chiusi. Un avviso di allerta è previsto per l’evacuazione del personale femminile: all’apposito segnale, siete pregate di dirigervi tutte senza eccezione verso l’ascensore: non è il caso di ritrovarsi tra sette mesi con una marea di congedi per maternità. Del bromuro verrà versato nel caffé di DSK, l’organo piu conosciuto del Fmi, e due telecamere, una sul tavolo, l’altra sotto, verranno attivate…”.
DSK è stato al gioco; da libertario ha ammesso il diritto e il dovere per un politico di sottoporsi alla satira, salvo esprimere un apprezzamento: “L’umorismo non è divertente se è solo cattiveria”. Ma il fatto nuovo è un altro. Al vertice di Pittsburgh di settembre, chiuso con Sarko nei bagni del Convention Center, ha avuto uno scambio chiarificatorio: “Ne ho abbastanza dei pettegolezzi sul mio privato e sulle presunte foto che potrebbero uscire contro di me. So benissimo che parte tutto dall’Eliseo. Perciò o dici ai tuoi di smetterla, o vi porto in tribunale”, ha detto DSK al presidente. Da allora ha dato mandato al suo avvocato di querelare tutti per diffamazione. Lo farà contro Cassandre?

Marina Valensise
© Il Foglio, 8 maggio 2010




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Il Kerouac della Bundesrepublik, sempliciotto e polacco
Pubblicato il 16 aprile 2010, in Diario

Lo strepitoso e improbaile viaggio tedesco di Andrzej Stasiuk, diviso tra tropismo slavofilo e attrazione carolingia. Domani sul Foglio, pagina 3



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