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La Francia alle prese con un altro omicidio "compassionevole"
Pubblicato il 10 aprile 2008, in Articoli

Pur avendo 26 anni, Anne-Marie Debaine aveva l’età mentale di una bambina di cinque anni. Era handicappata. Nata prematura, era stata colpita da una meningite, causa di infermità motoria e cerebrale. Invalida al 90 per cento, dall’età di 6 anni aveva vissuto ricoverata in centri specializzati. Poi, però, nel 2001, a 22 anni, in mancanza di posti disponibili in una struttura adatta al caso suo, era tornata a vivere in casa dei genitori a Groslay, un piccolo paesino del dipartimento del Val-d’Oise, alle porte della regione parigina. La madre, Lydie Debaine, per assisterla aveva lasciato il suo lavoro come capo servizio di un’associazione.  Tre anni dopo, nel 2004, s’era liberato un posto in un centro di accoglienza a Sarcelles, ma la madre di Anne-Marie, aveva rifiutato di mandarvi la figlia, temendo che nel suo stato di ritardata mentale potesse farsi violentare. In casa, però, la situazione peggiorava di giorno in giorno. Violente emicranie, crisi epilettiche, continui attacchi di vomito funestavano la famiglia Debaine, mentre i medici diagnosticavano “un aggravarsi senza rimedio del suo stato di dipendenza”. La madre dormiva accanto alla figlia, su un materissino di gomma. Un bel giorno, la decisione si fa strada: finirla, e farla finita. Il passaggio all’atto avviene la mattina di un sabato di maggio del 2005, assente il marito. “Perdonami di lasciarti, fatti coraggio, Anne-Marie non si è accorta di niente, ti amo, Lydie”. Quando Fernand Debaine torna a casa, troverà ad aspettarlo solo questo bigliettino; entra in bagno e scopre il corpo della figlia affogato nella vasca, e quello della moglie riverso su un letto, imbottito anch’esso di barbiturici.
Lydie Debaine sopravviverà. Passerà un po’ di tempo in un centro psichiatrico, prima di finire agli arresti domiciliari. Il marito, Fernand, pur condannandone il gesto, la perdonerà. “Sua figlia era tutto per lei”, raccontano i colleghi e gli amici di famiglia, stendendo un velo pietoso sull’intera vicenda che da ieri rivive davanti alla Corte d’assise del Val d’Oise. La sentenza è attesa per questa sera. L’accusa è omicidio volontario e premeditato, e Lydie Debaine, rea confessa, rischia l’ergastolo. “E’ molto scossa, aspetta il processo; e senza fare dichiarazioni generali sulla necessità di legalizzare l’eutanasia, spiegherà cosa l’ha indotta a uccidere la figlia” dice il suo avvocato Cathy Richard. E infatti molti ricordano che non è stato l’handicap, ma le sofferenze della figlia, l’impossibilità di alleviarle, di migliorare le sue condizioni “Ero presa tra due fuochi: vivere con lei era un inferno, ma lo è anche vivere senza di lei”, ha confessato la madre omicida, che non si è mai pentita del suo “gesto d’amore”.
La difesa perciò chiederà l’assoluzione: “Non è un crimine, ma un atto compiuto per liberare una ragazza dalla sofferenza. Non l’ha uccisa perché era l’inferno per lei, ma perché era l’inferno per sua figlia” ha spiegato Maître Richard. D’altra parte, nessuno, né il padre della vittima, né altri membri della famiglia si sono costituiti parte civile. Quale che sia il verdetto, la sentenza riaccenderà le polemiche, dopo che la settimana scorsa un ragazzo disabile è stato trovato morto per asfissia, ma pieno di valium, in casa della madre. Del resto, i francesi lo sanno, nessuna dichiarazione, meglio di una sentenza di tribunale, permette di chiarire i principi sui quali si regge la vita di una società. E da ora in poi, magari, anche la sua morte.
Marina Valensise

Il Foglio, 9 aprile 2008


 

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