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Au secours, Berlusconi revient!
Pubblicato il 17 aprile 2008, in Articoli

Che cosa resta del pregiudizio contro l’Amor nostro nella stampa estera

Libération, il quotidiano fondato da Jean Paul Sartre e ora proprietà di Edouard de Rothschlid, ama l’ironia: “Au secours, Berlusconi revient!”, ha titolato in prima pagina con foto del leader Pdl che se la ride a occhi chiusi. Le Monde, prima del primo sciopero della sua storia, e dopo aver evocato il “fantasma ingombrante del pareggio” ha mostrato molto aplomb: “Même s’il ne promet plus d’accomplir des miracles – comment les Italiens le croiraient-ils encore? –, sa gouaille l’aide à donner le change” (dove gouaille sta per prontezza di spirito popolare e sguaiata, ndr). Anche gli inglesi non hanno saputo resistere: “Gli italiani si riprendono Berlusconi – spiega il Financial Times – ma lo showman non dà segni di essere diventato uno statista”. Per fortuna che il corrispondente della Cnn Alessio Vinci pensa che il nuovo Berlusconi sia “diverso” da quello del passato. “Se fallisce non avrà più alibi. La colpa sarà solo sua, e questa è una gran spinta per gestire al meglio il governo”. E mentre in Spagna El Pais critica “le riflessioni machiste” di un leader che “rinfocola la xenofobia”  col suo “incontenibile cocktail di populismo, simpatia e politica spettacolo”, in Germania la Suddeutsche Zeitung conclude: “Cosa riserva il futuro non si sa, ma gli scivoloni passati non lasciano ben sperare”.
    Non sarà, come ha detto il premier, che la stampa estera è “prevalentemente di sinistra” oltreché affetta da un pregiudizio negativo? E se così fosse, qual è la responsabilità che noi italiani abbiamo ad alimentarlo, coi nostri strani gusti politici che si  rinnovano negli anni? Marc Sémo di Libération ha le idee chiare: “Il Caimano, la demonizzazione, il fascismo sono tutte ca…te che hanno finito per penalizzare la sinistra. Il vero problema è che Berlusconi è ostaggio della Lega, formazione segnata da demagogia, xenofobia, violenza verbale e ben più irresponsabile del Fronte nazionale e del partito di Haider”. Sémo, però, è anche il primo a riconoscere che oggi sui giornali va di moda denigrare l’Italia. “Fino a dieci anni fa, l’Italia veniva invidiata per il suo stile, i suoi condottieri, oggi invece è disprezzata come lo specchio deformato di ciò che noi non vorremmo essere. E oggettivamente, nonostante molte cose positive, il bilancio è agghiacciante, stando a una voce libera come Luca Ricolfi: società bloccata, spreco di risorse pubbliche. Per dirla tutta, noi di Libé volevamo fare uno speciale sull’Italia, ma alla fine abbiamo dovuto rinunciare. Troppo deprimente”.
    Come ogni inglese, anche Guy Dinmore del Financial Times ama la libertà di stampa, anche se non ha tempo di metterla in pratica con i colleghi italiani. In compenso, il suo giornale sostiene che “l’eredità di Berlusconi è una cultura dell’illegalità” consigliando  la lettura di un  saggio di Geoff Andrews, politologo della OpenUniversity, pubblicato dall’editore Pluto, e tradotto da Effepilibri: “La popolarità di Berlusconi, dopo cinque anni di governo non molto brillanti, è abbastanza misteriosa”, ammette invece il corrispondente dell’Independent Paul Popham che però aggiunge: “La cosa più strepitosa è il successo della Lega, del tutto imprevisto dalla stampa italiana, che per pigrizia ha preferito occuparsi della Santanché e altri fenomeni mediatici piuttosto che della realtà del nord-est”. Popham sogna un’intervista faccia a faccia con Berlusconi. Dice di aver scritto pezzi severi anche su Veltroni sindaco, ma non crede che esista un pregiudizio antitaliano. “Il compito del giornalista, secondo il nostro pensiero anglosassone, è di essere staccato dai poteri, non troppo vicino. Il nostro dovere è di avere un animo critico contro tutti i potenti. Non vorrei essere serio, ma questo non è un problema di pregiudizi”.
    Tobias Piller della Frankfurter Allgemeine, rieletto presidente dell’Associazione stampa estera, sogna un “rapporto più sobrio e costruttivo” con Palazzo Chigi,  con briefing regolari e contatti diretti. Vuole dimenticare le polemiche passate, quando, frustrato dalla scarsa considerazione di ministri e ministeri, presentò un cahier de doléance e voltò i tacchi. E pure il belga Friedrich Hacourt, che vive qui da 35 anni, trova “tremendamente complicato raccontare l’Italia, spiegare in tre righe come da una miriade di partiti si è passati a due. Non è mai successo che un industriale televisivo di queste dimensioni diventasse premier. Sono concetti molto più difficili da far passare  che le storie di mafia, il calcio e la Ferrari”. Il corrispondente di Radio France, Eric Valmir, sembra il più lucido: “L’Italia è un paese pieno di sfumature. E’ difficile raccontarlo senza cadere nella caricatura. Il pregiudizio anti italiano è una forma di sufficienza. I francesi, per esempio, non capiscono che gli italiani sono capaci di autoderisione, che la vita, anche se per molti è difficile, è un gioco, e senza competizione. Berlusconi sospettato di corruzione, dell’Utri condannato, e i processi caduti in prescrizione, sono cose che in Francia non passano. Ma in Italia ci sono cose più importanti. La vita è un gioco, senza competizione, un gioco di leggerezza e autoderisione”.

Marina Valensise
©Il Foglio, 17 aprile 2008


 

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