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Per Robert George la legge naturale aiuta a conciliare fede e ragione
Pubblicato il 17 aprile 2008, in Articoli

Il giurista di Princeton dice che l’antirelativismo di Ratzinger è molto consono alla mentalità americana

Parigi. Il professore Robert George insegna a Princeton. Ha la cattedra Mc Cormick di Giurisprudenza, dirige il James Madison Program in American Ideals and Institutions. Liberale vecchio stampo, cattolico praticante, da anni conduce la sua battaglia contro la così detta “ortodossia secolarista”, e il presupposto a dir suo fallace della neutralità dello stato, da mantenere su questioni di principio o di valori in nome della logica liberale e d’una superiore razionalità. George, è convinto, invece, che su questioni cruciali e controverse, come l’embrione, la sperimentazione sulle cellule staminali, l’eutanasia, l’omosessualità, il matrimonio omosessuale, la tradizione giudaico-cristiana sia, proprio in termini razionali, ben superiore alle alternative liberali. E da seguace di Leo Strauss, attraverso il ritorno alla legge naturale, (vedi per esempio “The Clash of Orthodoxies: Law Religion and Morality in Crisis”, 2002) argomenta contro le pretese dell’ortodossia secolarista – considerare per esempio che i troppo piccoli o i troppo anziani siano subpersone, non passibili di piena protezione legale. George ha i titoli per commentare il viaggio di Benedetto XVI in America. “Gli americani” dice il professore al Foglio, “si aspettano che il Papa porti il messaggio del Vangelo di Gesù Cristo in tutta la sua pienezza. Ci aspettiamo che ci lanci una sfida per vivere una vita di maggiore integrità morale, generosità e santità, che ci ricordi che l’America è una nazione benedetta dalla ricchezza e dal potere, e per questo ha gravi responsabilità morali che vanno realizzate. Ci aspettiamo che dica che i principi della Costituzione americana sono veri e giusti e che il popolo americano dovrebbe continuare a lottare per vivere all’altezza di tali principi. Ci aspettiamo, in particolare, che egli ricordi a tutti noi che il grande principio della profonda e pari dignità insita in tutti membri della famiglia umana esige la protezione della vita umana in tutte le sue fasi e in ogni sua condizione”.
Per tutti questi motivi, George non ha alcuna difficoltà a rallegrarsi della popolarità di Papa Bendetto XVI in America. “Viene universalmente conosciuto come un uomo di eccezionali qualità intellettuali e religiose. Gli americani sanno bene che non ha la forza carismatica di Giovanni Paolo II, perciò non si aspettano un uomo che elettrizzi le folle o compia gesti drammatici. Ci aspettiamo, piuttosto, un apostolo gentile, che si ponga come testimone di Gesù Cristo in un modo benedetto non solo per i cattolici, ma anche per i cristiani protestanti di varie tradizioni e per gli americani di altra fede”.
Quanto alla missione di rievangelizzazione che il Papa persegue, sul solco del suo predecessore, anche il professor George parla, come George Weigel, di “Grande Strategia”, ma con un taglio diverso. “Si dice che Benedetto XVI in futuro veda  la chiesa cattolica come ‘più piccola, ma più forte’. Non so se sia vero, ma so che oggi i giovani cattolici americani, come gruppo, tendono a essere più ferventi delle passate generazioni, e accettano con maggior entusiasmo l’insegnamento morale e la dottrina della chiesa. Il che vale anche, e in maniera molto drammatica, per i giovani preti cattolici americani”.
Da specialista dello scontro di ortodossie, George guarda con attenzione il dialogo tra la chiesa e l’islam. Ma se non azzarda pronostici, da studioso del diritto e della filosofia del diritto, e da fautore della razionalità della legge naturale, esprime almeno una certezza. “Non è dato sapere se il Papa riuscirà in quest’impresta. E’ certo, comunque, che ci proverà. Il Papa è fermamente convinto che la ragione e la fede non devono essere separate, e che l’unico modo per evitare un violento scontro di civiltà è far in modo che popoli di diverse religioni entrino in un dialogo franco, civile, sul piano della ragione”.
Certo, parla da americano, George. Parla forse da straussiano, ma certamente da uomo libero, mostrando quella miscela a noi europei così incomprensibile, di ardore e convinzione, di fede e ragionevolezza, di tradizione liberale immune da qualsiasi forma di irrazionalità e di misticismo conservatore. “Gli americani sono un popolo profondamente religioso. Noi non abbiamo avuto esperienza  di una secolarizzazione tanto ampia e profonda come quella che conosce l’Europa di oggi. E’ vero che in alcuni settori dell’élite americana (la così detta ‘new knowledge class’, per usare l’espressione di Irving Kristol) è altamente secolarizzata; ma rappresenta solo una piccola percentuale della popolazione. E’ vero pure che la stragrande maggioranza degli americani nutre un genuino rispetto per la religione di popoli che non appartengono alla loro stessa tradizione religiosa. Anche se storicamente non è stato sempre così, esiste oggi una stima reciproca, e persino una cooperazione tra cattolici e protestanti evangelici. Charles Colon, per esempio, uno dei principali leader del protestantismo evangelico contemporaneo, parla del Papa come del ‘Santo Padre’, usando lo stesso linguaggio dei cattolici. E James Dobson ha apprezzato la chiesa cattolica per la sua testimonianza sulla sacralità della vita umana e sulla dignità del matrimonio. I leader cattolici hanno mostrato lo stesso apprezzamento verso gli evangelici. E’ per questo che il Papa in America trova un terreno fertile per il messaggio del Vangelo. Il suo discorso religioso non suona estraneo, e men che meno ostile, alle orecchie degli americani. Perché noi americani, in genere, siamo piuttosto favorevoli all’influenza della religione nella vita pubblica. La religione, secondo noi, non rappresenta una minaccia per l’ordine pubblico. Al contrario, noi crediamo che comunità e istituzioni religiose siano indispensabili al bene comune. La situazione non è molto cambiata da quella che nel 1830 descrisse Tocqueville”.
In America, a differenza di quanto succede in Francia o in Italia, si può essere un uomo di fede, senza per questo sentirsi un traditore della Repubblica. Si può avere uno spirito profondamente religioso, senza rischiare di venir irrisi dai laicisti radicali difensori della “neutralità” dello stato e fautori di una separazione a compartimento stagno tra stato e chiesa. Il professor George – che ha dedicato gran parte della sua vita di studioso a discutere i presupposti di quella che egli definisce l’“ortodossia secolarista” (femminismo, multiculturalismo, liberazionismo gay, liberalismo nello stile di vita), mostrandone la fallacia in termini di argomentazione razionale –  prova a ragionare sull’impatto che la dottrina cattolica, e il suo concetto di verità, può esercitare sulla cultura politica americana, e in particolare sull’efficacia che avrà in America la battaglia di Joseph Ratzinger contro il relativismo.
“Nella Dichiarazione di Indipendenza c’è scritto che gli Stati Uniti vennero fondati su una pretesa di verità. In effetti, una proposizione asserita come ‘verità evidente’ è che Dio ha creato gli esseri umani con pari valore e dignità e ha dotato ogni essere umano di diritti inalienabili, a cominciare dal diritto alla vita. Solo uno dei firmatari della Dichiarazione era un cattolico, Charles Carrol del Maryland. Eppure, la popolazione cattolica in America è cresciuta nel corso degli anni, e i cattolici sono stati fra i più importanti e accaniti difensori dei principi fondamentali americani. Il che non sorprende se si considera che i Padri fondatori, sebbene protestanti, erano tutti profondamente radicati nella tradizione della legge naturale. E’ per questo che il loro lavoro non ha avuto difficoltà a essere compreso e apprezzato dai cattolici. Il cattolico, come i nostri Padri fondatori, rifiuta il soggettivismo morale e il relativismo. Crede che la giusta ragione custodisca delle verità sulla natura umana, sulla dignità e il destino, e che queste verità ne includano altre sul bene comune, la giustizia e i diritti dell’uomo. E’ per questo che i cattolici americani e gli americani di altre religioni, troveranno un’eco e una riaffermazione dei loro principi nel rifiuto del relativismo da parte del Papa e nella sua difesa della conciliazione tra fede e ragione”.
Marina Valensise

©Il Foglio, 18 aprile 2008


 

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