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L'uomo non è libero. Parla Oberkampf
Pubblicato il 13 maggio 2009, in Diario

Serge Oberkampf de Dabrun non ha niente di curiale. E’ un uomo alto, robusto, imponente, coi capelli bianchi a spazzola. Quando entra nel bar dell’appuntamento lo fa scandendo il tuo nome ad alta voce, incurante sia del chiasso sia della gente. Pastore per dieci anni della parocchia del Luxembourg, un anno fa  il Sinodo nazionale che culminerà il 22 maggio alla Sorbona per celebrare il primo mezzo millennio della nascita di Calvino. Ma al culto del fondatore della chiesa Riformata e alle sue liturgie concede pochissimo.
Appena uno gli domanda qual è il contributo del protestantesimo alla modernità, Oberkampf risponde senza dogmatismi, tornando al distinguo originario: “Nel calvinismo c’è una critica forse anche violenta contro la religione, che si esprime nella distruzione delle statue e delle immagini sacre, per cercare di purificare la fede. Infatti l’idea fondamentale del protestantesimo è che la fede si trova nel rapporto particolare dell’uomo con Dio, mentre la religione è un insieme di pratiche che serve a rendere l’uomo schiavo. Nasce da qui l’impressione che fede e religione siano due realtà separate. Il divario è chiarissimo in Lutero, mentre in Calvino c’è il bisogno di gestire il mondo”, aggiunge il pastore citando Max Weber, perché proprio questo aspetto permette di capire come mai il calvinismo sia servito da base per lo sviluppo del capitalismo moderno, che nel giro di cinquant’anni ha raggiunto in Olanda una dimensione spettacolare, spostando le ricchezze dal sud al nord dell’Europa.“Il protestante è un uomo che non ha bisogno di operare per la propria salvezza, perché sa che la salvezza si riceve gratuitamente. Dunque, gli resta il tempo per potersi occupare di altro”, continua il pastore illustrando l’idea-base dell’antropologia calvinista, fondata sul concetto di predestinazione, posto al centro dell’ascesi intramondana che per Weber segna l’origine del moderno capitalismo.

La predestinazione

Eppure, se uno legge il famoso capitolo sulla predestinazione, l’idea di Calvino risulta alquanto nebulosa. “Noi insegniamo che la vocazione degli eletti è come la dimostrazione e la testimonianza della loro elezione”, scrive infatti Calvino nell’VIII capitolo del suo trattato. Ma visto che esistono i predestinati alla salvezza e i predestinati alla dannazione, così “come il vaso non chiede conto al Vasaio, che l’ha creato, perché mai l’ha fatto in un certo modo”, così anche l’uomo, continua Calvino, non è libero di domandarsi perché Dio nella sua onnipotenza salvi gli uni e condanni gli altri. “Il vasaio non ha forse il potere di creare dalla stessa massa di terra un vaso bello e l’altro brutto?”, si domanda il riformatore citando la lettera di san Paolo ai Romani, per significare l’eccellenza della giustizia divina, irriducibile alla misura umana e incomprensibile alla meschinità dell’intelletto umano. Non è l’affermazione dell’assoluta soggezione a Dio che rende l’uomo un essere miserabile? “Ha capito benissimo”, risponde Oberkampf. “Dio salva chi vuole: dall’umanità colpevole del proprio peccato ripesca chi vuole: nessuno sa perché salvi l’uno e l’altro no. Ma chi viene ripescato sa di esserlo stato in virtù della grazia e a causa della sua stessa fede nella grazia divina. Essere credente ed essere salvato, dunque, è la stessa cosa. E’ perché sono salvato che io credo: oggi questo può apparire arbitrario agli occhi di un occidentale” concede il pastore. “Ma all’epoca in cui Calvino scriveva e predicava (la prima edizione della “Christianae Religionis Institutio” è del 1536) sembrava evidente, perché allora non c’era una grande considerazione per la vita umana. So di essere salvato e so di essere predestinato perché credo in Dio, dunque nulla può impedirmi di credere con la perserveranza dei santi. Era questa la convinzione del calvinista. La salvezza, in altre parole, è il punto di partenza della vita cristiana, non il punto di arrivo”. Per i cattolici invece è vero il contrario, perché la salvezza si conquista grazie al fervore delle opere. “I cattolici devono sforzarsi per conquistare qualcosa che appartiene alla grazia divina, diceva Calvino: per esempio, il purgatorio, luogo violentemente anticristiano secondo Calvino, fu inventato per permettere al giovane cattolico morto prematuramente di aver un posto dal quale cercare la salvezza”.

La scomparsa del libero arbitrio

La conseguenza logica della dottrina della predestinazione, quindi, è l’assenza del libero arbitrio. Deduzione stringente. Il pastore che come motto di famiglia segue il “Recte et Vigilanter”, deve accettarla in toto: “E’ vero. L’uomo non è libero di scegliere ciò che Dio ha scelto per lui. Non ha il potere di dire: posso accettare o rifiutare la grazia di Dio. E’ per questo che in Calvino c’è un rifiuto sistematico dell’adorazione dei santi e della Vergine Maria. Maria, interpellata dai santi, e i discepoli di Cristo, interpellati da Dio sulla barca sul lago di Tiberiade, non avevano scelta: non potevano rivendicare il fatto di aver acconsentito come se la loro scelta fosse stata un atto di giustizia. In realtà, non potevano agire altrimenti”.
E’ per questo, dunque, che i calvinisti rifiutano il culto mariano e l’intercessione dei santi, come un inutile infantilismo? “Attenzione” avverte il pastore “sono i cattolici a pensare che i protestanti credono che Maria non fosse vergine, ma non è così. I calvinisti riconoscono la figura della Vergine. Anch’essi credono che Gesù Cristo sia nato dalla Vergine Maria. Solo che, a differenza dei cattolici, non credono che Maria abbia una superiorità rispetto a un altro credente: ha sì una singolarità di destino, ma questo non la rende superiore agli altri. Come per Abramo: nessuno sa perché Dio si sia rivolto a lui anziché a un altro, ma a nessuno è mai venuto in mente di votare un culto alla figura di Abramo. I calvinisti sono iconoclasti. Il divieto delle immagini gioca un ruolo molto importante per Calvino, perché le immagini, come del resto la musica, rappresentano una distrazione, allontanano l’uomo dalla parola di Dio. E questo aspetto dell’iconoclasmo avvicina la dottrina di Calvino al rifiuto delle immagini professato dagli ebrei, che per lui rappresentano la protochiesa, la chiesa primitiva”.

Secolarizzazione e despiritualizzazione
Ma se esiste un divario tra la fede e la religiosità, come si spiega che i paesi dove maggiore è stata l’influenza calvinista, come l’Olanda e la Svizzera, siano oggi non solo areligiosi o antireligiosi, ma il luogo della massima despiritualizzazione contemporanea? “La secolarizzazione del mondo protestante corrisponde alla laicizzazione del mondo cattolico” risponde Oberkampf. “In passato, la vita umana era una breve parentesi, soggetta al dolore, alla miseria, alla malattia e alla morte. L’essenziale dell’esistenza umana era riservato all’aldilà, non come oggi che si vive nel presente e si investe esclusivamente nella vita terrena. Insomma, l’allungamento della vita umana – inimmaginabile in passato – spinge l’uomo contemporaneo a trascurare le domande fondamentali, focalizzando sul presente ciò che un tempo apparteneva alla volontà di Dio, creatore e salvatore. L’uomo di oggi rifiuta di interessarsi alla morte, anzi non vuole nemmeno sapere che morirà”, dice Oberkampf con largo sorriso sornione.
Ma non ci sarà pure una qualche responsabilità del calvinismo in questa despiritualizzazione che affligge il mondo contemporaneo? Come si spiega che l’ansia di purificazione, il progetto di instaurare una più forte presenza dell’ordine divino in terra, escludendo la mediazione ecclesiastica, abbiano generato non l’uomo più pio, più autenticamente devoto che sognava Giovanni Calvino, ma un essere più libero, più solo, indifferente e più lontano da Dio? Da come scuote la testa, il pastore non sembra affatto d’accordo con la diagnosi che la domanda lascia trapelare. E da uomo di fede risponde: “Non è vero che il mondo protestante ha abolito ogni tipo di mediazione. La parola del pastore continua ad essere una mediazione importante. Il protestante non è un tutto a sé stante, condannato alla solitudine: non è uno che la mattina si sveglia e mentre si fa la barba dice Dio mi ha detto di fare così e così, facendo a meno di un certo numero di regole affidate alla sua parola e alla predicazione. La despiritualizzazione colpisce anche il mondo cattolico. La gente conserva la religiosità, ma la mediazione del Papa non ha più il ruolo di un tempo. Gli stessi cattolici oggi la considerano un po’ pesante. E’ l’evoluzione storica che ha portato l’uomo europeo a giocarsi la propra vita in terra, e non più in cielo, ed è un dato comune sia ai cattolici sia ai protestanti”.
In passato, insiste il pastore Oberkampf, il cielo contava molto di più della terra. Si moriva presto, per le epidemie, le guerre, le carestie. Nessuno investiva nella vita terrena, fragile, incerta, precaria per definizione. La vera vita iniziava post mortem. Oggi, invece, la vita eterna non interessa più a nessuno. E’ lo stesso Benedetto XVI a dirlo. Ma ci sarà un aspetto della secolarizzazione implicito al messaggio della Riforma? Come mai certi eccessi di indifferenza sono portato tipico del calvinismo olandese, piuttosto che del cattolicesimo romano? “Lo storico Jean Baubérot – risponde Oberkampf citando il celebre sociologo del protestantesimo e della laicità – ha spiegato che i paesi protestanti si secolarizzano, mentre i cattolici si laicizzano: la secolarizzazione è meno conflittuale della laicizzazione, che implica un conflitto tra stato e chiesa, ma più empatica, perché la società protestante distingue tra fede e religione, visto che si può avere fede senza difendere un’istituzione religiosa. Viceversa, nei paesi cattolici la frattura tra l’istituzione e la fede non esiste. Se sei cattolico devi obbedire al Papa, mentre un protestante non contempla obbedienza alcuna: per lui non esiste una chiesa nel senso cattolico del termine, che pensi di rappresentare l’attualità di Cristo in terra”.

La parola sul Cristo, non di Cristo

Si capisce allora come mai per i protestanti l’attualità di Cristo, la parola sul Cristo, conti di più che la parola di Cristo: “Certo, quello che per noi costituisce il messaggio cristiano non è ciò che Cristo ha detto o ha fatto, ma chi è Cristo. E’ il figlio di Dio? E perché è nato? Perché è morto? Perché è risorto? Cosa vuol dire essere stato crocefisso? E perché gli uomini l’hanno tanto odiato? Insomma, il problema del bene e del male per noi protestanti è irrisorio. Per questo oggi non possiamo definire cosa Cristo avrebbe fatto al posto nostro. E per la stessa ragione di domenica, quando al tempio leggiamo il Vangelo, noi protestanti non ci alziamo mai in piedi: l’apostolo Paolo per noi è molto più importante di Matteo e Giovanni, che hanno raccontato cosa ha detto e fatto Cristo, perché il vero fondatore del cristianesimo non è Gesù Cristo, ma Paolo, che ne ha teorizzato il messaggio con coerenza dogmatica”.
 Per lo stesso motivo si spiega pure come mai i protestanti attribuiscano la stessa importanza al Vecchio e al Nuovo Testamento, tant’è che un predicatore nel suo sermone domenicale è libero di trarre spunto dal libro di Giuditta, senza nemmeno citare una parabola del vangelo, come ha fatto il successore di Oberkfampf al tempio della rue Madame, invitando i fedeli a seguire l’esempio della vedova che uccise il generale Oloferne fingendo di volerlo sedurre. “Il libro di Giuditta non è un testo canonico per noi. Il mio collega ha dimostrato grande apertura mentale. In genere, i predicatori protestanti non sono tenuti a leggere il libro del giorno; hanno grande libertà. Quanto al Vangelo, nella nostra pratica cultuale non ha un posto superiore rispetto ad altri testi. Racconta la vita di Gesù, ma come le ho detto, per noi quello che conta è chi era Gesù, non cosa ha fatto”.

L’intesa coi cattolici
Allora, alla luce del Concilio Vaticano II, viene da domandarsi se ci possa essere davvero un’intesa tra protestanti e cattolici. “Oggi, grazie al Concilio Vaticano II, cattolici e protestanti non sono più nemici come un tempo, ma vivono una buona intesa”, risponde Oberkampf che da anni in nome del “kerygma”, l’annuncio del messaggio cristiano, è impegnato nel dialogo coi vescovi cattolici, come dimostra il suo saggio più recente ”L’insolence de l’Evangile” (Onésime 2008). “Sul piano teologico si è molto discusso da una parte e dall’altra per sapere se potevano esserci condizioni comuni nel nostro modo di vedere le chiese. Oggi però questi dibattiti sono arrivati a un punto morto, senza peraltro mettere in discussione la nostra reciproca simpatia. Siamo riusciti a togliere le scorie dalle nostre divergenze essenziali, a farne emergere i nodi, sino a considerarli insolubili. Il rifiuto del magistero da parte dei protestanti, per esempio, non significa il rifiuto di una gerarchia (dal momento che esistono pure chiese protestanti provviste di una gerarchia di vescovi, come quella ungherese); significa piuttosto il rifiuto di qualcuno autorizzato a dire la verità. E’ un punto fondamentale per la chiesa protestante, in cui l’uomo non riceve la verità dall’alto, ma la cerca da solo e la pensa con la sua testa, andando avanti da solo. Persiste poi la divergenza sulla presenza reale del Cristo, o meglio sull’immanenza del Cristo nell’eucarestia, tant’è che per noi calvinisti l’adorazione del Santissimo sacramento è un orrore assoluto, perché il pane è il corpo di Cristo per designazione, destinato cioè a essere tale per la celebrazione, ma non è il corpo di Cristo in sé e per sé, come invece lo è per i cattolici secondo quanto stabilito dal Concilio di Trento. Anche questo, però, è un vecchio dibattito che non ha più grande importanza…”.
 La divergenza più vistosa, allora, sta  nel rifiuto del libero arbitrio? “In effetti, l’idea che l’uomo possa trattare Dio da pari a pari è insopportabile per un protestante. Dio è Dio, l’uomo è l’uomo, E quando parla Dio, l’uomo obbedisce. Per un protestante dunque non esiste libertà dell’uomo davanti a Dio, prima che Dio l’abbia liberato attraverso la grazia. L’uomo è schiavo finché Dio non lo libera. Viceversa, per la teologia cattolica, l’uomo è libero di scegliere; è libero di seguire o non seguire la volontà di Dio”.

La libertà della grazia

La liberazione dunque per Calvino avviene attraverso la grazia. A quel punto, l’uomo protestante diventa ancora più servo di Dio e paradossalmente più libero rispetto a tutto il resto? “L’idea che egli possa diventare un mercante, un capitalista, un capitano di industria nasce proprio dal fatto che la sua libertà è un dono di Dio”, spiega Oberkampf nelle cui vene scorre il sangue dell’aristocrazia protestante lionese, tant’è che dopo secoli di agiatezza da rentier suo padre fu il primo in famiglia a lavorare, come segretario della rappresentanza diplomatica francese alle Nazioni Unite prima, e poi come funzionario del ministero delle Finanze. “L’uomo calvinista ha perso la sua libertà col peccato originale, ma la ritrova attraverso la grazia. Sicché, la libertà per lui non è una qualità intrinseca alla natura umana, ma è un dono divino. L’uomo è libero perché ha la grazia, ha il dono della fede, perché crede. Lutero sostiene che l’uomo che non è entrato in contatto con Dio non è libero, non è degno di essere uomo. Nella teologia cattolica, invece, l’uomo resta libero anche dopo il peccato originale, libero di scegliere il bene o il male. Per un protestante, al contrario, il problema non è il bene o il male, ma il credere o il non credere, avere fede o non avere fede. Il problema vero è la verità della sua vita, non quello che fa, ma quello che è. Perché è l’uomo stesso, ciò che egli è e ciò che egli pensa, a permettere la costruzione della casa di Dio, non quello che l’uomo fa credendo di agire per Dio e sostituendosi a Dio”.
Quanto alla nevrosi calvinista, al senso di angoscia che assale il protestante, privato della confessione auricolare, dell’assoluzione da parte della chiesa, Oberkampf insiste sulla radicalizzazione dell’agostinismo; distingue tra il calvinista che sa di essere salvato e il giansenista il quale, invece, pur avendo la fede, non sa mai se sarà salvato oppure no, anche se “in fondo per un calvinista il fatto stesso di credere è sinonimo del fatto che si è salvati. E questo per Calvino è un punto fermo”. Alla fine, perciò, è facile fare l’inventario dell’eredità del calvinismo: “Un desiderio di prendere sul serio le vicende del mondo, di trovare soluzioni per alleviare le miserie umane, incorporato in una morale assai rigorosa”. Calvino – ricorda il pastore– voleva creare una sorta di città emblematica ed esemplare, “voleva dimostrare che Dio si preoccupava che le cose umane andassero per il verso giusto, che gli uomini avessero un comportamento retto e chiaro, non mafioso. E questo veniva prima ancora dell’istituzione di una chiesa riformata, fondata sul sistema presbiteriano sinodale, una sorta di repubblica eletta dal basso attraverso un’assemblea della comunità, in alternativa alla monarchia della chiesa cattolica, fondata su una gerarchia di vescovi. E in fondo, cinque secoli dopo, si può dire che sia stata la stessa liberazione dell’uomo rispetto alla salvezza ad offrire la possibilità per realizzare tutto ciò”.

 

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