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La scomparsa dell'eros ai tempi della ghigliottina
Pubblicato il 22 maggio 2010, in Diario

Laa storia d’amore di Madame de Staël e Benjamin Constant
fu una corsa affannosa contro il déjà-vu e la tirannia della noia
Per sfuggire alla morsa di Napoleone i due scrittori
tentarono di coalizzare contro l’impero l’Europa dei liberali




l loro fu un amore inesorabile, ma impossibile. Un amore travolgente, fatto di trasporto, passione per le idee, complicità politica, ma anche molto asfissiante, costellato di liti continue, tempeste, rotture, ripicche, tradimenti e pentimenti. Fu un amore romantico nel senso pieno e originale del termine, con la sua lunga scia di ostacoli e illusioni, estasi e interdetti, trionfi e delusioni. Non per niente, furorono
proprio i protagonisti di quest’amore impossibile, Madame de Staël e Benjamin Constant, gli amanti più celebri d’Europa ai tempi di Napoleone, a dare il nome a un’epoca e alla sua rivoluzione culturale. Ma il loro fu un amore tristissimo. Dopo le promesse e i giuramenti conobbe il tempo del languore e della nostalgia ....(continua oggi sul Foglio).


La scoperta di Daria Bignardi
Pubblicato il 3 febbraio 2009, in Diario

Nel cuore di tutti noi c’è una vecchia casa in rovina, con un giardino dissestato, dove la zia Amalia andava a fare pipì, e di notte avevamo paura a scoprire la Madonnina di marmo col naso rotto per la pistolettata di un soldato tedesco. Ma la villa di Castel San Pietro dove Daria Bignardi ha passato le sue estati da bambina, giocando a nascondino coi cugini, dormendo in un letto gelato nonostante lo scaldino, temendo i fantasmi che si sentivano dal solaio, evitando di lavarsi in una vecchia vasca di zinco con le zampine, e sentendo raccontare di morti sepolti in cantina al tempo di guerra, è il fulcro di una storia  antica, molto struggente e vera, in cui si concentra la quintessenza della civiltà italiana. La storia ruota intorno alla figura della madre, ed è quella di una famiglia della provincia bolognese, con solide radici in terra d’Emilia. Una storia popolata di nonni amatissimi, vedovi e intraprendenti, che si laureano in veterinaria, pubblicano tesi di avanguardia, o fondano banche e poi falliscono con la crisi del 1929, e si risposano e fanno altri figli, li mandano in guerra, perché sono fascisti, e poi i figli tornano, dopo aver combattuto in Africa, prima, poi nei Balcani, e aver visto e compiuto chissà quali nefandezze, che oggi nessuno ha più il coraggio di ricordare, o dopo aver fatto qualche esame a Ca’ Foscari Venezia e avuto esaurito qualche cotta per un bel forestiero. E’ la storia di due ragazzi di paese che una sera di dicembre del 1944,  sotto i bombardamenti, si mettono in cammino per Bologna e quando arrivano a destinazione si scoprono  innamorati, si fidanzano, e sei mesi dopo si sposano. Lui è Vico Bignardi, il figlio del veterinaio: tornato dal fronte, è un gran bel fico, diremmo oggi: fronte alta,  occhi cinesi, un gusto schietto per la vita, dove l’amore per le donne e  la buona tavola non è che il riflesso dell’amore per la natura e  gli animali. Lei è Giannarosa Bianchi, la figlia del direttore di banca, anche lei bella, allegra, simpatica, piena di amiche devote e adoranti, e di sogni genuini come le poesie che scriveva a diciotto anni: “Non fuggire Tempo  Non rubarmi L’amore che è mio, Unica cosa per cui La vita vale”.  Insieme i due vivranno il dopoguerra, gli anni del boom, il benessere, come milioni di famiglie italiane. Venditore di mangimi, lui, ricco di amici con cui fare gran mangiate ogni mercoledì che Dio comanda, fissato con la genealogia e l’araldica, ma ben disposto allo stile stazzonato, “devo  star commodo, devo andare nelle stalle”, guida la sua millecento col cappello in testa a sessanta all’ora,  tanto da diventare un indicatore certo del  traffico locale. Lei è un’ottima latinista, appassionata di letteratura, ma finirà maestra di scuola per ripiego, svanito il sogno di laurearsi, sia pure fuori tempo massimo,  per colpa di Carlo Bo che le ha assegnato una tesi impossibile su un minore francese. E piano piano vedrà morire dentro di sé  il buonumore, l’allegria, la gioventù, cedendo a un’ansia patologica con cui proteggersi da un mondo su  cui non ha  più presa.  Guai a rincasare dopo le otto spaccate per Vico, che  pur amandola moltissimo passa tutto il tempo fuori casa. Guai a darle qualche brutta notizia: “mi impressionano”. Le figlie adotterranno due diverse strategie di sopravvivenza: la prima sposando il moroso dei sedici anni; la seconda, alias Daria, placando l’inquietudine nel successo, finché, ma solo quando la madre muore, non riuscirà ad attingere in pieno al fondo antico di amore, dedizione e nostalgia con quest’eulogia, dove confonde con dolcezza passato e futuro sino ad anticipare il testamento da lasciare ai suoi due bambini: “venitemi a trovare al cimitero, e cercate di non vendere la casa dei nonni”. Come se solo il dolore per una perdita inconsolabile riuscisse a farle scoprire l’essenza della civiltà e il dovere di conservarla per chi viene dopo.
Daria Bignardi, Non vi lascerò orfani, 164 pp., Mondadori, 17,50 euro


Marina Valensise
© Il Foglio, 2 febbraio 2009


La curva della civiltà
Pubblicato il 30 maggio 2008, in Diario

"Décrivant ainsi la courbe de mon existence individuelle, je crois sérieusement décrire la courbe d'une civilisation et montrer concrètement comme l'Homme s'éloigne de toute réalité". Lo scrisse, a mo' di confessione nel 1939-40, un grande genio nevrotico, che praticò non solo la letteratura, ma l'erotismo come compensazione. Per saperne di più tenete d'occhio il diario.


 

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