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La scomparsa dell'eros ai tempi della ghigliottina
Pubblicato il 22 maggio 2010, in Diario

Laa storia d’amore di Madame de Staël e Benjamin Constant
fu una corsa affannosa contro il déjà-vu e la tirannia della noia
Per sfuggire alla morsa di Napoleone i due scrittori
tentarono di coalizzare contro l’impero l’Europa dei liberali




l loro fu un amore inesorabile, ma impossibile. Un amore travolgente, fatto di trasporto, passione per le idee, complicità politica, ma anche molto asfissiante, costellato di liti continue, tempeste, rotture, ripicche, tradimenti e pentimenti. Fu un amore romantico nel senso pieno e originale del termine, con la sua lunga scia di ostacoli e illusioni, estasi e interdetti, trionfi e delusioni. Non per niente, furorono
proprio i protagonisti di quest’amore impossibile, Madame de Staël e Benjamin Constant, gli amanti più celebri d’Europa ai tempi di Napoleone, a dare il nome a un’epoca e alla sua rivoluzione culturale. Ma il loro fu un amore tristissimo. Dopo le promesse e i giuramenti conobbe il tempo del languore e della nostalgia ....(continua oggi sul Foglio).


L’elogio dell’ipocrisia per Constant fonda la libertà di noi moderni
Pubblicato il 23 febbraio 2009, in Diario

Solo in manicomio, scriveva Blaise Pascal, uno è libero di dire tutto quello che pensa davvero del suo prossimo. In società no, non è possibile. Da che mondo è mondo, da quando si è scoperta l’arte del vivere civile, l’honnête homme, infatti, sa benissimo che per vivere tranquillo dentro il consorzio umano, per vivere al riparo dalle passioni distruttive, deve mentire. Dissimulare e mentire. Mettersi in testa quella massima di La Rochefoucauld secondo il quale “l’ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù”. E cercare di utilizzarla come una risorsa preziosa per salvaguardare la convivenza umana e la sua stessa vivibilità. Non per niente fu un grande moralista vissuto in pieno Terrore rivoluzionario, e intenzionato a uscire dal regno del Terrore, a teorizzare l’elogio dell’ipocrisia.
Benjamin Constant non aveva nemmeno trent’anni nel 1796 quando pubblicò il saggio su “Le reazioni politiche”, in cui fece del dovere di mentire il fondamento del governo moderato e rappresentativo e delle libertà costituzionali con cui arginare la tirannia della sovranità popolare e la degenerazione giacobina. “Il principio morale secondo il quale è un dovere dire la verità, se fosse preso in modo assoluto e isolato, renderebbe impossibile qualsiasi società” scriveva Constant riprendendo non solo Pascal e La Rochefoucauld, ma anche Machiavelli e Hume. E mai il suo elogio dell’ipocrisia fu tanto attuale come lo è per noi oggi, che in nome della trasparenza, dello stato di diritto, della Costituzione e dell’autodeterminazione individuale vorremmo  stabilire addirittura per legge il diritto a disporre della nostra vita, e persino di quella altrui, in casi di grave e irreversibile incapacità.
Fa benissimo quindi Angelo Panebianco, il più aroniano e liberale degli editorialisti del Corriere della Sera, a denunciare il legicentrismo incombente sia fra i fautori della sacralità della vita, pronti a imporre per legge il divieto di rifiutare alimentazione e idratazione a pazienti incapaci di intendere e volere, sia fra i sostenitori della libera scelta, pronti a far valere a tutti i costi l’opposto principio della dignità del fine-vita. Panebianco cerca di preservare dalla mania legislativa quella zona grigia, fatta di silenzi, di sguardi compassionevoli, di parole a mezza bocca dette dai medici, dai malati, dai parenti dei malati. Difende la “necessaria ipocrisia” e insiste sulla scelta del termine. Ha ragione. E ha ragione persino quando, andando oltre Pascal e La Rochefoucauld, spiega che l’ipocrisia non è il vizio che rende omaggio alla virtù, “ma è essa stessa virtù”, perché permette di offrire soluzioni empiriche, senza offesa per alcuno, e sottrarre alla pubblica piazza una discrezione che deve restare privata.
E’ l’ultimo argomento in difesa della libertà dei moderni contro la tirannia d’una maggioranza che detta legge. Non a caso  riecheggia quello che oppose il moderato Constant al radicale Immanuel Kant, quando costui sosteneva il diritto morale di dire la verità persino davanti a degli assassini che dessero la caccia a un vostro amico, rifugiato in casa vostra. “Sostenere in sé e per sé il dovere di dire sempre e comunque la verità sarebbe distruttivo per la società”, scrisse Constant, all’ombra della ghigliottina. Ma lo sarebbe pure negarlo, spiegò, perché farebbe crollare le stesse basi morali della società. Ergo, l’unico modo di applicare un principio, senza arbitrio, è definirlo: dire la verità è un dovere, certo, ma il dovere corrisponde ai diritti di un altro. E dire la verità è un dovere solo verso chi ha diritto alla verità. Ma nessuno ha diritto alla verità che nuoce agli altri.


Marina Valensise
© Il Foglio, 23 febbraio 2009














 

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