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Fini patriota costituzionale? Non è solo invenzione tattica
Pubblicato il 6 novembre 2009, in Diario

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ll presidente della Camera ha studiato la lezione del Novecento. E ora che si candida solitario a esercitare un ruolo di punta, e miete consensi a sinistra come se fosse il capo preterintenzionale dell’opposizione, mentre a destra suscita sospetti e rancori, moltiplicando il rischio di sgambetti e colpi bassi, con conseguenze dirompenti nel rapporto che lo lega a Silvio Berlusconi, sarebbe utile capire quanto nel suo percorso vi sia di estemporaneo o quanto invece in quel percorso non sia il frutto, paradossale e maturo, di una tradizione ben più antica, che affonda le radici nella storia della democrazia repubblicana. ..(continua domani sul Foglio).


Berlusconi e le minorenni che non esistono
Pubblicato il 27 maggio 2009, in Diario

Le minorenni non esistono più. A tredici anni si truccano, si fanno il tatuaggio, si bucano il naso per infilarsi un cerchietto oppure un diamantino, hanno le chiavi di casa, escono da sole la sera, restano a dormire fuori, prendono pure la pillola, la pillola del giorno dopo, del giorno prima, del non si sa mai..Sin dalla quinta elementare hanno imparato a mettere il cappuccio su  una  banana, perché  “prevenire è meglio di curare”. Hanno la testa piena di luoghi comuni e conformismi invincibili. Sono ribelli per definizione. Adesso, però,  se un ricco signore le invita a passare il capodanno a casa sua, tutti si indignano e scoprono che non dovrebbero  accettare…  Ohibò! E perché mai, si domanda l’immoralista libertario.
    Semplice. Se il ricco signore non è solo un vecchio esteta un po’ annoiato, ma un tycoon che ha rivoluzionato il paesaggio televisivo di una potenza industriale, divntandone pure il capo del governo,  legittimamente eletto col suffragio universale, c’è una sproporzione, un’assimetria che inclina troppo verso l’abuso di potere per lasciare insensibili i cittadini altrimenti indifferenti alla virtù delle loro figlie minorenni. Finché l’anarchia dei comportamenti si commisura sul piano della libertà del singolo e della sua autodeterminazione  in regime di libertà e eguaglianza, nessun ha niente da ridire: pillola, piercing, scafamento a go go, tutto è   consentito. Quando però l’anarchia dei comportamenti è l’effetto di  un’asimmetria, legata al  potere nella sua più alta espressione istituzionale, scatta non solo il distinguo, ma  un meccanismo di rifiuto.
    Il fatto è che ci ripugna, a noi sani democratici, vedere confusi due comportamenti antagonistici: da un lato l’autodeterminazione del singolo, che vuole essere libero di fare, sperimentare, sbagliare, peccare, provare, sentire, fornicare etc etc etc, dall’altro l’obbedienza compiaciuta alle  stravaganze di un vecchio ricco e potente, simpatico e gentile quanto si vuole, ma  pur sempre in grado di offrirti un destino e dunque  di negartelo, assoggettando la tua volontà al suo piacere.  Per questo saltano fuori le minorenni  anche se non esistono più; per preservare  l’utopia  che è il vero cuore della democrazia moderna, fondata sull’ideale di libertà e eguaglianza. La realtà invece è relativista.

Marina Valensise
© Il Foglio 26 maggio 2009


Luciano Canfora e La natura del potere
Pubblicato il 18 marzo 2009, in Diario

Luciano Canfora perde il pelo, ma non il vizio. Perdoni la licenza il professore, che è un antichista di chiara fama, l’ultimo filologo del mondo classico e dei suoi tesori, conoscitore in profondità di classici greci e latini. Ma il suo insistere nel comparatismo storico, l’ostinazione con cui da anni alterna la lettura di Tucidide, Plutarco e Svetonio, le ricerche sull’assassinio di Cesare e l’impero di Augusto, coi saggi di storia contemporanea, che vanno dal complotto omicida contro l’ex ministro del fascismo, Giovanni Gentile, a scritti più estemporanei sulla fortuna di Josif Stalin, sembra l’indice di un’insoddisfazione che può giocare, e gioca, brutti scherzi. Lo dimostra quest’ultimo pamphlet 
("La natura del potere" 100 pp., Laterza, euro 14) con cui s' inaugura una nuova collana militante, intitolata “Anticorpi”.
Canfora passa dalla democrazia antica, la democrazia ateniese o romana, fondata sulla partecipazione su base censitaria e sull’integrazione assoluta tra il potere e il corpo della polis, alla democrazia rappresentativa moderna, fondata invece sul suffragio universale, sull’astrazione della rappresentanza e sull’artificio del consenso legato alla tutela degli interessi individuali, più che sull’adesione alla virtù. E’ vero che rispetto ai precedenti saggi fa un piccolo passo avanti quando, invece di confondere i due regimi trascurando allegramente le teorie politiche degli ultimi tre secoli, cita apertis verbis un pensatore come Benjamin Constant, che fu il primo a distinguere tra libertà degli antichi e libertà dei moderni, nel famoso discorso del 1819 all’Athénée Royal di Parigi. Solo che Canfora resta un sostanzialista. Insensibile alla dimensione astratta del liberale Constant, qui bollato come un bonapartista, anche se la sua adesione all’Impero fu di breve durata, e per di più vincolata al rispetto dell’Atto addizionale alle Costituzioni napoleoniche, Canfora insiste nella difesa del governo del credito e dei banchieri ad opera di colui che resta il pensatore preferito di Isaiah Berlin. Lo fa, evidentemente, per meglio demistificare la natura astratta della moderna democrazia rappresentativa, insistendo sulla natura sostanziale del potere, immutabile nel tempo, e identica nei tratti, nella perversione e nel meccanismo interno, sia che si tratti di Cesare, sia che si tratti di Hitler, o Stalin.
Il risultato è un pamphlet inquietante quanto ambiguo, dove si discute dell’arte  di Pericle nell’Atene del V secolo, che non parlava mai all’assemblea della polis o lo faceva rarissimamente per dare maggior forza alla sua autorità, e si discetta dell’inutilità del tirannicidio, raccontando di Cesare, dei sogni premonitori suoi e di Calpurnia alla vigilia delle Idi di Marzo, salvo addivenire a un controverso paragone con Hitler, mancata vittima dell’attentato di Claus von Stauffenberg nel luglio 1944: “Ove fosse riuscito, avrebbe portato alla fine immediata della guerra o addirittura alla fine del regime nazista?” si chiede infatti il professore e poi risponde: “Sarei incline a dubitare di una tale eventualità”. Per lui che è un postrelativista, come per Hobbes che era un nominalista, “la differenza tra re e tiranno è dovuta solo al punto di vista dell’osservatore”. Alla fine, però, sull’onda di questo sostanzialismo scettico, diventa un po’ difficile seguire Canfora, quando descrive l’ultimo travestimento del potere, affidato a uno solo, suffragato dal consenso di massa, ma in realtà frutto a dir suo di “un potentato mediatico che plasma la mente del popolo profondo attraverso la programmazione tv, grazie alla conquista del centro e al monopolio della parola monologante in uno studio televisivo”. Bernabei aveva fatto in questa direzione più di Berlusconi. Lui ci mette la politica, a volte vince e a volte perde, secondo la natura del potere in una democrazia moderna.

Marina Valensise
© Il Foglio, 19 marzo 2009


Quei rampantini di Canal+ che non sanno decifrare il labiale
Pubblicato il 6 marzo 2009, in Diario

Quello che ha pestato una m… si chiama Yann Barthès, l’ultima star di Canal+, la rete criptata nata nel 1984 per volontà del socialista François Mitterrand e da allora sinonimo dell’arroganza tutta satirica e molto supponente della mitterràndia, col così detto “esprit canal” sopravvissuto sia al passaggio della tv dal gruppo Havas al gruppo Vivendi, sia alla normalizzazione compiuta dal (...continua oggi sul Foglio)

Perché il segreto del Cav. è pure in quel corpo che non è unico ma doppio
Pubblicato il 3 marzo 2009, in Diario

E’ un peccato che Ernesto Franco non abbia pubblicato il libro di Marco Belpoliti su Silvio Berlusconi. “Il corpo del capo”, uscito ora da Guanda e non da Einaudi, era nato per essere un saggio impietoso sul politico più popolare d’Italia? Risulta invece una (....continua domani sul Foglio).

L'ultima incarnazione del Cav.
Pubblicato il 11 dicembre 2008, in Diario

Perché lo fa? Perché il Cav, fautore massimo del ghe pensi mi, annuncia con faccia feroce la fine del dialogo con “quelli lì”, alias i capi del Partito Democratico, ed ora promette persino di cambiare da solo la Costituzione? E’ il capo del governo, ha in mano il partito di maggioranza; è forse l’unico uomo  politico di una democrazia occidentale eletto e rieletto nell’arco di quattordici anni e ogni volta con consenso crescente. Governa con alterni successi, come si è visto coi rifiuti a Napoli, col caso Alitalia, con la gestione della finanziaria e qualche acrobazia internazionale. All’estero, spesso, lo considerano un clown (...continua domani sul Foglio)

Berlusconi smorza i toni, ma nessuno dimentica che ha detto la verità
Pubblicato il 23 ottobre 2008, in Diario

Potenza del mite. La voce grossa e la faccia feroce saranno durate meno di un giorno. Nella conferenza stampa a Palazzo Chigi, accanto al ministro della Pubblica Istruzione, Silvio Berlusconi ha detto con parole chiare e forti una verità semplice e evidente che però, da quarant’anni, non sembra avere più diritto di cittadinanza fra noi italiani. “Non permetteremo che vengano occupate le scuole e le università, perché l’occupazine di posti pubblici non è una dimostrazione di libertà, non è un fatto di democrazia; è una violenza nei confronti di altri studenti, delle famiglie, delle istituzioni, dello Stato”. Parlava con con tono fermo, scandendo le pause, Berlusconi: e dalle sue parole ha tratto la logica conclusione con un annuncio ad alto rischio:  “Convocherò oggi stesso il ministro degli Interni e darò istruzioni dettagliate su come intervenire attraverso le forze dell’ordine per evitare che questo possa accadere”.
La maggioranza che la primavera scorsa ha portato  la coalizione di centro destra al governo avrà avuto un sussulto. Finalemente, pane al pane! Era ora! Per una volta poteva salutare la coerenza di un politico, pop quanto si vuole, ma sui generis, che nei momenti di emergenza non tentenna, va dritto per la sua strada, anche a rischio di risultare impopolare. Poteva riconoscere nella baldanza legalitaria del capo del governo l’espressione dello stesso metodo seguito a Napoli per risolvere, in soli tre mesi, l’annoso problema covato per quindici anni dalla prolungata inerzia di una classe politica in balìa del ricatto locale e dell’intimidazione criminale. E infatti, da uno che ha liberato Napoli dai rifiuti, mandando l’esercito e ordinando di scavare nuove discariche in località segrete, ci si poteva mai aspettare la solita indulgenza, il misto di acquiescenza e disfattismo, che da anni i principali responsabili politici dedicano alle goliardate della gioventù italiana? Ci si poteva mai aspettare la remissività compiaciuta e lievemente soddisfatta verso le stanche liturgie, dalla pretesa liberatoria, che da quarant’anni l’internazionale giovanile ripete a ogni inizio di stagione, come un’iniziazione obbligata o un rito di passaggio verso la vita adulta? Occupazione, autogestione, cortei, sacchi a pelo, barbe lunghe, e poi golfoni stràmici, occhi gonfi di sonno e di erba, la voglia di fare casino, ribellarsi, protestare, perché il mondo comunque fa schifo, il governo è repressivo, e la riforma in ogni caso penalizza il nostro avvenire. Francamente no, nemmeno davanti alla configurazione inedita del fronte comune di studenti e professori avversi a ogni riforma. Da un tipo come Berlusconi, che continua la sua luna di miele con più del 60 per cento degli italiani, unico leader di una democrazia occidentale che per cinque volte si presenta alle elezioni e per tre viene eletto aumentando i consensi, per quanto paradossale possa sembrare, ci si poteva aspettare una certa fermezza, il coraggio di una lingua chiara, forte, stringente e di misure conseguenti.
La fermezza però è durata poco. Saranno bastati i picchetti in tutta Italia di studenti sul piede di guerra contro la riforma della scuola, e i tagli di Giulio Tremonti sull’università, i cortei spontanei per le vie di Napoli, i sit in a Roma, Milano, Bologna, il muro di libri in piazza san Giacomo a Trieste, l’occupazione decretata in tante facoltà, i corsi a cielo aperto con le lavagne in piazza Montecitorio, oppure l’urlo di guerra lanciato da un’atrofisica ancora atletica, come l’ottantenne Margherita Hack, che ha abbandonato il suo laboratorio per salire su una sedia in Piazza della Signoria e arringare la folla fiorentina con foga neosavonarolica: “Un riforma così importante fatta con un decreto legge senza discussione in parlamento è una falsa democrazia. Questo governo distrugge l’Italia”. Sarà stato il clima incandescente fomentato da un’opposizione che non sognava altro per manovrare le piazze e rimettersi alla testa dei perseguitati, fatto sta che, sommerso da una valanga di critiche, colpito dall’ipersemplificazione dei media e dai loro titoli ferali (tipo “contro gli studenti mando gli agenti”), sarà per la mano tesa agli studenti lanciata ieri in Senato dalla Gelmini, che è tornata sui termini reali di una riforma che per ora riguarda solo la scuola, sarà per tutto questo ed altro ancora se il presidente del Consiglio ha finito per mitigare i toni. “Impedire che qualcuno eserciti un proprio diritto credo debba essere considerato un reato” ha detto Berlusconi appena arrivato a Pechino, smentendo la possibilità di ricorrere alle forze dell’ordine. “Chi è in dissenso con le cose che facciamo è liberissimo di manifestarlo “ ha aggiunto mite. “Nessuno però può impedire a chi non è d’accordo di esercitare il proprio diritto. E’ un dovere del governo garantirlo ed è giusto occuparsene”. Eppure, per quanto necessario sia stato il ripiegamento tattico, nessuno può pensare che basterà a farci dimenticare la verità detta e ribadita dal Cav.

Marina Valensise
© Il Foglio, 24 ottobrer 2008

Vespa ci svela dove ha scoperto l’origine della rivolta silenziosa
Pubblicato il 3 ottobre 2008, in Diario

Il nuovo libro di Bruno Vespa è appena uscito e c’è già chi si scommette su quante copie venderà. Cento, duecento, trecentomila. E’ possibile che supererà la media, e di gran lunga. Il libro infatti (“Viaggio in un’Italia diversa”, Eri Mondadori, 478 pagine, 19,50 euro) non contiene solo la ricostruzione puntuale dell’ultima stagione politica, coi suoi colpi di scena, le sue bassezze, le sue vendette, i non detti inconfessabili, eppure confessati da parte degli stessi protagonisti, che amano confidarsi con quello che non è solo uno dei più popolari giornalisti, ma il memorialista principe. E’ innanzitutto un lungo reportage nella penisola, un viaggio nei suoi anfratti più tragici dimessi. Stavolta, infatti, il conduttore di Porta a Porta ha lasciato le sale dorate del Palazzo e le bianche poltroncine del salotto di Via Teulada per tornare al suo antico mestiere. “Stavo preparando un altro libro sull’amore – racconta Vespa al Foglio – ma in un anno come questo mi sono vergognato di uscire parlando di questo, così a maggio ho deciso di cambiare libro”. Cronista, ha preso in mano carta e penna e si è messo a girare l’Italia. Voleva raccontare “la rivoluzione silenziosa che ha sconvolto dopo sessant’anni la politica italiana”. Voleva descrivere “la maggioranza silenziosa” che con un sommovimento elettorale ha cambiato il paesaggio della politica e la fisionomia del Parlamento, riducendo da 14 a 5 i gruppi politici, mandando a casa la sinistra radicale, dando per la prima volta pieno mandato a una coalizione per governare secondo le leggi dello stato anziché contro lo stato. “Ero rimasto impressionato da un’inchiesta di Newsweek all’epoca dei rifiuti per le strade di Napoli”, confessa Vespa, per spiegare la conversione a 180 gradi. “Mi colpì una frase: ‘L’Italia è ferma e guarda il mondo che le passa accanto’. Gli italiani finalmente se ne sono accorti, e son successe delle cose, alle elezioni e dopo”. Senza questa rivoluzione, sarebbe stato “impensabile”, secondo Vespa, “mandare l’esercito a fare una discarica che resti tale, avviare una trattativa come quella dell’Alitalia, che ha cambiato il mondo delle relazioni industriali, srebbe stato impensabile che uno come Brunetta si mettesse a contare le presenze nel settore pubblico per dar battaglia contro i fannulloni, impensabile la Finanziaria triennale di Tremonti da chiudere durante l’estate, o la riduzione di 87 mila posti nella scuola, voluti dalla Gelmini”.

Partendo dal basso
Per spiegare come tutto ciò sia accaduto, Vespa dunque ha deciso di partire dal basso, anzi dall’infimo, dal miserevole, dal miserrimo, mettendosi a indagare fra reietti e disperati. Emigrati, rom, nuovi poveri, ceto medio in disarmo, ridotto a lasciare l’auto in garage e mangiare un trancio di pizza su una panchina, come lusso del sabato sera. Il suo viaggio in un’Italia diversa inizia sull’isola di Lampedusa, dove ogni giorno sbarcano centinaia di emigrati. Vespa ne descrive i corpi armoniosi, la dignità delle donne dal volto senza nome che arrivano sull’isola, i loro abiti, le gambe da gazzella fasciate nei jeans, il grembiule nero che nasconde un seno rigoglioso. Riporta le loro stesse parole, mettendo tra virgolette quelle di T, un ragazzo eritreo bellissimo – “in una fiction perfetta” – per raccontare l’odissea di tanti disperati: giorni e giorni di viaggio per attraversare il deserto a bordo di jeep di fortuna, vessati dai mercanti di schiavi, che li spremono fino all’ultimo dollaro, e li obbligano a lunghe attese in alloggi improbabili, stipati come sardine a centinaia, dormendo per terra come cani, con un solo bagno disponibile, mentre le donne spariscono di colpo, costrette a pagare il dazio dello stupro. “Io presento una scena, in modo molto televisivo”, dice Bruno Vespa. “Mi ha entusiasmato girare per l’Italia, perché la tv mi ha abituato a trasformare i miei occhi in quelli del pubblico. Ho voluto guardare i clandestini scendere dalla nave, andare per i supermercati a vedere la gente alla ricerca del prendi tre e paghi due, sentire alla Caritas le persone senza lavoro, senza niente, che vanno a ritirare la spesa settimanale, oppure entrare nel municipio perfetto di Cittadella, dove tutto funziona come un orologio e tutti i vecchi democristiani sono diventati leghisti, oppure vagare nei quartieri spagnoli di Napoli, a Scampia… sono quelli i capitoli che più mi hanno appassionato”.
A Scampia Vespa è andato a metà giugno, da solo, a piedi, le mani in tasca. “Vuje site chlo d’o giurnale radio…”, gli dicevano. E il suo libro racconta quel quartiere di Napoli come una specie di Beirut sotto il Vesuvio, dove i carabinieri lavorano in palazzi sventrati, il casco dei motociclisti è inconcepibile, i poveri sono in guerra per l’assegnazione di una casa alle Vele, quartiere neofuturista in sommo degrado, e i disoccupati sono il 18 per cento. Eppure – scrive Vespa – su 70.000 abitanti le partite Iva aperte sono 13.000, un record assoluto di imprenditoria autonoma, superiore persino alle cifre del nordest. Ma nella capitale dell’arte di arrangiarsi e dell’evasione totale, quell’esuberanza è soltanto il riflesso di un imbroglio bell’e buono, imbastito al solo scopo di chiedere allo stato i rimborsi Iva. “Nessuno poteva immaginare che andassi in giro da solo; c’erano le pattuglie di carabinieri disperati che ogni tanto arrivavano: ‘Dottò serve niente? No, noi siamo qui’. Eppure a Scampia si fanno incontri nel silenzio surreale: alle Vele, a un certo punto è uscita fuori una che sembrava Tina Pica; alla fine arrivano anche gli uomini: ‘Gomorra? che vergogna’, dicevano alzando gli occhi al cielo. Ma è vero che qui si spaccia droga?, domandavo io. ‘Si, ma pure in tutta Italia si spaccia’. Ma qui si spara? ‘Sì, ma pure in tutta Italia si spara’… cose da commedia di Eduardo de Filippo…”.

I detti e i contraddetti
La realtà supera l’immaginazione, anche quando Vespa racconta dei campi rom, pieni di spose bambine, che non hanno documenti – perché fra i sinti non si usa, basta il lenzuolo insanguinato come certificato di nozze –, ma sono costrette ad abbandonare la scuola, per accudire i fratellini. E anche quando, da insider scettico, Vespa racconta la politica, e riporta i detti e i contraddetti come può farlo un confidente incallito. Ce n’è per tutti. Per Fini che non s’aspettava la rivoluzione del predellino; per Casini, che non voleva decidere, rispondendo al cellulare dal treno, se entrare o no nel partito nuovo, il Popolo delle libertà, per Berlusconi che andava avanti per la sua strada, benedetto dalla folla, in maglione e camicia scura, mentre Prodi era sicuro di restare al governo, di tenere insieme una coalizione di separati in casa. “Bertolaso mi disse che Prodi gli aveva ‘concesso molto’, racconta Vespa, ricordando il commissario straordinario nominato per la questione dei rifiuti. “Lui andava lì, poi, arrivava il presidente della commissione Ambiente della Camera, che era di Rifondazione comunista, si metteva alla testa della folla di manifestanti e la polizia se ne andava. Se Prodi avesse governato da solo, forse qualcosa sarebbe riuscito a farla anche lui”, concede Vespa, senza nostalgia. Confessa pure di essere rimasto “terrorizzato” dall’uscita della sinistra radicale dal Parlamento. “Comunismo oggi è una parola indicibile, ha detto Bertinotti a Cortina. ‘Se fermi uno per strada non capisce’. Ferrero invece insiste, la proprietà privata va superata. Ma quando Bertinotti mi dice: la gente ci ha fatto capire che siamo inutili, è una cosa enorme. La sinistra radicale è stata uccisa dal governo Prodi: nove partiti che la pensavano diversamente su tutto. Era come un matrimonio tra due dove lei dice a lui sei brutto, sei scemo, non mi piaci per niente, io voglio vivere in città tu in campagna, io voglio avere figli, tu no… quanto poteva durare?”.
Il colpo di grazia l’ha dato la magistratura di Santa Maria Capua Vetere con l’arresto di Sandra Mastella e di mezza Udeur. E qui Vespa apre uno dei capitoli più barocchi del libro, con la disperazione di Mastella, l’onore ferito del figlio, e la stizza davanti alle telecamere puntate  dalla Iena Sortino, altro figlio di papà ma con più reddito, e infine il tentativo in extremis di “fottere cambiando il nome, quelli che lo volevano fottere” alias il Movimento autonomista di Raffaele Lombardo, che invece scopre il gioco di Mastella, volpe di Ceppaloni, e fa saltare la sua candidatura. C’è il pittoresco mondo del potere, che per una volta, anche in Italia, appare spietato, come in Francia, in Gran Bretagna, e ovunque valga il detto tragico del mors tua vita mea, e del chi sbaglia paga. C’è l’amara solitudine di Prodi, che non si rassegna, ma è convinto che il suo governo sarebbe comunque caduto, e presto. Per incontrarlo Vespa è arrivato sino a Marettimo, lo scoglio delle Egadi sull’estrema punta della Sicilia, dove l’ex leader villeggiava in un residence, fra don Sciortino e Maurizio Gasparri, facendo otto chilometri di corsa di prima mattina, su e giù come un matto lungo i tre chilometri dell’isola. Su Veltroni Prodi non parla, i rapporti personali sono buoni, ma quelli politici inesistenti, racconta Vespa descrivendo il suo incontro davanti a un caffé shakerato. E quando insiste e gli domanda del futuro del Pd, Prodi risponde “con un sorriso che fa impallidire quello della Sfinge”. Silenzio. Ma Vespa non ha bisogno del parere dell’ex premier per formulare un giudizio: “Veltroni ha semplificato profondamente il sistema politico. Dice di essersi alleato con Di Pietro nella speranza di vincere, io invece ritengo che la speranza fosse infondata, anche se il diritto di competere non si nega a nessuno. Poi, però, il governo Berlusconi è partito in quarta, con i rifiuti di Napoli. E a Veltroni è venuto il terrore del successo costante”. Si spiega così, secondo Vespa, la piega radicale che ha preso il leader del Pd. “A Berlusconi non gli si poteva concedere di vincere un’altra partita come quella di Alitalia, e di vincerla grazie a tre uomini della sinistra, come Colaninno, Passera e Fantozzi: tre elettori del Pd, di cui uno ministro del governo Prodi e del governo Dini. Lo spiazzamento è stato totale”. Da qui la svolta veltroniana.

Marina Valensise
© Il Foglio, 4 ottobre 2008


L'ostia del Cav.
Pubblicato il 23 giugno 2008, in Diario

E’ vero che nel Vangelo di Matteo c’è scritto: Non giudicate, per non essere giudicati". E’ vero che, sempre secondo lo stesso evangelista, Gesù disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori".E’ vero inoltre che in Italia ormai siamo abituati a tutto e in una città come Roma, che da millenni osserva lo spettacolo dell’umanità, nessuno più si stupisce di nulla, nemmeno di vedere un transessuale in procinto di prendere i voti, con tutto il rispetto per le gerarchie ecclesiatiche. Eppure, l’ultimo desiderio eucaristico di Silvio Berlusconi lascia perplessi anche i désabusés. Sposato in chiesa con una prima moglie dalla quale ha avuto i primi due figli, divorziato dalla stessa che è riparata a Londra vivendo il ripudio con sobrietà, il Cav. si è risposato civilmente con la madre dei suoi ultimi tre figli, dandole pubblica attestazione di fedeltà. Ora però, nella sua ultima esternazione a Porto Rotondo, durante l’inaugurazione del campanile di Krizia, ha chiesto al vescovo di Tempio Pausania: “quand’è che cambaate le regole sull’eucarestia ai divorziati?”. Era il solito modo spontaneo e furbesco, sfrontato e impulsivo di gettare lì una provocazione, sapendo però che per milioni di persone corrisponde a un’attesa; come la rivoluzione del predellino, insomma. Solo che per dare a Cesare quel che è di Cesare, quel che si consente al presidente del Consiglio non lo si consente all’uomo che ne riveste l’incarico. Se davvero il Cav. aspira, attraverso la comunione, a raggiungere lo stato di grazia, dovrebbe rinunciare a vivere nel peccato, ottenere dal tribunale ecclesiastico l’annullamento del primo matrimonio, unirsi con nuovo sacramento alla seconda moglie, e solo allora, avvicinarsi all’ostia consacrata. Se la sua invece è solo una battuta, disturba i laici che vorrebbero al governo uno spirito libero, anticlericale, immune da sentimenti religiosi. E ancora di più i cattolici, che vedono irrisa la fedeltà al vangelo, unico bene di cui ancora dispongono. Gongola solo il postmoderno, davanti alla religione che torna senza complessi al centro dell’agorà, e pure il bigotto davanti al trionfo della resipiscenza sulla vanità, se anche il più ricco e potente si piega all’imponderabile. E infatti “Là dove è il tuo tesoro, sarà il tuo cuore...“ dice il Vangelo.

Marina Valensise
© Il Foglio, 24 giugno 2008


Per il Financial Times è giusto dare una calmata ai giudici
Pubblicato il 22 giugno 2008, in Diario

Ecco, per chi se lo fosse lasciato sfuggire, la versione originale dell'articolo sul diritto, riconosciuto alla politica italiana, di frenare i suoi giudici politicizzati, apparso sul Financial Times di sabato. Lo ha scritto l'editorialista di Weekly Standard, Christopher Caldwell.

Italy is right to curb its politicised judges

Enduring Silvio Berlusconi’s behaviour last week was like “sitting through a film you’ve seen before”, said Senator Anna Finocchiaro, the parliamentary head of Italy’s Democratic party. Not two months after starting his third stint as prime minister, Mr Berlusconi is in a familiar controversy.

The Senate is finishing work on a package of security laws on which Mr Berlusconi campaigned. An amendment added by his supporters and passed on Wednesday would suspend trials for all but the most serious crimes that took place before mid-2002. This will help focus the state’s limited resources on a wave of violent crime that has alarmed the public. But that is not all it will do. It will also halt a trial in Milan that aims to discover whether Mr Berlusconi paid €387,000 ($601,000, £306,000) to his lawyer David Mills, the estranged husband of Tessa Jowell, UK Olympics minister, to give false testimony in a court case a decade ago. (Both men deny wrongdoing.)

Mr Berlusconi believes he is being singled out by judges on the “extreme left”. This week he requested that the judge presiding over the Mills trial be removed, on the grounds that her outspoken attacks on his policies reveal her as too biased to render a fair judgment. (His request was rejected.) He announced that he would seek a law providing immunity from prosecution for high-ranking members of the Italian government. Magistrates have complained that Mr Berlusconi’s moves will cause “irreparable damage to the rule of law”.

It is not obvious that they are right. Spain, France, Germany and the European Union all have some version of immunity. Italy, too, had an immunity for parliamentarians until it was abolished in 1993, amid a series of anti-corruption prosecutions. Mr Berlusconi’s backers passed an immunity law in 2003 but the constitutional court voided it the following year, arguing (reasonably) that it would violate equality under the law and (absurdly) that it threatened the “right” of citizens to confront their accusers – as criminal defendants. Such laws can be abused. Pablo Escobar, the cocaine baron, notoriously avoided prosecution in the 1980s by getting elected to the Colombian Chamber of Representatives. But in many cases immunity prevents as much damage as it permits.

The purpose of immunity is not to give elected officials a free ride. It is to protect the right of electorates to be ruled by the person they chose democratically. Do the charges against Mr Berlusconi arise from a disinterested quest for justice or from a desire on the part of a certain branch of the Italian elite to overturn a popular choice they do not like? Such questions can almost never be answered to the public’s satisfaction. In the US in the 1990s, President Bill Clinton was subjected to one investigation after another. It turned out to be just as important that the judiciary be above the taint of politics as that politicians be above the taint of corruption. Immunity might be the best way to protect the democratic elements of democratic government – especially in a country?where?the judiciary is highly politicised. The US remains such a country.

So does Italy, where, for a decade and a half, judges have enjoyed a degree of power unique in the west. In the early 1990s, when Italians came to feel they no longer needed to tolerate the graft that had been a regular part of cold war politics, ambitious judges toppled the leadership of the main parties in corruption trials. Italy’s post-cold war purge was more thorough than that of many communist countries. There was, in effect, a judicial regency over elected officials, with judges getting to vet the leadership class of the next generation.

Such power is, over the long haul, unhealthy for a democracy. It is one of the reasons Italians have come to distrust their judiciary. A poll published on Thursday in La Repubblica, a prestigious Roman daily that opposes Mr Berlusconi, showed just a third (35 per cent) have faith in the judicial system, versus 59 per cent who do not. Mr Berlusconi’s voters are overwhelmingly distrustful of judges and his opponents are mostly satisfied with them. What is striking is that the centrist voters in Italy’s Christian Democratic remnant, the opposition UDC, favour Mr Berlusconi’s plans to suspend trials by 69 per cent to 30 per cent. As La Repubblica put it, Italians “think that justice is working poorly. And if the price [for fixing it] is some kind of judiciary ‘immunity’ for Silvio Berlusconi, they are willing to pay it.”

A Bleak House-style backlog of cases is the weak spot in the Italian judiciary’s legitimacy. Italian law is so dilatory that it butts up against article six of the European Convention on Human Rights. In place of fast trials, Italy has the so-called “Pinto law” of 2001, to compensate people whose court cases drag on. Sir John Major was in power in Britain the year the Berlusconi-Mills trial began. The allegations against which Mr Berlusconi was fighting when the last immunity law was overturned in 2004 dated from 1985. When Mr Berlusconi’s foes warn that 100,000 untried cases would be frozen because they are more than six years old, they are unwittingly making the case for the law, not against it.

Mr Berlusconi’s judicial stunts are invariably self-serving, but they are never only self-serving. They always address some genuine problem severe enough to rally voters behind him. Therein lies his political genius. Italy is in a panic about crime right now. That panic might be well founded, or it might not be. But almost everything in his security law will help allay it. An immunity law, should one be drafted, might make Italian politics less litigious and more democratic. The fact that Mr Berlusconi could dodge a trial through these laws is a reason to oppose them. But it is the only reason to oppose them, and it is not a sufficient one.

 


 

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