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La scomparsa dell'eros ai tempi della ghigliottina
Pubblicato il 22 maggio 2010, in Diario

Laa storia d’amore di Madame de Staël e Benjamin Constant
fu una corsa affannosa contro il déjà-vu e la tirannia della noia
Per sfuggire alla morsa di Napoleone i due scrittori
tentarono di coalizzare contro l’impero l’Europa dei liberali




l loro fu un amore inesorabile, ma impossibile. Un amore travolgente, fatto di trasporto, passione per le idee, complicità politica, ma anche molto asfissiante, costellato di liti continue, tempeste, rotture, ripicche, tradimenti e pentimenti. Fu un amore romantico nel senso pieno e originale del termine, con la sua lunga scia di ostacoli e illusioni, estasi e interdetti, trionfi e delusioni. Non per niente, furorono
proprio i protagonisti di quest’amore impossibile, Madame de Staël e Benjamin Constant, gli amanti più celebri d’Europa ai tempi di Napoleone, a dare il nome a un’epoca e alla sua rivoluzione culturale. Ma il loro fu un amore tristissimo. Dopo le promesse e i giuramenti conobbe il tempo del languore e della nostalgia ....(continua oggi sul Foglio).


l’ultimo sguardo di Natasha
Pubblicato il 6 agosto 2009, in Diario

Era rivolto ai martiri della sua Cecenia, alle donne come la sua amica Politkovskaya. Estemirova è morta come lei

E’ morta come un cane. Il corpo crivellato da un paio di colpi di arma da fuoco, abbandonato come una carogna sul ciglio di una strada vicino a Gazi-Yurt, un paesino nei pressi di Nazran, la principale città dell’Inguscezia, Repubblica caucasica limitrofa a quella della Cecenia. L’hanno trovata così, mercoledì pomeriggio, Natalia Estemirova detta Natasha, la militante dei diritti dell’uomo più famosa della regione, la responsabile della sede di Memorial a Grozny, l’amica di Anna Politkovskaya, continuatrice della sua battaglia per la difesa delle vittime della guerra in Cecenia e per raccontare tutta l’atroce verità di un conflitto senza fine.
Era stata rapita la mattina presto in una strada vicino casa sua a Grozny, capitale della Cecenia, dove viveva dopo essere nata nella provincia meridionale russa di Saratova, frutto di un matrimonio misto tra una russa e un ceceno. L’avevano caricata su un’auto bianca, nonostante i tentativi di divincolarsi e le molte sue urla rimbalzate invano sui balconi delle case vicine. La notizia del rapimento era arrivata subito a Parigi, e da lì a Strasburgo, dove Daniel Cohn-Bendit aveva già iniziato a mobilitarsi con un discorso al Parlamento europeo, quando come una scure è piombata la notizia della morte violenta. E’ morta come un cane la povera Estemirova. Anche lei, come Anna Politkovskaja che fu freddata da un killer nell’androne del palazzo dove viveva a Mosca, una sera ai primi di ottobre del 2006, mentre tornava a casa dal lavoro. Uccisa come un cane, anche lei e con la stessa macabra messa in scena – un colpo in testa, il cadavere gettato sul ciglio di una strada, nei pressi di una fabbrica dismessa alle porte di Grozny – allestita per la morte misteriosa di sette donne, sulle quali stava indagando.
Poco tempo fa, infatti, Natalia Estemirova aveva fatto un sopralluogo in quel suburbio desolato della capitale cecena in compagnia di una giornalista della Bbc, Lucy Ash. Voleva farle vedere il posto esatto dove in novembre erano stati trovati tre dei sette cadaveri di donne, misteriosamente assassinate, nell’infinito dopoguerra ceceno. La polizia parlava di delitti d’onore, chiamava in causa la violazione di antichi costumi patriarcali. “Sfortunatamente alcune ragazze hanno dimenticato i codici comportamentali della gente di montagna. I loro parenti maschi si saranno sentiti offesi e hanno fatto giustizia da soli”, spiegava il capo delle indagini ufficiali. Lei però non ci credeva: “I delitti d’onore di solito non avvengono alla luce del sole”. Strano che i cadaveri di donne disonorevoli per la famiglia venissero abbandonati in mezzo alla strada, esposti al traffico e al ludibrio dei curiosi. Dopotutto, per proteggere la reputazione di sorelle, nipoti, cugine, l’atavismo vorrebbe che le si seppellissero in un bosco sperduto. Che si trattasse di delitti d’onore non lo credeva nemmeno il fratello di una delle vittime, il quale sosteneva infatti che almeno due di loro erano state viste su un camioncino, accanto a uomini in divisa paramilitare. Forse, pensava Natasha, erano uomini legati al capo dei servizi di sicurezza del presidente Ramzan Kadyrov, di recente assassinato a Mosca. Avrebbe mai pensato che quella messa in scena fosse un avvertimento, o qualcosa di premonitorio? Avrebbe mai immaginato che la stessa fine, come un cane rognoso abbandonato sul ciglio della strada, pochi mesi dopo sarebbe toccata anche a lei?
In ogni caso lei non se ne curava. Era una donna coraggiosa, Natalia Estemirova. Sapeva benissimo che il suo era un mestiere a rischio, oggetto di minaccce continue, ma non faceva niente per proteggersi. Le sue inchieste sugli abusi dei diritti dell’uomo, sulle violenze subìte dai civili, le sue interviste ai familiari di ceceni scomparsi, sequestrati, torturati, uccisi, avvenivano tutte alla luce del sole. Nei pressi dell’Ulitsa Putina, l’ufficio ceceno di Memorial, l’associazione fondata dal Nobel già campione del dissenso sovietico Andrej Sacharov per raccogliere l’archivio dei crimini di stato comunista, e divenuta col tempo un’organizzazione influente in difesa dei diritti umani, era preso d’assalto da vecchie madri di famiglia con la testa coperta e il ventre deforme, giovani mogli che piangevano i loro mariti scomparsi, figli coraggiosi che aspettavano pazientemente il loro turno per sapere dove fossero finiti i loro cari; tutti coi loro documenti in mano pieni di timbri, e tutti con lo stesso sguardo disperato. In Cecenia, infatti, stando alle fonti ufficiali, ci sono circa 5.000 scomparsi, ma la cifra reale, avvertono gli esperti, potrebbe essere molto più alta. “La sede di Memorial a Grozny è un’organizzazione di punta contro la guerra in Cecenia. E nonostante le persecuzioni del regime, è una delle ultime Ong autorizzate dal regime, per il prestigio internazionale di cui gode”, spiega Raphaël Glucksmann, il figlio del filosofo André che dopo aver raccolto dal padre il testimone vive gran parte dell’anno tra Tblisi e Batum. “Natasha Estemirova, che ne era a capo, era ‘totally outspoken’”, una che parlava in modo esplicito, insiste Glucksmann figlio. “Ed era conosciuta soprattutto per questo: aveva subìto varie minacce, ma non si era mai fermata. Era una portavoce incredibile della libertà”.
Viveva a Grozny con Lana, la figlia sedicenne che ormai è rimasta sola. Suo padre infatti, il marito di Natasha, era un poliziotto che saltò per aria in un campo minato durante la prima guerra russo-cecena. Da quel giorno, la vita di Natasha è cambiata per sempre. La studentessa universitaria, appassionata di storia e insegnante nelle scuole di Grozny, del resto, aveva già mostrato una tempra sensibile. Nel 1991, dopo il crollo dell’Urss, aveva preso la testa dello sciopero che aveva agitato la sua scuola, rivendicando condizioni economiche migliori. Il conflitto dell’anno dopo tra l’Inguscezia e il nord Ossezia avrebbe fatto il resto: mobilitandola nella sua coscienza di russo-cecena per portare aiuto ai rifugiati e liberare gli ostaggi. Sei anni dopo, lo scoppio della prima guerra in Cecenia trasformerà la prof in un reporter: abbandonati libri di storia e registri di classe, Natasha entra a Memorial e si consegna anima e corpo alla cronaca. Raccoglie le testimonianze sui prigionieri di guerra; comincia a scrivere per giornali e riviste sui campi in cui i civili scompaiono o vengono torturati. La giornalista free lance ha una natura da militante dei diritti dell’uomo. Perfettamente bilingue, Natasha diventa l’interprete, la documentarista, ben presto anche la consulente e soprattutto l’amica di Anna Politkovskaja, che s’affida a lei per i suoi viaggi in Cecenia, per i suoi incontri coi civili in balìa della guerra e delle sue violenze, e trova riparo in casa sua, quando scopre di non essere più solo un testimone, ma un bersaglio, una persona a rischio. “Mia sorella le voleva bene, e aveva deciso di andare a dormire a casa sua quand’era a Grozny, perché era l’unico posto dove si sentiva davvero al sicuro”, ricorda oggi Elena Kudimova, la sorella di Anna Politkovskaya, che vive in esilio a Londra ormai da anni. “L’ho incontrata varie volte, ed era davvero una persona speciale. Pur non essendo una giornalista professionista, quando Anna è morta ha voluto riprendere il suo lavoro, al quale tanto aveva contribuito, e continuarlo in proprio. Non mi sarei mai aspettata che facesse la sua stessa fine, anche se in fondo battendosi in prima linea come responsabile di Memorial, c’era da paventarlo”.
L’ultima volta che Elena Kudimova ha visto Natasha Estemirova è stata a Mosca in tribunale, durante il processo ai presunti assassini della sorella. “Non ci siamo parlate, però. Eravamo tutte e due concentrate ad ascoltare”. Più volentieri ricorda la visita di Natasha a Londra nell’ottobre 2007, nel primo anniversario della morte di Anna Politkovskaya, quando ricevette la prima edizione del premio a lei intestato dal RAW in War, alias Reach all Women in War, associazione fondata dalla bulgara Mariana Katzarova a sostegno delle donne che difendono i diritti umani in condizioni di guerra e in zone di conflitto dove, per le organizzazioni umanitarie, è difficile se non impossibile operare.
Non era la prima volta che Natalia Estemirova veniva premiata per il suo coraggio. Due anni prima, nel 2005 aveva ricevuto insieme col presidente di Memorial Sergey Kovalyov la Medaglia Robert Schuman dal Parlamento europeo. E nel 2004 il Parlamento svedese le aveva dato il premio “Diritto a sopravvivere”. Ma la consacrazione ufficiale avvenne a Londra in nome dell’amica uccisa, nel primo anniversario della morte. “Natalia fece un bellissimo discorso”, ricorda oggi Nerys Lee. “Rimasi impressionata dalla sua dignità, dalla sua coerenza. Era una che credeva nella giustizia e nel diritto. Io provenivo da Amnesty International e rimasi stupita per le sue inchieste solari, imparziali, indipendenti. Dava voce a chi non poteva parlare e decise di destinare alle vittime delle violenze di guerra le poche migliaia di sterline del premio”.
Ma bisogna rileggere il suo articolo sul “Coraggio di Anna Politkovskaya” pubblicato il 4 ottobre 2007 dalla rivista americana The Nation, per farsi un’idea del coraggio di Natasha. Racconta l’incontro tra Anna e Sergej Lapin, l’ufficiale di polizia responsabile di aver imprigionato, torturato e ucciso migliaia di civili ceceni. L’incontro tra i due avvenne nel novembre 2003 nelle aule del Tribunale distrettuale di Grozny, dove Lapin veniva processato in seguito agli articoli di Anna, che aveva raccontato per filo e per segno le responsabilità da lui avute nella tragica scomparsa di Zelimkhan Murdalov, un ragazzo di 26 anni, torturato, gettato in carcere e svanito nel nulla dopo essersi rifiutato di fare l’informatore. “Anna era consapevole della gravità della situazione”, scrive Natasha. Sapeva che la famiglia dello scomparso era minacciata. Aiutò la madre di Zelimkhan, Rukiyat, e la sorella Zalina a fuggire dalla Russia e soprattutto osò l’inimmaginabile, convincendole a intentare causa all’ufficiale. Racconta la Estemirova della notte più pericolosa della vita di Anna Politkvoskaya, quando costei passò ore e ore ad aspettare per strada il procuratore della Cecenia, Vsevolod Chernov, e il responsabile delle indagini Ignatenko, perché si decidessero a parlare con lei. Ricorda l’interrogatorio che seguì per tutta la notte al loro incontro, al termine del quale i due decisero di scortarla fuori, facendole temere il peggio. “Era rimasta digiuna tutto il giorno, senza bere, senza andare in bagno. Non aveva il permesso di telefonare al suo giornale. E nessuno dei suoi amici all’epoca aveva un telefono. Non era la prima volta che la sua fiducia nelle autorità avrebbe potuto dimostrarsi tragica. Dopo quella volta, Anna stette solo coi suoi amici. Io avevo sempre paura quando certi perfetti sconosciuti le si avvicinavano per strada per parlarle. Lei invece non aveva paura di restare con me nel mio appartamento, anche se non non c’erano più vetri alle finestre e la porta era stata buttata giù varie volte dai Federali, cioè quelli dell’esercito Russo, e dai saccheggiatori, riducendosi a un guscio d’uovo. I miei vicini sapevano quando veniva, ma fra loro non c’erano traditori. La considerazione in cui la tenevano reggeva meglio di qualsiasi serratura”. Racconta poi la Estemirova come Sergej Lapin avesse cercato di usare una serie di pretesti per non comparire in tribunale. Il giudice non osava rilasciare un avviso di garanzia, visto che il procuratore di fatto agiva in sua difesa. Alla fine, quando finalmente comparve, sembrò per un attimo che stesse per arrestare l’intera Corte. “Fu a quel punto che Anna e Lapin si guardarono negli occhi: lui abbassò lo sguardo, insicuro in presenza di lei, sebbene protetto da guardie del corpo armate”. Alla fine, quando fu condannato, Anna non c’era. La situazione in Cecenia s’era fatta difficile per lei. Era riuscita a trovare l’avvocato Markelov, l’unico avvocato a Mosca che accettasse di andare a Grozny. Aveva persuaso Amnesty a pagare i suoi onorari, perché i Murdalov non avevano soldi, ed era riuscita a portare tutte le tv russe al processo. Fu grazie a lei che Amnesty lanciò una campagna per processare Lapin, il quale alla fine venne condannato a 11 anni di carcere per torture e umiliazioni. Venti giorni dopo l’assassinio della Politkovskaya, la Corte suprema rovesciò la sentenza. “Un nuovo processo viene ora celebrato a Grozny: non ci sono vincitori, migliaia di giovani vite sono state salvate, il nostro compito è di lottare e contrastare i sequestri e le torture smascherandoli”, scriveva l’anno del premio, Natasha, che venne pure intervistata dalla Bbc e, quando le chiesero se non s’era mai sentita in pericolo di vita, disse: “A volte nemmeno me ne rendo conto, perché le mie sensazioni forti son ben altre. Io cerco solo di lavorare onestamente. E’ chiaro che sono preoccupata per la mia famiglia, ma ho il dovere di continuare a fare quello che faccio”.
Il dovere di continuare oggi è sempre più a rischio. Non solo i paladini dei diritti dell’uomo, ma i semplici testimoni sono diventati a rischio. La morte di Natasha Estemirova, segue infatti di sei mesi l’assassinio di Stanislav Markelov, avvenuto in pieno centro a Mosca, nell’Ulitsa Pretchinstenka, a due passi dal Cremlino. Markelov era anche l’avvocato della famiglia di Elsa Koungaeva, la giovane cecena uccisa nel marzo del 2000 da Yuri Budanov, un colonnello dell’Armata rossa condannato a dieci anni di carcere e liberato prima dei termini. Markelov aveva scritto alla Corte suprema russa per chiedere l’annullamento della decisione. Aveva appena tenuto una conferenza stampa al Centro della stampa indipendente, per illustrare il caso. Nessuno sapeva che era minacciato. Solo Natalia più tardi avrebbe reso pubblico la natura dell’avvertimento arrivato al legale via sms: “Sei un animale senza cervello. Ti sei immischiato di nuovo nell’affare Budanov???!!! Imbecille, non potevi trovare un modo più tranquillo per suicidarti?”. Due pallottole in testa suggellano l’errore fatale. Con lui, quel giorno, c’è anche Anastasia Babourina, una giornalista di 25 anni che collabora alla Novaya Gazeta, dove lavorava Anna Politkovskaya. Morirà poche ore dopo, per i postumi di una pistolettata, pagando con la vita per aver visto in faccia l’assassino di Markelov.
Il dovere di continuare ora è in mano agli amici di Memorial, come Natalia Taube, che piange Natasha. “Era forte, aveva una grande gioia di vivere, non aveva paura di niente”, o come Oleg Orlov, il capo russo dell’associazione di Sacharvo, che spara parole di fuoco contro il presidente ceceno Kadyrov. “Natalia Estemirova era forte, coraggiosa. Era la migliore di tutti. Per questo l’hanno uccisa. Non so chi sia stato a ordinarlo, ma so chi è colpevole della sua morte. Si chiama Ramzan Kadyrov”, ha detto senza emozione in un videomessaggio trasmesso dal sito di Memorial (www.memo.ru). “Kadyrov odiava Natalia Estemirova, la minacciava, la considerava un nemico personale”.
Lo stesso Kadyrov adesso, mentre il presidente russo Dmitri Medvedev riconosce che “Natalia ha dato una valutazione molto franca e a volte molto dura di ciò che accade nel paese”, promette che seguirà personalmente le indagini sulla sua morte e parla di “delitto barbarico” e “gesto attentamente pianificato” per screditare la Cecenia e l’Inguscezia. Dopo il piombo, la beffa.


Marina Valensise
© Il Foglio, 18 luglio 2009

Vita (e fede) da Calvinista. Parla il banchiere Mathieu Kiss, che guida le strategie di Hsbc Francia
Pubblicato il 14 luglio 2009, in Diario

di  Marina Valensise

Mathieu Kiss non ha niente  di francese. Alto, corpulento, biondastro benché calvo, incarnato chiarissimo, il direttore strategico di Hbsc France viene considerato da molti  la perfetta  incarnazione contemporanea della spiritualità calvinista, ma nasce quasi apolide. Suo padre infatti era un emigrato ungherese, arrivato a Parigi nel 1947. Suo nonno era l’amministratore della chiesa riformata di Ungheria e fu costretto a rinunciare al suo incarico quando a Budapest arrivò l’Armata rossa. Mathieu Kiss li ricorda ancora benissimo, ma come tutti i protestanti indifferenti al culto postumo del fondatore della Chiesa Riformata Giovanni Calvino, confessa di non pregare mai per loro, “perché il morto”, dice, “esce dal rapporto con Dio, diventa altro”.
Quando il padre di Mathieu Kiss sbarcò a Parigi, all’indomani della guerra, si iscrisse subito alla Facoltà di Sciences Politiques con una borsa del governo francese. Per anni aveva seguito come interprete il pastore Marc Boegner, all’epoca della missione di quest’ultimo in Ungheria,  entrando così in contatto con una figura chiave del protestantismo francese, l’ecumenista convinto  fautore anzitempo dell’unità dei cristiani, il  difensore indefesso degli ebrei e degli perseguitati dal regime di Vichy, che cercò di liberare dai campi di Drancy scongirandone la partenza per i lager nazisti, all’epoca dell’occupazione tedesca. Alexandre Kiss, il padre di Mathieu, continuò poi i suoi studi all’Aja, in Olanda, all’alta corte internazionale di giustizia, dove avrebbe incontrato la ragazza destinata a diventare sua moglie e la madre dei suoi due figli: Hélène, la figlia d un istitutore cattolico originario della Frisia, ma nata in Indonesia da una  famiglia di olandesi atei con ruoli importanti nell’amministrazione pubblica.  “Mia madre, ricorda oggi  il banchiere Mathieu Kiss  “Non aveva  ricevuto nessuna educazione religiosa, ma il giorno stesso del suo matrimonio con quel protestante ungherese che poi divenne mio padre, si fece subito battezzare, diventando estremamente credente e praticante”.  
 I Kiss si stabiliscono a Strabsurgo,  capitale dell’Alsazia-Lorena,  dove metà della popolazione è di cultura protestante, la maggioranza luterana, ma di chiesa riformata. Sono due stranieri: ungherese lui, olandese lei;  di francese hanno poco o niente, ma scelgono come tempio un alto luogo della memoria protestante in Francia, la famosa Paroisse du Bouclier,  la storica parrocchia nel centro della città, fondata dallo stesso  Giovanni Calvino cinque secoli orsono, quando approdò a Straburgo in fuga da Ginevra. L’ “enracinement”  per i Kiss avvenne così.  “E’ lì che io venni educato, frequendando la parocchia ogni domenica” ricorda oggi Mathieu Kiss insistendo sulla pedagogia della religione riformata: “C’è un aspetto spirituale, identitario, tradizionale nel calvinismo che è fondamentale, perché  è proprio grazie a questa dimensione che una religione minoritaria riesce ad affermare la sua differenza.”
Consigliere presbiteriale, professore di Diritto internazionale, Alexandre Kiss è stato un grande studioso del diritto interanzionale, impegnato nella difesa dei diritti dell’uomo, pioniere nel diritto dell’ambiente. Era anche un uomo molto attivo nella sua comunità. “Era convinto che l’importante fosse fare del bene” ricorda  il figlio che oggi è una delle menti strategiche della filiale francese di Hsbc, alias Hongkong & Shanghai Banking Corporation, uno dei maggiori gruppi bancari internazionali con diramazioni il tutto il mondo. “La parrocchia di Calvino per due giovani immigrati che erano i miei genitori diventò subito l’elemento di comunione verso la nazione francese. Fu un focolare di assimilazione, e la stessa funzione esercitò la comunità strsburghese”. Anche Hélène Kiss, infatti, fu molto attiva nella vita comunitaria. Mandò i  due figli al ginnasio Jean Sturm, il liceo  dei protestanti alsaziani che sin dal XVI secolo rappresenta un’istituzione di eccellenza per la serietà nella formazione delle élite, e nell’Ottocento funse da modello alla Ecole Alsacienne di Parigi, fondata nel 1871, quando i francesi sconfitti dai prussiani a Sedan persero l’Alsazia e molti membri della comunità calvinista strasburghese che non volevano diventare cittadini del Reich emigrarono nella capitale francese. E’ anche questo a rendere i protestanti francesi una comunità aperta, cosmopolita, pronta a mobilitarsi in difesa dei propri membri, trasformandosi in un luogo di appartenza nel quale identificarsi e riconoscere.
Oggi, è vero, i protestanti in Francia sono una minoranza, appena due milioni di persone, e i praticanti sono una minoranza nella minoranza, visto che non superano  il 10 per cento. Ma sono una minoranza viva, vitale e attivissima, anche quando si trovano in condizioni difficili. “Mia sorella, per esempio – racconta Mathieu Kiss – lavora  come veterinario in una piccola stazione balnerare della Normandia: anche lei, come me, ha fatto un matrimonio misto, sposando un cattolico, ma anche lei è stata sempre molto attiva nella vita comunitaria, come membro del consiglio presbiteriale di Argenton”. Oltre ad essere pochi, i protestanti in Normandia vivono spesso in paesini di 1200 anime, isolati tra loro, in zone agricole desdertificate, dedite per lo più all’allevamento di bestiame. “Può accadere che ci sia un unico pastore per una zona molto estesa, dunque, bisogna attivarsi per animare la vita della comunità, con funzioni a rotazione e sermoni affidati ai fedeli. Mia sorella pur non essendo lei un  pastore, spesso la domenica si ritrova a predicare per carenza di  pastori. E’ il suo modo di dare testimonianza”.
Anche Mathieu Kiss come il padre e la sorella ha fatto un matrimonio misto, sposando una ragazza  cattolica,  educata al collegio di Sainte Marie, la quintessenza del tradizionalismo cattolico. E anche sua moglie come sua madre dopo la conversione al protestantesimo è diventata molto credente nella religone riformata e devota alla vita comunitaria.  “Noi siamo soprattutti cristiani” dice il marito, ritrovando l’ispirazione ecumenica del maestro spirituale di suo padre, il pastore Boegner,  nume tutelare della sua famiglia d’origine. “I nostri figli li abbiamo mandati al catechismo della parrocchia del Luxembourg, nella rue Madame, la stessa dove per dieci anni ha predicato il pastore Serge Oberkampf de Daubron. E anche la giovane generazione dei Kiss, i figli del banchiere, due maschi e una femmina, rispettivamente di 23, 21 e 14 anni, oggi sono praticanti devoti e impegnati in prima linea nell’ attività di catechesi. “Io stesso ho avuto un passato di moniteur d’école” confessa fiero il banchiere che da ragazzo passava tutte le domeniche in parocchia, per insegnare il catechismo ai bambini più piccoli. “D’altra parte, questo è il sistema protestante” spiega Mathieu Kiss. “I membri della comunita sono tenuti a leggere la Bibbia e a farsi direttamente un’opinione;  ma l’illuminazione  in loro nasce dallo scambio, dal dialogo. Sono i bambini, per esempio, a leggere la bibbia e insieme poi partecipano al commento, che viene preparato col pastore prima che questo lo legga, oppure viene passato in rassegna direttamente coi bambini, dopo essere stato letto. Nei due casi, credo sia un un buon metodo per capire che cosa si trasmette della tradizione”.
Mathieu Kiss racconta che con la moglie prima di sposarsihanno discusso a lungo di fede e religione. La preparazione spirituale avvenne con un prete cattolico, culminando in ritiro presso dei sacerdoti gesuiti. Ma il matrimonio fu celebrato dal pastore Etienne Trocmé, professore alla Facoltà protestante di Strasburgo, studioso delle origini del cristianesimo e autore di un piccolo saggio controverso, “L’enfance du Christianisme”, in cui ricostruisce il modo in cui la chiesa cristiana prese forma, dopo che la distruzione del secondo tempio nel 70 dopo Cristo fece per sempre svanire svanire l’ipotesi sino allora più che plausibile di inglobarvi completamente il giudaismo e la tradizione giudaica. “La pratica cattolica è diversa, certo, ma in fondo noi protestanti restiamo cristiani” insiste Mathieu Kiss, fedele alla lezione di Marc Boegner coltiva dal padre e trasmessadi padre in figlio. Anche lui è un ecumenista convinto, per il quale ogni forma di distinzione settaria si stempera nell’essenza evangelica. “Il protestantesimo è l’essenza del cristianesimo cui il cattolicesimo per ragioni storico-politiche ha aggiunto le tecnostrutture di fede, dogmi, valore. Ma la Riforma ha deciso di fare tabula rasa di tutto ciò per  ritornare ai testi originali. Sicché nella pratica protestante è il ruolo della chiesa che cambia”.
Il protestantesimo, spiega Mathieu Kiss, usando per descriverlo un’espressione da manager “è un sistema ‘bottom up’, vale a dire, la stessa comunità elegge dal basso i suoi rappresentanti. “L’assemblea della parocchia, suddivisa tra membri contributori e non contributori, nomina i membri il consiglio presbiteriale. Il nostro non è un sistema democratico dove il numero dei candidati è superiore a quello delle cariche, ma corrisponde ancora al modo di organizzazione della chiesa primitiva: ci sono persone che per età e per esperienza hanno vocazione a partecipare alla gestione della parrocchia, e sono loro che vengono scelte. La Chiesa protestate, d’altra parte, non riceve sovvenzioni statali. La comunità è autosufficiente: ogni anno i membri versano il loro contributo e la parrocchia vive dei fondi stanziati dai singoli membri, impegnandosi a versare parte del suo bilancio alla Chiesa e a retribuire direttamente il suo pastore. Il pastore però è tenuto fuori dalle vicende finanziarie della sua comunità: non conosce nemmeno l’entità del contributo versato dai singoli membri, che invece è noto solo al tesoriere, eletto a sua volta dal consiglio presbiteriale, formato da un presidente, un vicepresidente tesoriere e un segretario” .
Può anche capitare che il presidente del consiglio presbiteriale coincida con il pastore, ma la regola vuole che il pastore non faccia parte dell’ufficio di presidenza. Oltre a basarsi su un sistema di nomine dal basso, l’organizzazione della comunità riformata in Francia si fonda sul volontariato: “il dialogo tra pastore e comunità avrebbe un’altra natura se il pastore fosse designato dalla Chiesa”, spiega Kiss, pensando evidentemente alla  gerarchia cattolica. Nella comunità protestante, al contrario, è la parrocchia che si organizza e si sceglie da sola il suo pastore, nominandolo per un periodo limitato a  sette anni. Ci sono anche eccezioni, come per esempio  il pastore Oberkampf de Daubrun,  rimasto al tempio di rue Madame per dieci anni, o come il suo predecessore, l’armeno Samuel Sahaghion, uomo di fortissimo carisma,  fondatore di un’associazione protestante franco-armena, che  rimase in carica per diciassette anni. “Di norma però la parrocchia è più forte del pastore”, insiste Kiss, sostenendo il suo argomento attraverso  le procedure di nomima, fondate sul dialogo con la Chiesa Riformata e sull’appello alla candidatura. “I pastori sanno che c’è una sede disponibile e pongono la loro candidatura: di solito il numero dei candidati è superiore a quello dei posti liberi. Il consiglio presbiteriano organizza una serie di colloqui di reclutamento per illustrare le sue aspettative. A quel punto, si forma una lista ristretta, si invitano i vari candidati a predicare la domenica, e alla fine si decide in base al consenso ottenuto:  i parrocchiani possono dire la loro, ma l’ultima parola spetta al consiglio”.
Dunque, se esiste una differenza di fondo tra protestanti e cattolici, riguarda proprio il rapporto diretto tra il pastore e la sua chiesa e insiste sul coinvolgimento dei singoli membri della comunità. “Il protestantesimo è un sistema molto esigente” spiega  Kiss. “Pretende che i singoli  si responsabilizzino, si diano da fare per leggere i testi, commentarli, per far vivere la comunità. Nel consiglio presbiteriano vengono nominate solo persone impegnate. E infatti, l’unica autorità che il pastore esercita sulla sua parocchia non è gerarchia, ma morale: i laici prendono parte attiva, con letture pubbliche, preghiere, attività sociali. Inoltre, cerchiamo sempre di assicurare una rappresentanza più ampia possibile: abbiamo bisogno di tutti, di madri di famiglia, di pensionati perché hanno più tempo libero, di giovani attivi. Su 350-500 membri della parrocchia, i 12 membri del consiglio presbiteriali vengono eletti per restare in carica sei anni, e rinnovati ogni tre per assicurare la continuità, ma non possono esercitare più di due mandati di seguito, per un totale di 12 anni”. Una parrocchia, dice Mathieu Kiss, che  conosce benissimo la sua, è come un governo in miniatura:  deve occuparsi dei poveri, dei nuovi arrivati, del catechismo, dell’organizzazione del culto: ogni aspetto va seguito da vicino. Ogni anno, poi, durante la riunione dell’assemblea generale, il consiglio presbiteriano è tenuto a dare conto del suo operato e in particolare sul piano finanziario. Dal 1905 esiste in Francia la legge di separazione tra le chiese e lo stato. Frutto di una battaglia epocale tra clericali e anticlericali, tra radicali e cattolici, questa legge, cosi detta della “laïcité”, ha posto fine al dramma e alle polemiche  seguite all’esproprio dei beni cattolici, con la chiusura delle congregazioni ecclesiastiche. Ora l’Alsazia è inparte esente da questa legislazione: nel 1905 infatti era sotto il dominio della Germania, dunque sfuggì alla legge sulla laicità, e quando nel 1918 ritornò alla Francia, dopo la prima guerra mondiale, il governo decise di mantenere per gli alsaziani il regime concordatorio: preti, rabbini, pastori, divennero così funzionari pubblici stipendiati dallo stato, e questo spiega il ruolo a sé stante che ha sempre avuto e continua ad avere la Chiesa riformata alsaziana.
Oggi, però, anche la Chiesa riformata francese, e il suo fiero all’occhiello che è la Chiesa alzaziana, deve affrontare la decristianizzazione e la despiritualizzazione. Per la prima volta, la maggior parte della popolazione in Francia stando ai sondaggi, si dichiara atea. Eppure, davanti alla brutalità aritmetica dei dati, Mathieu Kiss non si scompone. Non è un protestante all’acqua di rose, mondano o di tendenza, di quelli che si contentano di appartenere a un milieu che ha persino il lustro di un’etichetta esclusiva come la HSP (leggi hasch-ess-pe, acronimo di Haute societé protestante.E’ un uomo di fede, devoto ai principi e dalla tradizione. “Non credo si possa essere protestante senza credere in Dio, leggere la Bibbia e disertare la messa. La Chiesa riformata insiste sulla pratica religiosa. L’essenziale per noi è la parola, il testo scritturale: ciascuno  deve leggere la Bibbia, fare uno sforzo di istruzione, perseguire una ricerca personale,   ma anche discutere  con gli altri, e commentare la letteratura biblica. La cosa più importante per noi, nella selezione dei predicatori, è la parola, è capire se la parola di un pastore motiva, se suscita adesione, se induce a riflettere”.
Così in un mondo che ha espulso da sé la  legittimità  della tradizione, anche il protestante deve combattere la sua battaglia quotidiana per trasmetterla alle nuove generazioni. “Un tempo era normale che i figli riprendessero la tradizione dei padri. Oggi non più, oggi semmai succede il contrario” ricoscosce sconsolato il banchiere. “Certo  i figli poi ci ritornano, perché le tradizioni vengono dal fondo dei tempi, e il culto riformato è molto radicato nella tradizione: la liturgia data dell’epoca di Calvino: i nostri canti sono quelli del XV, del XVI, del XVII secolo, con le loro melodie rinascimentali. La tradizione resta per me la parte più viva  dell’erdità della religione riformata. Ma per altri, che magari non sono stati educati nella tradizione, costituisce un ostacolo. Certo  un cristiano mosso da una sua ricerca spirituale può anche sentirla estranea, vivere uno scarto rispetto alla vita di tutti i giorni. E’ un rischio Ma Cristo è esigente, e il protestantesimo sottolinea questa esigenza. E’ aspetto difficile da cogliere, eppure tra l’esigenza del messaggio e la realtà della scelta, non ci sono scappatoie. Vogliamo sostenere che è cambiata la nozione di peccato? Ma il vero peccato per l’uomo consiste nel pensare di poter gestire la sua vita senza Dio, nel non avere  l’umiltà di capire che è padrone del proprio destino. E la grandezza del messaggio cristiano sta nel fatto che l’uomo, comunque, viene sempre perdonato per il semplice fatto che crede”.

Marina Valensise
 

 

 
 




Berlusconi e le minorenni che non esistono
Pubblicato il 27 maggio 2009, in Diario

Le minorenni non esistono più. A tredici anni si truccano, si fanno il tatuaggio, si bucano il naso per infilarsi un cerchietto oppure un diamantino, hanno le chiavi di casa, escono da sole la sera, restano a dormire fuori, prendono pure la pillola, la pillola del giorno dopo, del giorno prima, del non si sa mai..Sin dalla quinta elementare hanno imparato a mettere il cappuccio su  una  banana, perché  “prevenire è meglio di curare”. Hanno la testa piena di luoghi comuni e conformismi invincibili. Sono ribelli per definizione. Adesso, però,  se un ricco signore le invita a passare il capodanno a casa sua, tutti si indignano e scoprono che non dovrebbero  accettare…  Ohibò! E perché mai, si domanda l’immoralista libertario.
    Semplice. Se il ricco signore non è solo un vecchio esteta un po’ annoiato, ma un tycoon che ha rivoluzionato il paesaggio televisivo di una potenza industriale, divntandone pure il capo del governo,  legittimamente eletto col suffragio universale, c’è una sproporzione, un’assimetria che inclina troppo verso l’abuso di potere per lasciare insensibili i cittadini altrimenti indifferenti alla virtù delle loro figlie minorenni. Finché l’anarchia dei comportamenti si commisura sul piano della libertà del singolo e della sua autodeterminazione  in regime di libertà e eguaglianza, nessun ha niente da ridire: pillola, piercing, scafamento a go go, tutto è   consentito. Quando però l’anarchia dei comportamenti è l’effetto di  un’asimmetria, legata al  potere nella sua più alta espressione istituzionale, scatta non solo il distinguo, ma  un meccanismo di rifiuto.
    Il fatto è che ci ripugna, a noi sani democratici, vedere confusi due comportamenti antagonistici: da un lato l’autodeterminazione del singolo, che vuole essere libero di fare, sperimentare, sbagliare, peccare, provare, sentire, fornicare etc etc etc, dall’altro l’obbedienza compiaciuta alle  stravaganze di un vecchio ricco e potente, simpatico e gentile quanto si vuole, ma  pur sempre in grado di offrirti un destino e dunque  di negartelo, assoggettando la tua volontà al suo piacere.  Per questo saltano fuori le minorenni  anche se non esistono più; per preservare  l’utopia  che è il vero cuore della democrazia moderna, fondata sull’ideale di libertà e eguaglianza. La realtà invece è relativista.

Marina Valensise
© Il Foglio 26 maggio 2009


L'uomo non è libero. Parla Oberkampf
Pubblicato il 13 maggio 2009, in Diario

Serge Oberkampf de Dabrun non ha niente di curiale. E’ un uomo alto, robusto, imponente, coi capelli bianchi a spazzola. Quando entra nel bar dell’appuntamento lo fa scandendo il tuo nome ad alta voce, incurante sia del chiasso sia della gente. Pastore per dieci anni della parocchia del Luxembourg, un anno fa  il Sinodo nazionale che culminerà il 22 maggio alla Sorbona per celebrare il primo mezzo millennio della nascita di Calvino. Ma al culto del fondatore della chiesa Riformata e alle sue liturgie concede pochissimo.
Appena uno gli domanda qual è il contributo del protestantesimo alla modernità, Oberkampf risponde senza dogmatismi, tornando al distinguo originario: “Nel calvinismo c’è una critica forse anche violenta contro la religione, che si esprime nella distruzione delle statue e delle immagini sacre, per cercare di purificare la fede. Infatti l’idea fondamentale del protestantesimo è che la fede si trova nel rapporto particolare dell’uomo con Dio, mentre la religione è un insieme di pratiche che serve a rendere l’uomo schiavo. Nasce da qui l’impressione che fede e religione siano due realtà separate. Il divario è chiarissimo in Lutero, mentre in Calvino c’è il bisogno di gestire il mondo”, aggiunge il pastore citando Max Weber, perché proprio questo aspetto permette di capire come mai il calvinismo sia servito da base per lo sviluppo del capitalismo moderno, che nel giro di cinquant’anni ha raggiunto in Olanda una dimensione spettacolare, spostando le ricchezze dal sud al nord dell’Europa.“Il protestante è un uomo che non ha bisogno di operare per la propria salvezza, perché sa che la salvezza si riceve gratuitamente. Dunque, gli resta il tempo per potersi occupare di altro”, continua il pastore illustrando l’idea-base dell’antropologia calvinista, fondata sul concetto di predestinazione, posto al centro dell’ascesi intramondana che per Weber segna l’origine del moderno capitalismo.

La predestinazione

Eppure, se uno legge il famoso capitolo sulla predestinazione, l’idea di Calvino risulta alquanto nebulosa. “Noi insegniamo che la vocazione degli eletti è come la dimostrazione e la testimonianza della loro elezione”, scrive infatti Calvino nell’VIII capitolo del suo trattato. Ma visto che esistono i predestinati alla salvezza e i predestinati alla dannazione, così “come il vaso non chiede conto al Vasaio, che l’ha creato, perché mai l’ha fatto in un certo modo”, così anche l’uomo, continua Calvino, non è libero di domandarsi perché Dio nella sua onnipotenza salvi gli uni e condanni gli altri. “Il vasaio non ha forse il potere di creare dalla stessa massa di terra un vaso bello e l’altro brutto?”, si domanda il riformatore citando la lettera di san Paolo ai Romani, per significare l’eccellenza della giustizia divina, irriducibile alla misura umana e incomprensibile alla meschinità dell’intelletto umano. Non è l’affermazione dell’assoluta soggezione a Dio che rende l’uomo un essere miserabile? “Ha capito benissimo”, risponde Oberkampf. “Dio salva chi vuole: dall’umanità colpevole del proprio peccato ripesca chi vuole: nessuno sa perché salvi l’uno e l’altro no. Ma chi viene ripescato sa di esserlo stato in virtù della grazia e a causa della sua stessa fede nella grazia divina. Essere credente ed essere salvato, dunque, è la stessa cosa. E’ perché sono salvato che io credo: oggi questo può apparire arbitrario agli occhi di un occidentale” concede il pastore. “Ma all’epoca in cui Calvino scriveva e predicava (la prima edizione della “Christianae Religionis Institutio” è del 1536) sembrava evidente, perché allora non c’era una grande considerazione per la vita umana. So di essere salvato e so di essere predestinato perché credo in Dio, dunque nulla può impedirmi di credere con la perserveranza dei santi. Era questa la convinzione del calvinista. La salvezza, in altre parole, è il punto di partenza della vita cristiana, non il punto di arrivo”. Per i cattolici invece è vero il contrario, perché la salvezza si conquista grazie al fervore delle opere. “I cattolici devono sforzarsi per conquistare qualcosa che appartiene alla grazia divina, diceva Calvino: per esempio, il purgatorio, luogo violentemente anticristiano secondo Calvino, fu inventato per permettere al giovane cattolico morto prematuramente di aver un posto dal quale cercare la salvezza”.

La scomparsa del libero arbitrio

La conseguenza logica della dottrina della predestinazione, quindi, è l’assenza del libero arbitrio. Deduzione stringente. Il pastore che come motto di famiglia segue il “Recte et Vigilanter”, deve accettarla in toto: “E’ vero. L’uomo non è libero di scegliere ciò che Dio ha scelto per lui. Non ha il potere di dire: posso accettare o rifiutare la grazia di Dio. E’ per questo che in Calvino c’è un rifiuto sistematico dell’adorazione dei santi e della Vergine Maria. Maria, interpellata dai santi, e i discepoli di Cristo, interpellati da Dio sulla barca sul lago di Tiberiade, non avevano scelta: non potevano rivendicare il fatto di aver acconsentito come se la loro scelta fosse stata un atto di giustizia. In realtà, non potevano agire altrimenti”.
E’ per questo, dunque, che i calvinisti rifiutano il culto mariano e l’intercessione dei santi, come un inutile infantilismo? “Attenzione” avverte il pastore “sono i cattolici a pensare che i protestanti credono che Maria non fosse vergine, ma non è così. I calvinisti riconoscono la figura della Vergine. Anch’essi credono che Gesù Cristo sia nato dalla Vergine Maria. Solo che, a differenza dei cattolici, non credono che Maria abbia una superiorità rispetto a un altro credente: ha sì una singolarità di destino, ma questo non la rende superiore agli altri. Come per Abramo: nessuno sa perché Dio si sia rivolto a lui anziché a un altro, ma a nessuno è mai venuto in mente di votare un culto alla figura di Abramo. I calvinisti sono iconoclasti. Il divieto delle immagini gioca un ruolo molto importante per Calvino, perché le immagini, come del resto la musica, rappresentano una distrazione, allontanano l’uomo dalla parola di Dio. E questo aspetto dell’iconoclasmo avvicina la dottrina di Calvino al rifiuto delle immagini professato dagli ebrei, che per lui rappresentano la protochiesa, la chiesa primitiva”.

Secolarizzazione e despiritualizzazione
Ma se esiste un divario tra la fede e la religiosità, come si spiega che i paesi dove maggiore è stata l’influenza calvinista, come l’Olanda e la Svizzera, siano oggi non solo areligiosi o antireligiosi, ma il luogo della massima despiritualizzazione contemporanea? “La secolarizzazione del mondo protestante corrisponde alla laicizzazione del mondo cattolico” risponde Oberkampf. “In passato, la vita umana era una breve parentesi, soggetta al dolore, alla miseria, alla malattia e alla morte. L’essenziale dell’esistenza umana era riservato all’aldilà, non come oggi che si vive nel presente e si investe esclusivamente nella vita terrena. Insomma, l’allungamento della vita umana – inimmaginabile in passato – spinge l’uomo contemporaneo a trascurare le domande fondamentali, focalizzando sul presente ciò che un tempo apparteneva alla volontà di Dio, creatore e salvatore. L’uomo di oggi rifiuta di interessarsi alla morte, anzi non vuole nemmeno sapere che morirà”, dice Oberkampf con largo sorriso sornione.
Ma non ci sarà pure una qualche responsabilità del calvinismo in questa despiritualizzazione che affligge il mondo contemporaneo? Come si spiega che l’ansia di purificazione, il progetto di instaurare una più forte presenza dell’ordine divino in terra, escludendo la mediazione ecclesiastica, abbiano generato non l’uomo più pio, più autenticamente devoto che sognava Giovanni Calvino, ma un essere più libero, più solo, indifferente e più lontano da Dio? Da come scuote la testa, il pastore non sembra affatto d’accordo con la diagnosi che la domanda lascia trapelare. E da uomo di fede risponde: “Non è vero che il mondo protestante ha abolito ogni tipo di mediazione. La parola del pastore continua ad essere una mediazione importante. Il protestante non è un tutto a sé stante, condannato alla solitudine: non è uno che la mattina si sveglia e mentre si fa la barba dice Dio mi ha detto di fare così e così, facendo a meno di un certo numero di regole affidate alla sua parola e alla predicazione. La despiritualizzazione colpisce anche il mondo cattolico. La gente conserva la religiosità, ma la mediazione del Papa non ha più il ruolo di un tempo. Gli stessi cattolici oggi la considerano un po’ pesante. E’ l’evoluzione storica che ha portato l’uomo europeo a giocarsi la propra vita in terra, e non più in cielo, ed è un dato comune sia ai cattolici sia ai protestanti”.
In passato, insiste il pastore Oberkampf, il cielo contava molto di più della terra. Si moriva presto, per le epidemie, le guerre, le carestie. Nessuno investiva nella vita terrena, fragile, incerta, precaria per definizione. La vera vita iniziava post mortem. Oggi, invece, la vita eterna non interessa più a nessuno. E’ lo stesso Benedetto XVI a dirlo. Ma ci sarà un aspetto della secolarizzazione implicito al messaggio della Riforma? Come mai certi eccessi di indifferenza sono portato tipico del calvinismo olandese, piuttosto che del cattolicesimo romano? “Lo storico Jean Baubérot – risponde Oberkampf citando il celebre sociologo del protestantesimo e della laicità – ha spiegato che i paesi protestanti si secolarizzano, mentre i cattolici si laicizzano: la secolarizzazione è meno conflittuale della laicizzazione, che implica un conflitto tra stato e chiesa, ma più empatica, perché la società protestante distingue tra fede e religione, visto che si può avere fede senza difendere un’istituzione religiosa. Viceversa, nei paesi cattolici la frattura tra l’istituzione e la fede non esiste. Se sei cattolico devi obbedire al Papa, mentre un protestante non contempla obbedienza alcuna: per lui non esiste una chiesa nel senso cattolico del termine, che pensi di rappresentare l’attualità di Cristo in terra”.

La parola sul Cristo, non di Cristo

Si capisce allora come mai per i protestanti l’attualità di Cristo, la parola sul Cristo, conti di più che la parola di Cristo: “Certo, quello che per noi costituisce il messaggio cristiano non è ciò che Cristo ha detto o ha fatto, ma chi è Cristo. E’ il figlio di Dio? E perché è nato? Perché è morto? Perché è risorto? Cosa vuol dire essere stato crocefisso? E perché gli uomini l’hanno tanto odiato? Insomma, il problema del bene e del male per noi protestanti è irrisorio. Per questo oggi non possiamo definire cosa Cristo avrebbe fatto al posto nostro. E per la stessa ragione di domenica, quando al tempio leggiamo il Vangelo, noi protestanti non ci alziamo mai in piedi: l’apostolo Paolo per noi è molto più importante di Matteo e Giovanni, che hanno raccontato cosa ha detto e fatto Cristo, perché il vero fondatore del cristianesimo non è Gesù Cristo, ma Paolo, che ne ha teorizzato il messaggio con coerenza dogmatica”.
 Per lo stesso motivo si spiega pure come mai i protestanti attribuiscano la stessa importanza al Vecchio e al Nuovo Testamento, tant’è che un predicatore nel suo sermone domenicale è libero di trarre spunto dal libro di Giuditta, senza nemmeno citare una parabola del vangelo, come ha fatto il successore di Oberkfampf al tempio della rue Madame, invitando i fedeli a seguire l’esempio della vedova che uccise il generale Oloferne fingendo di volerlo sedurre. “Il libro di Giuditta non è un testo canonico per noi. Il mio collega ha dimostrato grande apertura mentale. In genere, i predicatori protestanti non sono tenuti a leggere il libro del giorno; hanno grande libertà. Quanto al Vangelo, nella nostra pratica cultuale non ha un posto superiore rispetto ad altri testi. Racconta la vita di Gesù, ma come le ho detto, per noi quello che conta è chi era Gesù, non cosa ha fatto”.

L’intesa coi cattolici
Allora, alla luce del Concilio Vaticano II, viene da domandarsi se ci possa essere davvero un’intesa tra protestanti e cattolici. “Oggi, grazie al Concilio Vaticano II, cattolici e protestanti non sono più nemici come un tempo, ma vivono una buona intesa”, risponde Oberkampf che da anni in nome del “kerygma”, l’annuncio del messaggio cristiano, è impegnato nel dialogo coi vescovi cattolici, come dimostra il suo saggio più recente ”L’insolence de l’Evangile” (Onésime 2008). “Sul piano teologico si è molto discusso da una parte e dall’altra per sapere se potevano esserci condizioni comuni nel nostro modo di vedere le chiese. Oggi però questi dibattiti sono arrivati a un punto morto, senza peraltro mettere in discussione la nostra reciproca simpatia. Siamo riusciti a togliere le scorie dalle nostre divergenze essenziali, a farne emergere i nodi, sino a considerarli insolubili. Il rifiuto del magistero da parte dei protestanti, per esempio, non significa il rifiuto di una gerarchia (dal momento che esistono pure chiese protestanti provviste di una gerarchia di vescovi, come quella ungherese); significa piuttosto il rifiuto di qualcuno autorizzato a dire la verità. E’ un punto fondamentale per la chiesa protestante, in cui l’uomo non riceve la verità dall’alto, ma la cerca da solo e la pensa con la sua testa, andando avanti da solo. Persiste poi la divergenza sulla presenza reale del Cristo, o meglio sull’immanenza del Cristo nell’eucarestia, tant’è che per noi calvinisti l’adorazione del Santissimo sacramento è un orrore assoluto, perché il pane è il corpo di Cristo per designazione, destinato cioè a essere tale per la celebrazione, ma non è il corpo di Cristo in sé e per sé, come invece lo è per i cattolici secondo quanto stabilito dal Concilio di Trento. Anche questo, però, è un vecchio dibattito che non ha più grande importanza…”.
 La divergenza più vistosa, allora, sta  nel rifiuto del libero arbitrio? “In effetti, l’idea che l’uomo possa trattare Dio da pari a pari è insopportabile per un protestante. Dio è Dio, l’uomo è l’uomo, E quando parla Dio, l’uomo obbedisce. Per un protestante dunque non esiste libertà dell’uomo davanti a Dio, prima che Dio l’abbia liberato attraverso la grazia. L’uomo è schiavo finché Dio non lo libera. Viceversa, per la teologia cattolica, l’uomo è libero di scegliere; è libero di seguire o non seguire la volontà di Dio”.

La libertà della grazia

La liberazione dunque per Calvino avviene attraverso la grazia. A quel punto, l’uomo protestante diventa ancora più servo di Dio e paradossalmente più libero rispetto a tutto il resto? “L’idea che egli possa diventare un mercante, un capitalista, un capitano di industria nasce proprio dal fatto che la sua libertà è un dono di Dio”, spiega Oberkampf nelle cui vene scorre il sangue dell’aristocrazia protestante lionese, tant’è che dopo secoli di agiatezza da rentier suo padre fu il primo in famiglia a lavorare, come segretario della rappresentanza diplomatica francese alle Nazioni Unite prima, e poi come funzionario del ministero delle Finanze. “L’uomo calvinista ha perso la sua libertà col peccato originale, ma la ritrova attraverso la grazia. Sicché, la libertà per lui non è una qualità intrinseca alla natura umana, ma è un dono divino. L’uomo è libero perché ha la grazia, ha il dono della fede, perché crede. Lutero sostiene che l’uomo che non è entrato in contatto con Dio non è libero, non è degno di essere uomo. Nella teologia cattolica, invece, l’uomo resta libero anche dopo il peccato originale, libero di scegliere il bene o il male. Per un protestante, al contrario, il problema non è il bene o il male, ma il credere o il non credere, avere fede o non avere fede. Il problema vero è la verità della sua vita, non quello che fa, ma quello che è. Perché è l’uomo stesso, ciò che egli è e ciò che egli pensa, a permettere la costruzione della casa di Dio, non quello che l’uomo fa credendo di agire per Dio e sostituendosi a Dio”.
Quanto alla nevrosi calvinista, al senso di angoscia che assale il protestante, privato della confessione auricolare, dell’assoluzione da parte della chiesa, Oberkampf insiste sulla radicalizzazione dell’agostinismo; distingue tra il calvinista che sa di essere salvato e il giansenista il quale, invece, pur avendo la fede, non sa mai se sarà salvato oppure no, anche se “in fondo per un calvinista il fatto stesso di credere è sinonimo del fatto che si è salvati. E questo per Calvino è un punto fermo”. Alla fine, perciò, è facile fare l’inventario dell’eredità del calvinismo: “Un desiderio di prendere sul serio le vicende del mondo, di trovare soluzioni per alleviare le miserie umane, incorporato in una morale assai rigorosa”. Calvino – ricorda il pastore– voleva creare una sorta di città emblematica ed esemplare, “voleva dimostrare che Dio si preoccupava che le cose umane andassero per il verso giusto, che gli uomini avessero un comportamento retto e chiaro, non mafioso. E questo veniva prima ancora dell’istituzione di una chiesa riformata, fondata sul sistema presbiteriano sinodale, una sorta di repubblica eletta dal basso attraverso un’assemblea della comunità, in alternativa alla monarchia della chiesa cattolica, fondata su una gerarchia di vescovi. E in fondo, cinque secoli dopo, si può dire che sia stata la stessa liberazione dell’uomo rispetto alla salvezza ad offrire la possibilità per realizzare tutto ciò”.

Harvey Mansfield, Max Weber e il Vangelo di Calvino
Pubblicato il 20 aprile 2009, in Diario

Harvey Mansfield non legge i settimanali. Preferisce continuare a tradurre e studiare Tocqueville e Machiavelli, Aristotele e Hobbes. Ma da quando sui giornali si discute del ritorno di Dio, l politologo di Harvard, che è un osservatore spassionato delle miserie contemporanee, come dimostra l’ultimo suo libro, “Manliness”, saggio malinconico sulla fine dell’umanità nell’indifferenziazione dei generi, non rinuncia a una precisazione: “Non è Dio a tornare; semmai ...(continua domani sul Foglio)

Il grande silenzio laico
Pubblicato il 12 gennaio 2009, in Diario

Qualcosa di strano sta succedendo sotto i nostri occhi, e la cosa più strana è il silenzio delle istituzioni, la risposta balbuziente e indecisa data dai politici. Sabato scorso, alcune migliaia di musulmani (900 mila residenti in Italia) si sono dati di nuovo appuntamento nel centro di Milano per pregare rivolti verso la Mecca e invocare la protezione di Allah sui fratelli di Hamas ingaggiati in guerra da Israele nella Striscia di Gaza. Stavolta, l’orazione del tramonto, la quinta del giorno secondo il calendario coranico, si è tenuta non davanti al Duomo, ma nel  piazzale antistante la Stazione centrale. Dopo aver sfilato per le vie della città in un corteo di protesta contro le bombe israeliane su di Gaza, con i solito corteggio di slogan antisionisti, gli oranti musulmani si sono dispiegati in ginoccchio in ordine militare, e a piedi nudi davanti  ai loro tappetini di fortuna hanno invocato Allah. “Sembra di stare a Bagdad”, ha detto un passante al cronista di Repubblica. Erano “come un esercito”, ha osservato un caldarrostaio al cronista di Libero.
La presa di possesso della piazza milanese da parte di un gruppo di musulmani si aggiunge a quella di Torino,  Genova, Firenze, Roma, dove migliaia di persone sono sfilate in corteo, dando alle fiamme la bandiera israeliana, per esempio a Torino davanti all’associazione Italia-Israele, a Firenze davanti  al consolato americano, inneggiando propositi guerrieri (“Hamas vince, Israele boia”), e seminando scritte antiebraiche sui negozi degli commercianti ebrei, com’è successo a Roma nei pressi della sinagoga vicino Piazza Bologna.  A Genova, il corteo pro-Palestina ha sfilato sino alla cattedrale di san Lorenzo, con la solidarietà dell’Arci, dell’Unione democratica arabo palestinese,  di Legambiente, Rifondazione Comunista, ma anche della Rete contro il G-8 e del centro di Documentazione per la pace. Ma la simbologia evocava quella dei funerali dei neonati palestinesi, finti feretri di fagottini insanguinati, e versetti del Corano per chiedere la fine dei raid israeliani e dell’olocausto di Gaza. Nessun inno al partito di Hamas, avevano deciso gli organizzatori, per evitare strumentalizzazioni, ma solo uno sventolio di bandiere. Unici commenti, quello del rabbinbo Momigliano, che ha parlato di “ guerra tragica ma giusta”, e l’imam, che gli ha risposto: “Spero prenda le distanze da Israele così come noi le prendiamo dai terroristi islamici”.
I cattolici restano in silenzio davanti a queste manifestazioni di straordinaria potenza simbolica. Tace ormai da anni il vecchio e saggio cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo emerito di Bologna, che anni fa propose con grande scandalo nazionale una immigrazione selettiva a favore delle popolazioni cristiane. Tace o parlotta il cardinal Dionigi Tettamanzi, dopo la goffa richiesta di scuse accettata pro bono pacis dall’arciprete del Duomo di Milano, mentre l’arcivescovo di san Marino, Luigi Negri denuncia sul Giornale “gli aspetti stridenti in preghiere islamiche nelle piazze italiane da parte di chi incita all’odio e brucia le bandiere”.
Eppure quello più clamoroso non è il silenzio della Chiesa. Il silenzio che più fa rumore è quello della classe dirigente, come se un dispiegamento di forze così potente sul piano simbolico potesse neutralizzare ogni argomento politico o farlo scadere, in partenza, come inutile e pretestuoso. Certo, personalità della destra politica e culturale si sono espresse, ma con un timbro di autorevolezza ridotto dalla “tipicità” di quelle voci (i soliti “sobillatori”, direbbe Gad Lerner) e dall’isolamento in cui quelle parole sono cadute.
Il focoso ministro della Difesa Ignazio La Russa ha detto “basta alle provocazioni degli islamici a Milano”. Ha spiegato di non aver nulla nulla da obiettare alla preghiera o al diritto di manifestare senza violenza. “Ma a Milano, ha aggiunto, una manifestazione legittima si è conclusa in una provocatoria moschea a cielo aperto, e in un’occasione di odio, bruciando le bandiere di un paese amico”. Come lui ha parlato anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi, scrivendo al premier Silvio Berlusconi per chiedere di “espellere i manifestanti razzisti filo Hamas”; ma è incorso nel veto dei partiti di opposizione, Pd e Pdci, che attraverso il ministro ombra Marco Menniti hanno spiegato che “non si può equiparare chi brucia una bandiera ai terroristi”. E poi “Milano non è Gaza, e nemmeno l’Iraq”, ha aggiunto il vicesindaco Riccardo De Corato, deputato Pdl. Sul Giornale l’antropologa Ida Magli ha scritto con enfasi accorata: “Non possiamo lasciar prevalere l’islamismo senza perire”. La Magli, che ha un passato di religiosa, ha salutato il sussulto di coscienza davanti al sequestro jihadista delle piazze europee, che rende consapevoli di quanto la nostra civiltà sia fragile, soprattutto a causa dei suoi stessi valori principali, “il cristianesimo, la libertà, la indulgente benevolenza tipica del carattere degli italiani”.
Forse proprio così si spiega il silenzio delle alte cariche dello stato, dei maggiori leader parlamentari. E anche una certa reticenza di stampa e tv, una ritrosia a farsi coinvolgere di intellettuali liberali di solito combattivi e presenzialisti. Come se in nome della libertà di pensiero, della libertà di culto, non si potesse non si dica interdire e vietare, ma nemmeno commentare un fatto così cospicuo dal punto di vista civile e politico e religioso, salvo scatenare una reazione opposta e contraria nei cristiani, e dunque riaprire la cicatrice dell’inimicizia religiosa, rimarginata grazie allo stato laico. Per questo, probabilmente, tace sulla questione il presidente della Repubblica, tace il presidente del Senato, tace il presidente della Camera, il presidente del Consiglio, il ministro dell’Interno.     
L’ultimo episodio segna un salto di qualità, comunque lo si giudichi e comunque si intenda definire una possibile risposta: non è la semplice preghiera in pubblico di un gruppo di immigrati musulmani. E’ il gesto di una offensiva politica, condotta su una piattaforma non nazionalista e tantomeno di patriottismo liberale, bensì islamica. Un pezzo del mondo islamico si scopre fiancheggiatore in preghiera del jihad davanti alle cattedrali e nelle piazze europee, e questo rischia di rendere problematica la famosa convivenza multiculturale. Per contribuire a bucare con opinioni non conformi e non banali il grande silenzio o la grande opacità che sono sotto i nostri occhi, abbiamo come al solito fatto girafre un certo numero di opinioni.

Marina Valensise
© Il Foglio, 13 gennaio 2009


La letteratura e l'impegno: Dialoghi italo-israeliani
Pubblicato il 23 novembre 2008, in Diario

S'apre lunedì con una conferenza stampa all'Hotel Monte Sion di Gerusalemme il convegno organizzato dall'Istituto italiano di Cultura in occasione della visita di Stato del presidente Giorgio Napolitano in Israele. Son giù arrivati Alessandro Piperno, Elena Loewenthal, Edoardo Albinati, Maria Ida Gaeta, Lidia Ravera, Claudio Magris, Filippo Tuena, e tanti altri scrittori, critici, intellettuali italiani. Simonetta Della Seta, instancabile direttrice dell'Istituto culturale italiano, ha organizzato le cose in grande. Martedì Claudio Magris e A.B. Yehoshua parleranno dei confini della letteratura. Mercoledì Ahron Appelfeld, Svyon Liebrecht, Dorit Rabynyan dialogheranno con Alain Elkann, e gli altri colleghi italiani sul retaggio della memoria, mentre grazie a Manuela Dviri Luciano Canfora, Elisabetta Rasi, Sergio Givone parleranno di passato e di presente con Haim Beer, Eli Amir, Meir Shalev, Yael Hedaya, fra gli altri. Si parlerà anche di traduzioni e edizioni, e di invenzione della realtà: attesi Corrado Augias e Giorgio Montefoschi per dialogare con Yoram Kaniuk e Etgar Keret. Giovedì Lectio Magistralis di Napolitano all'Università Ebraica di Gerusalemme, e poi Piperno, Ravera parleranno di provocazione delle parole con Orly Castel Bloom, Bernny Barbash e Eshkol Nevo, sotto la guida di Avirama Golan, David Grossmann e Susanna Tamara della Forza del'interiorità, "moderati" da me stessa, e poi a seguire, nel pomeriggio, sentiremo parlare di done, con Zeruya Shalev e Alon Altaras e di verità della poesia, con Ariel Rathaus e Shimon Adaf, fra gli altri. Programma intenso e molto promettente, per festeggiare i 60 anni dello Stato ebraico.

Berlusconi smorza i toni, ma nessuno dimentica che ha detto la verità
Pubblicato il 23 ottobre 2008, in Diario

Potenza del mite. La voce grossa e la faccia feroce saranno durate meno di un giorno. Nella conferenza stampa a Palazzo Chigi, accanto al ministro della Pubblica Istruzione, Silvio Berlusconi ha detto con parole chiare e forti una verità semplice e evidente che però, da quarant’anni, non sembra avere più diritto di cittadinanza fra noi italiani. “Non permetteremo che vengano occupate le scuole e le università, perché l’occupazine di posti pubblici non è una dimostrazione di libertà, non è un fatto di democrazia; è una violenza nei confronti di altri studenti, delle famiglie, delle istituzioni, dello Stato”. Parlava con con tono fermo, scandendo le pause, Berlusconi: e dalle sue parole ha tratto la logica conclusione con un annuncio ad alto rischio:  “Convocherò oggi stesso il ministro degli Interni e darò istruzioni dettagliate su come intervenire attraverso le forze dell’ordine per evitare che questo possa accadere”.
La maggioranza che la primavera scorsa ha portato  la coalizione di centro destra al governo avrà avuto un sussulto. Finalemente, pane al pane! Era ora! Per una volta poteva salutare la coerenza di un politico, pop quanto si vuole, ma sui generis, che nei momenti di emergenza non tentenna, va dritto per la sua strada, anche a rischio di risultare impopolare. Poteva riconoscere nella baldanza legalitaria del capo del governo l’espressione dello stesso metodo seguito a Napoli per risolvere, in soli tre mesi, l’annoso problema covato per quindici anni dalla prolungata inerzia di una classe politica in balìa del ricatto locale e dell’intimidazione criminale. E infatti, da uno che ha liberato Napoli dai rifiuti, mandando l’esercito e ordinando di scavare nuove discariche in località segrete, ci si poteva mai aspettare la solita indulgenza, il misto di acquiescenza e disfattismo, che da anni i principali responsabili politici dedicano alle goliardate della gioventù italiana? Ci si poteva mai aspettare la remissività compiaciuta e lievemente soddisfatta verso le stanche liturgie, dalla pretesa liberatoria, che da quarant’anni l’internazionale giovanile ripete a ogni inizio di stagione, come un’iniziazione obbligata o un rito di passaggio verso la vita adulta? Occupazione, autogestione, cortei, sacchi a pelo, barbe lunghe, e poi golfoni stràmici, occhi gonfi di sonno e di erba, la voglia di fare casino, ribellarsi, protestare, perché il mondo comunque fa schifo, il governo è repressivo, e la riforma in ogni caso penalizza il nostro avvenire. Francamente no, nemmeno davanti alla configurazione inedita del fronte comune di studenti e professori avversi a ogni riforma. Da un tipo come Berlusconi, che continua la sua luna di miele con più del 60 per cento degli italiani, unico leader di una democrazia occidentale che per cinque volte si presenta alle elezioni e per tre viene eletto aumentando i consensi, per quanto paradossale possa sembrare, ci si poteva aspettare una certa fermezza, il coraggio di una lingua chiara, forte, stringente e di misure conseguenti.
La fermezza però è durata poco. Saranno bastati i picchetti in tutta Italia di studenti sul piede di guerra contro la riforma della scuola, e i tagli di Giulio Tremonti sull’università, i cortei spontanei per le vie di Napoli, i sit in a Roma, Milano, Bologna, il muro di libri in piazza san Giacomo a Trieste, l’occupazione decretata in tante facoltà, i corsi a cielo aperto con le lavagne in piazza Montecitorio, oppure l’urlo di guerra lanciato da un’atrofisica ancora atletica, come l’ottantenne Margherita Hack, che ha abbandonato il suo laboratorio per salire su una sedia in Piazza della Signoria e arringare la folla fiorentina con foga neosavonarolica: “Un riforma così importante fatta con un decreto legge senza discussione in parlamento è una falsa democrazia. Questo governo distrugge l’Italia”. Sarà stato il clima incandescente fomentato da un’opposizione che non sognava altro per manovrare le piazze e rimettersi alla testa dei perseguitati, fatto sta che, sommerso da una valanga di critiche, colpito dall’ipersemplificazione dei media e dai loro titoli ferali (tipo “contro gli studenti mando gli agenti”), sarà per la mano tesa agli studenti lanciata ieri in Senato dalla Gelmini, che è tornata sui termini reali di una riforma che per ora riguarda solo la scuola, sarà per tutto questo ed altro ancora se il presidente del Consiglio ha finito per mitigare i toni. “Impedire che qualcuno eserciti un proprio diritto credo debba essere considerato un reato” ha detto Berlusconi appena arrivato a Pechino, smentendo la possibilità di ricorrere alle forze dell’ordine. “Chi è in dissenso con le cose che facciamo è liberissimo di manifestarlo “ ha aggiunto mite. “Nessuno però può impedire a chi non è d’accordo di esercitare il proprio diritto. E’ un dovere del governo garantirlo ed è giusto occuparsene”. Eppure, per quanto necessario sia stato il ripiegamento tattico, nessuno può pensare che basterà a farci dimenticare la verità detta e ribadita dal Cav.

Marina Valensise
© Il Foglio, 24 ottobrer 2008

“La civiltà occidentale s’inabissa, ma non è la fine della storia”
Pubblicato il 24 settembre 2008, in Diario

Alain de Benoist continua l’opera di decostruzione della modernità, in vista di un suo radicale superamento. Eppure, se uno l’invita a pronunciarsi sull’attuale crisi finanziaria, risponde senza infiammarsi come fa il suo ex amico della Nouvelle Droite Guillaume Faye, ma come un tranquillo apocalittico integrato. “E’ una crisi importante – dice al Foglio – ma non credo sia un punto di non ritorno nella storia della civiltà occidentale; semmai rappresenta un avvertimento rispetto all’orientamento in cui la civiltà occidentale s’è inabissata, da quando risponde esclusivamente all’assiomatica dell’interesse”. L’espressione non ha nulla di esoterico. Indica l’orizzonte della produzione e dei consumi diventato ormai il principio primo, di per sé evidente e indiscutibile, entro cui si racchiudono le nostre esistenze. “Dopo la fine dell’utopia comunista è questa l’illusione dominante”, dice AdB, che da intellettuale non conforme ha sempre indagato sul legame profondo che unisce liberalismo e comunismo. “La cultura di destra ha denunciato per decenni il materialismo dell’ideologia comunista. Oggi però scopriamo che il capitalismo liberale è infinitamente più materialista del comunismo, perché si fonda sull’antropologia dell’interesse egoistico”. Ironia della storia, Graecia capta ferum victorem cepit, i vinti conquistano i vincitori? “La storia è sempre aperta. Sarebbe presuntuoso credere che l’immaginazione sia giunta al termine. Sul piano dei principi, il liberalismo mi pare altrettanto utopico del marxismo. Sogna una società ideale, non la società senza classi, ma una società dove il conflitto verrebbe a mancare perché il meccanismo dei mercati, di per sé regolatore o autoregolatore, finirebbe per stabilire un equilibrio: la pace universale attraverso il dolce commercio, come dicevano nel XVIII secolo”. Insomma, il mercatismo come fine della storia? “Quando Francis Fukuyama parlava di fine della storia, tradiva l’aspirazione a uno stadio stazionario o terminale del tutto paragonabile all’utopia comunista, con cui il liberalismo condivide alcuni presupposti di origine illuministica… la crisi attuale, in questo senso, è un segnale importante. La crisi del ’29 fu un avvertimento, ora si fa appello alla necessità di regolare il sistema per attenuare gli effetti devastanti della nuova crisi attuale. Ma sono soluzioni marginali. Il fondo della questione è che il sistema finanziario non lo controlla nessuno. Navighiamo a vista per evitare che domani sia peggio di oggi. Eppure, non possiamo continuare a inabissarci nel sistema”.
 
L’utopia liberale è come quella comunist
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Ma per tirarcene fuori non dovremmo emendare l’antropologia egoistica che è il fondamento stesso del sistema liberale? “Il sistema liberale consiste nella difesa razionale del miglior interesse del singolo. Pone l’accento sul valore di scambio, più che sul valore d’uso, sui comportamenti egoistici piuttosto che sulla logica del dono gratuito, della solidarietà. Personalmente, resto convinto che se si rifiuta l’utopia comunista bisogna rifiutare anche quella liberale. Non che sia ostile alla società di mercato, ma se tutti i fenomeni sociali vengono ricondotti a un meccanismo di mercato, non siamo in una società in cui esiste il mercato, ma in una società che si è ridotta a un mercato. E cominciano i problemi”,
Non sarà questo il senso della Nouvelle Droite? Nient’affatto, AdB è il primo a rifiutare la definizione. “Non l’ho scelta io, è un’etichetta mediatica che dà un colore politico a un movimento di idee che si è sempre tenuto lontano dalla vita politica”. E se riecheggia l’apolitìa di Julius Evola, AdB rivendica anche l’eccezione francese: “Lastessa espressione viene usata con contenuti diversi; in America per esempio indica un fondamentalismo economico protestatario e ultraliberale”. Inoltre, da battitore libero, AdB insiste nel difendere lo sconfinamento trasversale a destra e sinistra e il beneficio conseguente. “Dividere il mondo tra destra e sinistra è molto riduttivo. Essere di destra vuol dire solo non essere comunista. Ma in fatto di ecologia, crescita, Europa, atlantismo, le posizioni sono tali e tante che non giustificano l’adesione a uno schieramento”.
Lo dimostra la stessa biografia di AdB. Solo da qualche anno, egli assapora la fine dell’ostracismo ideologico che un giorno spinse Maurice Blanchot, il grande critico letterario novantenne, ossessionato da un passato di militante di estrema destra, a sabotare la casa editrice che pubblicava i saggi del direttore del GRECE, il Gruppo di ricerche e di studi sulla civiltà europea. Era il 1993. La vigilanza democratica e l’allarme antifascista erano sempre all’erta per scongiurare ogni possibile contagio, con l’appello alla mobilitazione permanente. Poi però le cose cambiarono. L’epoca dell’equazione “intellettuale=intellettuale di sinistra” tramontò. Iniziò la stagione del disimpegno. Qualcuno ricordò che il mestiere dell’intellettuale era la ricerca della verità, e a quel punto si capì che si poteva essere un intellettuale senza servire il popolo, anzi diventando addirittura agnostico in politica. AdB, che è sempre stato un appartato, oltre che un appestato, iniziò a respirare. A sdoganarlo provvide uno studioso del razzismo il quale, sebbene di sinistra, era finito nel mirino del politicamente corretto. Pierre André Taguieff, contro i suoi detrattori, scrisse un saggio sulla “Nouvelle Droite” in difesa di AdB, il fondatore non conforme che veniva additato come “criptonazista”, pur avendo criticato l’ideologia razzista in generale e il Fronte nazionale in particolare. “Meglio un’opinione correttamente espressa, che un’opinione semplicemente corretta”, decretò Taguieff e da quel giorno anche in Francia finì la demonizzazione dell’avversario. Si cominciò a discutere di idee, non di logica delle idee, abbandonando pregiudizi e scomuniche a favore di argomenti razionali.

“Io resto un aristotelico”

“Dopo il crollo del Muro di Berlino” insiste AdB, “la divisione tra destra e sinistra sopravvive in parlamento, ma nel dibattito pubblico è superata. Prenda l’euro, per esempio, favorevoli e contrari sono indiscriminatamente a destra e sinistra: idem per l’Iraq, l’islam, il terrorismo”. Qual è allora il nuovo discrimine? Cosmpolitismo e localismo? Secolarismo e antisecolarismo? “E’ possibile, ma i confini restano mobili. Guardi l’ecologia, per esempio, che confonde le linee sull’ideologia del progresso nata a sinistra, ma sostenuta oggi dai liberali di destra”. Ma non è proprio l’ideologia del progresso che gli ultimi avvenimenti mettono in causa? E l’assiomatica dell’interesse riuscirà a sopravvivere al cambiamento di rotta imposto dalla crisi? “L’espansione dell’economicismo è correlata all’idea che la società sia una somma di individui, che eredi di un contratto hanno rotto con lo stato di natura prepolitico e presociale. Io però continuo ad essere molto aristotelico. Sono convinto infatti che l’uomo sia innnzitutto un animale politico e sociale. E la cosa che oggi più mi preoccupa è il venir meno dei legami sociali, con l’anonimato di massa, la solitudine crescente, in un mondo dove competizione e concorrenza spingono a considerare l’altro non nostro prossimo, non il nostre simile, ma il nostro rivale, il nostro avversario”. Allora, per porre un freno alla deriva mercatista di un mondo finanziariofuori controllo, perché privo di regole, bisogna ripensare i fondamenti dell’antropologia moderna? Dimenticare l’uomo schiavo, dominato dalle passioni, che Hobbes pone al centro del De Cive per fondare il contratto sociale, e tornare al kaloskagathos dell’Etica Nicomachea, recuperando il fine ultimo dell’animale razionale che è la vita buona? Dunque ha ragione Guillaume Faye che punta sull’archeofuturismo? “Capisco cosa intende dire, ma archeofuturismo è una formula pubblicitaria dal contenuto sfuggente” risponde AdB schivando il giudizio sull’ex sodale. In realtà, AdB sostiene di non essere un “restaurazionista”. Non vuole un ritorno al passato, però anche lui, come Faye e Giulio Tremonti, è convinto che oggi siamo arrivati alla fine di un ciclo che ha segnato la modernità, e sia giunta l’ora di cogliere “alcune potenzialità del passato”. Ma è “la fine della finitezza” l’aspetto che più lo angustia. “Al di là del profitto o della necessità di consumare, ognuno di noi oggi ha smarrito il senso della sua presenza nel mondo. Il capitalismo ha per principale caratteristica la negazione dei limiti. Si estende a dismisura, distruggendo legami, costumi, consuetudini, per instaurare ovunque la logica del profitto. Le istituzioni sono in crisi. I modelli politici crollano uno dopo l’altro, a cominciare dallo stato nazione, troppo piccolo per regolare i conflitti planetari e troppo grande per rispondere alle attese della gente. E’ per questo che io non credo nel ritorno all’antico. Servono nuove soluzioni, e forse riattivando forme di vita locale, come la regione, la provincia, la città, i quartieri, le troveremo”.

Aveva ragione la Scuola di Francoforte
Quando all’utopia della commercial society, che sognava la pace universale come effetto dell’espansione del mercato, non sarà un’altra disillusione rispetto alle promesse dell’illuminismo che legava l’emancipazione del singolo al benessere, e credeva nella marcia irreversibile del progresso? “Si è visto come l’ideale dell’autonomia sia stato tradito: per questo valgono ancora le analisi della Scuola di Francoforte, di Adorno e Horkheimer che hanno spiegato come la vita moderna, nel momento stesso in cui s’apre alla libertà, secerne forme di alienazione. Ma l’idea di fondo della commercial society, e cioè che l’espansione del mercato avrebbe garantito la pace universale, non si è mai realizzata. Abbiamo visto scoppiare una serie di guerre economiche, come guella per il petrolio che si combatte in Iraq. L’errore è stato di pensare che guerre e conflitti fossero irrazionali, destinati a sparire grazie a negoziato ragionevole. E invece non è vero: guerre e conflitti non sono negoziabili. Esulano dall’ordine contabile della razionalità”.   





 

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