www.marinavalensise.it
.
Annunci online

 


 
www.marinavalensise.it www.marinavalensise.it www.marinavalensise.it
   

Primo piano
Appuntamenti
Pubblicazioni
Articoli
Chi sono
Contatti
Blog
 
Link
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Dio, il dollaro, gli inglesi e il senso delle cose
Pubblicato il 12 giugno 2009, in Diario

Letto un bellissimo libro, l'ultimo in italiano di Walter Russel Mead. Si intitola "Dio e Dollaro. La Gran Bretagna, l'America e le origini del Mondo moderno", l'ha tradotto Thalin Zarmanian per Garzanti, ed è un libro che tutti dovrebbero leggere per capire il senso della storia che stiamo vivendo. WRM è un  liberal, gioviale e ottimista, Senior Fellow del Council on Foreign Relations. Obamiamo quanto basta, ma prudente quanto serve. "Tutto l'eroismo del passato, tutta lasofferenza, la fede appassionata, il sacrificio, le letto religiose  e politiche sono serive solo a dar vita a un paradiso dello shopping" si domanda del suo libro sul capitalismo, il successo planetario del  liberalismo anglosassone e il senso del progresso che ha costellato la recente storia dell'occidente, oltreché le vittorie del mondo libero. "Davvero la società liberale non ha altro scopo che l'accumulazione di beni materiali?". La risposta, naturalmente, è no. Russel Mead difende non tanto la rifondazione religiosa dell'Occidente, quanto il recupero della trascendenza. In fondo, è un ratzingeriano inconsapevole, un contemporaneo. Un uomo libero.

Le favole di Alain Minc sul futuro e le sue incognite
Pubblicato il 1 aprile 2009, in Diario

Puntuale anche quest’anno arriva in libreria un nuovo saggio di Alain Minc, il finanziere-scrittore già sodale di Carlo de Benedetti e oggi consulente di Vincent Bolloré. Stavolta la novità è lo scenario apocalittico che annunciano “Les dix jours qui ébranleront le monde” (dal titolo del volumetto uscito da Grasset, 9 euro, 135 pagine) ....(continua oggi, 9 aprile, sul Foglio)










Obama concilia progressismo e religione (almeno ci prova)
Pubblicato il 18 dicembre 2008, in Diario

E’ possibile un progressismo amico della religione? A porre la domanda è stato il direttore di “Reset” Giancarlo Bosetti nel seminario del Centro studi americani, in occasione dell’edizione  di tre discorsi di Barack Obama: quello programmatico di Washington del giugno 2006; quello di Atlanta sul deficit morale, e quello di Chicago su famiglia e matrimonio, del gennaio e marzo scorsi (“La mia fede”, Marsilio, 8,50 euro). Obama ha affrontato  (....continua domani sul Foglio)

La libertà è cristiana: Colloquio con Marcello Pera, il filosofo liberale che ha su suscitato l’entusiasmo di Benedetto XVI
Pubblicato il 13 dicembre 2008, in Diario

Il primo a mostrare stupore è proprio lui, Marcello Pera, il senatore epistemologo che ritornato ai suoi studi ha pubblicato un libro dove attacca laicisti e clericali con una rilettura del liberalismo nella sua essenza cristiana. “Davvero non me l’aspettavo” dice con candore nelle ampie stanze del suo ufficio a Palazzo Giustiniani. Pensa, naturalmente, alla lettera di Benedetto XVI che figura in testa al saggio “Perché dobbiamo dirci cristiani”, appena uscito da Mondadori. “Con una conoscenza stupenda delle fonti e con una logica cogente – scrive il Papa – Ella analizza l’essenza del liberalismo a partire dai suoi fondamenti, mostrando che all’essenza del liberalismo appartiene il suo radicamento nell’immagine cristiana di Dio: la sua relazione con Dio di cui l’uomo è l’immagine e da cui abbiamo ricevuto il dono della libertà”.
Marcello Pera è un tipo schivo, ma sembra emozionarsi quando ricorda la sorpresa che lo colse ai primi di settembre, alla vigilia del suo 40° anniversario di matrimonio, il giorno in cui da Castel Gandolfo ricevette la lettera del Papa. E’ un uomo abituato ai cambi di prospettiva: lucchese, bizantino solo di nome (da pronunciarsi con la e aperta, che in greco antico significa “limite”, “confine”, ed è lo stesso dato al quartiere genovese di Costantinopoli), ma senza ascendenze, “mio padre” dice “era un semlice manovale”, Marcello Pera ha iniziato a lavorare come ragioniere in banca, per finire sulla cattedra di Filosofia della scienza all’Università di Pisa, dopo dieci anni alla Camera di commercio; eletto nelle liste di Forza Italia al Senato, dopo pochi anni ne è diventato il presidente. Infine, lasciato Palazzo Madama, si è rimesso a studiare “per salvarsi l’anima”, dice lui, e si capisce che dal mondo delle idee ha attinto la forza per superare la delusione politica.
Ma la sua riflessione sul liberalismo cristiano nasce da un trauma: “L’11 settembre l’interpretai come un attacco non solo terroristico, ma contro la nostra civiltà. Era naturale per me interrogarmi sui valori, il fondamento e il senso stesso di una civiltà che si batte il petto, chiede scusa, non ama affermare la sua identità, e cerca anzi di integrare elementi alieni, come i romani facevano coi barbari”. Da elettrone libero della politica italiana, passato dalla scienza della logica alla seconda carica dello stato, e poi da lì di nuovo alla filosofia, Pera non nasconde il travaglio che ha accompagnato questo libro, su cui si dice lavorasse di notte proprio nei giorni in cui Silvio Berlusconi stava formando il nuovo governo, e prospettava per lui il ministero della Giustizia. “Mi è costato tanta fatica. Non è un pamphlet, ma un libro di studio, anzi il mio contributo alla politica: un esame di coscienza senza il quale rischiamo di cedere al laicismo trionfante o soccombere al rischio opposto del clericalismo”. L’altro rischio, ancora più subdolo per un liberale come lui, cresciuto alla scuola di Karl Popper e della società aperta, era l’esposizione personale: “Si è convertito o no? Altra domanda morbosa in cui scade questo argomento in Italia” commenta il senatore. “E invece i temi di cui tratto vanno ben al di là della conversione” aggiunge Pera che nel suo libro distingue accuratamente tra il “credere in” e “il credere che”, ossia tra i cristiani per fede e i cristiani di cultura.
Il Papa, che del suo saggio è stato non solo il primo destinatario e il primo lettore, ma il fondamentale ispiratore e un fermo incoraggiatore, ne ha fatto un elogio senza riserve: “Con una logica inconfutabile”, scrive Benedetto XVI nella sua lettera a Pera, “Ella fa vedere che il liberalismo perde la sua base e distrugge se stesso se abbandona questo suo fondamento”. E infatti al cuore di questo studio altamente ratzingeriano c’è il rapporto tra il liberalismo e la religione cristiana. Alle radici della cultura laica liberale, questa la tesi di Pera, c’è la persona umana; dunque non può esserci libertà dell’individuo senza un rapporto col Dio cristiano, e senza un’idea di bene e una consapevolezza del dono ricevuto dall’uomo, creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio.
E’ un ritorno ai primordi del liberalismo moderno, quando i Padri Pellegrini traversavano l’Atlantico con i trattati di John Locke in una mano e la Bibbia nell’altra? “Il fatto è che senza verità non può esserci libertà” risponde Pera. “La libertà senza verità scade, diventando uno stato contingente e aleatorio, perché si perde il suo stesso fondamento, la sua giustificazione, la sua base etica, metafisica, religiosa”. Eppure i pensatori contemporanei e postmoderni, come John Rawls, rifiutano qualsiasi fondamento, sostengono che il liberalismo è autosufficiente, basta a se stesso, non ha bisogno di alcuna dottrina anteriore per giustificarsi; e per superare la difficoltà un antirelativista come Jürgen Habermas è disposto a qualsiasi acrobazia argomentativa, anche a costo di contraddirsi, come lei spiega nel suo libro. “Habermas pensa in termini di razionalità normativa. Rawls pensa solo in termini di procedura. Ma in questo modo la libertà si corrode. Decade a relazioni e procedure, così come la democrazia, che ha un fondamento etico nell’eguaglianza di tutti davanti alla legge, corrode se stessa quando decade a semplice macchina per le votazioni, perché mina il suo stesso principio. L’aveva capito benissimo Platone che nella ‘Repubblica’ parla di una libertà autofagica, che mangia se stessa, proprio come succede alla democrazia relativistica che, priva di religione, diventa religione a se stessa. E infatti, se non c’è più la verità, ma solo la somma di tante credenze separate, se non esiste più una legge morale comune a tutti, ma solo le tradizioni dei singoli gruppi, il bene morale può essere messo ai voti, e saranno le maggioranze parlamentari a decidere cosa è bene e giusto. Il nomos dunque crea la physis, la legge stabilisce la natura. E’ questo il paradosso che stravolge il liberalismo procedurale; se siamo liberi di votare e per di più relativisti non resta più niente di sacro, di non negoziabile, persino i valori sono costruiti dalla maggioranza in Parlamento”.
Pera critica la degenerazione del moderno citando la “Repubblica” di Platone: fatto strano per un seguace del liberale Karl Popper che vedeva nel filosofo ateniese il nemico della società aperta: “Condivido l’analisi, non la ricetta, l’autofagia della libertà, non il governo dei filosofi” si schermisce Pera, preoccupato dai tempi correnti: “E’ esattamente la stessa cosa che sta accadendo in Europa, certo, ma in America è diverso: lì c’è stato un popolo di pellegrini, scampato alle persecuzioni religiose per costruire la “City upon the Hill” come un redivivo popolo eletto di cui parla la Bibbia. Poi c’è stata l’opera meravigliosa di John Adams e Thomas Jefferson, che hanno razionalizzato la religione facendone una costituzione civile. L’elemento religioso comune è diventato un abito civile più forte della legge positiva, proprio perché vissuto come abito. Risultato? L’esperienza costituzionale americana dura da duecent’anni e non ha prodotto alcuna dittatura; mentre noi europei, che quell’abito l’abbiamo perduto, abbiamo avuto sistemi autoritari: Robespierre e il giacobinismo, Lenin, Stalin e il comunismo, Hitler e il nazismo. La patria del cristianesimo ha prodotto la peggiore negazione della libertà quando la modernità si è invaghita dell’idea che l’uomo basta a se stesso, si costruisce da solo, senza verità rivelata”.
La vera frattura, dunque, per Pera è la Rivoluzione francese. L’idea di un mondo in balìa degli eccessi anticristiani perché abbandonato a se stesso e in balìa della ragione astratta dei diritti dell’uomo, come scriveva Edmund Burke. “Sì, ma attenzione. Nella dichiarazione del 1789 c’è ancora un residuo religioso di libertà cristiana: infatti sono diritti riconosciuti dallo stato, che pertengono agli individui come persone umane, prima ancora che come citoyens. Da lì, poi, per ragioni storiche legate al potere temporale dei papi, nasce la polemica contro la chiesa e il cristianesimo: l’anticlericalismo si salda alla decristianizzazione, col risultato che i laici oggi finiscono per cadere in un’apostasia del cristianesimo scambiato con la fisionomia di un’ex potenza terrena”.
Dunque il laicismo a oltranza che molti continuano a professare sarebbe un anacronismo? “L’anticlericalismo, più che una malattia, fu uno stato di necessità dell’Ottocento” dice Pera. “In Europa gli stati nazionali si costruirono contro la volontà della chiesa. L’anticlericalismo fu uno strumento di difesa contro il potere temporale della chiesa. Solo che ora è degenerato in qualcosa che non va contro una politica temporalistica vaticana, ma contro lo stesso cristianesimo. Quante volte mi son sentito dire, lei rivaluta il cristianesimo, però dimentica che la chiesa era contro il Risorgimento, non ha ostacolato Hitler… ma allora, dico io, guardiamo anche al ruolo positivo della chiesa… masse di analfabeti istruiti, educati alla politica grazie alla chiesa”.
Eppure oggi, a seguire da laici la missione pastorale della chiesa non si rischia di impegnarsi in una battaglia disperata? Fondare la difesa del liberalismo sulla verità rivelata non è un’impresa vana in un mondo votato  all’ateismo di massa? Pera risponde con l’esempio del “Non possiamo non dirci cristiani” di Benedetto Croce: “Il Croce del 1942 viveva la peggiore tragedia d’Europa, una guerra civile intestina. Di fronte al precipizio capì che solo Dio ci può salvare. Ma a differenza di Martin Heidegger che pensava al Dio pagano, Croce, da autentico liberale, sia pure di tipo hegeliano, cercò la salvezza nel cristianesimo. Prendendo questa posizione nel pieno crollo della civiltà europea, Croce apre una terribile contraddizione nel suo sistema filosofico, dove non c’è posto per la religione. Io oggi mi trovo in una situazione analoga. Vivo la crisi etica, civile e morale della civiltà europea con disagio, in uno stato d’animo di disperazione. Mi conforta il fatto che l’America resista ancora e l’altro elemento di conforto per me è Benedetto XVI, ciò che egli dice e le reazioni di crescente popolarità che provoca il suo dire. Sono convinto che il Papa sia consapevole del fardello che ha sulle spalle, la riforma morale dell’Europa, e il suo indefettibile dire non deflette di fronte alla missione che la storia gli ha affidato: penetrare nelle coscienze dei laici, sino al punto da metterli in difficoltà, come dimostrano quelli che cercano di non prestargli ascolto, rifiutandosi persino di farlo parlare, come i professori della Sapienza. E’ un Papa che divide le coscienze, ma in fondo se la libertà dipende dalla verità è giusto che sia così”.
Non è paradossale che duecent’anni dopo la rivoluzione anticristiana sia proprio il capo della chiesa cattolica, l’apostolo della tradizione evangelica, a dover salvare l’Europa dal nichilismo relativistico? “Il suo è un compito gravoso, ma lui ci sta riuscendo. Sta diventando un Papa popolare, ascoltato dal mondo laico che, sfidato, è costretto a rispondergli e corrispondere. Benedetto XVI non è un Papa che ti chiede di convertirti o pregare, ma di pensare i fondamenti stessi del tuo essere laico, di capire cosa significhi essere laico”. Eppure, rispetto al liberale Croce che nella crisi della Seconda guerra mondiale proclamava “Non possiamo non dirci cristiani”, il liberale Pera che dichiara “Dobbiamo dirci cristiani” sembra avere la posizione più debole: anziché la reazione spontanea davanti alla datità, la sua non è una scelta volontaria e intenzionale, e dunque più aleatoria, quasi fosse l’ultima ratio per evitare la catastrofe? “Tra me e Croce non c’è alcun cambiamento” risponde Pera. “Io condivido l’elogio del cristianesimo fatto da Croce, e nel mio libro spiego perché usa una formula riduttiva. Croce è un filosofo idealista il quale pensa che la libertà come spirito assoluto si svolga da sé nella storia, anche nei periodi bui e sotto i regimi che non ammettono la libertà politica. Per me invece, che sono un liberale alla Locke e alla Kant, il liberalismo ha a che fare con libertà concrete. Anche per Croce senza cristianesimo non c’è liberalismo; solo che lui vede nel cristianesimo una fase storica, un momento della libertà che evolve, e ammette che un giorno potrebbe essere superata. Viceversa, io àncoro il liberalismo al cristianesimo storico, legando concettualmente i due fenomeni”. In fondo, anche i romantici dopo la rivoluzione francese… “I romantici”, incalza subito Pera, “fanno ciò che oggi fanno i relativisti. Non esiste l’uomo in assoluto, non esiste la famiglia umana, ma solo i popoli e le nazioni. Non ci sono diritti in assoluto, legati alle persone, come pensavano Locke, Kant e Tocqueville. Esistono solo i diritti dei popoli e degli stati contro l’universalismo. Il liberalismo è una filosofia senza frontiere, perché la persona umana non ha frontiere. Oggi col multiculturalismo i diritti si stanno rinsecchendo entro i loro ambiti territoriali, occidente, America, islam… Stiamo perdendo il senso universale, per dirla col termine laico, o ecumenico, per usare la parola cristiana. In questo senso, il liberalismo nasce congenere rispetto al cristianesimo: per entrambi, infatti, c’è solo la famiglia umana, composta da persone portatrici di diritti naturali e inalienabili. Herder, Hamann e i romantici rimproverano il liberalismo universalista di etnocentrismo. Ma il liberalismo crede nella libertà, assegna ad essa un significato religioso, e l’esporta, per questo è cosmopolita e chiede sempre le carte internazionali. I suoi nemici sono i nazionalisti. Kant vide sgretolarsi le idee universali della sua filosofia e del liberalismo cosmopolita. E oggi il dramma si ripete”.
Infatti, i romantici diventati relativisti criticano la pretesa universalità della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, sostenendo che l’individualismo liberale non può essere condiviso dal mondo islamico o dalla Cina confuciana. “In quella dichiarazione gli individui hanno diritti non in quanto cittadini, bensì come membri del consorzio umano. La dichiarazione di indipendenza americana rappresenta, in questo senso, un’espansione della civiltà cristiana che ha vinto e si è allargata sino a coprire paesi che non appartenevano a quella tradizione. Obiettare che siano valori particolari al liberalismo occidentale è come dire che la legge di inerzia di Galilei, siccome è stata scoperta tra Padova e Firenze non può valere per tutto il mondo. Ma il liberalismo dà alla dignità umana lo stesso valore universale che le scoperte scientifiche danno alla realtà della natura. E le carte internazionali servono a esportarlo in zone estranee alla tradizione cristiana, che affonda le radici nel Vangelo e nella Bibbia”.
Ma allora come affrontare l’integrazione del diverso? “I relativisti assolutizzano la cultura in cui si trovano a pensare e le costruzioni sociali che ne sono il prodotto, mentre il liberalismo rende assoluta la natura umana. Ora, se ogni natura costruita come cultura vale quanto l’altra, non c’è ragione di integrare alcunché. Si integra solo se si presuppone un’essenza che tutti devono riconoscere, altrimenti c’è solo coesistenza tra diversi, aggregazione tra molteplici. Se il multiculturalismo non integra, ma produce ghetti, cioè l’esatto contrario di quello che si prefiggeva, l’errore sta nella filosofia prima che nelle policies. Puoi anche tollerare un tribunale ebraico, se applica principi non molto diversi dai tuoi. Ma se ammetti un tribunale islamico che applica la sharia, ti trovi nel paradosso di dover distruggere la tua società. La tolleranza a questo punto non vale più”.

Marina Valensise
© Il Foglio, 14 dicembre 2008








Parla Gotti Tedeschi: il crac finanziario non deriva dalla borsa, ma dal crollo della natalità
Pubblicato il 31 ottobre 2008, in Diario

Sulla crisi attuale, Ettore Gotti Tedeschi, il banchiere cattolico che ha fondato la filiale italiana del Santander ha le idee chiare: “Molti si arrovellano sull’economia senz’anima, sull’avidità, sul turbocapitalismo, in realtà è una crisi di identità dell’uomo occidentale”. E infatti, per spiegarla, EGT parla di “uno sviluppo che prescinde dalla nascita di nuovi esseri umani sulla terra”. E imputa l’origine e la ragione ultima della crisi al crollo della natalità. “Se una società non fa figli e arriva alla crescita zero, la struttura della popolazione si modifica; invecchiando, diventa meno efficiente, meno produttiva. E quando un sistema sociale non produce una crescita equlibrata, aumetano i costi fissi, perché la spesa sociale cresce senza che ci siano le persone attive in grado di sostenerla”. Conseguenza:mpossibile tagliare le tasse. “E infatti, nel 1975 il carico fiscale in Italia era pari al 25 per cento del pil, trent’anni dopo del 45 per cento”. Non solo. In assenza di figli, crolla anche il risparmio delle famiglie. “Dunque diminuiscono gli asset finanziari, e cioè il volume di attività finanziaria disponibile sul mercato per fare investimenti produttivi. Risultato? Al posto di uno sviluppo equilibrato, s’impone uno sviluppo egoistico che crea il consumismo”.  La logica è stringente: invece di proiettarsi nel futuro e risparmiare per allevare e educare figli, che non nascono più, le famiglie si mettono a consumare. E quando si capisce che il sistema non regge, che si fa? “Prima si decide di spingere i consumi attraverso il credito al consumo” risponde EGT. “Poi si punta sulla new-economy, ma senza investire soldi e trasferendo il rischio sulle borse, che per questo non ci hanno creduto. Dopodiché, si traferiscono le produzioni a basso costo in Asia, pensando di aumentare il potere di acquisto delle popolazioni importatrici, mentre si finisce col creare un tasso di sviluppo estremanente alto nei paesi emergenti, che a sua volta produce inflazione di materie prime in tutto il mondo. Infine, ultimo tentativo, si cerca di creare un pil artificiale grazie ai tanti strumenti del sistema finanziario, finanziando per esempio attività a lungo termine, come l’acquisto delle case per chi non ha risorse sufficienti. Il che significa finanziare il non finanziabile, innescando un rischio di sistema non previsto e non gestibile”. Tutto questo, perciò, è avvenuto scientemente? “Quantomeno con la tacita consapevolezza del governo, tanto che il presidente Bush, si è presentato al G8 assumendosene la responsabilità, per cercare di salvare il sistema”. E in che modo? “Emettendo carta moneta e creando inflazione? Emettendo titoli di stato, che però sottraggono reddito al mercato, diminuendo il potere di acquisto, influenzando la redditività delle imprese e aumentando le tasse? Il risultato è sotto gli occhi. Volevamo essere più ricchi; siamo diventati tutti più poveri. Il mercato in borsa ormai è incomprensibile, in balìa di fondi che devono vendere perché nessuno rinnova loro i crediti per sostenere gli investimenti”. Eppure, i politici dicono che la situazione è sotto controllo. “Sì però aggiungono che ci aspetta la recessione. Niente crescita del pil significa che la gente compra meno, le imprese producono meno, distribuiscono meno, non rimborsano i debiti, le banche non guadagnano. Come si fa a credere ancora nell’investimento in borsa? Oggi il valore di un titolo dipende dal futuro delle imprese quotate, da quanto crescono, da quanto guadagnano”. Che fare allora? “Si è pensato di compensare lo squilibrio con l’immigrazione, ma è una soluzione a lungo termine; e anche puntando sulla famiglia, gli effetti si vedranno tra vent’anni. Dobbiamo prima curare le ferite, e occuparci non solo di banche, ma soprattutto di imprese, finanziando direttamente il medio e lungo termine per sostenere il nostro sistema industriale, come accadde con l’Imi e l’iri dopo la crisi del 29”. 

Marina Valensise
© Il Foglio, 31 ottobre 2008






Leggere Maometto a Parigi e scoprire che era quasi come Voltaire
Pubblicato il 20 agosto 2008, in Diario

Già paese islamico moderato, la Francia batte l’America uno a zero in fatto di tolleranza editoriale, segnando un record in termini di libertà. E infatti, mentre la casa editrice americana Random House rinuncia a pubblicare “The Jewel of Medina”, romanzo dell’esordiente Sherry Jones su Aïcha,  terza moglie e preferita del profeta Maometto, per non offendere la comunità mulsmana e non incorrere in qualche fatwa, un piccolo editore francese, Stéphane Watelet, fa sapere che la biografia romanzata scritta da Geneviève Chauvel sullo stesso tema (“Aïcha, la bien aimée du prophète” Editions Télémaque, 19,90 euro) ha venduto in un anno diecimila copie copie in Francia, Belgio e Svizzera. Così, le due sponde dell’Atlantico rischiano di allontanarsi per colpa di un matrimonio celebrato 15 secoli fa.
Se gli americani si dilaniano tra il principio di precauzione, invocato dall’islamista texana che ha parlato di pornografia soft consigliando la Random House a soprassedere, e l’amarezza della mancata autrice, che nonostante l’anticipo di 100 mila dollari diffonde il suo martirologio in vari forum on line, la francese Geneviève Chauvel conta le sue royalties e scongiura lo scontro di civiltà. Protetta dalla prefazione di Djelloul Seddiki, teologo della Gran Moschea di Parigi vicino al rettore Dallil Boubaker, che ha definito il romanzo “un vero ponte tra le due religioni”, la signora - che è cresciuta in Siria e in Algeria, ha un passato di fotoreporter come moglie del corrispondente del Figaro, e da qualche anno si è riconvertita nella biografa di grandi personaggi (da Saladino a Maria Leczinska, moglie di Luigi XV e ultima regina di Francia morta sul trono, da Lucrezia Borgia a Gertrude Bell, l’archeologa amica di Lawrence d’Arabia, che favorì la creazione dell’Iraq) è stata anche invitata ad Abu Dhabi. Sei mesi fa ha tenuto una conferenza alla Sorbona, facsimile della prestigiosa università francese, che gli arabi hanno voluto sulle coste del Golfo  prima di farsi autorizzare la mimesi del Louvre, in cambio di forti emolumenti destinati alle collezioni arabe del museo più famoso del mondo. E pensare che anche Geneviève Chauvel ha rischiato la censura. Anche lei in effetti si è vista rifutare il manoscritto da alcuni editori, ma a differenza dell’americana, accusata di aver banalizzato una figura sacra e aver scritto un pornoromanzo, la francese ha tenuto il punto. “Adifferenza della religione cristiana, l’islam non ha mai considerato il sesso come un tabù” ha spiegato in un’intervista al Midi Libri, citando le parole dello stesso profeta Maometto: “Dio ha fatto sì che io amassi le donne e i profumi..e la preghiera mi rifnesca lgli occhi”. Così, grazie al romanzo su quella che sarebbe diventata la sua moglie preferita, prescelta a sei anni e sposata a 10 da un uomo di 40, la francese ha scoperto che Maometto è stato un rivoluzionario per le donne, ché ha riconosciuto il loro diritto all’istruzione, alla successione, persino a una compensazione in caso di divorzio. Per farsi capire bisognava scriverlo non in inglese, ma nella lingua di Voltaire, e nella patria del libertinismo, dove oggi le ragazze musulmane devono togliersi il velo per andare a scuola.


Marina Valensise
© Il Foglio, 20 agosto 2008








Kissinger spiega perché l’etica e la filosofia ci salveranno dalla crisi
Pubblicato il 1 luglio 2008, in Diario

C’erano tutti quelli che dovevano esserci, ieri a Villa Madama, per la conferenza su Italia, Europa, Stati Uniti, il futuro del legame transatlantico, organizzata dall’Aspen Institute, in memoria di Gianni Agnelli. C’era Giulio Tremonti, che in veste di presidente dell’Aspen, prima che di ministro dell’Economia, ha esordito con Dante e il “mundus furiosus” nato dalla scoperta di Colombo, citando poi Tocqueville che vide negli Stati Uniti il figlio dell’Europa e il suo destino, e Roosevelt, che pose il primo cavo transpacifico e annunciò una storia nuova verso l’Asia. C’era il vicepresidente della Fiat, John Elkann, che ha descritto con grazia il nuovo assetto del mondo multipolare, dove i due terzi della crescita sono prodotti dai paesi emergenti, e la tempesta economico-finanziaria getta un’ombra sul legame translatlantico, mentre ai vecchi continenti spetta il compito di ridefinire il ruolo degli organismi internazionali. C’era soprattutto Henry Kissinger. Vasto, canuto, curvilineo e scintillante, l’ex segretario di stato di Richard Nixon ha parlato a braccio, con un tocco di cinica commozione. “Mi domandano se l’Italia ce la farà. Ma come? Il vostro paese ha superato tanti disastri, ha costruito cattedrali, città barocche, ha avuto geni come Dante, Michelangelo, Cavour, e vi domandate se ce la farà? La domanda vera è se ce la faranno gli Stati Uniti”.
Conquistata la platea di banchieri, imprenditori, opinion leader, ministri, economisti, Kissinger ha ricordato il fascino leggendario di Agnelli, “the best friend that I had”; la sua schiettezza – “per lui il concetto di reciprocità non esisteva”; il senso del dovere e il patriottismo transatlantico. “Era la personificazione di quello che dovrebbe essere il movimento della civiltà”, ha detto Kissinger, passando al registro “weltgeschichtlich”. Infatti, ora che il mondo è cambiato e non c’è più un nemico da abbattere o una guerra da superare, ora che l’Europa abbandona il suo passato di stati-nazione, senza ancora definire il suo futuro, non basta l’economia per rinsaldare il legame con l’America, ha spiegato Kissinger, ispirato come può esserlo un ebreo tedesco. Per fronteggiare le nuove sfide di civiltà – energia, effetto serra, proliferazione nucleare, medio oriente – serve un concetto etico e filosofico, anche se è difficile mobilitarsi per un ideale superiore di grandezza quando la volontà di sacrificarsi per le generazioni a venire viene subordinata alla soddisfazione del benessere.
La postilla d’onore è spettata al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che con qualche ellissi ha inneggiato ai valori condivisi di libertà ed eguaglianza, presenti nelle rispettive costituzioni, magnificando gli impegni comuni in seno alla Nato, senza nascondersi i dilemmi sull’uso delle risorse. Poi il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, per non rompere l’atmosfera encomiastica si è limitato, nel suo scambio con Robert Rubin, ad alludere in modo assai pudico alle difficoltà di intenti che separano America ed Europa nella regolamentazione dei mercati finanziari.
Nel pomeriggio, invece, la tavola rotonda tra Sergio Marchionne, Martin Feldstein, lo stesso Rubin e Lorenzo Bini Smaghi ha messo in luce tutte le acrobazie su cui si regge il legame transatlantico. Posta la recessione americana, che Feldstein ha analizzato in dettaglio (crisi immobiliare, aumento dei prezzi, calo di consumi, occupazione e produttività) ci sarà un effetto di decoupling sull’eurozona o no? Bini Smaghi, grafici alla mano, ha cercato di proiettare le correlazioni storiche sullo scenario attuale, accennando alla separazione di tendenze, vista la forte crescita dei mercati emergenti, che grazie a un maggior contributo all’export europeo compensa il rallentamento statunitense. La prova l’ha fornita Marchionne, indicando gli effetti dell’aumento del greggio e delle materie prime sulla produzione Fiat, con una nota finale di ottimismo grazie al mercato latinoamericano. Ma la crisi è grave e urge regolarla sul piano internazionale.

Marina Valensise
© Il Foglio, 2 luglio 2008


 

sfoglia
maggio        luglio
 


 
   
Contattami