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Vita (e fede) da Calvinista. Parla il banchiere Mathieu Kiss, che guida le strategie di Hsbc Francia
Pubblicato il 14 luglio 2009, in Diario

di  Marina Valensise

Mathieu Kiss non ha niente  di francese. Alto, corpulento, biondastro benché calvo, incarnato chiarissimo, il direttore strategico di Hbsc France viene considerato da molti  la perfetta  incarnazione contemporanea della spiritualità calvinista, ma nasce quasi apolide. Suo padre infatti era un emigrato ungherese, arrivato a Parigi nel 1947. Suo nonno era l’amministratore della chiesa riformata di Ungheria e fu costretto a rinunciare al suo incarico quando a Budapest arrivò l’Armata rossa. Mathieu Kiss li ricorda ancora benissimo, ma come tutti i protestanti indifferenti al culto postumo del fondatore della Chiesa Riformata Giovanni Calvino, confessa di non pregare mai per loro, “perché il morto”, dice, “esce dal rapporto con Dio, diventa altro”.
Quando il padre di Mathieu Kiss sbarcò a Parigi, all’indomani della guerra, si iscrisse subito alla Facoltà di Sciences Politiques con una borsa del governo francese. Per anni aveva seguito come interprete il pastore Marc Boegner, all’epoca della missione di quest’ultimo in Ungheria,  entrando così in contatto con una figura chiave del protestantismo francese, l’ecumenista convinto  fautore anzitempo dell’unità dei cristiani, il  difensore indefesso degli ebrei e degli perseguitati dal regime di Vichy, che cercò di liberare dai campi di Drancy scongirandone la partenza per i lager nazisti, all’epoca dell’occupazione tedesca. Alexandre Kiss, il padre di Mathieu, continuò poi i suoi studi all’Aja, in Olanda, all’alta corte internazionale di giustizia, dove avrebbe incontrato la ragazza destinata a diventare sua moglie e la madre dei suoi due figli: Hélène, la figlia d un istitutore cattolico originario della Frisia, ma nata in Indonesia da una  famiglia di olandesi atei con ruoli importanti nell’amministrazione pubblica.  “Mia madre, ricorda oggi  il banchiere Mathieu Kiss  “Non aveva  ricevuto nessuna educazione religiosa, ma il giorno stesso del suo matrimonio con quel protestante ungherese che poi divenne mio padre, si fece subito battezzare, diventando estremamente credente e praticante”.  
 I Kiss si stabiliscono a Strabsurgo,  capitale dell’Alsazia-Lorena,  dove metà della popolazione è di cultura protestante, la maggioranza luterana, ma di chiesa riformata. Sono due stranieri: ungherese lui, olandese lei;  di francese hanno poco o niente, ma scelgono come tempio un alto luogo della memoria protestante in Francia, la famosa Paroisse du Bouclier,  la storica parrocchia nel centro della città, fondata dallo stesso  Giovanni Calvino cinque secoli orsono, quando approdò a Straburgo in fuga da Ginevra. L’ “enracinement”  per i Kiss avvenne così.  “E’ lì che io venni educato, frequendando la parocchia ogni domenica” ricorda oggi Mathieu Kiss insistendo sulla pedagogia della religione riformata: “C’è un aspetto spirituale, identitario, tradizionale nel calvinismo che è fondamentale, perché  è proprio grazie a questa dimensione che una religione minoritaria riesce ad affermare la sua differenza.”
Consigliere presbiteriale, professore di Diritto internazionale, Alexandre Kiss è stato un grande studioso del diritto interanzionale, impegnato nella difesa dei diritti dell’uomo, pioniere nel diritto dell’ambiente. Era anche un uomo molto attivo nella sua comunità. “Era convinto che l’importante fosse fare del bene” ricorda  il figlio che oggi è una delle menti strategiche della filiale francese di Hsbc, alias Hongkong & Shanghai Banking Corporation, uno dei maggiori gruppi bancari internazionali con diramazioni il tutto il mondo. “La parrocchia di Calvino per due giovani immigrati che erano i miei genitori diventò subito l’elemento di comunione verso la nazione francese. Fu un focolare di assimilazione, e la stessa funzione esercitò la comunità strsburghese”. Anche Hélène Kiss, infatti, fu molto attiva nella vita comunitaria. Mandò i  due figli al ginnasio Jean Sturm, il liceo  dei protestanti alsaziani che sin dal XVI secolo rappresenta un’istituzione di eccellenza per la serietà nella formazione delle élite, e nell’Ottocento funse da modello alla Ecole Alsacienne di Parigi, fondata nel 1871, quando i francesi sconfitti dai prussiani a Sedan persero l’Alsazia e molti membri della comunità calvinista strasburghese che non volevano diventare cittadini del Reich emigrarono nella capitale francese. E’ anche questo a rendere i protestanti francesi una comunità aperta, cosmopolita, pronta a mobilitarsi in difesa dei propri membri, trasformandosi in un luogo di appartenza nel quale identificarsi e riconoscere.
Oggi, è vero, i protestanti in Francia sono una minoranza, appena due milioni di persone, e i praticanti sono una minoranza nella minoranza, visto che non superano  il 10 per cento. Ma sono una minoranza viva, vitale e attivissima, anche quando si trovano in condizioni difficili. “Mia sorella, per esempio – racconta Mathieu Kiss – lavora  come veterinario in una piccola stazione balnerare della Normandia: anche lei, come me, ha fatto un matrimonio misto, sposando un cattolico, ma anche lei è stata sempre molto attiva nella vita comunitaria, come membro del consiglio presbiteriale di Argenton”. Oltre ad essere pochi, i protestanti in Normandia vivono spesso in paesini di 1200 anime, isolati tra loro, in zone agricole desdertificate, dedite per lo più all’allevamento di bestiame. “Può accadere che ci sia un unico pastore per una zona molto estesa, dunque, bisogna attivarsi per animare la vita della comunità, con funzioni a rotazione e sermoni affidati ai fedeli. Mia sorella pur non essendo lei un  pastore, spesso la domenica si ritrova a predicare per carenza di  pastori. E’ il suo modo di dare testimonianza”.
Anche Mathieu Kiss come il padre e la sorella ha fatto un matrimonio misto, sposando una ragazza  cattolica,  educata al collegio di Sainte Marie, la quintessenza del tradizionalismo cattolico. E anche sua moglie come sua madre dopo la conversione al protestantesimo è diventata molto credente nella religone riformata e devota alla vita comunitaria.  “Noi siamo soprattutti cristiani” dice il marito, ritrovando l’ispirazione ecumenica del maestro spirituale di suo padre, il pastore Boegner,  nume tutelare della sua famiglia d’origine. “I nostri figli li abbiamo mandati al catechismo della parrocchia del Luxembourg, nella rue Madame, la stessa dove per dieci anni ha predicato il pastore Serge Oberkampf de Daubron. E anche la giovane generazione dei Kiss, i figli del banchiere, due maschi e una femmina, rispettivamente di 23, 21 e 14 anni, oggi sono praticanti devoti e impegnati in prima linea nell’ attività di catechesi. “Io stesso ho avuto un passato di moniteur d’école” confessa fiero il banchiere che da ragazzo passava tutte le domeniche in parocchia, per insegnare il catechismo ai bambini più piccoli. “D’altra parte, questo è il sistema protestante” spiega Mathieu Kiss. “I membri della comunita sono tenuti a leggere la Bibbia e a farsi direttamente un’opinione;  ma l’illuminazione  in loro nasce dallo scambio, dal dialogo. Sono i bambini, per esempio, a leggere la bibbia e insieme poi partecipano al commento, che viene preparato col pastore prima che questo lo legga, oppure viene passato in rassegna direttamente coi bambini, dopo essere stato letto. Nei due casi, credo sia un un buon metodo per capire che cosa si trasmette della tradizione”.
Mathieu Kiss racconta che con la moglie prima di sposarsihanno discusso a lungo di fede e religione. La preparazione spirituale avvenne con un prete cattolico, culminando in ritiro presso dei sacerdoti gesuiti. Ma il matrimonio fu celebrato dal pastore Etienne Trocmé, professore alla Facoltà protestante di Strasburgo, studioso delle origini del cristianesimo e autore di un piccolo saggio controverso, “L’enfance du Christianisme”, in cui ricostruisce il modo in cui la chiesa cristiana prese forma, dopo che la distruzione del secondo tempio nel 70 dopo Cristo fece per sempre svanire svanire l’ipotesi sino allora più che plausibile di inglobarvi completamente il giudaismo e la tradizione giudaica. “La pratica cattolica è diversa, certo, ma in fondo noi protestanti restiamo cristiani” insiste Mathieu Kiss, fedele alla lezione di Marc Boegner coltiva dal padre e trasmessadi padre in figlio. Anche lui è un ecumenista convinto, per il quale ogni forma di distinzione settaria si stempera nell’essenza evangelica. “Il protestantesimo è l’essenza del cristianesimo cui il cattolicesimo per ragioni storico-politiche ha aggiunto le tecnostrutture di fede, dogmi, valore. Ma la Riforma ha deciso di fare tabula rasa di tutto ciò per  ritornare ai testi originali. Sicché nella pratica protestante è il ruolo della chiesa che cambia”.
Il protestantesimo, spiega Mathieu Kiss, usando per descriverlo un’espressione da manager “è un sistema ‘bottom up’, vale a dire, la stessa comunità elegge dal basso i suoi rappresentanti. “L’assemblea della parocchia, suddivisa tra membri contributori e non contributori, nomina i membri il consiglio presbiteriale. Il nostro non è un sistema democratico dove il numero dei candidati è superiore a quello delle cariche, ma corrisponde ancora al modo di organizzazione della chiesa primitiva: ci sono persone che per età e per esperienza hanno vocazione a partecipare alla gestione della parrocchia, e sono loro che vengono scelte. La Chiesa protestate, d’altra parte, non riceve sovvenzioni statali. La comunità è autosufficiente: ogni anno i membri versano il loro contributo e la parrocchia vive dei fondi stanziati dai singoli membri, impegnandosi a versare parte del suo bilancio alla Chiesa e a retribuire direttamente il suo pastore. Il pastore però è tenuto fuori dalle vicende finanziarie della sua comunità: non conosce nemmeno l’entità del contributo versato dai singoli membri, che invece è noto solo al tesoriere, eletto a sua volta dal consiglio presbiteriale, formato da un presidente, un vicepresidente tesoriere e un segretario” .
Può anche capitare che il presidente del consiglio presbiteriale coincida con il pastore, ma la regola vuole che il pastore non faccia parte dell’ufficio di presidenza. Oltre a basarsi su un sistema di nomine dal basso, l’organizzazione della comunità riformata in Francia si fonda sul volontariato: “il dialogo tra pastore e comunità avrebbe un’altra natura se il pastore fosse designato dalla Chiesa”, spiega Kiss, pensando evidentemente alla  gerarchia cattolica. Nella comunità protestante, al contrario, è la parrocchia che si organizza e si sceglie da sola il suo pastore, nominandolo per un periodo limitato a  sette anni. Ci sono anche eccezioni, come per esempio  il pastore Oberkampf de Daubrun,  rimasto al tempio di rue Madame per dieci anni, o come il suo predecessore, l’armeno Samuel Sahaghion, uomo di fortissimo carisma,  fondatore di un’associazione protestante franco-armena, che  rimase in carica per diciassette anni. “Di norma però la parrocchia è più forte del pastore”, insiste Kiss, sostenendo il suo argomento attraverso  le procedure di nomima, fondate sul dialogo con la Chiesa Riformata e sull’appello alla candidatura. “I pastori sanno che c’è una sede disponibile e pongono la loro candidatura: di solito il numero dei candidati è superiore a quello dei posti liberi. Il consiglio presbiteriano organizza una serie di colloqui di reclutamento per illustrare le sue aspettative. A quel punto, si forma una lista ristretta, si invitano i vari candidati a predicare la domenica, e alla fine si decide in base al consenso ottenuto:  i parrocchiani possono dire la loro, ma l’ultima parola spetta al consiglio”.
Dunque, se esiste una differenza di fondo tra protestanti e cattolici, riguarda proprio il rapporto diretto tra il pastore e la sua chiesa e insiste sul coinvolgimento dei singoli membri della comunità. “Il protestantesimo è un sistema molto esigente” spiega  Kiss. “Pretende che i singoli  si responsabilizzino, si diano da fare per leggere i testi, commentarli, per far vivere la comunità. Nel consiglio presbiteriano vengono nominate solo persone impegnate. E infatti, l’unica autorità che il pastore esercita sulla sua parocchia non è gerarchia, ma morale: i laici prendono parte attiva, con letture pubbliche, preghiere, attività sociali. Inoltre, cerchiamo sempre di assicurare una rappresentanza più ampia possibile: abbiamo bisogno di tutti, di madri di famiglia, di pensionati perché hanno più tempo libero, di giovani attivi. Su 350-500 membri della parrocchia, i 12 membri del consiglio presbiteriali vengono eletti per restare in carica sei anni, e rinnovati ogni tre per assicurare la continuità, ma non possono esercitare più di due mandati di seguito, per un totale di 12 anni”. Una parrocchia, dice Mathieu Kiss, che  conosce benissimo la sua, è come un governo in miniatura:  deve occuparsi dei poveri, dei nuovi arrivati, del catechismo, dell’organizzazione del culto: ogni aspetto va seguito da vicino. Ogni anno, poi, durante la riunione dell’assemblea generale, il consiglio presbiteriano è tenuto a dare conto del suo operato e in particolare sul piano finanziario. Dal 1905 esiste in Francia la legge di separazione tra le chiese e lo stato. Frutto di una battaglia epocale tra clericali e anticlericali, tra radicali e cattolici, questa legge, cosi detta della “laïcité”, ha posto fine al dramma e alle polemiche  seguite all’esproprio dei beni cattolici, con la chiusura delle congregazioni ecclesiastiche. Ora l’Alsazia è inparte esente da questa legislazione: nel 1905 infatti era sotto il dominio della Germania, dunque sfuggì alla legge sulla laicità, e quando nel 1918 ritornò alla Francia, dopo la prima guerra mondiale, il governo decise di mantenere per gli alsaziani il regime concordatorio: preti, rabbini, pastori, divennero così funzionari pubblici stipendiati dallo stato, e questo spiega il ruolo a sé stante che ha sempre avuto e continua ad avere la Chiesa riformata alsaziana.
Oggi, però, anche la Chiesa riformata francese, e il suo fiero all’occhiello che è la Chiesa alzaziana, deve affrontare la decristianizzazione e la despiritualizzazione. Per la prima volta, la maggior parte della popolazione in Francia stando ai sondaggi, si dichiara atea. Eppure, davanti alla brutalità aritmetica dei dati, Mathieu Kiss non si scompone. Non è un protestante all’acqua di rose, mondano o di tendenza, di quelli che si contentano di appartenere a un milieu che ha persino il lustro di un’etichetta esclusiva come la HSP (leggi hasch-ess-pe, acronimo di Haute societé protestante.E’ un uomo di fede, devoto ai principi e dalla tradizione. “Non credo si possa essere protestante senza credere in Dio, leggere la Bibbia e disertare la messa. La Chiesa riformata insiste sulla pratica religiosa. L’essenziale per noi è la parola, il testo scritturale: ciascuno  deve leggere la Bibbia, fare uno sforzo di istruzione, perseguire una ricerca personale,   ma anche discutere  con gli altri, e commentare la letteratura biblica. La cosa più importante per noi, nella selezione dei predicatori, è la parola, è capire se la parola di un pastore motiva, se suscita adesione, se induce a riflettere”.
Così in un mondo che ha espulso da sé la  legittimità  della tradizione, anche il protestante deve combattere la sua battaglia quotidiana per trasmetterla alle nuove generazioni. “Un tempo era normale che i figli riprendessero la tradizione dei padri. Oggi non più, oggi semmai succede il contrario” ricoscosce sconsolato il banchiere. “Certo  i figli poi ci ritornano, perché le tradizioni vengono dal fondo dei tempi, e il culto riformato è molto radicato nella tradizione: la liturgia data dell’epoca di Calvino: i nostri canti sono quelli del XV, del XVI, del XVII secolo, con le loro melodie rinascimentali. La tradizione resta per me la parte più viva  dell’erdità della religione riformata. Ma per altri, che magari non sono stati educati nella tradizione, costituisce un ostacolo. Certo  un cristiano mosso da una sua ricerca spirituale può anche sentirla estranea, vivere uno scarto rispetto alla vita di tutti i giorni. E’ un rischio Ma Cristo è esigente, e il protestantesimo sottolinea questa esigenza. E’ aspetto difficile da cogliere, eppure tra l’esigenza del messaggio e la realtà della scelta, non ci sono scappatoie. Vogliamo sostenere che è cambiata la nozione di peccato? Ma il vero peccato per l’uomo consiste nel pensare di poter gestire la sua vita senza Dio, nel non avere  l’umiltà di capire che è padrone del proprio destino. E la grandezza del messaggio cristiano sta nel fatto che l’uomo, comunque, viene sempre perdonato per il semplice fatto che crede”.

Marina Valensise
 

 

 
 




L'uomo non è libero. Parla Oberkampf
Pubblicato il 13 maggio 2009, in Diario

Serge Oberkampf de Dabrun non ha niente di curiale. E’ un uomo alto, robusto, imponente, coi capelli bianchi a spazzola. Quando entra nel bar dell’appuntamento lo fa scandendo il tuo nome ad alta voce, incurante sia del chiasso sia della gente. Pastore per dieci anni della parocchia del Luxembourg, un anno fa  il Sinodo nazionale che culminerà il 22 maggio alla Sorbona per celebrare il primo mezzo millennio della nascita di Calvino. Ma al culto del fondatore della chiesa Riformata e alle sue liturgie concede pochissimo.
Appena uno gli domanda qual è il contributo del protestantesimo alla modernità, Oberkampf risponde senza dogmatismi, tornando al distinguo originario: “Nel calvinismo c’è una critica forse anche violenta contro la religione, che si esprime nella distruzione delle statue e delle immagini sacre, per cercare di purificare la fede. Infatti l’idea fondamentale del protestantesimo è che la fede si trova nel rapporto particolare dell’uomo con Dio, mentre la religione è un insieme di pratiche che serve a rendere l’uomo schiavo. Nasce da qui l’impressione che fede e religione siano due realtà separate. Il divario è chiarissimo in Lutero, mentre in Calvino c’è il bisogno di gestire il mondo”, aggiunge il pastore citando Max Weber, perché proprio questo aspetto permette di capire come mai il calvinismo sia servito da base per lo sviluppo del capitalismo moderno, che nel giro di cinquant’anni ha raggiunto in Olanda una dimensione spettacolare, spostando le ricchezze dal sud al nord dell’Europa.“Il protestante è un uomo che non ha bisogno di operare per la propria salvezza, perché sa che la salvezza si riceve gratuitamente. Dunque, gli resta il tempo per potersi occupare di altro”, continua il pastore illustrando l’idea-base dell’antropologia calvinista, fondata sul concetto di predestinazione, posto al centro dell’ascesi intramondana che per Weber segna l’origine del moderno capitalismo.

La predestinazione

Eppure, se uno legge il famoso capitolo sulla predestinazione, l’idea di Calvino risulta alquanto nebulosa. “Noi insegniamo che la vocazione degli eletti è come la dimostrazione e la testimonianza della loro elezione”, scrive infatti Calvino nell’VIII capitolo del suo trattato. Ma visto che esistono i predestinati alla salvezza e i predestinati alla dannazione, così “come il vaso non chiede conto al Vasaio, che l’ha creato, perché mai l’ha fatto in un certo modo”, così anche l’uomo, continua Calvino, non è libero di domandarsi perché Dio nella sua onnipotenza salvi gli uni e condanni gli altri. “Il vasaio non ha forse il potere di creare dalla stessa massa di terra un vaso bello e l’altro brutto?”, si domanda il riformatore citando la lettera di san Paolo ai Romani, per significare l’eccellenza della giustizia divina, irriducibile alla misura umana e incomprensibile alla meschinità dell’intelletto umano. Non è l’affermazione dell’assoluta soggezione a Dio che rende l’uomo un essere miserabile? “Ha capito benissimo”, risponde Oberkampf. “Dio salva chi vuole: dall’umanità colpevole del proprio peccato ripesca chi vuole: nessuno sa perché salvi l’uno e l’altro no. Ma chi viene ripescato sa di esserlo stato in virtù della grazia e a causa della sua stessa fede nella grazia divina. Essere credente ed essere salvato, dunque, è la stessa cosa. E’ perché sono salvato che io credo: oggi questo può apparire arbitrario agli occhi di un occidentale” concede il pastore. “Ma all’epoca in cui Calvino scriveva e predicava (la prima edizione della “Christianae Religionis Institutio” è del 1536) sembrava evidente, perché allora non c’era una grande considerazione per la vita umana. So di essere salvato e so di essere predestinato perché credo in Dio, dunque nulla può impedirmi di credere con la perserveranza dei santi. Era questa la convinzione del calvinista. La salvezza, in altre parole, è il punto di partenza della vita cristiana, non il punto di arrivo”. Per i cattolici invece è vero il contrario, perché la salvezza si conquista grazie al fervore delle opere. “I cattolici devono sforzarsi per conquistare qualcosa che appartiene alla grazia divina, diceva Calvino: per esempio, il purgatorio, luogo violentemente anticristiano secondo Calvino, fu inventato per permettere al giovane cattolico morto prematuramente di aver un posto dal quale cercare la salvezza”.

La scomparsa del libero arbitrio

La conseguenza logica della dottrina della predestinazione, quindi, è l’assenza del libero arbitrio. Deduzione stringente. Il pastore che come motto di famiglia segue il “Recte et Vigilanter”, deve accettarla in toto: “E’ vero. L’uomo non è libero di scegliere ciò che Dio ha scelto per lui. Non ha il potere di dire: posso accettare o rifiutare la grazia di Dio. E’ per questo che in Calvino c’è un rifiuto sistematico dell’adorazione dei santi e della Vergine Maria. Maria, interpellata dai santi, e i discepoli di Cristo, interpellati da Dio sulla barca sul lago di Tiberiade, non avevano scelta: non potevano rivendicare il fatto di aver acconsentito come se la loro scelta fosse stata un atto di giustizia. In realtà, non potevano agire altrimenti”.
E’ per questo, dunque, che i calvinisti rifiutano il culto mariano e l’intercessione dei santi, come un inutile infantilismo? “Attenzione” avverte il pastore “sono i cattolici a pensare che i protestanti credono che Maria non fosse vergine, ma non è così. I calvinisti riconoscono la figura della Vergine. Anch’essi credono che Gesù Cristo sia nato dalla Vergine Maria. Solo che, a differenza dei cattolici, non credono che Maria abbia una superiorità rispetto a un altro credente: ha sì una singolarità di destino, ma questo non la rende superiore agli altri. Come per Abramo: nessuno sa perché Dio si sia rivolto a lui anziché a un altro, ma a nessuno è mai venuto in mente di votare un culto alla figura di Abramo. I calvinisti sono iconoclasti. Il divieto delle immagini gioca un ruolo molto importante per Calvino, perché le immagini, come del resto la musica, rappresentano una distrazione, allontanano l’uomo dalla parola di Dio. E questo aspetto dell’iconoclasmo avvicina la dottrina di Calvino al rifiuto delle immagini professato dagli ebrei, che per lui rappresentano la protochiesa, la chiesa primitiva”.

Secolarizzazione e despiritualizzazione
Ma se esiste un divario tra la fede e la religiosità, come si spiega che i paesi dove maggiore è stata l’influenza calvinista, come l’Olanda e la Svizzera, siano oggi non solo areligiosi o antireligiosi, ma il luogo della massima despiritualizzazione contemporanea? “La secolarizzazione del mondo protestante corrisponde alla laicizzazione del mondo cattolico” risponde Oberkampf. “In passato, la vita umana era una breve parentesi, soggetta al dolore, alla miseria, alla malattia e alla morte. L’essenziale dell’esistenza umana era riservato all’aldilà, non come oggi che si vive nel presente e si investe esclusivamente nella vita terrena. Insomma, l’allungamento della vita umana – inimmaginabile in passato – spinge l’uomo contemporaneo a trascurare le domande fondamentali, focalizzando sul presente ciò che un tempo apparteneva alla volontà di Dio, creatore e salvatore. L’uomo di oggi rifiuta di interessarsi alla morte, anzi non vuole nemmeno sapere che morirà”, dice Oberkampf con largo sorriso sornione.
Ma non ci sarà pure una qualche responsabilità del calvinismo in questa despiritualizzazione che affligge il mondo contemporaneo? Come si spiega che l’ansia di purificazione, il progetto di instaurare una più forte presenza dell’ordine divino in terra, escludendo la mediazione ecclesiastica, abbiano generato non l’uomo più pio, più autenticamente devoto che sognava Giovanni Calvino, ma un essere più libero, più solo, indifferente e più lontano da Dio? Da come scuote la testa, il pastore non sembra affatto d’accordo con la diagnosi che la domanda lascia trapelare. E da uomo di fede risponde: “Non è vero che il mondo protestante ha abolito ogni tipo di mediazione. La parola del pastore continua ad essere una mediazione importante. Il protestante non è un tutto a sé stante, condannato alla solitudine: non è uno che la mattina si sveglia e mentre si fa la barba dice Dio mi ha detto di fare così e così, facendo a meno di un certo numero di regole affidate alla sua parola e alla predicazione. La despiritualizzazione colpisce anche il mondo cattolico. La gente conserva la religiosità, ma la mediazione del Papa non ha più il ruolo di un tempo. Gli stessi cattolici oggi la considerano un po’ pesante. E’ l’evoluzione storica che ha portato l’uomo europeo a giocarsi la propra vita in terra, e non più in cielo, ed è un dato comune sia ai cattolici sia ai protestanti”.
In passato, insiste il pastore Oberkampf, il cielo contava molto di più della terra. Si moriva presto, per le epidemie, le guerre, le carestie. Nessuno investiva nella vita terrena, fragile, incerta, precaria per definizione. La vera vita iniziava post mortem. Oggi, invece, la vita eterna non interessa più a nessuno. E’ lo stesso Benedetto XVI a dirlo. Ma ci sarà un aspetto della secolarizzazione implicito al messaggio della Riforma? Come mai certi eccessi di indifferenza sono portato tipico del calvinismo olandese, piuttosto che del cattolicesimo romano? “Lo storico Jean Baubérot – risponde Oberkampf citando il celebre sociologo del protestantesimo e della laicità – ha spiegato che i paesi protestanti si secolarizzano, mentre i cattolici si laicizzano: la secolarizzazione è meno conflittuale della laicizzazione, che implica un conflitto tra stato e chiesa, ma più empatica, perché la società protestante distingue tra fede e religione, visto che si può avere fede senza difendere un’istituzione religiosa. Viceversa, nei paesi cattolici la frattura tra l’istituzione e la fede non esiste. Se sei cattolico devi obbedire al Papa, mentre un protestante non contempla obbedienza alcuna: per lui non esiste una chiesa nel senso cattolico del termine, che pensi di rappresentare l’attualità di Cristo in terra”.

La parola sul Cristo, non di Cristo

Si capisce allora come mai per i protestanti l’attualità di Cristo, la parola sul Cristo, conti di più che la parola di Cristo: “Certo, quello che per noi costituisce il messaggio cristiano non è ciò che Cristo ha detto o ha fatto, ma chi è Cristo. E’ il figlio di Dio? E perché è nato? Perché è morto? Perché è risorto? Cosa vuol dire essere stato crocefisso? E perché gli uomini l’hanno tanto odiato? Insomma, il problema del bene e del male per noi protestanti è irrisorio. Per questo oggi non possiamo definire cosa Cristo avrebbe fatto al posto nostro. E per la stessa ragione di domenica, quando al tempio leggiamo il Vangelo, noi protestanti non ci alziamo mai in piedi: l’apostolo Paolo per noi è molto più importante di Matteo e Giovanni, che hanno raccontato cosa ha detto e fatto Cristo, perché il vero fondatore del cristianesimo non è Gesù Cristo, ma Paolo, che ne ha teorizzato il messaggio con coerenza dogmatica”.
 Per lo stesso motivo si spiega pure come mai i protestanti attribuiscano la stessa importanza al Vecchio e al Nuovo Testamento, tant’è che un predicatore nel suo sermone domenicale è libero di trarre spunto dal libro di Giuditta, senza nemmeno citare una parabola del vangelo, come ha fatto il successore di Oberkfampf al tempio della rue Madame, invitando i fedeli a seguire l’esempio della vedova che uccise il generale Oloferne fingendo di volerlo sedurre. “Il libro di Giuditta non è un testo canonico per noi. Il mio collega ha dimostrato grande apertura mentale. In genere, i predicatori protestanti non sono tenuti a leggere il libro del giorno; hanno grande libertà. Quanto al Vangelo, nella nostra pratica cultuale non ha un posto superiore rispetto ad altri testi. Racconta la vita di Gesù, ma come le ho detto, per noi quello che conta è chi era Gesù, non cosa ha fatto”.

L’intesa coi cattolici
Allora, alla luce del Concilio Vaticano II, viene da domandarsi se ci possa essere davvero un’intesa tra protestanti e cattolici. “Oggi, grazie al Concilio Vaticano II, cattolici e protestanti non sono più nemici come un tempo, ma vivono una buona intesa”, risponde Oberkampf che da anni in nome del “kerygma”, l’annuncio del messaggio cristiano, è impegnato nel dialogo coi vescovi cattolici, come dimostra il suo saggio più recente ”L’insolence de l’Evangile” (Onésime 2008). “Sul piano teologico si è molto discusso da una parte e dall’altra per sapere se potevano esserci condizioni comuni nel nostro modo di vedere le chiese. Oggi però questi dibattiti sono arrivati a un punto morto, senza peraltro mettere in discussione la nostra reciproca simpatia. Siamo riusciti a togliere le scorie dalle nostre divergenze essenziali, a farne emergere i nodi, sino a considerarli insolubili. Il rifiuto del magistero da parte dei protestanti, per esempio, non significa il rifiuto di una gerarchia (dal momento che esistono pure chiese protestanti provviste di una gerarchia di vescovi, come quella ungherese); significa piuttosto il rifiuto di qualcuno autorizzato a dire la verità. E’ un punto fondamentale per la chiesa protestante, in cui l’uomo non riceve la verità dall’alto, ma la cerca da solo e la pensa con la sua testa, andando avanti da solo. Persiste poi la divergenza sulla presenza reale del Cristo, o meglio sull’immanenza del Cristo nell’eucarestia, tant’è che per noi calvinisti l’adorazione del Santissimo sacramento è un orrore assoluto, perché il pane è il corpo di Cristo per designazione, destinato cioè a essere tale per la celebrazione, ma non è il corpo di Cristo in sé e per sé, come invece lo è per i cattolici secondo quanto stabilito dal Concilio di Trento. Anche questo, però, è un vecchio dibattito che non ha più grande importanza…”.
 La divergenza più vistosa, allora, sta  nel rifiuto del libero arbitrio? “In effetti, l’idea che l’uomo possa trattare Dio da pari a pari è insopportabile per un protestante. Dio è Dio, l’uomo è l’uomo, E quando parla Dio, l’uomo obbedisce. Per un protestante dunque non esiste libertà dell’uomo davanti a Dio, prima che Dio l’abbia liberato attraverso la grazia. L’uomo è schiavo finché Dio non lo libera. Viceversa, per la teologia cattolica, l’uomo è libero di scegliere; è libero di seguire o non seguire la volontà di Dio”.

La libertà della grazia

La liberazione dunque per Calvino avviene attraverso la grazia. A quel punto, l’uomo protestante diventa ancora più servo di Dio e paradossalmente più libero rispetto a tutto il resto? “L’idea che egli possa diventare un mercante, un capitalista, un capitano di industria nasce proprio dal fatto che la sua libertà è un dono di Dio”, spiega Oberkampf nelle cui vene scorre il sangue dell’aristocrazia protestante lionese, tant’è che dopo secoli di agiatezza da rentier suo padre fu il primo in famiglia a lavorare, come segretario della rappresentanza diplomatica francese alle Nazioni Unite prima, e poi come funzionario del ministero delle Finanze. “L’uomo calvinista ha perso la sua libertà col peccato originale, ma la ritrova attraverso la grazia. Sicché, la libertà per lui non è una qualità intrinseca alla natura umana, ma è un dono divino. L’uomo è libero perché ha la grazia, ha il dono della fede, perché crede. Lutero sostiene che l’uomo che non è entrato in contatto con Dio non è libero, non è degno di essere uomo. Nella teologia cattolica, invece, l’uomo resta libero anche dopo il peccato originale, libero di scegliere il bene o il male. Per un protestante, al contrario, il problema non è il bene o il male, ma il credere o il non credere, avere fede o non avere fede. Il problema vero è la verità della sua vita, non quello che fa, ma quello che è. Perché è l’uomo stesso, ciò che egli è e ciò che egli pensa, a permettere la costruzione della casa di Dio, non quello che l’uomo fa credendo di agire per Dio e sostituendosi a Dio”.
Quanto alla nevrosi calvinista, al senso di angoscia che assale il protestante, privato della confessione auricolare, dell’assoluzione da parte della chiesa, Oberkampf insiste sulla radicalizzazione dell’agostinismo; distingue tra il calvinista che sa di essere salvato e il giansenista il quale, invece, pur avendo la fede, non sa mai se sarà salvato oppure no, anche se “in fondo per un calvinista il fatto stesso di credere è sinonimo del fatto che si è salvati. E questo per Calvino è un punto fermo”. Alla fine, perciò, è facile fare l’inventario dell’eredità del calvinismo: “Un desiderio di prendere sul serio le vicende del mondo, di trovare soluzioni per alleviare le miserie umane, incorporato in una morale assai rigorosa”. Calvino – ricorda il pastore– voleva creare una sorta di città emblematica ed esemplare, “voleva dimostrare che Dio si preoccupava che le cose umane andassero per il verso giusto, che gli uomini avessero un comportamento retto e chiaro, non mafioso. E questo veniva prima ancora dell’istituzione di una chiesa riformata, fondata sul sistema presbiteriano sinodale, una sorta di repubblica eletta dal basso attraverso un’assemblea della comunità, in alternativa alla monarchia della chiesa cattolica, fondata su una gerarchia di vescovi. E in fondo, cinque secoli dopo, si può dire che sia stata la stessa liberazione dell’uomo rispetto alla salvezza ad offrire la possibilità per realizzare tutto ciò”.

Aut Calvinus aut Ratzinger
Pubblicato il 10 maggio 2009, in Diario

Giorgio Tourn è un uomo minuto, scavato, raccolto, ma ha un’energia esplosiva. E’ il pastore valdese di Torre Pellice, grande conoscitore di Calvino e autore di una piccola biografia del Riformatore di Ginevra (pubblicata dalla casa editrice Claudiana) che molti considerano un testo di riferimento. E’ sempre stato attento a distinguere la dottrina di Calvino dal calvinismo politico: “La prima, dottrina di natura telogico-ecclesiale e civile, mirava a salvaguardare la dignità dell’uomo nel contesto della crisi del Medioevo cristiano. Il secondo, invece, è tutt’altra cosa; appare la prosecuzione della dottrina teologica di Calvino, ma su molte questioni ha posizioni assai diverse da quelle di Calvino”. E’ quanto Giorgio Tourn dirà sabato prossimo al convegno internazionale organizzato dal Centro evangelico “Arturo Pascal” e dall’Università del Piemonte Orientale, per il quinto centenario della nascita di Calvino, che da oggi pomeriggio riunisce, tra Torino e Torre Pellice, una trentina di storici, teologi e studiosi di vaglia per una riflessione a largo raggio sulle tante stratificazioni di un modello composito che, a partire dalla Politica di Johannes Althusis (di cui verrà presentata l’edizione italiana pubblicata da Claudiana), hanno permesso di rielaborare le moderne forme di governo, il diritto di resistenza contro l’assolutismo, la sovranità democratica fondata sul patto tra Dio e il popolo eletto, l’idea di federalismo, e la stessa modernizzazione.
Quando Giorgio Tourn parla di calvinismo non ha niente di accademico. Lo abbiamo incontrato nel sottosuolo del tempio di via Pietro Cossa, a Roma, che funge da biblioteca. E la prima cosa che da seguace della Riforma ha voluto sottolineare  è stata l’assoluta sobrietà di stampo evangelico: “La nullità dell’io di fronte al compito: tu sei il compito. Ti esprimi, ti risolvi, ti giustifichi nella tua missione, vale a dire nella predicazione del Vangelo. Per Calvino questo era il compito, assolto il quale, basta, chiuso”, conclude il pastore con un sorriso definitivo. A riprova di tanta sobrietà, la completa assenza di simboli, la scarnificazione delle immagini. “La sua tomba cos’è?” si domanda il pastore pensando a Calvino: “Niente” risponde. “La tomba di Ignazio di Loyola è nel centro della Roma barocca, capitale della Controriforma; quella di Lutero  ai piedi del pulpito dal quale predicò. Quella di Calvino invece è in uno spazio laico, dietro la basilica di Saint Pierre a Ginevra, anzi in una fossa comune”. Inutile insistere, perciò, sulle liturgie del cinquecentenario: “I protestanti non pregano per i morti” spiega il pastore, seguace dell’eresiaco medievale, Pietro Valdo, che in Calvino trovò il suo continuatore: “Chi è morto se la vede direttamente con Dio, come vuole lui. Nella teologia protestante non c’è purgatorio, per carità. Se Gesù Cristo è morto per la salvezza di ognuno di noi, basta e avanza; ha già fatto tutto lui”.
Non pensiate che ciò significhi la rinuncia o l’abbandono di ogni sforzo da parte del credente. “Se è vero che il calvinismo è la confessione cristiana che in nome della fede diventa la meno religiosa è ché la fede per noi riformati è il contrario della religione e viceversa” dice il pastore Tourn. “La religione è la gestione del sacro in funzione della salvezza dell’individuo: tu aumenti il religioso e lo spazio sacrale (in cui c’entra Dio, Gesù Cristo, la Madonna) e promuovi la ricchezza interiore dell’individuo. La fede, invece, è l’atteggiamento di un individuo nella storia laica, la sua collocazione rispetto a Dio. Dio però non è la summa del religioso, ma la vocazione dell’essere. Per questo, la fede è una scelta, e per questo in Germania solo se paghi le tasse della Chiesa, la Kirchensteuer, sei membro a tutti gli effetti della Chiesa riformata”.
Oggi - lo ammette pure Tourn - le società di matrice calvinista, l’Olanda, la Svizzera, sono le più secolarizzate, anzi le più despirtualizzate, quelle cioè che più subiscono “lo svuotarsi del religioso” riempiendosi magari di altri aspetti di religiosità, nelle forme dell’ecologia, dell’umanitarismo, della religione dell’edonismo secolarizzato e integrale. ”La fede, però, resta un’altra cosa. Rientra nella vita interiore dell’individuo libero” insiste Tourn. Vuol dire che un protestante ha fede perché è predestinato ed è predestinato perché ha fede? “Il rapporto non è così meccanico” dice  Tourn. “Meglio parlare di elezione. Predestinazione, infatti, è un concetto passivo: c’è qualcuno che ha deciso per te. Se sei eletto, invece, vuol dire che qualcuno, qualcosa, una realtà attiva, ha pensato a te e ti ha individuato. Io posso predestinare una massa, una quantità....un concetto oggettivo, ma se eleggo te vuol dire che scelgo te e non un altro, che individuo te e tu diventi un individuo. Se ti ho eletto è perché devo comunicare con te: e la tua fede è lo stupore di essere stato chamato. Tu come individui nasci dalla chiamata divina. Un cattolico sarebbe disposto a dire, mi ha individuato perché sono più bravo di un altro; mentre un protestante si considera una creatura indegna,  impregnato com’è di un radicale pessimismo antropologico,convinto com’è della peccaminosità radicale dell’uomo, redimibile solo per effetto della grazia divina, e non già in virtù delle sue opere. Dunque, si domanda: cosa posso fare di buono? Se Dio mi chiama supero questo handicap esistenziale di base e assurgo all’elezione. La mia umanità è un dono, il mio credere è l’accettare questa elezione. Ora, per Calvino il credere non è solo una fredda risposta alla chiamata divina, perché l’elezione avviene attraverso il filtro di Cristo. Quindi, per lui, la fede è l’entrare nella dimensione esistenziale di Cristo e nella comunione di Cristo. E’ seguire un percorso etico e di conoscenza  impostato in direzione di Dio e del prossimo”. Perciò anche nel protestantesimo esiste una dimensione religiosa? “Certo” risponde Tour “solo che per noi è la conseguenza dell’elezione, mentre altrove è la premessa per arrivare alla fede”.
 Sembrano sfumature, eppure sono queste sfumature ad aver provocato lo scisma in seno al mondo cristiano che portò al conflitto tra protestanti e cattolici. Tant’è che quando Tourn affronta gli aspetti chiavi della Riforma, “solus Christus, sola Fide, sola Gratiaù”, egli insiste sull’unicità di Cristo, sulla scrittura come testimonianza di Cristo, e sulla fede come risposta a Gesù Cristo. “Se applichi una visione tomista, riprendendo quellla che dall’Ottocento inpoi è la dottrina ufficiale della Chiesa, che prende come base la natura creata dal Dio onnipotente, e la bontà della realtà dell’uomo, per passare al religioso e al cristiano, finisci nell’equivoco della vita biologica. E invece nel vangelo di Giovanni è chiaro che si parla di bios, vita naturale, e di zoe, vita dello spirito. Giovanni parla dello spirito di Dio rivelato in Cristo, scrive la parola fatta carne ci conduce alla vera vita, la vita eterna, zoe aogin, la vita del nuovo mondo: e non intende la vita ultraterrena, ma la vita umana vista alla luce del Cristo, una dimensione esistenziale ben diversa dal bios, che è la mera esistenza biologica, e va garantita, tutelata, rispettata, ma non compete al credente”.
Nasce da qui la libertà di valdesi e calvinisti nei confronti dell’aborto, del testamento biologico, e della stessa eutanasia, tant’è vero che il sinodo protestante ha preso ufficialmente posizione a favore di Beppino Englaro nel caso Eluana. “Non esiste una dottrina riformata in questo senso” spiega Giorgio Tourn. “La vita per noi comincia con la coscienza di sé: se qusta manca c’è la vita biologica, che va mantenuta certo, ma lasciando la decisione alla responsabilità e alla libertà dei singoli”.
Ma allora, se il pastore insiste tanto sulla coscienza del sé, sulla vita individuale, quale valutazione darà del papa cattolico che nel suo ultimo libro (edito da  Cantagalli) sembra voler reintrodurre nell’alveo di una religione rivelata fondata sul dogma, sulla cultura dell’autorità pontificia, un conteuto di verità legato invece all’individuo e alla sua scelta di libertà soggettiva? “No, direi di no” risponde Tourn, che avendo letto la raccolta dei discorsi di Benedetto XVI non sembra molto d’accordo con la nostra interpretazione. “La trattazione del papa soggiace a uno schema teologico rigorisissimo, che è quello del tomista puro, il quale ragiona così: l’uomo ha una radice, ha in sé un germe di verità che gli viene da Dio, e in quanto tale va rinnovato e condotto alla fede. Il tomista, insomma, parte dalla natura creata da Dio per arrivare al soprannaturale. Papa Ratzinger è un tedesco, ha studiato e insegnato teologia in un’università dove era costetto a dialogare coi teologi protestanti. Ha respirato un’aria di cristianità meno curiale di queldel clero e dalla curia romana, che notoriamente non studia la teologia, ma il diritto e il diritto canonico. Sicché la sua può sembrare un’apertura, ma in realtà Benedetto XVI continua a muoversi nella dogmatica  tradizionale: si richiama a Newman, accoglie la teoria della progressione del dogma che evolve, va seguito e  accompagnato, ma da punto di vista teologico resta lontanissimo dalla posizione protestante,non fa riferiemento al vangelo, ma rispetta la verità come autorità, fedele in questo al magistero assoluto e al dogma cattolico radicale”.

Marina Valensise
© Il Foglio, 7 maggio 2009

Tornare a Calvino per uscire dalla crisi?
Pubblicato il 26 aprile 2009, in Diario

"E'possibile tornare all'etica protestante?" si domanda Lord Dahrendorf sul Sole 24 ore di oggi. "Nel protestantismo calvinista l'aldilà era il luogo della ricompensa per il sudore versato lavorando nell'aldiqua" scrive  il filosofo, citando  il saggio di Max Weber sull'Etica protestante e la nascita del Capitalismo. Oggi però è cambiato tutto: nessuno più pensa all'eternità, sperando in una ricompensa ultraterrena delle sue fatiche terrene. Il capitalismo continua a implicare preferenze che poi gli stessi metodi del capitalismo mettono in crisi, come spiega Daniel Bell: lavoro, ordine, servizio restano i requisiti del benessere, ma il benessere oggi significa piacere, divertimento, desiderio, distensione. Gli uomini, insomma, lavorano duro per creare beni che in senso stretto sono superflui. Morale? Non potendo tornare al calvinismo, al rigore dell'ascesi intramondana, all'abnegazione nel lavoro, riflesso di una fede pura nella predestinazione  alla salvezza eterna, dovremmo quantomeno rivalutare le virtù antiche, dice Dahrendorf, e cioè  limitare il capitalismo di debito e il capitalismo di consumo, per rivalutare invece un capitalismo responsabile, quando non di risparmio. Il che significa pensare un rapporto nuovo col tempo. Difficile però reinventarlo quando si  la dimensione dell'eterno si dilegua e l'onnipotenza edonista del presente mette in fuga il  futuro.

 

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