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I doni della vita di Irène Némirovsky
Pubblicato il 3 giugno 2009, in Diario

Si sente molto l’odore di polvere, di stanze chiuse e un po’ stantie, di vecchi mobili in stile liberty e  mal sopiti rancori borghesi in questo romanzo di Irène Némirovsky, ("I doni della vita", 218 pp. Adelphi, 18,00 euro9 la scrittrice franco-ucraina vissuta a Parigi tra le due guerre, morta ad Auschwitz insieme col marito, e riesumata dall’oblio pochi anni fa, grazie al manoscritto della “Suite française” rimasto sepolto per decenni in una valigia consegnata alle figlie. Anche qui come nel suo romanzo più famoso, Irène Némirovsky parla di guerra, racconta la vita quotidiana di una famiglia lacerata dalle bombe, dall’irrompere della violenza; ricorda gli esodi in massa, le  tribolazioni vedovili, le angherie sentimentali che accompagnavano il cataclisma. Lo scrisse infatti nello stesso frangente in cui scrisse la “Suite française”: e cioè in piena guerra, nella seconda metà del 1940, pubblicandolo a puntate l’anno dopo quando già non poteva più firmare col suo nome di ebrea russa, scampata alla rivoluzione bolscevica, ma non alla persecuzione nazista nella Francia occupata, che la spinse a vagare come una profuga per le strade del Midi, in cerca di un rifugio, di un riparo, di una via di scampo all’universale follia.
La novità semmai sta nell’ambizione da storica che prende la mano alla scrittrice. Irène Némirovsky, infatti, stavolta parte da lontano. Prende le mosse dalla fine dell’Ottocento, per raccontare il farsi e il disfarsi di una famiglia di piccoli imprenditori di una cittadina di provincia sul canale della Manica, fondatori e proprietari di una cartiera, in balìa della storia, la grande storia, fatta di eccidi senza fine, di massacri imprevidebili - e siamo alla prima guerra mondiale, che tutti pensavano sarebbe stata breve, facile, vittoriosa, e invece si rivelò lunga, tormentata, incerta. Pierre Hardelot parte per il fronte a cuor leggero. Lascia a casa una donna, Agnès, che non è solo sua moglie, ma la donna della sua vita, e un bambino di due anni, frutto del loro amore romantico. Il loro è un amore di gioventù,  puro, cristallino, antiborghese, irresistibile e invulnerabile, nonostante o forse a causa delle distanza sociale che li separa. Per quest’amore, Pierre  ha rotto fuori tempo massimo, alle soglie dell’altare, la promessa di matrimonio fatta  Simone, una ricca figlia unica viziata della borghesia di provincia alquanto bruttna, ma molto attenta al soldo e per questo molto promossa dai genitori di lui a caccia di dote per  rimpolpare la ditta e compiacere il vecchio padre-padrone. 
Scoppia la Grande guerra, dunque, e si profila il dramma. Pierre Hardelot che aveva scelto una carriera indipendente, voltando le spalle alla famiglia, deve tornare a Saint’Elme,  lasciare moglie e figlio in casa dei genitori per partire soldato e andarsi a buttare nel fango di una trincea. Simone, ricca, risentita, sempre più grassa e sola, si trova a vagare in mezzo ai campi, diretta a Parigi, dopo che le prime bombe  sono cadute sulla città. Sul ciglio della strada dopo un incidente d’auto romanzesco, un  bel mattino tende la mano  e sussurra il suo nome a un bel soldato ferito, e più sventurato di lei, il quale per ringraziarla  si rifà vivo qualche tempo dopo, finisce naturalmente per sposarla rendendola madre di una figlia, Rose, ribelle e sfrontata quanto lei. Così entrano in scena tutti i personaggi: le due coppie, benassortita la prima, mal assortita la seconda, e la loro progenie, e il coro dei parenti. Nel rivolgimento generale che seguirà la  guerra, preparando altri conflitti, altre tensioni e una nuova tragedia, Irène Némirovsky tesse la trama dei loro destini tra  un incidente d’auto, un mancato suicidio, un innamoramento imprevisto e un perdono. Alla fine, a saltare sono le piccole certezze meschine e rispettabili del mondo borghese, avido e cieco, gretto e criminale. Mentre l’umanità vera si rigenera.

Marina Valensise
© Il Foglio, 3 giugno 2009

Harvey Mansfield, Max Weber e il Vangelo di Calvino
Pubblicato il 20 aprile 2009, in Diario

Harvey Mansfield non legge i settimanali. Preferisce continuare a tradurre e studiare Tocqueville e Machiavelli, Aristotele e Hobbes. Ma da quando sui giornali si discute del ritorno di Dio, l politologo di Harvard, che è un osservatore spassionato delle miserie contemporanee, come dimostra l’ultimo suo libro, “Manliness”, saggio malinconico sulla fine dell’umanità nell’indifferenziazione dei generi, non rinuncia a una precisazione: “Non è Dio a tornare; semmai ...(continua domani sul Foglio)

 

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