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Di nuovo tu:La rifondazione dei socialisti francesi s’inceppa sulla crisi mentre Ségolène Royal ci riprova
Pubblicato il 13 novembre 2008, in Diario

 S’apre oggi a Reims il congresso del Partito socialista francese, dal quale uscirà il nuovo segretario, successore di François Hollande. Ancora non si conoscono i nomi dei candidati, che dovranno presentarsi entro domani, e c’è parecchia tensione. Il 6 novembre, infatti, la mozione presentata da Ségolène Royal ha raccolto il 29,6 per cento dei consensi dei militanti: dieci punti in più rispetto a quella di Benoît Hamon, sinora unico candidato dichiarato, per la sinistra radicale, che vuole un partito senza complessi  e “un necessario chiarimento” sul libero scambio e l’azione dello stato.  Bernard Delanoë, sindaco di Parigi e superfavorito dopo la svolta liberale dell’ultimo libro “De l’audace”, ha cercato di pescare voti nella “gauche plurielle”, ma la sua mozione per un partito socialdemocratico, europeista, ecologista, sostenuta dallo stesso Hollande e da Pierre Moscovici, è arrivata seconda col 25,3 per cento dei voti. Terza classificata, col 24,6, la mozione dell’ex ministro del Lavoro  e sindaco di Lille Martine Aubry,  per “la trasformazione sociale”, appoggiata dalla corrente di Laurent Fabius e da una parte dei fedeli di Dominique Strauss-Kahn. I giochi sono aperti, ma la guerra dei nervi è già iniziata, dato che in base al voto delle mozioni si calcola il numero dei delegati, che entro domenica dovranno trovare un accordo di maggioranza (il segretario sarà eletto giovedì 20 col voto simultaneo di tutte le sezioni).
Ségolène non demorde. L’altroieri ha ammesso in tv la voglia di candidarsi alla guida del partito, ma ha ricordato di non essere “une femme d’appareil”. Voleva lasciare la questione in sospeso e federare consensi, vincendo le reticenze dei concorrenti, dopo averli spiazzati, tant’è che a ciascuno di essi ha inviato una lettera sulle scelte di fondo. Hamon ha giudicato “lucido” il suo intervento, “ma il 29 per cento non è la maggioranza” ha detto. Col suo 18,9 per cento, l’eurodeputato della sinistra persegue l’accordo con Aubry e Delanoë, i quali però sono riluttanti, perché non vogliono apparire gli artefici di un fronte anti Royal. Stessa preoccupazione mostra Pierre Moscovici: il dibattito, ha detto al Figaro, non dev’essere “pro o contro Ségolène”, ma su come rifondare la socialdemocrazia e rafforzare il partito, evitando la frammentazione. In effetti, all’ordine del giorno, nelle intenzioni di Ségolène e non soltanto, c’è la risposta alla crisi finanziaria e sociale, una crisi del capitalismo che comporta la ridefinizione della finanza e del suo ruolo a servizio dell’economia produttiva, che dev’essere a sua volta a servizio dell’uomo. La congiuntura, dunque, offre ampi margini al congresso socialista per cercare di fondare un nuovo ordine giusto, un rapporto più equilibrato tra il capitale e il lavoro, uno stato stratega che cambi i rapporti di forza e persino un nuovo patto repubblicano che si ponga come obiettivo l’eguaglianza reale e riconosca il meticciato come una chance. Non sarà facile trovare una sintesi quando il vero socialista è già al governo, e si chiama Nicolas Sarkozy.

Marina Valensise
©Il Foglio, 14 novembre 2008


Parla Gotti Tedeschi: il crac finanziario non deriva dalla borsa, ma dal crollo della natalità
Pubblicato il 31 ottobre 2008, in Diario

Sulla crisi attuale, Ettore Gotti Tedeschi, il banchiere cattolico che ha fondato la filiale italiana del Santander ha le idee chiare: “Molti si arrovellano sull’economia senz’anima, sull’avidità, sul turbocapitalismo, in realtà è una crisi di identità dell’uomo occidentale”. E infatti, per spiegarla, EGT parla di “uno sviluppo che prescinde dalla nascita di nuovi esseri umani sulla terra”. E imputa l’origine e la ragione ultima della crisi al crollo della natalità. “Se una società non fa figli e arriva alla crescita zero, la struttura della popolazione si modifica; invecchiando, diventa meno efficiente, meno produttiva. E quando un sistema sociale non produce una crescita equlibrata, aumetano i costi fissi, perché la spesa sociale cresce senza che ci siano le persone attive in grado di sostenerla”. Conseguenza:mpossibile tagliare le tasse. “E infatti, nel 1975 il carico fiscale in Italia era pari al 25 per cento del pil, trent’anni dopo del 45 per cento”. Non solo. In assenza di figli, crolla anche il risparmio delle famiglie. “Dunque diminuiscono gli asset finanziari, e cioè il volume di attività finanziaria disponibile sul mercato per fare investimenti produttivi. Risultato? Al posto di uno sviluppo equilibrato, s’impone uno sviluppo egoistico che crea il consumismo”.  La logica è stringente: invece di proiettarsi nel futuro e risparmiare per allevare e educare figli, che non nascono più, le famiglie si mettono a consumare. E quando si capisce che il sistema non regge, che si fa? “Prima si decide di spingere i consumi attraverso il credito al consumo” risponde EGT. “Poi si punta sulla new-economy, ma senza investire soldi e trasferendo il rischio sulle borse, che per questo non ci hanno creduto. Dopodiché, si traferiscono le produzioni a basso costo in Asia, pensando di aumentare il potere di acquisto delle popolazioni importatrici, mentre si finisce col creare un tasso di sviluppo estremanente alto nei paesi emergenti, che a sua volta produce inflazione di materie prime in tutto il mondo. Infine, ultimo tentativo, si cerca di creare un pil artificiale grazie ai tanti strumenti del sistema finanziario, finanziando per esempio attività a lungo termine, come l’acquisto delle case per chi non ha risorse sufficienti. Il che significa finanziare il non finanziabile, innescando un rischio di sistema non previsto e non gestibile”. Tutto questo, perciò, è avvenuto scientemente? “Quantomeno con la tacita consapevolezza del governo, tanto che il presidente Bush, si è presentato al G8 assumendosene la responsabilità, per cercare di salvare il sistema”. E in che modo? “Emettendo carta moneta e creando inflazione? Emettendo titoli di stato, che però sottraggono reddito al mercato, diminuendo il potere di acquisto, influenzando la redditività delle imprese e aumentando le tasse? Il risultato è sotto gli occhi. Volevamo essere più ricchi; siamo diventati tutti più poveri. Il mercato in borsa ormai è incomprensibile, in balìa di fondi che devono vendere perché nessuno rinnova loro i crediti per sostenere gli investimenti”. Eppure, i politici dicono che la situazione è sotto controllo. “Sì però aggiungono che ci aspetta la recessione. Niente crescita del pil significa che la gente compra meno, le imprese producono meno, distribuiscono meno, non rimborsano i debiti, le banche non guadagnano. Come si fa a credere ancora nell’investimento in borsa? Oggi il valore di un titolo dipende dal futuro delle imprese quotate, da quanto crescono, da quanto guadagnano”. Che fare allora? “Si è pensato di compensare lo squilibrio con l’immigrazione, ma è una soluzione a lungo termine; e anche puntando sulla famiglia, gli effetti si vedranno tra vent’anni. Dobbiamo prima curare le ferite, e occuparci non solo di banche, ma soprattutto di imprese, finanziando direttamente il medio e lungo termine per sostenere il nostro sistema industriale, come accadde con l’Imi e l’iri dopo la crisi del 29”. 

Marina Valensise
© Il Foglio, 31 ottobre 2008






Parla Jorion, l’antropologo e trader che ha previsto la crisi ora sogna una Costituzione dell’economia
Pubblicato il 12 ottobre 2008, in Diario

C’è ancora un’altra voce, oltre quella spericolata del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che avanza l’ipotesi di chiudere i mercati. “Bisognerebbe congelare la situazione per evitare che degeneri, e darsi il tempo di riflettere, senza limitare il dibattito agli esperti, perché il problema da affrontare oggi non è settoriale, ma di prospettiva”. A dirlo è Paul Jorion, un  antropologo sociale belga che vive in California, ha previsto la crisi dei subprime sin dal 2005 e andrebbe d’accordissimo con Giulio Tremonti. Dopo aver studiato la modellizzazione matematica dell’intelligenza artificiale, Jorion, infatti, ha lavorato nel mercato a termine dei futures e poi, per 17 anni, in quello dei mutui ipotecari americani. “Il mio ruolo consisteva nel validare i modelli matematici dei nostri prodotti finanziari”, dice al Foglio parlando da Los Angeles. Attenzione però: “Non fornivo modelli speculativi, ma modelli di rischio dei nuovi prodotti finanziari”. Jorion lavorava alla Countrywide, colosso dei mutui fra i più colpiti dalla tempesta dei subprime, rilevato per quattro miliardi di dollari dalla Bank of America. Un anno fa ha perso il posto. Si è riconvertito come studioso dei sistemi umani complessi nell’economia e nella finanza, in uno dei programmi interdipartimentali dell’Ucla, l’Università di California a Los Angeles, e si è messo a raccontare con cognizione di causa cosa stesse accadendo. Lo ha fatto in due libri: il primo, “L’Implosion. La Finance contre l’économie: ce que révèle et annonce la ‘crise des subprimes’”, è uscito in maggio, il secondo, “La Crise”, è in corso di stampa sempre da Fayard.

“Non è che stiamo crollando come l’Urss?”

“L’aspetto che più colpisce di questa crisi dei subprimes scoppiata a febbraio del 2007, è la sua inesorabilità”, ha scritto Jorion sull’ultimo numero del “Débat”. “Iniziata come crisi dell’immobiliare, ha portato a un prosciugamento del credito, si è trasformata in un rialzo del prezzo delle materie prime su scala planetaria, per trasformarsi in una crisi economica globale e nella crisi di civiltà che ora stiamo vivendo”. E infatti oggi, davanti alla devastazione senza pari del sistema finanziario e all’indebolimento del modello di capitalismo di tipo anglosassone, la domanda da farsi, secondo lui è una sola: “Il capitalismo di mercato è entrato in un processo di decomposizione come quello che vent’anni fa ha segnato la liquidazione del capitalismo di stato di tipo sovietico?”. Jorion non risponde, ma avanza due ipotesi: una ottimistica, fondata sull’alternanza dei cicli economici, l’autoregolazione spontanea del mercato, e un’altra pessimistica, secondo la quale il capitalismo autoregolato sopravvive alle sue crisi solo grazie all’intervento dello stato. Quanto alla crisi attuale, l’aspetto più inquietante è un altro: la stabilità dei mercati dipende in larga misura dall’opacità che i suoi meccanismi conservano per la maggioranza degli operatori. L’instabilità dei mercati, dunque, è il frutto paradossale della migliore conoscenza. “La crisi ha varie origini”, dice Jorion, “ma c’è un aspetto chiave ed è la crescente complessità resa possibile dalla informatizzazione che spinge a elaborare modelli matematici sempre più complessi, ma non sempre sufficienti, non sempre ben compresi. Mentre l’eccessiva fiducia riposta in questi modelli porta alla perdita di redditività di alcuni prodotti”. In altri termini, i progressi nella simulazione elettronica rappresentano una minaccia per l’equilibrio dei mercati, perché favoriscono un’interpretazione comune sull’evoluzione dei prezzi. “Una volta il 50 per cento della gente scommetteva in un modo, e aveva ragione, e il 50 per cento in un altro, e aveva torto. Oggi invece coi computer è il 55 per cento ad avere ragione, e questo spinge il mercato in una certa direzione, aumentandone a dismisura l’instabilità”. Per ritornare all’equilibrio, dunque, bisogna controllare i meccanismi perversi che lo precludono. “Il principale ostacolo al superamento della crisi attuale”, dice Jorion, “è costituito da quanti sono convinti di poter beneficiare della sua continuazione. Quando Alan Greenspan è andato in pensione dalla Fed, è entrato a lavorare per uno dei fondi speculativi di Mr Paulson, che aveva scommesso su un crollo dell’immobiliare ancora più grave, e siccome immagina di guadagnare ancora di più dalla degradazione del sistema, si rifiuta di congelarlo nello stato attuale. Se ogni giorno aumenta il numero di chi scommette su un’evoluzione che si rivela sbagliata, il numero della gente che ci guadagna diminuisce regolarmente con una crisi di questo genere”. Allora che fare per uscirne? Jorion, non è un regolamentatore, ma pensa, e non da oggi, che sia il momento di scoprire anche per l’economia l’equivalente di quello che la democrazia rappresenta per la politica. Urge insomma una Costituzione dell’economia. E il primo articolo sarebbe semplicissimo: “Vietato scommettere sull’evoluzione di un prezzo”.

Marina Valensise
© Il Foglio, 12 ottobre 2008





Il neoliberalismo sta Tremontando, dice Gréau da Parigi
Pubblicato il 30 settembre 2008, in Diario

Jean-Luc Gréau ha descritto in largo anticipo l’attuale crisi finanziaria, e non è proprio tranquillissimo. “Stiamo perdendo il controllo degli avvenimenti”, dice al Foglio prima del discorso del presidente George W. Bush. “La depressione è un’ipotesi sempre più realistica. Crollano le banche e i mezzi di cui dispongono diventano insufficienti. Credevamo che la situazione fosse grave, ma la velocità con cui degenera ha colto tutti di sorpresa”. Economista indipendente, un passato all’ufficio studi della Confindustria francese, sono anni che Gréau analizza il capitalismo malato di finanza (titolo di un suo libro, Gallimard 1998) e riflette sul suo avvenire (altro saggio, Gallimard 2005). “Per ora, non si vede il punto d’arresto. Ci sono mercati interi a rischio di leverage buy out. E’ probabile che assisteremo ad altri fallimenti, e io credo che la statalizzazione dell’intero sistema di credito sarà ineluttabile”.
Nell’ultimo numero del “Débat”, la rivista di Pierre Nora e Marcel Gauchet, Gréau spiega per filo e per segno l’irresponsabilità dei mercati, per illustrare la genesi della crisi e le sue tappe, criticando il tabù dell’indipendenza delle banche centrali. “E’ duro passare dall’irresponsabilità camuffata dietro i meccanismi speculativi del mercato azionario a un crac aperto, dove si rischia di non potere più finanziare l’economia”, dice al Foglio, senza tema di malaugurio. Il primo a passare sul banco degli imputati è secondo lui il neoliberalismo di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. “L’attuale esperienza nasce dalla  crisi dell’economia keynesiana degli anni Settanta. Dal 1948  al 1973, le economie occidentali hanno conosciuto un magnifico periodo di crescita e progresso. Dopo lo choc petrolifero degli anni Settanta, però, bisognava riformarle, fondare il processo di arricchimento sull’innovazione. Invece si è deciso di puntare sul neoliberalismo, ritirare lo stato dalle grandi decisioni, assicurare l’indipendenza delle banche centrali, e sottomettere così stato e imprese alla governance dei mercati finanziari”.
Questo modello oggi è entrato in crisi per l’estensione illimitata del rischio. “L’ammontare dei Credit Default Swaps” ricorda Gréau che li studia da anni “e cioè i premi di assicurazione dove chi presta soldi si garantisce dal rischio di fallimento di chi li prende in prestito, è di 62 mila miliardi di dollari, pari al totale dei depositi bancari su scala planetaria. Ma il totale dei prestiti erogati era dell’ordine di 17 mila miliardi di dollari”. E la Federal Reserve è costretta ad agire di concerto col Tesoro e la Casa Bianca, per tentare di salvare il sistema bancario americano e mondiale. “Assistiamo a un processo di distruzione della ricchezza, con fallimenti e perdite per centinaia di miliardi, a partire dal sistema finanziario. Il che contraddice il principio in base al quale sono le imprese a creare ricchezza”. Molti però parlano ancora di cicli e controcicli, secondo il pendolo dell’economia classica che oscilla tra crescita e recessione. “E’ una falsa analogia”, dice Gréau. “L’alternanza non è tra espansione e contrazione, bensì tra boom e bust. Siamo in preda a un processo di anarchia finanziaria, dove a una fase di euforia segue la perdita di fiducia che spinge la gente ad abbandonare il mercato. Il crac del mercato del credito potrebbe tradursi in un crac del mercato azionario, con una recessione brutale e una depressione dell’economia mondiale”.
Il pessimismo quindi è d’obbligo e non solo fra gli apocalittici. “La scelta che abbiamo di fronte – insiste Gréau – non è tra una recessione e la ripresa, ma tra la recessione e la depressione. La recessione è già in corso in Nuova Zelanda, Stati Uniti, Canada, dove l’indice di fiducia è al punto più basso dall’11 settembre. E si approfondisce anche in Europa, dove il mercato immobiliare e automobilistico sono in forte calo. Non è escluso che si muti in depressione, anzi temo che ciò sarà probabile”. Anche in Europa? Certo, perché il sistema non è a compartimenti stagni: “I mercati finanziari sono interconnessi, gli operatori europei investono sul mercato americano. In Europa ci sono zone di grandi debolezze, come il Regno Unito, la Spagna, l’Irlanda, dove l’indebitamento delle famiglie ha dopato la crescita dell’economia locale, e altre zone, come la Francia, l’Italia e la Germania, che non hanno commesso gli stessi eccessi”. Ma per questo non sono al riparo? “Le famiglie italiane sono le meno indebitate del mondo: non più di un terzo del pil, contro il 100 per cento degli inglesi. Purtroppo, però, anche i paesi virtuosi saranno toccati dalla crisi. In Usa, Regno Unito e Spagna le imprese saranno colpite da una caduta della domanda. In Francia, Italia e Germania gli istituti finanziari saranno indeboliti dal crac del mercato del credito e dal fallimento dei debitori. Non esistono muri protettivi per le nazioni virtuose”.
Avere puntato sull’indebitamento come motore per la crescita è servito, secondo Gréau, ad accantanare il problema della remunerazione del lavoro. “L’indebitamento delle famiglie ha sostituito la distribuzione degli aumenti di produttività, vale a dire il miglioramento della produzione, man mano che il lavoro diventava più produttivo e di migliore qualità. Tra il 2000 e il 2008 negli Stati Uniti c’è stato un aumento della produttività del 18 per cento, ma se consideriamo l’insieme della massa salariale, l’aumento del potere d’acquisto è stato pari allo zero per cento”. D’altraparte, obietto, il neoliberismo puntava a trasferire i profitti sugli investimenti per creare nuovi posti di lavoro. “Per investire occorre innovare, rilanciare la ricerca e lo sviluppo, e per creare nuovi prodotti le industrie hanno bisogno di profitti, certo. Ma le nostre imprese hanno funzionato in regime di superprofitti, il che ha comportato la debolezza della remunerazione. Il contrappeso è stato l’indebitamento delle famiglie, che è stato in realtà un sovrindebitamento. Adesso però la corda si è rotta e nessuno, nemmeno nei paesi dove l’indebitamento è stato il volano della crescita, può più tirarla per rilanciare l’economia”.
Che fare allora per superare la crisi? Un primo correttivo sta per Gréau nel mercato azionario: “Bisogna far in modo che le imprese abbiano azionariati stabili, favorire patti di sindacato, come quelli che avete voi in Italia, sviluppandoli su scala europea”. Poi, bisogna agire sul prestito. “Responsabilizzare chi eroga mutui, impedendogli di rivenderli sul mercato. Bisognerebbe obbligare le banche che hanno accesso al finanziamento della Banca centrale, senza il quale non ci sarebbe mercato del credito, a mantenere almeno la metà dei loro prestiti: in questo modo sarebbero più prudenti nella distribuzione del credito ai privati”. La cartolarizzazione dunque verrebbe a essere limitata, come succede in Svezia, che proprio per questo è sfuggita alla crisi finanziaria.

Idee per rimediare
Ma il rimedio di fondo è sul piano delle idee. Anche per Gréau, infatti, il mercatismo è morto. E’ tempo dunque di abbandonare il neoliberalismo imperante: “Bisogna vedere che cosa succede con la pressione del piano Paulson”, concede il francese. “Vedere come reagiscono i mercati borsistici, come evolve il mercato del lavoro, e quali ripercussioni si avranno sull’attività economica. Gli indici, temo, saranno mediocri. Poi, bisognerà capire se il piano di 700 miliardi di dollari non sia sottovalutato rispetto all’immensità dei bisogni. Il fallimento delle banche Fortis, Bradford & Bingley, nazionalizzate da Benelux e Regno Unito, e dell’istituto di credito Hypo Real in Germania era inatteso. Sul bilancio degli stati europei adesso gravano oneri supplementari, mentre la moneta unica impone criteri rigorosi, come il 3 per cento del deficit, che è una soglia difficile da rispettare. E’ vero che il Regno Unito è fuori dalla zona euro, ma i limiti di bilancio esplodono. La Spagna è già in deficit, e si troverà sotto il 4 per cento nel 2009. Idem la Francia e l’Italia. Il problema, del resto, non è solo quello della domanda, ma anche quello dei tassi di interesse, destinati ad aumentare, sicché gli stati pagheranno di più per finanziare il loro debito pubblico. Se entriamo in deflazione, preferiremo conservare danaro liquido, piuttosto che investirlo, o darlo in prestito. Non compreremo un abito nuovo, un’auto nuova, non costruiremo una nuova casa, non acquisteremo né azioni né obbligazioni. Il ciclo economico ne risentirà. Non sarà una dolce recessione per qualche mese, come dicono alcuni, ma una recessione profonda che durerà due-tre anni. E al momento non vedo nessuno dei tre fattori di crescita che potrebbe farcene uscire: né i consumi, oggi a zero in Francia, né lo sviluppo degli investimenti, che avverranno forse ma solo nei paesi emergenti, e nemmeno le esportazioni”.
Nel pessimismo dunque Gréau condivide la diagnosi di Giulio Tremonti: l’accelerazione con cui si è aperto il mercato globale ha sfiancato la produzione europea. “Siamo inondati dai prodotti dei paesi emergenti. L’Europa ha un deficit di 250 miliardi di dollari. E anche la Germania, considerata un campione nel commercio mondiale, adesso è in deficit verso la Cina”. Pari la diagnosi, quindi uguale la terapia: “Proteggere il mercato europeo per permettere che la domanda europea sia servita innanzitutto dalla produzione europea e non asiatica. Introdurre diritti di dogana per categorie di prodotti e per paesi”. Anche se sono misure che vanno contro la dottrina dell’Ue? “La commissione di Bruxelles non cerca di esercitare un potere politico responsabile verso i cittadini. Si appella al potere degli stati in nome del libero scambio, ergendo questa dottrina a legge intemporale, come un decalogo inviolabile. Così facendo, ha portato al disarmo politico dello stato. In più, mentre la crisi si sviluppava su ampia scala, si è comportata in modo indegno, continuando a sostenere l’autoregolamentazione dei mercati. Per questo va rinnovata e riformata. Quando Paulson chiede 700 miliardi al Congresso americano, è come se gli apostoli del neoliberismo venissero smentiti dalla chiesa madre. Non è possibile uscire dalla crisi senza mettere in discussione l’astrazione del libero scambio in assenza di regole”. 

Marina Valensise
© Il Foglio, 1 ottobre 2008



“La civiltà occidentale s’inabissa, ma non è la fine della storia”
Pubblicato il 24 settembre 2008, in Diario

Alain de Benoist continua l’opera di decostruzione della modernità, in vista di un suo radicale superamento. Eppure, se uno l’invita a pronunciarsi sull’attuale crisi finanziaria, risponde senza infiammarsi come fa il suo ex amico della Nouvelle Droite Guillaume Faye, ma come un tranquillo apocalittico integrato. “E’ una crisi importante – dice al Foglio – ma non credo sia un punto di non ritorno nella storia della civiltà occidentale; semmai rappresenta un avvertimento rispetto all’orientamento in cui la civiltà occidentale s’è inabissata, da quando risponde esclusivamente all’assiomatica dell’interesse”. L’espressione non ha nulla di esoterico. Indica l’orizzonte della produzione e dei consumi diventato ormai il principio primo, di per sé evidente e indiscutibile, entro cui si racchiudono le nostre esistenze. “Dopo la fine dell’utopia comunista è questa l’illusione dominante”, dice AdB, che da intellettuale non conforme ha sempre indagato sul legame profondo che unisce liberalismo e comunismo. “La cultura di destra ha denunciato per decenni il materialismo dell’ideologia comunista. Oggi però scopriamo che il capitalismo liberale è infinitamente più materialista del comunismo, perché si fonda sull’antropologia dell’interesse egoistico”. Ironia della storia, Graecia capta ferum victorem cepit, i vinti conquistano i vincitori? “La storia è sempre aperta. Sarebbe presuntuoso credere che l’immaginazione sia giunta al termine. Sul piano dei principi, il liberalismo mi pare altrettanto utopico del marxismo. Sogna una società ideale, non la società senza classi, ma una società dove il conflitto verrebbe a mancare perché il meccanismo dei mercati, di per sé regolatore o autoregolatore, finirebbe per stabilire un equilibrio: la pace universale attraverso il dolce commercio, come dicevano nel XVIII secolo”. Insomma, il mercatismo come fine della storia? “Quando Francis Fukuyama parlava di fine della storia, tradiva l’aspirazione a uno stadio stazionario o terminale del tutto paragonabile all’utopia comunista, con cui il liberalismo condivide alcuni presupposti di origine illuministica… la crisi attuale, in questo senso, è un segnale importante. La crisi del ’29 fu un avvertimento, ora si fa appello alla necessità di regolare il sistema per attenuare gli effetti devastanti della nuova crisi attuale. Ma sono soluzioni marginali. Il fondo della questione è che il sistema finanziario non lo controlla nessuno. Navighiamo a vista per evitare che domani sia peggio di oggi. Eppure, non possiamo continuare a inabissarci nel sistema”.
 
L’utopia liberale è come quella comunist
a
Ma per tirarcene fuori non dovremmo emendare l’antropologia egoistica che è il fondamento stesso del sistema liberale? “Il sistema liberale consiste nella difesa razionale del miglior interesse del singolo. Pone l’accento sul valore di scambio, più che sul valore d’uso, sui comportamenti egoistici piuttosto che sulla logica del dono gratuito, della solidarietà. Personalmente, resto convinto che se si rifiuta l’utopia comunista bisogna rifiutare anche quella liberale. Non che sia ostile alla società di mercato, ma se tutti i fenomeni sociali vengono ricondotti a un meccanismo di mercato, non siamo in una società in cui esiste il mercato, ma in una società che si è ridotta a un mercato. E cominciano i problemi”,
Non sarà questo il senso della Nouvelle Droite? Nient’affatto, AdB è il primo a rifiutare la definizione. “Non l’ho scelta io, è un’etichetta mediatica che dà un colore politico a un movimento di idee che si è sempre tenuto lontano dalla vita politica”. E se riecheggia l’apolitìa di Julius Evola, AdB rivendica anche l’eccezione francese: “Lastessa espressione viene usata con contenuti diversi; in America per esempio indica un fondamentalismo economico protestatario e ultraliberale”. Inoltre, da battitore libero, AdB insiste nel difendere lo sconfinamento trasversale a destra e sinistra e il beneficio conseguente. “Dividere il mondo tra destra e sinistra è molto riduttivo. Essere di destra vuol dire solo non essere comunista. Ma in fatto di ecologia, crescita, Europa, atlantismo, le posizioni sono tali e tante che non giustificano l’adesione a uno schieramento”.
Lo dimostra la stessa biografia di AdB. Solo da qualche anno, egli assapora la fine dell’ostracismo ideologico che un giorno spinse Maurice Blanchot, il grande critico letterario novantenne, ossessionato da un passato di militante di estrema destra, a sabotare la casa editrice che pubblicava i saggi del direttore del GRECE, il Gruppo di ricerche e di studi sulla civiltà europea. Era il 1993. La vigilanza democratica e l’allarme antifascista erano sempre all’erta per scongiurare ogni possibile contagio, con l’appello alla mobilitazione permanente. Poi però le cose cambiarono. L’epoca dell’equazione “intellettuale=intellettuale di sinistra” tramontò. Iniziò la stagione del disimpegno. Qualcuno ricordò che il mestiere dell’intellettuale era la ricerca della verità, e a quel punto si capì che si poteva essere un intellettuale senza servire il popolo, anzi diventando addirittura agnostico in politica. AdB, che è sempre stato un appartato, oltre che un appestato, iniziò a respirare. A sdoganarlo provvide uno studioso del razzismo il quale, sebbene di sinistra, era finito nel mirino del politicamente corretto. Pierre André Taguieff, contro i suoi detrattori, scrisse un saggio sulla “Nouvelle Droite” in difesa di AdB, il fondatore non conforme che veniva additato come “criptonazista”, pur avendo criticato l’ideologia razzista in generale e il Fronte nazionale in particolare. “Meglio un’opinione correttamente espressa, che un’opinione semplicemente corretta”, decretò Taguieff e da quel giorno anche in Francia finì la demonizzazione dell’avversario. Si cominciò a discutere di idee, non di logica delle idee, abbandonando pregiudizi e scomuniche a favore di argomenti razionali.

“Io resto un aristotelico”

“Dopo il crollo del Muro di Berlino” insiste AdB, “la divisione tra destra e sinistra sopravvive in parlamento, ma nel dibattito pubblico è superata. Prenda l’euro, per esempio, favorevoli e contrari sono indiscriminatamente a destra e sinistra: idem per l’Iraq, l’islam, il terrorismo”. Qual è allora il nuovo discrimine? Cosmpolitismo e localismo? Secolarismo e antisecolarismo? “E’ possibile, ma i confini restano mobili. Guardi l’ecologia, per esempio, che confonde le linee sull’ideologia del progresso nata a sinistra, ma sostenuta oggi dai liberali di destra”. Ma non è proprio l’ideologia del progresso che gli ultimi avvenimenti mettono in causa? E l’assiomatica dell’interesse riuscirà a sopravvivere al cambiamento di rotta imposto dalla crisi? “L’espansione dell’economicismo è correlata all’idea che la società sia una somma di individui, che eredi di un contratto hanno rotto con lo stato di natura prepolitico e presociale. Io però continuo ad essere molto aristotelico. Sono convinto infatti che l’uomo sia innnzitutto un animale politico e sociale. E la cosa che oggi più mi preoccupa è il venir meno dei legami sociali, con l’anonimato di massa, la solitudine crescente, in un mondo dove competizione e concorrenza spingono a considerare l’altro non nostro prossimo, non il nostre simile, ma il nostro rivale, il nostro avversario”. Allora, per porre un freno alla deriva mercatista di un mondo finanziariofuori controllo, perché privo di regole, bisogna ripensare i fondamenti dell’antropologia moderna? Dimenticare l’uomo schiavo, dominato dalle passioni, che Hobbes pone al centro del De Cive per fondare il contratto sociale, e tornare al kaloskagathos dell’Etica Nicomachea, recuperando il fine ultimo dell’animale razionale che è la vita buona? Dunque ha ragione Guillaume Faye che punta sull’archeofuturismo? “Capisco cosa intende dire, ma archeofuturismo è una formula pubblicitaria dal contenuto sfuggente” risponde AdB schivando il giudizio sull’ex sodale. In realtà, AdB sostiene di non essere un “restaurazionista”. Non vuole un ritorno al passato, però anche lui, come Faye e Giulio Tremonti, è convinto che oggi siamo arrivati alla fine di un ciclo che ha segnato la modernità, e sia giunta l’ora di cogliere “alcune potenzialità del passato”. Ma è “la fine della finitezza” l’aspetto che più lo angustia. “Al di là del profitto o della necessità di consumare, ognuno di noi oggi ha smarrito il senso della sua presenza nel mondo. Il capitalismo ha per principale caratteristica la negazione dei limiti. Si estende a dismisura, distruggendo legami, costumi, consuetudini, per instaurare ovunque la logica del profitto. Le istituzioni sono in crisi. I modelli politici crollano uno dopo l’altro, a cominciare dallo stato nazione, troppo piccolo per regolare i conflitti planetari e troppo grande per rispondere alle attese della gente. E’ per questo che io non credo nel ritorno all’antico. Servono nuove soluzioni, e forse riattivando forme di vita locale, come la regione, la provincia, la città, i quartieri, le troveremo”.

Aveva ragione la Scuola di Francoforte
Quando all’utopia della commercial society, che sognava la pace universale come effetto dell’espansione del mercato, non sarà un’altra disillusione rispetto alle promesse dell’illuminismo che legava l’emancipazione del singolo al benessere, e credeva nella marcia irreversibile del progresso? “Si è visto come l’ideale dell’autonomia sia stato tradito: per questo valgono ancora le analisi della Scuola di Francoforte, di Adorno e Horkheimer che hanno spiegato come la vita moderna, nel momento stesso in cui s’apre alla libertà, secerne forme di alienazione. Ma l’idea di fondo della commercial society, e cioè che l’espansione del mercato avrebbe garantito la pace universale, non si è mai realizzata. Abbiamo visto scoppiare una serie di guerre economiche, come guella per il petrolio che si combatte in Iraq. L’errore è stato di pensare che guerre e conflitti fossero irrazionali, destinati a sparire grazie a negoziato ragionevole. E invece non è vero: guerre e conflitti non sono negoziabili. Esulano dall’ordine contabile della razionalità”.   





 

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