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Vita (e fede) da Calvinista. Parla il banchiere Mathieu Kiss, che guida le strategie di Hsbc Francia
Pubblicato il 14 luglio 2009, in Diario

di  Marina Valensise

Mathieu Kiss non ha niente  di francese. Alto, corpulento, biondastro benché calvo, incarnato chiarissimo, il direttore strategico di Hbsc France viene considerato da molti  la perfetta  incarnazione contemporanea della spiritualità calvinista, ma nasce quasi apolide. Suo padre infatti era un emigrato ungherese, arrivato a Parigi nel 1947. Suo nonno era l’amministratore della chiesa riformata di Ungheria e fu costretto a rinunciare al suo incarico quando a Budapest arrivò l’Armata rossa. Mathieu Kiss li ricorda ancora benissimo, ma come tutti i protestanti indifferenti al culto postumo del fondatore della Chiesa Riformata Giovanni Calvino, confessa di non pregare mai per loro, “perché il morto”, dice, “esce dal rapporto con Dio, diventa altro”.
Quando il padre di Mathieu Kiss sbarcò a Parigi, all’indomani della guerra, si iscrisse subito alla Facoltà di Sciences Politiques con una borsa del governo francese. Per anni aveva seguito come interprete il pastore Marc Boegner, all’epoca della missione di quest’ultimo in Ungheria,  entrando così in contatto con una figura chiave del protestantismo francese, l’ecumenista convinto  fautore anzitempo dell’unità dei cristiani, il  difensore indefesso degli ebrei e degli perseguitati dal regime di Vichy, che cercò di liberare dai campi di Drancy scongirandone la partenza per i lager nazisti, all’epoca dell’occupazione tedesca. Alexandre Kiss, il padre di Mathieu, continuò poi i suoi studi all’Aja, in Olanda, all’alta corte internazionale di giustizia, dove avrebbe incontrato la ragazza destinata a diventare sua moglie e la madre dei suoi due figli: Hélène, la figlia d un istitutore cattolico originario della Frisia, ma nata in Indonesia da una  famiglia di olandesi atei con ruoli importanti nell’amministrazione pubblica.  “Mia madre, ricorda oggi  il banchiere Mathieu Kiss  “Non aveva  ricevuto nessuna educazione religiosa, ma il giorno stesso del suo matrimonio con quel protestante ungherese che poi divenne mio padre, si fece subito battezzare, diventando estremamente credente e praticante”.  
 I Kiss si stabiliscono a Strabsurgo,  capitale dell’Alsazia-Lorena,  dove metà della popolazione è di cultura protestante, la maggioranza luterana, ma di chiesa riformata. Sono due stranieri: ungherese lui, olandese lei;  di francese hanno poco o niente, ma scelgono come tempio un alto luogo della memoria protestante in Francia, la famosa Paroisse du Bouclier,  la storica parrocchia nel centro della città, fondata dallo stesso  Giovanni Calvino cinque secoli orsono, quando approdò a Straburgo in fuga da Ginevra. L’ “enracinement”  per i Kiss avvenne così.  “E’ lì che io venni educato, frequendando la parocchia ogni domenica” ricorda oggi Mathieu Kiss insistendo sulla pedagogia della religione riformata: “C’è un aspetto spirituale, identitario, tradizionale nel calvinismo che è fondamentale, perché  è proprio grazie a questa dimensione che una religione minoritaria riesce ad affermare la sua differenza.”
Consigliere presbiteriale, professore di Diritto internazionale, Alexandre Kiss è stato un grande studioso del diritto interanzionale, impegnato nella difesa dei diritti dell’uomo, pioniere nel diritto dell’ambiente. Era anche un uomo molto attivo nella sua comunità. “Era convinto che l’importante fosse fare del bene” ricorda  il figlio che oggi è una delle menti strategiche della filiale francese di Hsbc, alias Hongkong & Shanghai Banking Corporation, uno dei maggiori gruppi bancari internazionali con diramazioni il tutto il mondo. “La parrocchia di Calvino per due giovani immigrati che erano i miei genitori diventò subito l’elemento di comunione verso la nazione francese. Fu un focolare di assimilazione, e la stessa funzione esercitò la comunità strsburghese”. Anche Hélène Kiss, infatti, fu molto attiva nella vita comunitaria. Mandò i  due figli al ginnasio Jean Sturm, il liceo  dei protestanti alsaziani che sin dal XVI secolo rappresenta un’istituzione di eccellenza per la serietà nella formazione delle élite, e nell’Ottocento funse da modello alla Ecole Alsacienne di Parigi, fondata nel 1871, quando i francesi sconfitti dai prussiani a Sedan persero l’Alsazia e molti membri della comunità calvinista strasburghese che non volevano diventare cittadini del Reich emigrarono nella capitale francese. E’ anche questo a rendere i protestanti francesi una comunità aperta, cosmopolita, pronta a mobilitarsi in difesa dei propri membri, trasformandosi in un luogo di appartenza nel quale identificarsi e riconoscere.
Oggi, è vero, i protestanti in Francia sono una minoranza, appena due milioni di persone, e i praticanti sono una minoranza nella minoranza, visto che non superano  il 10 per cento. Ma sono una minoranza viva, vitale e attivissima, anche quando si trovano in condizioni difficili. “Mia sorella, per esempio – racconta Mathieu Kiss – lavora  come veterinario in una piccola stazione balnerare della Normandia: anche lei, come me, ha fatto un matrimonio misto, sposando un cattolico, ma anche lei è stata sempre molto attiva nella vita comunitaria, come membro del consiglio presbiteriale di Argenton”. Oltre ad essere pochi, i protestanti in Normandia vivono spesso in paesini di 1200 anime, isolati tra loro, in zone agricole desdertificate, dedite per lo più all’allevamento di bestiame. “Può accadere che ci sia un unico pastore per una zona molto estesa, dunque, bisogna attivarsi per animare la vita della comunità, con funzioni a rotazione e sermoni affidati ai fedeli. Mia sorella pur non essendo lei un  pastore, spesso la domenica si ritrova a predicare per carenza di  pastori. E’ il suo modo di dare testimonianza”.
Anche Mathieu Kiss come il padre e la sorella ha fatto un matrimonio misto, sposando una ragazza  cattolica,  educata al collegio di Sainte Marie, la quintessenza del tradizionalismo cattolico. E anche sua moglie come sua madre dopo la conversione al protestantesimo è diventata molto credente nella religone riformata e devota alla vita comunitaria.  “Noi siamo soprattutti cristiani” dice il marito, ritrovando l’ispirazione ecumenica del maestro spirituale di suo padre, il pastore Boegner,  nume tutelare della sua famiglia d’origine. “I nostri figli li abbiamo mandati al catechismo della parrocchia del Luxembourg, nella rue Madame, la stessa dove per dieci anni ha predicato il pastore Serge Oberkampf de Daubron. E anche la giovane generazione dei Kiss, i figli del banchiere, due maschi e una femmina, rispettivamente di 23, 21 e 14 anni, oggi sono praticanti devoti e impegnati in prima linea nell’ attività di catechesi. “Io stesso ho avuto un passato di moniteur d’école” confessa fiero il banchiere che da ragazzo passava tutte le domeniche in parocchia, per insegnare il catechismo ai bambini più piccoli. “D’altra parte, questo è il sistema protestante” spiega Mathieu Kiss. “I membri della comunita sono tenuti a leggere la Bibbia e a farsi direttamente un’opinione;  ma l’illuminazione  in loro nasce dallo scambio, dal dialogo. Sono i bambini, per esempio, a leggere la bibbia e insieme poi partecipano al commento, che viene preparato col pastore prima che questo lo legga, oppure viene passato in rassegna direttamente coi bambini, dopo essere stato letto. Nei due casi, credo sia un un buon metodo per capire che cosa si trasmette della tradizione”.
Mathieu Kiss racconta che con la moglie prima di sposarsihanno discusso a lungo di fede e religione. La preparazione spirituale avvenne con un prete cattolico, culminando in ritiro presso dei sacerdoti gesuiti. Ma il matrimonio fu celebrato dal pastore Etienne Trocmé, professore alla Facoltà protestante di Strasburgo, studioso delle origini del cristianesimo e autore di un piccolo saggio controverso, “L’enfance du Christianisme”, in cui ricostruisce il modo in cui la chiesa cristiana prese forma, dopo che la distruzione del secondo tempio nel 70 dopo Cristo fece per sempre svanire svanire l’ipotesi sino allora più che plausibile di inglobarvi completamente il giudaismo e la tradizione giudaica. “La pratica cattolica è diversa, certo, ma in fondo noi protestanti restiamo cristiani” insiste Mathieu Kiss, fedele alla lezione di Marc Boegner coltiva dal padre e trasmessadi padre in figlio. Anche lui è un ecumenista convinto, per il quale ogni forma di distinzione settaria si stempera nell’essenza evangelica. “Il protestantesimo è l’essenza del cristianesimo cui il cattolicesimo per ragioni storico-politiche ha aggiunto le tecnostrutture di fede, dogmi, valore. Ma la Riforma ha deciso di fare tabula rasa di tutto ciò per  ritornare ai testi originali. Sicché nella pratica protestante è il ruolo della chiesa che cambia”.
Il protestantesimo, spiega Mathieu Kiss, usando per descriverlo un’espressione da manager “è un sistema ‘bottom up’, vale a dire, la stessa comunità elegge dal basso i suoi rappresentanti. “L’assemblea della parocchia, suddivisa tra membri contributori e non contributori, nomina i membri il consiglio presbiteriale. Il nostro non è un sistema democratico dove il numero dei candidati è superiore a quello delle cariche, ma corrisponde ancora al modo di organizzazione della chiesa primitiva: ci sono persone che per età e per esperienza hanno vocazione a partecipare alla gestione della parrocchia, e sono loro che vengono scelte. La Chiesa protestate, d’altra parte, non riceve sovvenzioni statali. La comunità è autosufficiente: ogni anno i membri versano il loro contributo e la parrocchia vive dei fondi stanziati dai singoli membri, impegnandosi a versare parte del suo bilancio alla Chiesa e a retribuire direttamente il suo pastore. Il pastore però è tenuto fuori dalle vicende finanziarie della sua comunità: non conosce nemmeno l’entità del contributo versato dai singoli membri, che invece è noto solo al tesoriere, eletto a sua volta dal consiglio presbiteriale, formato da un presidente, un vicepresidente tesoriere e un segretario” .
Può anche capitare che il presidente del consiglio presbiteriale coincida con il pastore, ma la regola vuole che il pastore non faccia parte dell’ufficio di presidenza. Oltre a basarsi su un sistema di nomine dal basso, l’organizzazione della comunità riformata in Francia si fonda sul volontariato: “il dialogo tra pastore e comunità avrebbe un’altra natura se il pastore fosse designato dalla Chiesa”, spiega Kiss, pensando evidentemente alla  gerarchia cattolica. Nella comunità protestante, al contrario, è la parrocchia che si organizza e si sceglie da sola il suo pastore, nominandolo per un periodo limitato a  sette anni. Ci sono anche eccezioni, come per esempio  il pastore Oberkampf de Daubrun,  rimasto al tempio di rue Madame per dieci anni, o come il suo predecessore, l’armeno Samuel Sahaghion, uomo di fortissimo carisma,  fondatore di un’associazione protestante franco-armena, che  rimase in carica per diciassette anni. “Di norma però la parrocchia è più forte del pastore”, insiste Kiss, sostenendo il suo argomento attraverso  le procedure di nomima, fondate sul dialogo con la Chiesa Riformata e sull’appello alla candidatura. “I pastori sanno che c’è una sede disponibile e pongono la loro candidatura: di solito il numero dei candidati è superiore a quello dei posti liberi. Il consiglio presbiteriano organizza una serie di colloqui di reclutamento per illustrare le sue aspettative. A quel punto, si forma una lista ristretta, si invitano i vari candidati a predicare la domenica, e alla fine si decide in base al consenso ottenuto:  i parrocchiani possono dire la loro, ma l’ultima parola spetta al consiglio”.
Dunque, se esiste una differenza di fondo tra protestanti e cattolici, riguarda proprio il rapporto diretto tra il pastore e la sua chiesa e insiste sul coinvolgimento dei singoli membri della comunità. “Il protestantesimo è un sistema molto esigente” spiega  Kiss. “Pretende che i singoli  si responsabilizzino, si diano da fare per leggere i testi, commentarli, per far vivere la comunità. Nel consiglio presbiteriano vengono nominate solo persone impegnate. E infatti, l’unica autorità che il pastore esercita sulla sua parocchia non è gerarchia, ma morale: i laici prendono parte attiva, con letture pubbliche, preghiere, attività sociali. Inoltre, cerchiamo sempre di assicurare una rappresentanza più ampia possibile: abbiamo bisogno di tutti, di madri di famiglia, di pensionati perché hanno più tempo libero, di giovani attivi. Su 350-500 membri della parrocchia, i 12 membri del consiglio presbiteriali vengono eletti per restare in carica sei anni, e rinnovati ogni tre per assicurare la continuità, ma non possono esercitare più di due mandati di seguito, per un totale di 12 anni”. Una parrocchia, dice Mathieu Kiss, che  conosce benissimo la sua, è come un governo in miniatura:  deve occuparsi dei poveri, dei nuovi arrivati, del catechismo, dell’organizzazione del culto: ogni aspetto va seguito da vicino. Ogni anno, poi, durante la riunione dell’assemblea generale, il consiglio presbiteriano è tenuto a dare conto del suo operato e in particolare sul piano finanziario. Dal 1905 esiste in Francia la legge di separazione tra le chiese e lo stato. Frutto di una battaglia epocale tra clericali e anticlericali, tra radicali e cattolici, questa legge, cosi detta della “laïcité”, ha posto fine al dramma e alle polemiche  seguite all’esproprio dei beni cattolici, con la chiusura delle congregazioni ecclesiastiche. Ora l’Alsazia è inparte esente da questa legislazione: nel 1905 infatti era sotto il dominio della Germania, dunque sfuggì alla legge sulla laicità, e quando nel 1918 ritornò alla Francia, dopo la prima guerra mondiale, il governo decise di mantenere per gli alsaziani il regime concordatorio: preti, rabbini, pastori, divennero così funzionari pubblici stipendiati dallo stato, e questo spiega il ruolo a sé stante che ha sempre avuto e continua ad avere la Chiesa riformata alsaziana.
Oggi, però, anche la Chiesa riformata francese, e il suo fiero all’occhiello che è la Chiesa alzaziana, deve affrontare la decristianizzazione e la despiritualizzazione. Per la prima volta, la maggior parte della popolazione in Francia stando ai sondaggi, si dichiara atea. Eppure, davanti alla brutalità aritmetica dei dati, Mathieu Kiss non si scompone. Non è un protestante all’acqua di rose, mondano o di tendenza, di quelli che si contentano di appartenere a un milieu che ha persino il lustro di un’etichetta esclusiva come la HSP (leggi hasch-ess-pe, acronimo di Haute societé protestante.E’ un uomo di fede, devoto ai principi e dalla tradizione. “Non credo si possa essere protestante senza credere in Dio, leggere la Bibbia e disertare la messa. La Chiesa riformata insiste sulla pratica religiosa. L’essenziale per noi è la parola, il testo scritturale: ciascuno  deve leggere la Bibbia, fare uno sforzo di istruzione, perseguire una ricerca personale,   ma anche discutere  con gli altri, e commentare la letteratura biblica. La cosa più importante per noi, nella selezione dei predicatori, è la parola, è capire se la parola di un pastore motiva, se suscita adesione, se induce a riflettere”.
Così in un mondo che ha espulso da sé la  legittimità  della tradizione, anche il protestante deve combattere la sua battaglia quotidiana per trasmetterla alle nuove generazioni. “Un tempo era normale che i figli riprendessero la tradizione dei padri. Oggi non più, oggi semmai succede il contrario” ricoscosce sconsolato il banchiere. “Certo  i figli poi ci ritornano, perché le tradizioni vengono dal fondo dei tempi, e il culto riformato è molto radicato nella tradizione: la liturgia data dell’epoca di Calvino: i nostri canti sono quelli del XV, del XVI, del XVII secolo, con le loro melodie rinascimentali. La tradizione resta per me la parte più viva  dell’erdità della religione riformata. Ma per altri, che magari non sono stati educati nella tradizione, costituisce un ostacolo. Certo  un cristiano mosso da una sua ricerca spirituale può anche sentirla estranea, vivere uno scarto rispetto alla vita di tutti i giorni. E’ un rischio Ma Cristo è esigente, e il protestantesimo sottolinea questa esigenza. E’ aspetto difficile da cogliere, eppure tra l’esigenza del messaggio e la realtà della scelta, non ci sono scappatoie. Vogliamo sostenere che è cambiata la nozione di peccato? Ma il vero peccato per l’uomo consiste nel pensare di poter gestire la sua vita senza Dio, nel non avere  l’umiltà di capire che è padrone del proprio destino. E la grandezza del messaggio cristiano sta nel fatto che l’uomo, comunque, viene sempre perdonato per il semplice fatto che crede”.

Marina Valensise
 

 

 
 




La democrazia è contagiosa: così BHL e André Glucksmann stanno con i ragazzi di Teheran
Pubblicato il 26 giugno 2009, in Diario

Roma. Dopo l’appello di Bernard-Henri Lévy sul Web alla gioventù iraniana, anche André Glucksmann, l’ex nouveau philosophe paladino trent’anni fa dei diritti dei dissidenti contro l’impero sovietico, si mobilita per l’opposizione al regime degli ayatollah. Lo fa  ....(continua oggi sul Foglio).

Berlusconi e le minorenni che non esistono
Pubblicato il 27 maggio 2009, in Diario

Le minorenni non esistono più. A tredici anni si truccano, si fanno il tatuaggio, si bucano il naso per infilarsi un cerchietto oppure un diamantino, hanno le chiavi di casa, escono da sole la sera, restano a dormire fuori, prendono pure la pillola, la pillola del giorno dopo, del giorno prima, del non si sa mai..Sin dalla quinta elementare hanno imparato a mettere il cappuccio su  una  banana, perché  “prevenire è meglio di curare”. Hanno la testa piena di luoghi comuni e conformismi invincibili. Sono ribelli per definizione. Adesso, però,  se un ricco signore le invita a passare il capodanno a casa sua, tutti si indignano e scoprono che non dovrebbero  accettare…  Ohibò! E perché mai, si domanda l’immoralista libertario.
    Semplice. Se il ricco signore non è solo un vecchio esteta un po’ annoiato, ma un tycoon che ha rivoluzionato il paesaggio televisivo di una potenza industriale, divntandone pure il capo del governo,  legittimamente eletto col suffragio universale, c’è una sproporzione, un’assimetria che inclina troppo verso l’abuso di potere per lasciare insensibili i cittadini altrimenti indifferenti alla virtù delle loro figlie minorenni. Finché l’anarchia dei comportamenti si commisura sul piano della libertà del singolo e della sua autodeterminazione  in regime di libertà e eguaglianza, nessun ha niente da ridire: pillola, piercing, scafamento a go go, tutto è   consentito. Quando però l’anarchia dei comportamenti è l’effetto di  un’asimmetria, legata al  potere nella sua più alta espressione istituzionale, scatta non solo il distinguo, ma  un meccanismo di rifiuto.
    Il fatto è che ci ripugna, a noi sani democratici, vedere confusi due comportamenti antagonistici: da un lato l’autodeterminazione del singolo, che vuole essere libero di fare, sperimentare, sbagliare, peccare, provare, sentire, fornicare etc etc etc, dall’altro l’obbedienza compiaciuta alle  stravaganze di un vecchio ricco e potente, simpatico e gentile quanto si vuole, ma  pur sempre in grado di offrirti un destino e dunque  di negartelo, assoggettando la tua volontà al suo piacere.  Per questo saltano fuori le minorenni  anche se non esistono più; per preservare  l’utopia  che è il vero cuore della democrazia moderna, fondata sull’ideale di libertà e eguaglianza. La realtà invece è relativista.

Marina Valensise
© Il Foglio 26 maggio 2009


Harvey Mansfield, Max Weber e il Vangelo di Calvino
Pubblicato il 20 aprile 2009, in Diario

Harvey Mansfield non legge i settimanali. Preferisce continuare a tradurre e studiare Tocqueville e Machiavelli, Aristotele e Hobbes. Ma da quando sui giornali si discute del ritorno di Dio, l politologo di Harvard, che è un osservatore spassionato delle miserie contemporanee, come dimostra l’ultimo suo libro, “Manliness”, saggio malinconico sulla fine dell’umanità nell’indifferenziazione dei generi, non rinuncia a una precisazione: “Non è Dio a tornare; semmai ...(continua domani sul Foglio)

Il grande silenzio laico
Pubblicato il 12 gennaio 2009, in Diario

Qualcosa di strano sta succedendo sotto i nostri occhi, e la cosa più strana è il silenzio delle istituzioni, la risposta balbuziente e indecisa data dai politici. Sabato scorso, alcune migliaia di musulmani (900 mila residenti in Italia) si sono dati di nuovo appuntamento nel centro di Milano per pregare rivolti verso la Mecca e invocare la protezione di Allah sui fratelli di Hamas ingaggiati in guerra da Israele nella Striscia di Gaza. Stavolta, l’orazione del tramonto, la quinta del giorno secondo il calendario coranico, si è tenuta non davanti al Duomo, ma nel  piazzale antistante la Stazione centrale. Dopo aver sfilato per le vie della città in un corteo di protesta contro le bombe israeliane su di Gaza, con i solito corteggio di slogan antisionisti, gli oranti musulmani si sono dispiegati in ginoccchio in ordine militare, e a piedi nudi davanti  ai loro tappetini di fortuna hanno invocato Allah. “Sembra di stare a Bagdad”, ha detto un passante al cronista di Repubblica. Erano “come un esercito”, ha osservato un caldarrostaio al cronista di Libero.
La presa di possesso della piazza milanese da parte di un gruppo di musulmani si aggiunge a quella di Torino,  Genova, Firenze, Roma, dove migliaia di persone sono sfilate in corteo, dando alle fiamme la bandiera israeliana, per esempio a Torino davanti all’associazione Italia-Israele, a Firenze davanti  al consolato americano, inneggiando propositi guerrieri (“Hamas vince, Israele boia”), e seminando scritte antiebraiche sui negozi degli commercianti ebrei, com’è successo a Roma nei pressi della sinagoga vicino Piazza Bologna.  A Genova, il corteo pro-Palestina ha sfilato sino alla cattedrale di san Lorenzo, con la solidarietà dell’Arci, dell’Unione democratica arabo palestinese,  di Legambiente, Rifondazione Comunista, ma anche della Rete contro il G-8 e del centro di Documentazione per la pace. Ma la simbologia evocava quella dei funerali dei neonati palestinesi, finti feretri di fagottini insanguinati, e versetti del Corano per chiedere la fine dei raid israeliani e dell’olocausto di Gaza. Nessun inno al partito di Hamas, avevano deciso gli organizzatori, per evitare strumentalizzazioni, ma solo uno sventolio di bandiere. Unici commenti, quello del rabbinbo Momigliano, che ha parlato di “ guerra tragica ma giusta”, e l’imam, che gli ha risposto: “Spero prenda le distanze da Israele così come noi le prendiamo dai terroristi islamici”.
I cattolici restano in silenzio davanti a queste manifestazioni di straordinaria potenza simbolica. Tace ormai da anni il vecchio e saggio cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo emerito di Bologna, che anni fa propose con grande scandalo nazionale una immigrazione selettiva a favore delle popolazioni cristiane. Tace o parlotta il cardinal Dionigi Tettamanzi, dopo la goffa richiesta di scuse accettata pro bono pacis dall’arciprete del Duomo di Milano, mentre l’arcivescovo di san Marino, Luigi Negri denuncia sul Giornale “gli aspetti stridenti in preghiere islamiche nelle piazze italiane da parte di chi incita all’odio e brucia le bandiere”.
Eppure quello più clamoroso non è il silenzio della Chiesa. Il silenzio che più fa rumore è quello della classe dirigente, come se un dispiegamento di forze così potente sul piano simbolico potesse neutralizzare ogni argomento politico o farlo scadere, in partenza, come inutile e pretestuoso. Certo, personalità della destra politica e culturale si sono espresse, ma con un timbro di autorevolezza ridotto dalla “tipicità” di quelle voci (i soliti “sobillatori”, direbbe Gad Lerner) e dall’isolamento in cui quelle parole sono cadute.
Il focoso ministro della Difesa Ignazio La Russa ha detto “basta alle provocazioni degli islamici a Milano”. Ha spiegato di non aver nulla nulla da obiettare alla preghiera o al diritto di manifestare senza violenza. “Ma a Milano, ha aggiunto, una manifestazione legittima si è conclusa in una provocatoria moschea a cielo aperto, e in un’occasione di odio, bruciando le bandiere di un paese amico”. Come lui ha parlato anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi, scrivendo al premier Silvio Berlusconi per chiedere di “espellere i manifestanti razzisti filo Hamas”; ma è incorso nel veto dei partiti di opposizione, Pd e Pdci, che attraverso il ministro ombra Marco Menniti hanno spiegato che “non si può equiparare chi brucia una bandiera ai terroristi”. E poi “Milano non è Gaza, e nemmeno l’Iraq”, ha aggiunto il vicesindaco Riccardo De Corato, deputato Pdl. Sul Giornale l’antropologa Ida Magli ha scritto con enfasi accorata: “Non possiamo lasciar prevalere l’islamismo senza perire”. La Magli, che ha un passato di religiosa, ha salutato il sussulto di coscienza davanti al sequestro jihadista delle piazze europee, che rende consapevoli di quanto la nostra civiltà sia fragile, soprattutto a causa dei suoi stessi valori principali, “il cristianesimo, la libertà, la indulgente benevolenza tipica del carattere degli italiani”.
Forse proprio così si spiega il silenzio delle alte cariche dello stato, dei maggiori leader parlamentari. E anche una certa reticenza di stampa e tv, una ritrosia a farsi coinvolgere di intellettuali liberali di solito combattivi e presenzialisti. Come se in nome della libertà di pensiero, della libertà di culto, non si potesse non si dica interdire e vietare, ma nemmeno commentare un fatto così cospicuo dal punto di vista civile e politico e religioso, salvo scatenare una reazione opposta e contraria nei cristiani, e dunque riaprire la cicatrice dell’inimicizia religiosa, rimarginata grazie allo stato laico. Per questo, probabilmente, tace sulla questione il presidente della Repubblica, tace il presidente del Senato, tace il presidente della Camera, il presidente del Consiglio, il ministro dell’Interno.     
L’ultimo episodio segna un salto di qualità, comunque lo si giudichi e comunque si intenda definire una possibile risposta: non è la semplice preghiera in pubblico di un gruppo di immigrati musulmani. E’ il gesto di una offensiva politica, condotta su una piattaforma non nazionalista e tantomeno di patriottismo liberale, bensì islamica. Un pezzo del mondo islamico si scopre fiancheggiatore in preghiera del jihad davanti alle cattedrali e nelle piazze europee, e questo rischia di rendere problematica la famosa convivenza multiculturale. Per contribuire a bucare con opinioni non conformi e non banali il grande silenzio o la grande opacità che sono sotto i nostri occhi, abbiamo come al solito fatto girafre un certo numero di opinioni.

Marina Valensise
© Il Foglio, 13 gennaio 2009


Obama concilia progressismo e religione (almeno ci prova)
Pubblicato il 18 dicembre 2008, in Diario

E’ possibile un progressismo amico della religione? A porre la domanda è stato il direttore di “Reset” Giancarlo Bosetti nel seminario del Centro studi americani, in occasione dell’edizione  di tre discorsi di Barack Obama: quello programmatico di Washington del giugno 2006; quello di Atlanta sul deficit morale, e quello di Chicago su famiglia e matrimonio, del gennaio e marzo scorsi (“La mia fede”, Marsilio, 8,50 euro). Obama ha affrontato  (....continua domani sul Foglio)

L'ultima incarnazione del Cav.
Pubblicato il 11 dicembre 2008, in Diario

Perché lo fa? Perché il Cav, fautore massimo del ghe pensi mi, annuncia con faccia feroce la fine del dialogo con “quelli lì”, alias i capi del Partito Democratico, ed ora promette persino di cambiare da solo la Costituzione? E’ il capo del governo, ha in mano il partito di maggioranza; è forse l’unico uomo  politico di una democrazia occidentale eletto e rieletto nell’arco di quattordici anni e ogni volta con consenso crescente. Governa con alterni successi, come si è visto coi rifiuti a Napoli, col caso Alitalia, con la gestione della finanziaria e qualche acrobazia internazionale. All’estero, spesso, lo considerano un clown (...continua domani sul Foglio)

Perché Royal e Aubry sono i due opposti che non si attraggono del Ps
Pubblicato il 20 novembre 2008, in Diario

Lo stile è l’uomo, dicono i francesi, ma  quello delle due prime donne in lizza per la segreteria del Partito socialista è opposto. Calmo, solido, sicuro di sé quello di Martine Aubry, che si lascia intervistare da un quotidiano popolare in un bar di prima mattina e buca il video, come si evince guardandola su Internet, perché vuole parlare di politica e di partito, con la P maiuscola, e ostenta la mano tesa a Ségolène, consapevole che la vittoria sia a portata di mano. Ségolène invece freme e si dispera, col suo tono querulo e legnoso su un fondo di ostinata caparbietà, e naviga contro vento, anche quando potrebbe starsene tranquilla in rada e aspettare che passi la tormenta. Rincorre il carisma, insegue l’empatia, vuole sedurre, dunque toccare le corde del cuore. Mentre l’altra, Aubry, parla alla ragione, vuole convincere, fa i conti con...(continua domani sul Foglio)

Berlusconi smorza i toni, ma nessuno dimentica che ha detto la verità
Pubblicato il 23 ottobre 2008, in Diario

Potenza del mite. La voce grossa e la faccia feroce saranno durate meno di un giorno. Nella conferenza stampa a Palazzo Chigi, accanto al ministro della Pubblica Istruzione, Silvio Berlusconi ha detto con parole chiare e forti una verità semplice e evidente che però, da quarant’anni, non sembra avere più diritto di cittadinanza fra noi italiani. “Non permetteremo che vengano occupate le scuole e le università, perché l’occupazine di posti pubblici non è una dimostrazione di libertà, non è un fatto di democrazia; è una violenza nei confronti di altri studenti, delle famiglie, delle istituzioni, dello Stato”. Parlava con con tono fermo, scandendo le pause, Berlusconi: e dalle sue parole ha tratto la logica conclusione con un annuncio ad alto rischio:  “Convocherò oggi stesso il ministro degli Interni e darò istruzioni dettagliate su come intervenire attraverso le forze dell’ordine per evitare che questo possa accadere”.
La maggioranza che la primavera scorsa ha portato  la coalizione di centro destra al governo avrà avuto un sussulto. Finalemente, pane al pane! Era ora! Per una volta poteva salutare la coerenza di un politico, pop quanto si vuole, ma sui generis, che nei momenti di emergenza non tentenna, va dritto per la sua strada, anche a rischio di risultare impopolare. Poteva riconoscere nella baldanza legalitaria del capo del governo l’espressione dello stesso metodo seguito a Napoli per risolvere, in soli tre mesi, l’annoso problema covato per quindici anni dalla prolungata inerzia di una classe politica in balìa del ricatto locale e dell’intimidazione criminale. E infatti, da uno che ha liberato Napoli dai rifiuti, mandando l’esercito e ordinando di scavare nuove discariche in località segrete, ci si poteva mai aspettare la solita indulgenza, il misto di acquiescenza e disfattismo, che da anni i principali responsabili politici dedicano alle goliardate della gioventù italiana? Ci si poteva mai aspettare la remissività compiaciuta e lievemente soddisfatta verso le stanche liturgie, dalla pretesa liberatoria, che da quarant’anni l’internazionale giovanile ripete a ogni inizio di stagione, come un’iniziazione obbligata o un rito di passaggio verso la vita adulta? Occupazione, autogestione, cortei, sacchi a pelo, barbe lunghe, e poi golfoni stràmici, occhi gonfi di sonno e di erba, la voglia di fare casino, ribellarsi, protestare, perché il mondo comunque fa schifo, il governo è repressivo, e la riforma in ogni caso penalizza il nostro avvenire. Francamente no, nemmeno davanti alla configurazione inedita del fronte comune di studenti e professori avversi a ogni riforma. Da un tipo come Berlusconi, che continua la sua luna di miele con più del 60 per cento degli italiani, unico leader di una democrazia occidentale che per cinque volte si presenta alle elezioni e per tre viene eletto aumentando i consensi, per quanto paradossale possa sembrare, ci si poteva aspettare una certa fermezza, il coraggio di una lingua chiara, forte, stringente e di misure conseguenti.
La fermezza però è durata poco. Saranno bastati i picchetti in tutta Italia di studenti sul piede di guerra contro la riforma della scuola, e i tagli di Giulio Tremonti sull’università, i cortei spontanei per le vie di Napoli, i sit in a Roma, Milano, Bologna, il muro di libri in piazza san Giacomo a Trieste, l’occupazione decretata in tante facoltà, i corsi a cielo aperto con le lavagne in piazza Montecitorio, oppure l’urlo di guerra lanciato da un’atrofisica ancora atletica, come l’ottantenne Margherita Hack, che ha abbandonato il suo laboratorio per salire su una sedia in Piazza della Signoria e arringare la folla fiorentina con foga neosavonarolica: “Un riforma così importante fatta con un decreto legge senza discussione in parlamento è una falsa democrazia. Questo governo distrugge l’Italia”. Sarà stato il clima incandescente fomentato da un’opposizione che non sognava altro per manovrare le piazze e rimettersi alla testa dei perseguitati, fatto sta che, sommerso da una valanga di critiche, colpito dall’ipersemplificazione dei media e dai loro titoli ferali (tipo “contro gli studenti mando gli agenti”), sarà per la mano tesa agli studenti lanciata ieri in Senato dalla Gelmini, che è tornata sui termini reali di una riforma che per ora riguarda solo la scuola, sarà per tutto questo ed altro ancora se il presidente del Consiglio ha finito per mitigare i toni. “Impedire che qualcuno eserciti un proprio diritto credo debba essere considerato un reato” ha detto Berlusconi appena arrivato a Pechino, smentendo la possibilità di ricorrere alle forze dell’ordine. “Chi è in dissenso con le cose che facciamo è liberissimo di manifestarlo “ ha aggiunto mite. “Nessuno però può impedire a chi non è d’accordo di esercitare il proprio diritto. E’ un dovere del governo garantirlo ed è giusto occuparsene”. Eppure, per quanto necessario sia stato il ripiegamento tattico, nessuno può pensare che basterà a farci dimenticare la verità detta e ribadita dal Cav.

Marina Valensise
© Il Foglio, 24 ottobrer 2008

Per Bondi ogni giorno la carta stampata salva la democrazia
Pubblicato il 16 ottobre 2008, in Diario

Anche il ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, è preoccupato. Tutore del patrimonio artistico, archivistico e librario nazionale, poeta e cultore della lingua italiana, pur con le debite differenze, è toccato da vicino dalla crisi in cui versa la carta stampata: perdita di lettori, esaurimento dei contributi pubblici, concorrenza del giornalismo on line. “I beni culturali – ci dice – sono ciò che resta del nostro passato, che vale la pena di tutelare e tramandare. La carta stampata rappresenta invece ciò che noi siamo oggi, ciò che pensiamo di noi stessi. E’ un abito civile maturo, insomma, che aiuta ad avere una più alta coscienza dei problemi sociali. Tutto questo va difeso, mantenuto e sostenuto, perché è la base stessa per l’esercizio della democrazia”.
Esiste per Bondi un rapporto strettissimo tra la difesa della democrazia e la difesa della carta stampata, che merita di resistere a qualsiasi innovazione tecnologica. “Non credo che Internet o la tv determineranno la scomparsa del giornalismo. Il giornalismo muterà, come mutano tutte le forme culturali, ma non morirà, perché anche in futuro ci sarà bisogno di una riflessione non fuggevole, ma approfondita e prolungata sulla realtà, che solo i libri e i giornali possono fornire”. La cosa che più preoccupa il ministro è un’altra, in realtà: l’assenza di un’opinione pubblica matura, colta, civile. “E’ questo il problema vero per la vita democratica. Da noi esiste purtroppo un fossato tra un’élite colta, che legge molti libri, frequenta i festival letterari, fa le code nei musei, e la maggioranza che s’ostina a restare indifferente alla cultura scritta”. Le cause di questa anomalia italiana sono secondo Bondi non solo “l’arretratezza, la scarsa diffusione di libri e giornali”: è una distorsione della carta stampata. “I quotidiani italiani offrono  uno spazio spropositato al ‘teatrino della politica’ – dice Bondi – puntano sulle notizie clamorose, negative, sorprendenti, inseguono la tv, mentre riservano un’attenzione limitata all’approfondimento, alle inchieste, a ciò che avviene nel mondo”. Eppure, in molti casi, il numero della foliazione cresce, gli inserti settimanali si moltiplicano, aumenta lo spazio per servizi e commenti. “I giornali hanno troppe pagine”, risponde Bondi, parlando da “lettore che di giornali e libri non può fare a meno”. E continua: “Sono troppo gonfi di cose. Non lo dico perché mi rivolgo ai lettori del Foglio, che è un esempio del contrario, ma preferirei leggere giornali più sintetici, con meno pagine e un maggiore contributo a far conoscere la realtà, cosa che salvo rare eccezioni non mi pare la norma dei quotidiani italiani”.
Ma quando si sottolinea la stretta correlazione tra la scarsità delle risorse disponibili e la mediocrità delle ambizioni di cui dà prova il giornalismo italiano, il ministro invita a mobilitarsi, citando l’esempio dell’editoria, che compete peraltro alla presidenza del Consiglio. “Il mercato librario italiano è il quarto o quinto del mondo, ma è sostenuto solo da un piccolo spicchio della società. Dagli stati generali dell’editoria, che si sono tenuti di recente, sono emerse varie proposte come quella di  ripartire dalle scuole, di puntare sulla comunicazione televisiva, di coinvolgere il territorio, le associazioni locali, la società civile, di attivare i teatri organizzando pubbliche letture”.
Quanto al diretto contributo dello stato,  per foraggiare l’acquisto della carta o sostenere la distribuzione, voci che gravano enormemente sui bilanci dei giornali, il ministro sembra escluderlo: “Non è questo il problema. In Italia mancano idee e progetti. L’orientamento prevalente da parte della stampa mi pare non tenda a suscitare l’interesse del pubblico. In realtà, non siamo di fronte a un fenomeno di pochi lettori, ma di perdita dei lettori, che colpisce persino la freepress. I giornali perdono lettori perché c’è una disaffezione verso la loro linea, un’insofferenza verso i loro contenuti e la loro ridondanza”.
E se poi s’insiste, evocando le misure che il presidente francese Sarkozy è pronto a prendere per superare la sottocapitalizzazione della stampa francese, salvaguardare il giornalismo scritto dalla morsa del giornalismo on line, dove l’assenza di controlli si combina con l’assenza di scrupoli, il ministro Bondi sembra comprendere:  “Come lo stato si fa carico dei problemi derivanti dalla crisi finanziaria per le banche e altri soggetti, così non ci sarebbe niente di male se si interessasse anche a sostenere attività culturali, con partecipazioni temporanee ed eccezionali, per arginarne la crisi”. Con un’unica avvertenza, però, concude Bondi: “Non accollare il deficit strutturale sulle spalle dei contribuenti”.

MarinaValensise
© Il Foglio 16 ottobre 2008



 

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