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Il senso di don Carlo per l'unicità (a rischio) della carta stampata
Pubblicato il 16 dicembre 2008, in Diario

Don Carlo”, come il principe di Castagneto viene chiamato dai suoi domestici, si fa un po’aspettare, ma quando arriva nel salone della sua casa sul Tevere, alto, splendido e solenne come solo un magnifico ottantenne può esserlo,  trova subito l’aggettivo per  l’odierno panorama della stampa. “Sconcertante”. L’editore più aristocratico del mondo dice di avere corso molti rischi nella sua vita, ma ha l’aria soddisfatta di uno che sa di aver giocato, in fondo, una bella partita.
 Carlo Caracciolo è l’uomo che all’inizio degli anni 50 ricevette da Adriano Olivetti  l’Espresso. “Fu una follia. Non avevo una lira, e il giornale quell’anno aveva perso somme molto importanti. Praticamente mi fu regalato da Olivetti. Tutti quelli con cui mi ero consultato mi dissero se ero pazzo”. Il giornale, invece, raddoppiò il prezzo, “da 50 a 100 lire senza subire danni” racconta oggi Caracciolo, “e anno dopo anno comiciò a funzionare”.
 Vent’anni dopo, il principe rosso, cognato di Gianni Agnelli ....(continua domani sul Foglio l'ultima intervista di Carlo Caracciolo)





La letteratura e l'impegno: Dialoghi italo-israeliani
Pubblicato il 23 novembre 2008, in Diario

S'apre lunedì con una conferenza stampa all'Hotel Monte Sion di Gerusalemme il convegno organizzato dall'Istituto italiano di Cultura in occasione della visita di Stato del presidente Giorgio Napolitano in Israele. Son giù arrivati Alessandro Piperno, Elena Loewenthal, Edoardo Albinati, Maria Ida Gaeta, Lidia Ravera, Claudio Magris, Filippo Tuena, e tanti altri scrittori, critici, intellettuali italiani. Simonetta Della Seta, instancabile direttrice dell'Istituto culturale italiano, ha organizzato le cose in grande. Martedì Claudio Magris e A.B. Yehoshua parleranno dei confini della letteratura. Mercoledì Ahron Appelfeld, Svyon Liebrecht, Dorit Rabynyan dialogheranno con Alain Elkann, e gli altri colleghi italiani sul retaggio della memoria, mentre grazie a Manuela Dviri Luciano Canfora, Elisabetta Rasi, Sergio Givone parleranno di passato e di presente con Haim Beer, Eli Amir, Meir Shalev, Yael Hedaya, fra gli altri. Si parlerà anche di traduzioni e edizioni, e di invenzione della realtà: attesi Corrado Augias e Giorgio Montefoschi per dialogare con Yoram Kaniuk e Etgar Keret. Giovedì Lectio Magistralis di Napolitano all'Università Ebraica di Gerusalemme, e poi Piperno, Ravera parleranno di provocazione delle parole con Orly Castel Bloom, Bernny Barbash e Eshkol Nevo, sotto la guida di Avirama Golan, David Grossmann e Susanna Tamara della Forza del'interiorità, "moderati" da me stessa, e poi a seguire, nel pomeriggio, sentiremo parlare di done, con Zeruya Shalev e Alon Altaras e di verità della poesia, con Ariel Rathaus e Shimon Adaf, fra gli altri. Programma intenso e molto promettente, per festeggiare i 60 anni dello Stato ebraico.

Pietro Citati ci spiega perché il suo editore segreto si chiama Eugenio Scalfari
Pubblicato il 7 ottobre 2008, in Diario

Anche Pietro Citati non è fra i catastrofisti. Il principe della critica italiana guarda senza emozione al presunto declino della carta stampata. Non crede in un futuro senza giornali, ma nemmeno nell’accostamento tra giornali e opera lirica. “Mozart e Rossini non possono essere sostituiti da nulla” sussurra nel salotto del suo appartamento romano. “Non credo che la sorte dei giornali sia segnata e non ho alcuna paura che il libro o l’opera lirica vengano cancellati. Non credo che i giornali siano morti, ma nemmeno che la tv sia viva”. Citati ricorda che nella storia  son sempre esistite varie fasi: “Durante il fascismo si leggeva meno, nel dopoguerra si è letto di più. Oggi i vecchi libri che vent’anni fa fecero la fortuna di Adelphi non si vendono più, mentre vanno a ruba libracci come quelli di Dan Brown e Faletti”. Confessa Citati di non essere un grande lettore di giornali, “appena due al giorno, li compro tardi, per leggerli venti minuti prima e venti minuti dopo pranzo”. E’ convinto però che i giornali dovrebbero raccontare quello che la tv non racconta. “Ci sono troppe cose che non sappiano. Cosa sapevamo per esempio dell’economia americana? I nostri giornali non hanno più corrispondenti fissi, perché costano troppo, ma in alcuni paesi bisognerebbe tenerli: solo chi vive lì da otto anni sa cose che altri non sanno. Il lettore troverebbe nei giornali ciò che non trova in tv, dove tutto è ridotto al nulla”. Benché non si consideri un esperto, Citati resta in realtà uno dei massimi contribuenti alla vita e allo sviluppo della carta stampata. Lo dimostrano i suoi libri, che spesso nascono e vengono concepiti per i giornali, proprio come l’ultimo, da oggi in libreria (“La malattia dell’Infinito, la letteratura del Novecento”, Mondadori, 544 pagine, 22 euro), composto di saggi destinati in origine a Repubblica, le famose “lenzuolate”, che i suoi lettori di solito ritagliano per conservare come reliquie. E’ un libro denso e fluviale, che si può leggere come un’autobiografia ideale, ma va assolutamente preso in considerazione cominciando dalla fine, dall’ultima parte, dove Citati ricorda i suoi amici, raccontando di Calvino e del suo morire distratto (un giorno d’estate a Roccamare), o di Fellini (compagno di infinite serate a due, con la sua voce chioccia e i suoi giochini fantasiosi); rievocando lo splendore di Fruttero e Lucentini (il duo più stravagante dell’editoria italiana), il coltissimo Lucentini, (“che non parlava” precisa Citati, “tirava fuori solo una voce legnosa, che gli usciva dal ventre”), il pragmatico e insondabile Fruttero (che per il giubileo del 1950 decise, lui che pure era ateo, di andare a Roma a piedi, come un pellegrino del Medioevo, placando le piaghe in una bacinella di crusca, secondo il consiglio di una suora). Nel suo libro, Citati descrive la ripugnanza dei due verso Giulio Einaudi, che al ristorante era solito becchettare nel piatto dei commensali, per significare l’unzione capricciosa dell’eletto, ma non osò mai infilzare la forchetta su uno gnocco, una polpetta, o un fagiolino dal piatto di Fruttero e Lucentini. Minuti dettagli, triviali e sublimi, che solo chi scrive per un quotidiano può concedersi. Citati scrive infatti per i giornali da cinquant’anni, da quando negli anni Sessanta esordì sul Giorno di Enrico Mattei, ai tempi di Sandro Viola, Giorgio Bocca, Enzo Forcella, Alberto Arbasino. Poi arrivò il Corriere della Sera, infine, dopo vent’anni, passò a Repubblica. Sedotto da Eugenio Scalfari? “Non solo” spiega lo scrittore. “Il direttore Stille era una persona incantevole, con la sua aria da vecchina, i suoi colorini rosa, solo che non faceva assolutamente niente. Gli chiedevo di invitare degli stranieri, dodici articoli l’anno per tirare un po’ su la terza pagina Andò avanti per due anni, poi persi la pazienza. Scalfari mi invitò e andai a Repubblica. E’ l’unico direttore che ho avuto che commentasse ogni giorno, che lanciasse proposte, che intervenisse, e mi telefonasse. Un meraviglioso direttore, che parlava con tutti, leggeva, commentava. Lo faceva sempre con grande simpatia. Era amato, nessuno si offendeva mai”.
Scalfari l’editore segreto di Citati. Chissà quanti dei libri di Citati non avremmo letto, quanti dei suoi ritratti d’autore non sarebbero mai nati senza il palcoscenico di una destinazione tanto effimera quanto precaria, come i fogli di un giornale? “Non credo mai di scrivere cose bellissime” si schernisce Citati in un misto di timidezza e autoindulgenza, prima di confessare le molte assenze volontarie dall’ultimo libro. “Faulkner non c’è, Kafka neppure, e nemmeno Proust e Mann… alcune cose che ho scritto non mi piacciono più. I viventi italiani non ci sono per principio: Pasolini narratore allora mi piaceva, ora non più, quindi l’ho tolto. Elsa Morante mi piace, ma su di lei non ho niente di buono. Su Gadda… meraviglioso, ci sono solo tre pezzi, ma ne ho scritto almeno venti”.
Dell’interazione tra libri e giornali la produzione Citati è un modello perfezionato. “C’è stato un periodo in cui i giornali andavano bene grazie ai libri. Per tre quattro anni hanno addirittura guadagnato attraverso i libri. E’ un paradosso perché i giornalisti hanno sempre disprezzato la letteratura. Ma il Pasticciaccio di Gadda, coi romanzi del Novecento dati in omaggio al giornale, ha venduto 300 mila copie. Mi dica lei se è poco”. Poi però i libri si sono esauriti. E pure il mercato librario si è ridotto. I giornali hanno continuato a vendersi, ma sono in calo, insidiati ogni giorno di più non solo dalla tv, ma da Internet. Eppure, non sono morti, secondo Citati, né moriranno. “Dovrebbero dare notizie che la tv non dà. Cosa sappiamo, per esempio, della Russia di Putin? Bisognerebbe raccontarla rispetto a com’era vent’anni fa. Bisogna saper scrivere, però, saper raccontare, mentre i giornali disprezzano la letteratura, come se fossero attività apparentemente rivali. Il giornale di solito raggiunge un pubblico piu vasto e disprezza quelli che hanno un pubblico piu ristretto; un articolo di giornale si scrive in fretta, per scrivere un libro invece ci vuole tantissimo tempo. Raramente i due percorsi si incontrano. Eppure Calvino scrisse ottimi articoli, e come lui Pasolini, e Manganelli, che riusciva a scrivere cose comiche divertentissimi stando in tremila battute. E’ difficile scriver bene stabilendo prima le misure. Un libro non vuole misure: è lui a imporle. Scrivere entro le due tre cartelle è come scegliere un certo ritmo, camminare più svelto o più piano”.
Non molti possono scegliere il passo. Citati è fra questi. Del nuovo libro su Leopardi, che a giorni inizierà a dettare, ha già scritto in 5 anni 7.500 pagine di appunti, riposte nelle famose scatole da scarpe: “Venga, gliele faccio vedere”, dice alzandosi verso lo studio. “Eccola qui, l’apra pure”. Poggiata per terra, nell’allegro disordine delle carte, una scatola nera della Superga contiene centinaia di fogli di appunti formato A4, ripiegati a metà.

Marina Valensise
© Il Foglio, 8 ottobre 2008










 

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