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Vita (e fede) da Calvinista. Parla il banchiere Mathieu Kiss, che guida le strategie di Hsbc Francia
Pubblicato il 14 luglio 2009, in Diario

di  Marina Valensise

Mathieu Kiss non ha niente  di francese. Alto, corpulento, biondastro benché calvo, incarnato chiarissimo, il direttore strategico di Hbsc France viene considerato da molti  la perfetta  incarnazione contemporanea della spiritualità calvinista, ma nasce quasi apolide. Suo padre infatti era un emigrato ungherese, arrivato a Parigi nel 1947. Suo nonno era l’amministratore della chiesa riformata di Ungheria e fu costretto a rinunciare al suo incarico quando a Budapest arrivò l’Armata rossa. Mathieu Kiss li ricorda ancora benissimo, ma come tutti i protestanti indifferenti al culto postumo del fondatore della Chiesa Riformata Giovanni Calvino, confessa di non pregare mai per loro, “perché il morto”, dice, “esce dal rapporto con Dio, diventa altro”.
Quando il padre di Mathieu Kiss sbarcò a Parigi, all’indomani della guerra, si iscrisse subito alla Facoltà di Sciences Politiques con una borsa del governo francese. Per anni aveva seguito come interprete il pastore Marc Boegner, all’epoca della missione di quest’ultimo in Ungheria,  entrando così in contatto con una figura chiave del protestantismo francese, l’ecumenista convinto  fautore anzitempo dell’unità dei cristiani, il  difensore indefesso degli ebrei e degli perseguitati dal regime di Vichy, che cercò di liberare dai campi di Drancy scongirandone la partenza per i lager nazisti, all’epoca dell’occupazione tedesca. Alexandre Kiss, il padre di Mathieu, continuò poi i suoi studi all’Aja, in Olanda, all’alta corte internazionale di giustizia, dove avrebbe incontrato la ragazza destinata a diventare sua moglie e la madre dei suoi due figli: Hélène, la figlia d un istitutore cattolico originario della Frisia, ma nata in Indonesia da una  famiglia di olandesi atei con ruoli importanti nell’amministrazione pubblica.  “Mia madre, ricorda oggi  il banchiere Mathieu Kiss  “Non aveva  ricevuto nessuna educazione religiosa, ma il giorno stesso del suo matrimonio con quel protestante ungherese che poi divenne mio padre, si fece subito battezzare, diventando estremamente credente e praticante”.  
 I Kiss si stabiliscono a Strabsurgo,  capitale dell’Alsazia-Lorena,  dove metà della popolazione è di cultura protestante, la maggioranza luterana, ma di chiesa riformata. Sono due stranieri: ungherese lui, olandese lei;  di francese hanno poco o niente, ma scelgono come tempio un alto luogo della memoria protestante in Francia, la famosa Paroisse du Bouclier,  la storica parrocchia nel centro della città, fondata dallo stesso  Giovanni Calvino cinque secoli orsono, quando approdò a Straburgo in fuga da Ginevra. L’ “enracinement”  per i Kiss avvenne così.  “E’ lì che io venni educato, frequendando la parocchia ogni domenica” ricorda oggi Mathieu Kiss insistendo sulla pedagogia della religione riformata: “C’è un aspetto spirituale, identitario, tradizionale nel calvinismo che è fondamentale, perché  è proprio grazie a questa dimensione che una religione minoritaria riesce ad affermare la sua differenza.”
Consigliere presbiteriale, professore di Diritto internazionale, Alexandre Kiss è stato un grande studioso del diritto interanzionale, impegnato nella difesa dei diritti dell’uomo, pioniere nel diritto dell’ambiente. Era anche un uomo molto attivo nella sua comunità. “Era convinto che l’importante fosse fare del bene” ricorda  il figlio che oggi è una delle menti strategiche della filiale francese di Hsbc, alias Hongkong & Shanghai Banking Corporation, uno dei maggiori gruppi bancari internazionali con diramazioni il tutto il mondo. “La parrocchia di Calvino per due giovani immigrati che erano i miei genitori diventò subito l’elemento di comunione verso la nazione francese. Fu un focolare di assimilazione, e la stessa funzione esercitò la comunità strsburghese”. Anche Hélène Kiss, infatti, fu molto attiva nella vita comunitaria. Mandò i  due figli al ginnasio Jean Sturm, il liceo  dei protestanti alsaziani che sin dal XVI secolo rappresenta un’istituzione di eccellenza per la serietà nella formazione delle élite, e nell’Ottocento funse da modello alla Ecole Alsacienne di Parigi, fondata nel 1871, quando i francesi sconfitti dai prussiani a Sedan persero l’Alsazia e molti membri della comunità calvinista strasburghese che non volevano diventare cittadini del Reich emigrarono nella capitale francese. E’ anche questo a rendere i protestanti francesi una comunità aperta, cosmopolita, pronta a mobilitarsi in difesa dei propri membri, trasformandosi in un luogo di appartenza nel quale identificarsi e riconoscere.
Oggi, è vero, i protestanti in Francia sono una minoranza, appena due milioni di persone, e i praticanti sono una minoranza nella minoranza, visto che non superano  il 10 per cento. Ma sono una minoranza viva, vitale e attivissima, anche quando si trovano in condizioni difficili. “Mia sorella, per esempio – racconta Mathieu Kiss – lavora  come veterinario in una piccola stazione balnerare della Normandia: anche lei, come me, ha fatto un matrimonio misto, sposando un cattolico, ma anche lei è stata sempre molto attiva nella vita comunitaria, come membro del consiglio presbiteriale di Argenton”. Oltre ad essere pochi, i protestanti in Normandia vivono spesso in paesini di 1200 anime, isolati tra loro, in zone agricole desdertificate, dedite per lo più all’allevamento di bestiame. “Può accadere che ci sia un unico pastore per una zona molto estesa, dunque, bisogna attivarsi per animare la vita della comunità, con funzioni a rotazione e sermoni affidati ai fedeli. Mia sorella pur non essendo lei un  pastore, spesso la domenica si ritrova a predicare per carenza di  pastori. E’ il suo modo di dare testimonianza”.
Anche Mathieu Kiss come il padre e la sorella ha fatto un matrimonio misto, sposando una ragazza  cattolica,  educata al collegio di Sainte Marie, la quintessenza del tradizionalismo cattolico. E anche sua moglie come sua madre dopo la conversione al protestantesimo è diventata molto credente nella religone riformata e devota alla vita comunitaria.  “Noi siamo soprattutti cristiani” dice il marito, ritrovando l’ispirazione ecumenica del maestro spirituale di suo padre, il pastore Boegner,  nume tutelare della sua famiglia d’origine. “I nostri figli li abbiamo mandati al catechismo della parrocchia del Luxembourg, nella rue Madame, la stessa dove per dieci anni ha predicato il pastore Serge Oberkampf de Daubron. E anche la giovane generazione dei Kiss, i figli del banchiere, due maschi e una femmina, rispettivamente di 23, 21 e 14 anni, oggi sono praticanti devoti e impegnati in prima linea nell’ attività di catechesi. “Io stesso ho avuto un passato di moniteur d’école” confessa fiero il banchiere che da ragazzo passava tutte le domeniche in parocchia, per insegnare il catechismo ai bambini più piccoli. “D’altra parte, questo è il sistema protestante” spiega Mathieu Kiss. “I membri della comunita sono tenuti a leggere la Bibbia e a farsi direttamente un’opinione;  ma l’illuminazione  in loro nasce dallo scambio, dal dialogo. Sono i bambini, per esempio, a leggere la bibbia e insieme poi partecipano al commento, che viene preparato col pastore prima che questo lo legga, oppure viene passato in rassegna direttamente coi bambini, dopo essere stato letto. Nei due casi, credo sia un un buon metodo per capire che cosa si trasmette della tradizione”.
Mathieu Kiss racconta che con la moglie prima di sposarsihanno discusso a lungo di fede e religione. La preparazione spirituale avvenne con un prete cattolico, culminando in ritiro presso dei sacerdoti gesuiti. Ma il matrimonio fu celebrato dal pastore Etienne Trocmé, professore alla Facoltà protestante di Strasburgo, studioso delle origini del cristianesimo e autore di un piccolo saggio controverso, “L’enfance du Christianisme”, in cui ricostruisce il modo in cui la chiesa cristiana prese forma, dopo che la distruzione del secondo tempio nel 70 dopo Cristo fece per sempre svanire svanire l’ipotesi sino allora più che plausibile di inglobarvi completamente il giudaismo e la tradizione giudaica. “La pratica cattolica è diversa, certo, ma in fondo noi protestanti restiamo cristiani” insiste Mathieu Kiss, fedele alla lezione di Marc Boegner coltiva dal padre e trasmessadi padre in figlio. Anche lui è un ecumenista convinto, per il quale ogni forma di distinzione settaria si stempera nell’essenza evangelica. “Il protestantesimo è l’essenza del cristianesimo cui il cattolicesimo per ragioni storico-politiche ha aggiunto le tecnostrutture di fede, dogmi, valore. Ma la Riforma ha deciso di fare tabula rasa di tutto ciò per  ritornare ai testi originali. Sicché nella pratica protestante è il ruolo della chiesa che cambia”.
Il protestantesimo, spiega Mathieu Kiss, usando per descriverlo un’espressione da manager “è un sistema ‘bottom up’, vale a dire, la stessa comunità elegge dal basso i suoi rappresentanti. “L’assemblea della parocchia, suddivisa tra membri contributori e non contributori, nomina i membri il consiglio presbiteriale. Il nostro non è un sistema democratico dove il numero dei candidati è superiore a quello delle cariche, ma corrisponde ancora al modo di organizzazione della chiesa primitiva: ci sono persone che per età e per esperienza hanno vocazione a partecipare alla gestione della parrocchia, e sono loro che vengono scelte. La Chiesa protestate, d’altra parte, non riceve sovvenzioni statali. La comunità è autosufficiente: ogni anno i membri versano il loro contributo e la parrocchia vive dei fondi stanziati dai singoli membri, impegnandosi a versare parte del suo bilancio alla Chiesa e a retribuire direttamente il suo pastore. Il pastore però è tenuto fuori dalle vicende finanziarie della sua comunità: non conosce nemmeno l’entità del contributo versato dai singoli membri, che invece è noto solo al tesoriere, eletto a sua volta dal consiglio presbiteriale, formato da un presidente, un vicepresidente tesoriere e un segretario” .
Può anche capitare che il presidente del consiglio presbiteriale coincida con il pastore, ma la regola vuole che il pastore non faccia parte dell’ufficio di presidenza. Oltre a basarsi su un sistema di nomine dal basso, l’organizzazione della comunità riformata in Francia si fonda sul volontariato: “il dialogo tra pastore e comunità avrebbe un’altra natura se il pastore fosse designato dalla Chiesa”, spiega Kiss, pensando evidentemente alla  gerarchia cattolica. Nella comunità protestante, al contrario, è la parrocchia che si organizza e si sceglie da sola il suo pastore, nominandolo per un periodo limitato a  sette anni. Ci sono anche eccezioni, come per esempio  il pastore Oberkampf de Daubrun,  rimasto al tempio di rue Madame per dieci anni, o come il suo predecessore, l’armeno Samuel Sahaghion, uomo di fortissimo carisma,  fondatore di un’associazione protestante franco-armena, che  rimase in carica per diciassette anni. “Di norma però la parrocchia è più forte del pastore”, insiste Kiss, sostenendo il suo argomento attraverso  le procedure di nomima, fondate sul dialogo con la Chiesa Riformata e sull’appello alla candidatura. “I pastori sanno che c’è una sede disponibile e pongono la loro candidatura: di solito il numero dei candidati è superiore a quello dei posti liberi. Il consiglio presbiteriano organizza una serie di colloqui di reclutamento per illustrare le sue aspettative. A quel punto, si forma una lista ristretta, si invitano i vari candidati a predicare la domenica, e alla fine si decide in base al consenso ottenuto:  i parrocchiani possono dire la loro, ma l’ultima parola spetta al consiglio”.
Dunque, se esiste una differenza di fondo tra protestanti e cattolici, riguarda proprio il rapporto diretto tra il pastore e la sua chiesa e insiste sul coinvolgimento dei singoli membri della comunità. “Il protestantesimo è un sistema molto esigente” spiega  Kiss. “Pretende che i singoli  si responsabilizzino, si diano da fare per leggere i testi, commentarli, per far vivere la comunità. Nel consiglio presbiteriano vengono nominate solo persone impegnate. E infatti, l’unica autorità che il pastore esercita sulla sua parocchia non è gerarchia, ma morale: i laici prendono parte attiva, con letture pubbliche, preghiere, attività sociali. Inoltre, cerchiamo sempre di assicurare una rappresentanza più ampia possibile: abbiamo bisogno di tutti, di madri di famiglia, di pensionati perché hanno più tempo libero, di giovani attivi. Su 350-500 membri della parrocchia, i 12 membri del consiglio presbiteriali vengono eletti per restare in carica sei anni, e rinnovati ogni tre per assicurare la continuità, ma non possono esercitare più di due mandati di seguito, per un totale di 12 anni”. Una parrocchia, dice Mathieu Kiss, che  conosce benissimo la sua, è come un governo in miniatura:  deve occuparsi dei poveri, dei nuovi arrivati, del catechismo, dell’organizzazione del culto: ogni aspetto va seguito da vicino. Ogni anno, poi, durante la riunione dell’assemblea generale, il consiglio presbiteriano è tenuto a dare conto del suo operato e in particolare sul piano finanziario. Dal 1905 esiste in Francia la legge di separazione tra le chiese e lo stato. Frutto di una battaglia epocale tra clericali e anticlericali, tra radicali e cattolici, questa legge, cosi detta della “laïcité”, ha posto fine al dramma e alle polemiche  seguite all’esproprio dei beni cattolici, con la chiusura delle congregazioni ecclesiastiche. Ora l’Alsazia è inparte esente da questa legislazione: nel 1905 infatti era sotto il dominio della Germania, dunque sfuggì alla legge sulla laicità, e quando nel 1918 ritornò alla Francia, dopo la prima guerra mondiale, il governo decise di mantenere per gli alsaziani il regime concordatorio: preti, rabbini, pastori, divennero così funzionari pubblici stipendiati dallo stato, e questo spiega il ruolo a sé stante che ha sempre avuto e continua ad avere la Chiesa riformata alsaziana.
Oggi, però, anche la Chiesa riformata francese, e il suo fiero all’occhiello che è la Chiesa alzaziana, deve affrontare la decristianizzazione e la despiritualizzazione. Per la prima volta, la maggior parte della popolazione in Francia stando ai sondaggi, si dichiara atea. Eppure, davanti alla brutalità aritmetica dei dati, Mathieu Kiss non si scompone. Non è un protestante all’acqua di rose, mondano o di tendenza, di quelli che si contentano di appartenere a un milieu che ha persino il lustro di un’etichetta esclusiva come la HSP (leggi hasch-ess-pe, acronimo di Haute societé protestante.E’ un uomo di fede, devoto ai principi e dalla tradizione. “Non credo si possa essere protestante senza credere in Dio, leggere la Bibbia e disertare la messa. La Chiesa riformata insiste sulla pratica religiosa. L’essenziale per noi è la parola, il testo scritturale: ciascuno  deve leggere la Bibbia, fare uno sforzo di istruzione, perseguire una ricerca personale,   ma anche discutere  con gli altri, e commentare la letteratura biblica. La cosa più importante per noi, nella selezione dei predicatori, è la parola, è capire se la parola di un pastore motiva, se suscita adesione, se induce a riflettere”.
Così in un mondo che ha espulso da sé la  legittimità  della tradizione, anche il protestante deve combattere la sua battaglia quotidiana per trasmetterla alle nuove generazioni. “Un tempo era normale che i figli riprendessero la tradizione dei padri. Oggi non più, oggi semmai succede il contrario” ricoscosce sconsolato il banchiere. “Certo  i figli poi ci ritornano, perché le tradizioni vengono dal fondo dei tempi, e il culto riformato è molto radicato nella tradizione: la liturgia data dell’epoca di Calvino: i nostri canti sono quelli del XV, del XVI, del XVII secolo, con le loro melodie rinascimentali. La tradizione resta per me la parte più viva  dell’erdità della religione riformata. Ma per altri, che magari non sono stati educati nella tradizione, costituisce un ostacolo. Certo  un cristiano mosso da una sua ricerca spirituale può anche sentirla estranea, vivere uno scarto rispetto alla vita di tutti i giorni. E’ un rischio Ma Cristo è esigente, e il protestantesimo sottolinea questa esigenza. E’ aspetto difficile da cogliere, eppure tra l’esigenza del messaggio e la realtà della scelta, non ci sono scappatoie. Vogliamo sostenere che è cambiata la nozione di peccato? Ma il vero peccato per l’uomo consiste nel pensare di poter gestire la sua vita senza Dio, nel non avere  l’umiltà di capire che è padrone del proprio destino. E la grandezza del messaggio cristiano sta nel fatto che l’uomo, comunque, viene sempre perdonato per il semplice fatto che crede”.

Marina Valensise
 

 

 
 




Berlusconi e le minorenni che non esistono
Pubblicato il 27 maggio 2009, in Diario

Le minorenni non esistono più. A tredici anni si truccano, si fanno il tatuaggio, si bucano il naso per infilarsi un cerchietto oppure un diamantino, hanno le chiavi di casa, escono da sole la sera, restano a dormire fuori, prendono pure la pillola, la pillola del giorno dopo, del giorno prima, del non si sa mai..Sin dalla quinta elementare hanno imparato a mettere il cappuccio su  una  banana, perché  “prevenire è meglio di curare”. Hanno la testa piena di luoghi comuni e conformismi invincibili. Sono ribelli per definizione. Adesso, però,  se un ricco signore le invita a passare il capodanno a casa sua, tutti si indignano e scoprono che non dovrebbero  accettare…  Ohibò! E perché mai, si domanda l’immoralista libertario.
    Semplice. Se il ricco signore non è solo un vecchio esteta un po’ annoiato, ma un tycoon che ha rivoluzionato il paesaggio televisivo di una potenza industriale, divntandone pure il capo del governo,  legittimamente eletto col suffragio universale, c’è una sproporzione, un’assimetria che inclina troppo verso l’abuso di potere per lasciare insensibili i cittadini altrimenti indifferenti alla virtù delle loro figlie minorenni. Finché l’anarchia dei comportamenti si commisura sul piano della libertà del singolo e della sua autodeterminazione  in regime di libertà e eguaglianza, nessun ha niente da ridire: pillola, piercing, scafamento a go go, tutto è   consentito. Quando però l’anarchia dei comportamenti è l’effetto di  un’asimmetria, legata al  potere nella sua più alta espressione istituzionale, scatta non solo il distinguo, ma  un meccanismo di rifiuto.
    Il fatto è che ci ripugna, a noi sani democratici, vedere confusi due comportamenti antagonistici: da un lato l’autodeterminazione del singolo, che vuole essere libero di fare, sperimentare, sbagliare, peccare, provare, sentire, fornicare etc etc etc, dall’altro l’obbedienza compiaciuta alle  stravaganze di un vecchio ricco e potente, simpatico e gentile quanto si vuole, ma  pur sempre in grado di offrirti un destino e dunque  di negartelo, assoggettando la tua volontà al suo piacere.  Per questo saltano fuori le minorenni  anche se non esistono più; per preservare  l’utopia  che è il vero cuore della democrazia moderna, fondata sull’ideale di libertà e eguaglianza. La realtà invece è relativista.

Marina Valensise
© Il Foglio 26 maggio 2009


Di nuovo tu:La rifondazione dei socialisti francesi s’inceppa sulla crisi mentre Ségolène Royal ci riprova
Pubblicato il 13 novembre 2008, in Diario

 S’apre oggi a Reims il congresso del Partito socialista francese, dal quale uscirà il nuovo segretario, successore di François Hollande. Ancora non si conoscono i nomi dei candidati, che dovranno presentarsi entro domani, e c’è parecchia tensione. Il 6 novembre, infatti, la mozione presentata da Ségolène Royal ha raccolto il 29,6 per cento dei consensi dei militanti: dieci punti in più rispetto a quella di Benoît Hamon, sinora unico candidato dichiarato, per la sinistra radicale, che vuole un partito senza complessi  e “un necessario chiarimento” sul libero scambio e l’azione dello stato.  Bernard Delanoë, sindaco di Parigi e superfavorito dopo la svolta liberale dell’ultimo libro “De l’audace”, ha cercato di pescare voti nella “gauche plurielle”, ma la sua mozione per un partito socialdemocratico, europeista, ecologista, sostenuta dallo stesso Hollande e da Pierre Moscovici, è arrivata seconda col 25,3 per cento dei voti. Terza classificata, col 24,6, la mozione dell’ex ministro del Lavoro  e sindaco di Lille Martine Aubry,  per “la trasformazione sociale”, appoggiata dalla corrente di Laurent Fabius e da una parte dei fedeli di Dominique Strauss-Kahn. I giochi sono aperti, ma la guerra dei nervi è già iniziata, dato che in base al voto delle mozioni si calcola il numero dei delegati, che entro domenica dovranno trovare un accordo di maggioranza (il segretario sarà eletto giovedì 20 col voto simultaneo di tutte le sezioni).
Ségolène non demorde. L’altroieri ha ammesso in tv la voglia di candidarsi alla guida del partito, ma ha ricordato di non essere “une femme d’appareil”. Voleva lasciare la questione in sospeso e federare consensi, vincendo le reticenze dei concorrenti, dopo averli spiazzati, tant’è che a ciascuno di essi ha inviato una lettera sulle scelte di fondo. Hamon ha giudicato “lucido” il suo intervento, “ma il 29 per cento non è la maggioranza” ha detto. Col suo 18,9 per cento, l’eurodeputato della sinistra persegue l’accordo con Aubry e Delanoë, i quali però sono riluttanti, perché non vogliono apparire gli artefici di un fronte anti Royal. Stessa preoccupazione mostra Pierre Moscovici: il dibattito, ha detto al Figaro, non dev’essere “pro o contro Ségolène”, ma su come rifondare la socialdemocrazia e rafforzare il partito, evitando la frammentazione. In effetti, all’ordine del giorno, nelle intenzioni di Ségolène e non soltanto, c’è la risposta alla crisi finanziaria e sociale, una crisi del capitalismo che comporta la ridefinizione della finanza e del suo ruolo a servizio dell’economia produttiva, che dev’essere a sua volta a servizio dell’uomo. La congiuntura, dunque, offre ampi margini al congresso socialista per cercare di fondare un nuovo ordine giusto, un rapporto più equilibrato tra il capitale e il lavoro, uno stato stratega che cambi i rapporti di forza e persino un nuovo patto repubblicano che si ponga come obiettivo l’eguaglianza reale e riconosca il meticciato come una chance. Non sarà facile trovare una sintesi quando il vero socialista è già al governo, e si chiama Nicolas Sarkozy.

Marina Valensise
©Il Foglio, 14 novembre 2008


Che fine ha fatto l’Uomo Bianco?
Pubblicato il 11 novembre 2008, in Diario

Cosa cambia per l’Uomo Bianco se un un uomo nero siede alla Casa Bianca? E soprattutto cosa resta dell’Uomo Bianco, nell’accezione che da cinque secoli siamo abituati a riconoscere al concetto, da quando un nero è eletto a capo della massima potenza occidentale? L’arrivo di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti segna una svolta epocale nella storia del mondo, non solo politica, ma innanzittutto simbolica e culturale. C’è chi parla di un avvenimento postrazziale, chi definisce “postetnica” la corrente attuale. Certo è che l’elezione del primo presidente afroamericano d’America suscita alcuni interrogativi. E se molti commentatori riluttano ad assumerli ed evitano di rispondervi, temendo di passare per politicamente scorretti o democraticamente infidi, è anche vero che tacerne o schivare la questione rischia di essere l’espressione di un conformismo timido e reticente.

Obama? E’ uno di noi. La nonna a Kogelo sacrifica le vacche? Il nipote, dallo Studio ovale, rende onore all’Occidente

Ci sono per esempio quelli che vedono nell’elezione di Obama un non fenomeno. Sono i realisti, i cinici, i pragmatici, i disillusi, machiavellici d’antica esperienza, come Ruggero Guarinid, letterato napoletano che vive a Roma: “L’Uomo Bianco ha inventato una macchina – il complesso scienza, tecnica, capitale, mercato, democrazia – che si chiama Occidente. Non è un luogo geografico, è una macchina, per l’appunto. E se domani verrà gestita, amministrata e sviluppata da bianchi, neri, rossi o gialli conta poco. Quel che conta è che resta un’invenzione dei bianchi”. Dunque non cambia molto per lo scettico Guarini, un’anima che dialoga col mito restando sempre in collegamento con l’umore e l’atavismo popolari. “Obama ci difende? E’ uno come noi”, insiste Guarini. Sua nonna Sara a Nyangoma-Kogelo festeggia il successo del nipote americano offrendo il sacrificio delle vacche agli spiriti dei Luo? “Possiamo mai storcere il naso noi cattolici, che sulla fine dei sacrifici abbiamo costruito la teofagia, e ogni domenica ci mettiamo in bocca un pezzettino di Gesù Cristo?”. Non possiamo, benissimo. Ma allora? “Una volta seduto nello Studio ovale, Obama capirà che deve onorare i valori del luogo che l’ha promosso a quel rango. E del resto, sa sin troppo bene che non gli conviene cambiare troppo l’America, perché vorrebbe dire distruggere i passaggi che gli hanno permesso di arrivare dove è arrivato”.
Oltre i realisti, ci sono gli idealisti, i grandi frequentatori di idee astratte, che vedono nel trionfo di Barack Obama un fenomeno “trasformativo”. Uno di questi è Harvey Mansfield, il politologo di Harvard, studioso di Tocqueville e Machiavelli, e autore di un fortunato saggio sulla “Manliness”, la capacità di essere virili, di essere uomini, oggi messa fortemente in dubbio dall’indifferenziazione di genere che procede dall’eguaglianza. E’ convinto, Mansfield, che il cambiamento vero riguarderà non i bianchi, ma i neri. “Saranno loro a cambiare di più. I neri, che hanno aspettato per anni questo giorno, non avranno più bisogno di puntare sul razzismo, sul risentimento, sul rivendicazionismo alla Jesse Jackson”. Non che razzismo e risentimento siano superati, intendiamoci: “La gente ha la memoria lunga” avverte Mansfield, “ma con Obama abbiamo girato pagina”, spiega il discepolo di Leo Strauss oggi vicino ai neoconservatori. Sebbene sia repubblicano, e quindi preoccupato dalla piega liberal della nuova amministrazione e del parlamento americani, Mansfield plaude al trionfo di Obama, “al miglioramento dell’autostima dei nostri concittadini neri” . E ricorda come in America, diversamente da quanto accade in Europa, “i neri hanno sempre voluto essere americani, e se noi bianchi in passato non gliel’abbiamo permesso, ora tutto questo è finito. Come possiamo essere razzisti se eleggiamo un presidente nero?”. Obama, in altri termini, non è il nero che scalza il bianco, ma “un nero artificiale, figlio di un ragazza bianca del Kansas e di uno studente kenyota” che rappresenta la quintessenza del potere bianco. E non bisogna per forza essere un neocon americano per dirlo.

 La sua vittoria più che un’umiliazione dei bianchi è il trionfo dei loro ideali, anche se oggi  nel mondo s’impone il meticciato

Anche Marco Tarchi, lo studioso della destra fascista in Italia, pensa la stessa cosa: “Non è un falso nero, ma la sua storia fa sì che la sua comunità lo percepisce molto diverso dai leader neri radicali alla Jesse Jackson. I neri sono parte dell’America: non c’era bisogno di Spike Lee per renderse conto; e Oprah Winfrey, del resto, non è che un Bruno Vespa di colore, cosa che da noi non so sino a che punto sarebbe stato pensabile”. Proprio per questo, in quanto cittadino americano a tutti gli effetti, Obama, secondo Mansfield, “si è fatto eleggere non in quanto nero, ma come politico universale, che poteva essere votato dai bianchi, perché era il miglior candidato possibile”. La sua vittoria quindi rappresenta il prodotto compiuto dell’universalismo democratico, una delle più grandi invenzioni dell’Occidente. Proprio per questo, prevede Mansfield, “segnerà la fine della correttezza politica che sinora ci ha impedito di parlare di differenze razziali, per non violare un tabù. Oggi il politicamente corretto ha meno scuse. Possiamo finalmente parlare con franchezza di caratteristiche razziali, di vizi e virtù dei vari gruppi e comunità. Grazie a Obama, ai suoi ideali universali, al suo ritorno ai padri fondatori, l’America abbandona il multiculturalismo, per riscoprire l’unità della nazione. E’ un bel progresso”.
Anche i francesi, che con gli americani condividono il progetto rivoluzionario di una cultura politica universale, fondata sui diritti dell’uomo e l’eguaglianza davanti alla legge, guardano con invidia al presidente nero. Anche loro vedono in Obama la quintessenza dell’homo occidentalis. “Non è un beneficiato della discriminazione positiva, ma rappresnta il fior fiore della cultura occidentale” dice il filosofo Alain Finkielkraut, che guarda ammirato al modello di integrazione americana. “In Francia i figli di immigrati fischiano l’inno nazionale, in America il nero Obama vince in nome del patriottismo e dell’unità della nazione, superando divisioni e risentimenti. In lui, internet, che è la modernità estrema, si sposa con un anacronismo come il ritorno all’eloquenza di Abraham Lincoln”. E’ un’altra America che torna alla ribalta, quella dell’Ottocento, contro l’America dell’entertainment, dell’edonismo; e l’entusiasmo degli europei è la prova del fatto che l’Europa non è razzista, e il presidente nero incarna i suoi valori.
 “Obama è il trionfo dell’universalismo e del messaggio cristiano” spiega Pascal Bruckner, che da anni denuncia il complesso di colpa delle società postcoloniali e multirazziali. “Insieme con lui vince l’idea che non esiste una razza privilegiata, perché gli uomini sono tutti uguali davanti al creatore. E la sua forza sta nell’aver superato le divisioni razziali, nell’essersi rivolto a bianchi e neri, nell’aver denunciato la famiglia destrutturata del ghetto, il troglodita nero che mette incinta le ragazze e poi scompare, gli adolescenti sbracati coi pantaloni sotto l’inguine...” La sua vittoria, dunque, più che un’umiliazione dei bianchi, è il trionfo dei loro ideali. “L’Uomo Bianco del resto è una realtà superata”, avverte lo scrittore. “Appartiene al XIX secolo, mentre oggi s’impone il meticciato, come dimostra l’aumento dei matrimoni misti e il gusto stesso delle classi dominanti occidentali”. Bruckner ha in mente un paradosso, ma l’argomento, per quanto banale, è convincente: “Nel Seicento”, spiega, “essere di colore era la cosa peggiore che potesse succedere alla corte di re Sole. Le duchesse si incipriavano il viso per avere la pelle chiarissima, e si riparavano dal sole. Il colore era riservato alle classi inferiori. Oggi invece succede il contrario. Essere ricchi significa essere abbronzati. Tutte le classi dominanti del mondo occidentale vogliono apparire come il vostro Berlusconi, sempre in forma, abbronzati a puntino. Mentre in Asia, in India, e nelle Fillippine le élite vanno alla ricerca di prodotti miracolosi per schiarirsi la pelle”. Da un lato, dunque, vince il superabbronzante, dall’altro lo schiarente. Variazioni epidermiche dell’eguaglianza universale: “Ognuno sogna di essere l’altro, salvo i cinesi che restano un caso a parte”. Allo stesso modo l’Europa, insiste Bruckner, sogna di plasmare l’America a sua immagine e somiglianza.

Cambieranno i neri, non i bianchi, dice Mansfield: “Non avranno più bisogno di puntare sul razzismo o sul risentimento”
“Obama rappresenta la giovinezza, l’eleganza, l’eloquenza, la riconciliazione dell’odio razziale e la fine della cattiva coscienza. La prima potenza occidentale che elegge un nero di nome Hussein è un condensato del mondo globale”. E’ la prova che ormai non è più il mondo che si americanizza, ma l’America che si globalizza. L’America che è già un paese mondo, dove tra una generazione - nel 2042 stando a dati del Census Bureau riferiti da Lucio Caracciolo sulla Repubblica di sabato- i bianchi rispetto ai “non latinos” saranno una minoranza, pari al 46 per cento della popolazione, venti punti sotto rispetto a oggi. “E’ per questo che l’America è stata capace di una rigenerazione che manca invece alla vecchia Europa. E resterà il paese più forte del mondo, anche se l’epoca della superpotenza iniziata col crollo del Muro di Berlino è finita. L’Occidente non è più il centro del mondo, ma i suoi valori stanno vincendo ovunque. In fondo, è lo stesso destino del cristianesimo: siamo tutti atei oggi, ma le nostre società restano impregnate dei valori cristiani”.
Per una volta anche il russo è d’accordo col francese: “Per noi bianchi sarà una bella lezione capire che non siamo più i padroni del mondo, ma solo una parte della comunità globale” dice Victor Erofeev, il figlio dissidente dell’interprete personale di Stalin, che ha scritto un’ “Enciclopedia dell’anima russa” (ed. Spirali) per spiegare la perversione assoluta e l’assenza di moralità della cultura russa. E se uno gli ripete la famosa battuta “We can’t talk nukes with a nigger” che un consigliere di Vladimir Putin, temendo la vittoria di Obama, avrebbe detto mesi fa a un liberale bulgaro, Erofeev non smentisce il pregiudizio razziale dell’élite politica russa, ma insiste sulla pedagogia. “L’elezione di Obama li indurrà a una nuova visione. Bush vedeva l’anima trasparente dei russi negli occhi di Putin; i russi potranno vedere negli occhi di Obama l’anima trasparente dell’America”.
Ma allora, per capire cosa resta dell’Uomo Bianco, bisogna andare a lezione dallo storico. “Obama è un erede cosciente, convito e grato di ciò che il nostro essere bianchi ha dato al mondo” dice il medievista Franco Cardini. “Noi però come occidentali ci portiamo dietro una profonda schizofrenia, divisi come siamo tra la volontà di potenza e i diritti umani”. E qui vola l’excursus sul Tramonto dell’Occidente, categoria nata un secolo fa, quando l’Europa si inabissava nella Grande Guerra, mentre alla Columbia University di New York si fondava la prima cattedra di Western Culture and Civilization. Si toccano le culture dell’antichità, la greca, l’indiana, la biblica, l’atzteca, che hanno sempre concepito la storia come un periodo di successive decadenze, che a un certo punto si rinnova e si rigenera, “mentre noi occidentali”, spiega Cardini, “abbiamo inventato la modernità con le sue ‘magnifiche sorti e progressive’, salvo poi scardinare l’unità  del genere umano quando nel Cinquecento, rotti i confini mediterranei, aprendoci a razze diverse, in un primo tempo abbiamo stentato a riconoscerli come uomini, per poi riorganizzare le nostre conoscenze in modo scientifico”. “Non lo si dice mai abbastanza - insiste Cardini - ma la scienza o pseudoscienza del razzismo va di pari passo con le scoperte scientifiche. L’abitudine a sezionare la natura, tipica di Cardano, Della Porta, Galilei e Newton, porta naturalmente a sezionare l’aspetto dell’uomo rispetto ai tratti esteriori e alla sua capacità spirituale”. In questo modo, si costruì una gerarchia etnocentrica, ordinando la realtà in base a concetti ottimali secondo la nostra natura di uomini bianchi. Così, l’eccellenza europea, fondata sul principio del saper fare, venne modellata sul canone di Policleto, bello, alto, occhi azzurri… Nacque così l’ideologia della superiorità che oggi col processo di globalizzazione è arrivata a un momento di verifica. Morale? “Ci troviamo davanti l’ultimo erede dei neri arrivati dalla Guinea coi carichi di schiavi, che diventa il nuovo imperatore del mondo”.

Se il  WASP elegge presidente un nero chiamato Hussein, non è più il mondo che si americanizza, ma l’America che si globalizza

Parla di Obama il professor Cardini, anche se il presidente nero è figlio di uno studente kenyota e di una ragazza del Kansas. “Non c’è da stupirsi. Nell’impero romano Settimio Severo veniva dall’Africa e pure Sant’Agostino. Ha ragione oggi chi dice che Obama è un perfetto occidentale. Si può dire che è il nostro Filippo l’Arabo, un Cæsar Augustus princeps Senatus. Solo che a differenza dell’erede dei Cesari, che in vita sua non si è mai posto il problema e della pelle scura o dei capelli crespi, Obama ci pensa tutti i giorni, proprio perché è un occidentale. E il canone di Policleto, la bellezza dell’homo occidentalis fissata nel Cinquecento, continua a funzionare come ideale e come ombra del passato. Obama è un africano che si muove in una città dall’architettura massonica e neoclassica. Chi dice che è un perfetto occidentale deve abituarsi all’idea che il meglio dei nostri valori verranno portati avanti da persone che noi non eravamo abituati a considerare dei nostri, vale a dire biologicamente bianchi e culturalmente occidentali. L’occidente è scoppiato, il tempo aureo del suo dominio è finito. Urge imparare a storicizzarne la nozione”.

 

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