www.marinavalensise.it
.
Annunci online

 


 
www.marinavalensise.it www.marinavalensise.it www.marinavalensise.it
   

Primo piano
Appuntamenti
Pubblicazioni
Articoli
Chi sono
Contatti
Blog
 
Link
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Chi sbaglia di più tra Nicolas Sarkozy e i giornalisti francesi?
Pubblicato il 30 marzo 2010, in Diario

Parigi. Per riflettere sul tonfo di Sarkozy nei sondaggi, sul centrodestra che annaspa dopo lo smacco alle regionali, sull’Europa e la grettezza tedesca, sulla crisi in medio oriente – i centristi di Commentaire si danno appuntamento, come sempre, in un ristorantino della rue de Lille. Seduti intorno a un tavolo ..(continua oggi sul Foglio, pagina 3)

Vita (e fede) da Calvinista. Parla il banchiere Mathieu Kiss, che guida le strategie di Hsbc Francia
Pubblicato il 14 luglio 2009, in Diario

di  Marina Valensise

Mathieu Kiss non ha niente  di francese. Alto, corpulento, biondastro benché calvo, incarnato chiarissimo, il direttore strategico di Hbsc France viene considerato da molti  la perfetta  incarnazione contemporanea della spiritualità calvinista, ma nasce quasi apolide. Suo padre infatti era un emigrato ungherese, arrivato a Parigi nel 1947. Suo nonno era l’amministratore della chiesa riformata di Ungheria e fu costretto a rinunciare al suo incarico quando a Budapest arrivò l’Armata rossa. Mathieu Kiss li ricorda ancora benissimo, ma come tutti i protestanti indifferenti al culto postumo del fondatore della Chiesa Riformata Giovanni Calvino, confessa di non pregare mai per loro, “perché il morto”, dice, “esce dal rapporto con Dio, diventa altro”.
Quando il padre di Mathieu Kiss sbarcò a Parigi, all’indomani della guerra, si iscrisse subito alla Facoltà di Sciences Politiques con una borsa del governo francese. Per anni aveva seguito come interprete il pastore Marc Boegner, all’epoca della missione di quest’ultimo in Ungheria,  entrando così in contatto con una figura chiave del protestantismo francese, l’ecumenista convinto  fautore anzitempo dell’unità dei cristiani, il  difensore indefesso degli ebrei e degli perseguitati dal regime di Vichy, che cercò di liberare dai campi di Drancy scongirandone la partenza per i lager nazisti, all’epoca dell’occupazione tedesca. Alexandre Kiss, il padre di Mathieu, continuò poi i suoi studi all’Aja, in Olanda, all’alta corte internazionale di giustizia, dove avrebbe incontrato la ragazza destinata a diventare sua moglie e la madre dei suoi due figli: Hélène, la figlia d un istitutore cattolico originario della Frisia, ma nata in Indonesia da una  famiglia di olandesi atei con ruoli importanti nell’amministrazione pubblica.  “Mia madre, ricorda oggi  il banchiere Mathieu Kiss  “Non aveva  ricevuto nessuna educazione religiosa, ma il giorno stesso del suo matrimonio con quel protestante ungherese che poi divenne mio padre, si fece subito battezzare, diventando estremamente credente e praticante”.  
 I Kiss si stabiliscono a Strabsurgo,  capitale dell’Alsazia-Lorena,  dove metà della popolazione è di cultura protestante, la maggioranza luterana, ma di chiesa riformata. Sono due stranieri: ungherese lui, olandese lei;  di francese hanno poco o niente, ma scelgono come tempio un alto luogo della memoria protestante in Francia, la famosa Paroisse du Bouclier,  la storica parrocchia nel centro della città, fondata dallo stesso  Giovanni Calvino cinque secoli orsono, quando approdò a Straburgo in fuga da Ginevra. L’ “enracinement”  per i Kiss avvenne così.  “E’ lì che io venni educato, frequendando la parocchia ogni domenica” ricorda oggi Mathieu Kiss insistendo sulla pedagogia della religione riformata: “C’è un aspetto spirituale, identitario, tradizionale nel calvinismo che è fondamentale, perché  è proprio grazie a questa dimensione che una religione minoritaria riesce ad affermare la sua differenza.”
Consigliere presbiteriale, professore di Diritto internazionale, Alexandre Kiss è stato un grande studioso del diritto interanzionale, impegnato nella difesa dei diritti dell’uomo, pioniere nel diritto dell’ambiente. Era anche un uomo molto attivo nella sua comunità. “Era convinto che l’importante fosse fare del bene” ricorda  il figlio che oggi è una delle menti strategiche della filiale francese di Hsbc, alias Hongkong & Shanghai Banking Corporation, uno dei maggiori gruppi bancari internazionali con diramazioni il tutto il mondo. “La parrocchia di Calvino per due giovani immigrati che erano i miei genitori diventò subito l’elemento di comunione verso la nazione francese. Fu un focolare di assimilazione, e la stessa funzione esercitò la comunità strsburghese”. Anche Hélène Kiss, infatti, fu molto attiva nella vita comunitaria. Mandò i  due figli al ginnasio Jean Sturm, il liceo  dei protestanti alsaziani che sin dal XVI secolo rappresenta un’istituzione di eccellenza per la serietà nella formazione delle élite, e nell’Ottocento funse da modello alla Ecole Alsacienne di Parigi, fondata nel 1871, quando i francesi sconfitti dai prussiani a Sedan persero l’Alsazia e molti membri della comunità calvinista strasburghese che non volevano diventare cittadini del Reich emigrarono nella capitale francese. E’ anche questo a rendere i protestanti francesi una comunità aperta, cosmopolita, pronta a mobilitarsi in difesa dei propri membri, trasformandosi in un luogo di appartenza nel quale identificarsi e riconoscere.
Oggi, è vero, i protestanti in Francia sono una minoranza, appena due milioni di persone, e i praticanti sono una minoranza nella minoranza, visto che non superano  il 10 per cento. Ma sono una minoranza viva, vitale e attivissima, anche quando si trovano in condizioni difficili. “Mia sorella, per esempio – racconta Mathieu Kiss – lavora  come veterinario in una piccola stazione balnerare della Normandia: anche lei, come me, ha fatto un matrimonio misto, sposando un cattolico, ma anche lei è stata sempre molto attiva nella vita comunitaria, come membro del consiglio presbiteriale di Argenton”. Oltre ad essere pochi, i protestanti in Normandia vivono spesso in paesini di 1200 anime, isolati tra loro, in zone agricole desdertificate, dedite per lo più all’allevamento di bestiame. “Può accadere che ci sia un unico pastore per una zona molto estesa, dunque, bisogna attivarsi per animare la vita della comunità, con funzioni a rotazione e sermoni affidati ai fedeli. Mia sorella pur non essendo lei un  pastore, spesso la domenica si ritrova a predicare per carenza di  pastori. E’ il suo modo di dare testimonianza”.
Anche Mathieu Kiss come il padre e la sorella ha fatto un matrimonio misto, sposando una ragazza  cattolica,  educata al collegio di Sainte Marie, la quintessenza del tradizionalismo cattolico. E anche sua moglie come sua madre dopo la conversione al protestantesimo è diventata molto credente nella religone riformata e devota alla vita comunitaria.  “Noi siamo soprattutti cristiani” dice il marito, ritrovando l’ispirazione ecumenica del maestro spirituale di suo padre, il pastore Boegner,  nume tutelare della sua famiglia d’origine. “I nostri figli li abbiamo mandati al catechismo della parrocchia del Luxembourg, nella rue Madame, la stessa dove per dieci anni ha predicato il pastore Serge Oberkampf de Daubron. E anche la giovane generazione dei Kiss, i figli del banchiere, due maschi e una femmina, rispettivamente di 23, 21 e 14 anni, oggi sono praticanti devoti e impegnati in prima linea nell’ attività di catechesi. “Io stesso ho avuto un passato di moniteur d’école” confessa fiero il banchiere che da ragazzo passava tutte le domeniche in parocchia, per insegnare il catechismo ai bambini più piccoli. “D’altra parte, questo è il sistema protestante” spiega Mathieu Kiss. “I membri della comunita sono tenuti a leggere la Bibbia e a farsi direttamente un’opinione;  ma l’illuminazione  in loro nasce dallo scambio, dal dialogo. Sono i bambini, per esempio, a leggere la bibbia e insieme poi partecipano al commento, che viene preparato col pastore prima che questo lo legga, oppure viene passato in rassegna direttamente coi bambini, dopo essere stato letto. Nei due casi, credo sia un un buon metodo per capire che cosa si trasmette della tradizione”.
Mathieu Kiss racconta che con la moglie prima di sposarsihanno discusso a lungo di fede e religione. La preparazione spirituale avvenne con un prete cattolico, culminando in ritiro presso dei sacerdoti gesuiti. Ma il matrimonio fu celebrato dal pastore Etienne Trocmé, professore alla Facoltà protestante di Strasburgo, studioso delle origini del cristianesimo e autore di un piccolo saggio controverso, “L’enfance du Christianisme”, in cui ricostruisce il modo in cui la chiesa cristiana prese forma, dopo che la distruzione del secondo tempio nel 70 dopo Cristo fece per sempre svanire svanire l’ipotesi sino allora più che plausibile di inglobarvi completamente il giudaismo e la tradizione giudaica. “La pratica cattolica è diversa, certo, ma in fondo noi protestanti restiamo cristiani” insiste Mathieu Kiss, fedele alla lezione di Marc Boegner coltiva dal padre e trasmessadi padre in figlio. Anche lui è un ecumenista convinto, per il quale ogni forma di distinzione settaria si stempera nell’essenza evangelica. “Il protestantesimo è l’essenza del cristianesimo cui il cattolicesimo per ragioni storico-politiche ha aggiunto le tecnostrutture di fede, dogmi, valore. Ma la Riforma ha deciso di fare tabula rasa di tutto ciò per  ritornare ai testi originali. Sicché nella pratica protestante è il ruolo della chiesa che cambia”.
Il protestantesimo, spiega Mathieu Kiss, usando per descriverlo un’espressione da manager “è un sistema ‘bottom up’, vale a dire, la stessa comunità elegge dal basso i suoi rappresentanti. “L’assemblea della parocchia, suddivisa tra membri contributori e non contributori, nomina i membri il consiglio presbiteriale. Il nostro non è un sistema democratico dove il numero dei candidati è superiore a quello delle cariche, ma corrisponde ancora al modo di organizzazione della chiesa primitiva: ci sono persone che per età e per esperienza hanno vocazione a partecipare alla gestione della parrocchia, e sono loro che vengono scelte. La Chiesa protestate, d’altra parte, non riceve sovvenzioni statali. La comunità è autosufficiente: ogni anno i membri versano il loro contributo e la parrocchia vive dei fondi stanziati dai singoli membri, impegnandosi a versare parte del suo bilancio alla Chiesa e a retribuire direttamente il suo pastore. Il pastore però è tenuto fuori dalle vicende finanziarie della sua comunità: non conosce nemmeno l’entità del contributo versato dai singoli membri, che invece è noto solo al tesoriere, eletto a sua volta dal consiglio presbiteriale, formato da un presidente, un vicepresidente tesoriere e un segretario” .
Può anche capitare che il presidente del consiglio presbiteriale coincida con il pastore, ma la regola vuole che il pastore non faccia parte dell’ufficio di presidenza. Oltre a basarsi su un sistema di nomine dal basso, l’organizzazione della comunità riformata in Francia si fonda sul volontariato: “il dialogo tra pastore e comunità avrebbe un’altra natura se il pastore fosse designato dalla Chiesa”, spiega Kiss, pensando evidentemente alla  gerarchia cattolica. Nella comunità protestante, al contrario, è la parrocchia che si organizza e si sceglie da sola il suo pastore, nominandolo per un periodo limitato a  sette anni. Ci sono anche eccezioni, come per esempio  il pastore Oberkampf de Daubrun,  rimasto al tempio di rue Madame per dieci anni, o come il suo predecessore, l’armeno Samuel Sahaghion, uomo di fortissimo carisma,  fondatore di un’associazione protestante franco-armena, che  rimase in carica per diciassette anni. “Di norma però la parrocchia è più forte del pastore”, insiste Kiss, sostenendo il suo argomento attraverso  le procedure di nomima, fondate sul dialogo con la Chiesa Riformata e sull’appello alla candidatura. “I pastori sanno che c’è una sede disponibile e pongono la loro candidatura: di solito il numero dei candidati è superiore a quello dei posti liberi. Il consiglio presbiteriano organizza una serie di colloqui di reclutamento per illustrare le sue aspettative. A quel punto, si forma una lista ristretta, si invitano i vari candidati a predicare la domenica, e alla fine si decide in base al consenso ottenuto:  i parrocchiani possono dire la loro, ma l’ultima parola spetta al consiglio”.
Dunque, se esiste una differenza di fondo tra protestanti e cattolici, riguarda proprio il rapporto diretto tra il pastore e la sua chiesa e insiste sul coinvolgimento dei singoli membri della comunità. “Il protestantesimo è un sistema molto esigente” spiega  Kiss. “Pretende che i singoli  si responsabilizzino, si diano da fare per leggere i testi, commentarli, per far vivere la comunità. Nel consiglio presbiteriano vengono nominate solo persone impegnate. E infatti, l’unica autorità che il pastore esercita sulla sua parocchia non è gerarchia, ma morale: i laici prendono parte attiva, con letture pubbliche, preghiere, attività sociali. Inoltre, cerchiamo sempre di assicurare una rappresentanza più ampia possibile: abbiamo bisogno di tutti, di madri di famiglia, di pensionati perché hanno più tempo libero, di giovani attivi. Su 350-500 membri della parrocchia, i 12 membri del consiglio presbiteriali vengono eletti per restare in carica sei anni, e rinnovati ogni tre per assicurare la continuità, ma non possono esercitare più di due mandati di seguito, per un totale di 12 anni”. Una parrocchia, dice Mathieu Kiss, che  conosce benissimo la sua, è come un governo in miniatura:  deve occuparsi dei poveri, dei nuovi arrivati, del catechismo, dell’organizzazione del culto: ogni aspetto va seguito da vicino. Ogni anno, poi, durante la riunione dell’assemblea generale, il consiglio presbiteriano è tenuto a dare conto del suo operato e in particolare sul piano finanziario. Dal 1905 esiste in Francia la legge di separazione tra le chiese e lo stato. Frutto di una battaglia epocale tra clericali e anticlericali, tra radicali e cattolici, questa legge, cosi detta della “laïcité”, ha posto fine al dramma e alle polemiche  seguite all’esproprio dei beni cattolici, con la chiusura delle congregazioni ecclesiastiche. Ora l’Alsazia è inparte esente da questa legislazione: nel 1905 infatti era sotto il dominio della Germania, dunque sfuggì alla legge sulla laicità, e quando nel 1918 ritornò alla Francia, dopo la prima guerra mondiale, il governo decise di mantenere per gli alsaziani il regime concordatorio: preti, rabbini, pastori, divennero così funzionari pubblici stipendiati dallo stato, e questo spiega il ruolo a sé stante che ha sempre avuto e continua ad avere la Chiesa riformata alsaziana.
Oggi, però, anche la Chiesa riformata francese, e il suo fiero all’occhiello che è la Chiesa alzaziana, deve affrontare la decristianizzazione e la despiritualizzazione. Per la prima volta, la maggior parte della popolazione in Francia stando ai sondaggi, si dichiara atea. Eppure, davanti alla brutalità aritmetica dei dati, Mathieu Kiss non si scompone. Non è un protestante all’acqua di rose, mondano o di tendenza, di quelli che si contentano di appartenere a un milieu che ha persino il lustro di un’etichetta esclusiva come la HSP (leggi hasch-ess-pe, acronimo di Haute societé protestante.E’ un uomo di fede, devoto ai principi e dalla tradizione. “Non credo si possa essere protestante senza credere in Dio, leggere la Bibbia e disertare la messa. La Chiesa riformata insiste sulla pratica religiosa. L’essenziale per noi è la parola, il testo scritturale: ciascuno  deve leggere la Bibbia, fare uno sforzo di istruzione, perseguire una ricerca personale,   ma anche discutere  con gli altri, e commentare la letteratura biblica. La cosa più importante per noi, nella selezione dei predicatori, è la parola, è capire se la parola di un pastore motiva, se suscita adesione, se induce a riflettere”.
Così in un mondo che ha espulso da sé la  legittimità  della tradizione, anche il protestante deve combattere la sua battaglia quotidiana per trasmetterla alle nuove generazioni. “Un tempo era normale che i figli riprendessero la tradizione dei padri. Oggi non più, oggi semmai succede il contrario” ricoscosce sconsolato il banchiere. “Certo  i figli poi ci ritornano, perché le tradizioni vengono dal fondo dei tempi, e il culto riformato è molto radicato nella tradizione: la liturgia data dell’epoca di Calvino: i nostri canti sono quelli del XV, del XVI, del XVII secolo, con le loro melodie rinascimentali. La tradizione resta per me la parte più viva  dell’erdità della religione riformata. Ma per altri, che magari non sono stati educati nella tradizione, costituisce un ostacolo. Certo  un cristiano mosso da una sua ricerca spirituale può anche sentirla estranea, vivere uno scarto rispetto alla vita di tutti i giorni. E’ un rischio Ma Cristo è esigente, e il protestantesimo sottolinea questa esigenza. E’ aspetto difficile da cogliere, eppure tra l’esigenza del messaggio e la realtà della scelta, non ci sono scappatoie. Vogliamo sostenere che è cambiata la nozione di peccato? Ma il vero peccato per l’uomo consiste nel pensare di poter gestire la sua vita senza Dio, nel non avere  l’umiltà di capire che è padrone del proprio destino. E la grandezza del messaggio cristiano sta nel fatto che l’uomo, comunque, viene sempre perdonato per il semplice fatto che crede”.

Marina Valensise
 

 

 
 




Dio, il dollaro, gli inglesi e il senso delle cose
Pubblicato il 12 giugno 2009, in Diario

Letto un bellissimo libro, l'ultimo in italiano di Walter Russel Mead. Si intitola "Dio e Dollaro. La Gran Bretagna, l'America e le origini del Mondo moderno", l'ha tradotto Thalin Zarmanian per Garzanti, ed è un libro che tutti dovrebbero leggere per capire il senso della storia che stiamo vivendo. WRM è un  liberal, gioviale e ottimista, Senior Fellow del Council on Foreign Relations. Obamiamo quanto basta, ma prudente quanto serve. "Tutto l'eroismo del passato, tutta lasofferenza, la fede appassionata, il sacrificio, le letto religiose  e politiche sono serive solo a dar vita a un paradiso dello shopping" si domanda del suo libro sul capitalismo, il successo planetario del  liberalismo anglosassone e il senso del progresso che ha costellato la recente storia dell'occidente, oltreché le vittorie del mondo libero. "Davvero la società liberale non ha altro scopo che l'accumulazione di beni materiali?". La risposta, naturalmente, è no. Russel Mead difende non tanto la rifondazione religiosa dell'Occidente, quanto il recupero della trascendenza. In fondo, è un ratzingeriano inconsapevole, un contemporaneo. Un uomo libero.

La Francia ritorna al comando della Nato: fine della schizofrenia gollista
Pubblicato il 3 aprile 2009, in Diario

Pierre Lellouche, è il Richard Hoolbrooke di Nicolas Sarkozy. In un saggio appena uscito – “L’allié indocile. La France et l’Otan, de la Guerre froide à l’Afghanistan”, Editions du Moment –  descrive senza indulgenza la schizofrenia della Francia gollista soggetta a un rapporto di odio e amore: alleata degli Stati Uniti, ma al tempo stesso ribelle; solidale verso l’atlantismo, ma al tempo stesso indipendente; pronta a lasciare il comando integrato Nato in piena Guerra fredda quando l’Alleanza atlantica era utilissima contro il blocco dell’est, ma disposta a rientrarvi dopo il crollo del Patto di Varsavia (quando la stessa Alleanza era alla ricerca disperata di una nuove ragion d’essere), mandando i suoi soldati a combattere sotto le insegne Nato in Bosnia, in Kosovo, in Afghanistan, e persino nelle valli dell’Indukush, senza però mai sbandierarlo e senza trarre alcun vantaggio politico....(continua domani sul Foglio)




Le favole di Alain Minc sul futuro e le sue incognite
Pubblicato il 1 aprile 2009, in Diario

Puntuale anche quest’anno arriva in libreria un nuovo saggio di Alain Minc, il finanziere-scrittore già sodale di Carlo de Benedetti e oggi consulente di Vincent Bolloré. Stavolta la novità è lo scenario apocalittico che annunciano “Les dix jours qui ébranleront le monde” (dal titolo del volumetto uscito da Grasset, 9 euro, 135 pagine) ....(continua oggi, 9 aprile, sul Foglio)










Il dubbio dei chierici europei: "Accettiamo la sfida?"
Pubblicato il 5 gennaio 2009, in Diario

Roma. Migliaia di musulmani che pregano in ginocchio e a testa in giù, sul sagrato di Notre Dame a Parigi, del Duomo di Milano, della basilica di San Petronio a Bologna.  Tutti schierati in ordine geometrico e rivolti verso La Mecca. “E’ un fenomeno inedito di grande forza politica e simbolica”, ammette Mona Ozouf, la grande storica della festa rivoluzionaria. E non c’è bisogno di conoscere il passato con i suoi rituali e le sue liturgie caduti in desuetudine, per cogliere il significato di quell’assembramento islamico nel cuore dell’Europa. “I musulmani restituiscono ai nostri luoghi sacri il loro significato religioso, che avevano perso, per via della secolarizzazione”, avverte Pierre Manent che guarda con un po’ di sgomento e molto pessimismo al futuro dell’Europa. E in effetti a Parigi si sente parlare di amicizie che finiscono, tramontando d’improvviso su un dissenso insanabile tra il riformista che davanti al fanatismo incombente  invita a coltivare la calma e la ragione e l’amico militante “gauchiste” che invece in un raptus propalestinese esclama: “Per fortuna che l’Iran ha la bomba atomica”. Il conflitto arabo-israeliano ha dilatato i suoi confini per arrivare qui fra noi, nel cuore d’Europa. Il vero dramma però è un altro. La nuova situazione apre un interrogativo al quale l’Europa da un lato non può sottrarsi, e dall’altro, non sa rispondere. Ne è convinto per esempio Pierre Manent, il filosofo della politica che meglio di altri ha affrontato nei suoi saggi questo dilemma contemporaneo: “L’islam e Israele domandano all’Europa che cos’è. L’Europa però non può rispondere se non con parole neutre e vuote, perché non può riferire quell’interrogativo a se stessa”. Il ragionamento è semplice: in Europa, la religione viene confinata in un sentimento privato, a un semplice fenomeno della coscienza personale, mentre in medio oriente e ora nel mondo intero si affrontano due comunità per le quali invece la religione è inseparabile dal corpo politico. Inevitabile il dissidio e il suo dilemma delicato. “Siamo arrivati al termine del processo di secolarizzazione tipico degli stati laici e liberali di confessione cristiana” spiega Manent. “Non serve più a niente utilizzare il linguaggio dei diritti dell’uomo, dell’eguaglianza dei diritti individuali, quando la religione appare nella sua dimensione comunitaria, polarizzata su grandi masse antagoniste. Urge elaborare una grande politica collettiva, e dunque un discorso che abbia un senso per gli uni e per gli altri: ed è quello che oggi più manca a noi europei, incapaci come siamo persino di formulare il problema teologico politico che stiamo vivendo”.
Dal Regno Unito fa eco a Pierre Manent il filosofo conservatore Roger Scruton, una delle menti più lucide nel cogliere la fine della tradizione e la crisi di identità che attanaglia l’Europa. “Certo, lo spettacolo è impressionante” concede Scruton. Ma da buon empirista a sfondo scettico aggiunge: “Tuttavia, per dare un giudizio, bisogna capire prima di tutto per cosa preghino queste masse di musulmani accovacciate a carponi sui sagrati delle capitali europee. Pregano per la pace? Nel qual caso nulla quaestio. Lo facciamo anche noi cristiani, postcristiani secolarizzati e laici, senza però darlo troppo a vedere. I musulmani invece hanno un atteggiamento molto più ostentato di noi. Ma esprimere solidarietà raccolti in preghiera non è un’abitudine aliena a noi cristiani europei”. Se pregano per la pace, dunque, non avremmo nulla da obiettare. Diverso il caso se invece scoprissimo che i musulmani pregano per qualcos’altro, per esempio per la guerra e per la distruzione dello stato di Israele. “In tal caso, ammette Scruton, sarebbe una vera e propria sfida, che mette in gioco la paranoia del mondo musulmano, il quale, sentendosi inferiore dal punto di vista tecnologico, è da decenni alla ricerca di una rivincita contro l’occidente, e adesso cerca di infliggerla attraverso il conflitto con lo stato di Israele, che è una creazione dell’occidente”. Sarebbe una sfida epocale, insomma, non meno impegnativa di quella lanciata dai governi che per decenni hanno legittimato l'ideologia del multicultualismo a tutti i costi.

Marina Valensise
© Il Foglio, 6 gennaio 2009


Obama concilia progressismo e religione (almeno ci prova)
Pubblicato il 18 dicembre 2008, in Diario

E’ possibile un progressismo amico della religione? A porre la domanda è stato il direttore di “Reset” Giancarlo Bosetti nel seminario del Centro studi americani, in occasione dell’edizione  di tre discorsi di Barack Obama: quello programmatico di Washington del giugno 2006; quello di Atlanta sul deficit morale, e quello di Chicago su famiglia e matrimonio, del gennaio e marzo scorsi (“La mia fede”, Marsilio, 8,50 euro). Obama ha affrontato  (....continua domani sul Foglio)

La libertà è cristiana: Colloquio con Marcello Pera, il filosofo liberale che ha su suscitato l’entusiasmo di Benedetto XVI
Pubblicato il 13 dicembre 2008, in Diario

Il primo a mostrare stupore è proprio lui, Marcello Pera, il senatore epistemologo che ritornato ai suoi studi ha pubblicato un libro dove attacca laicisti e clericali con una rilettura del liberalismo nella sua essenza cristiana. “Davvero non me l’aspettavo” dice con candore nelle ampie stanze del suo ufficio a Palazzo Giustiniani. Pensa, naturalmente, alla lettera di Benedetto XVI che figura in testa al saggio “Perché dobbiamo dirci cristiani”, appena uscito da Mondadori. “Con una conoscenza stupenda delle fonti e con una logica cogente – scrive il Papa – Ella analizza l’essenza del liberalismo a partire dai suoi fondamenti, mostrando che all’essenza del liberalismo appartiene il suo radicamento nell’immagine cristiana di Dio: la sua relazione con Dio di cui l’uomo è l’immagine e da cui abbiamo ricevuto il dono della libertà”.
Marcello Pera è un tipo schivo, ma sembra emozionarsi quando ricorda la sorpresa che lo colse ai primi di settembre, alla vigilia del suo 40° anniversario di matrimonio, il giorno in cui da Castel Gandolfo ricevette la lettera del Papa. E’ un uomo abituato ai cambi di prospettiva: lucchese, bizantino solo di nome (da pronunciarsi con la e aperta, che in greco antico significa “limite”, “confine”, ed è lo stesso dato al quartiere genovese di Costantinopoli), ma senza ascendenze, “mio padre” dice “era un semlice manovale”, Marcello Pera ha iniziato a lavorare come ragioniere in banca, per finire sulla cattedra di Filosofia della scienza all’Università di Pisa, dopo dieci anni alla Camera di commercio; eletto nelle liste di Forza Italia al Senato, dopo pochi anni ne è diventato il presidente. Infine, lasciato Palazzo Madama, si è rimesso a studiare “per salvarsi l’anima”, dice lui, e si capisce che dal mondo delle idee ha attinto la forza per superare la delusione politica.
Ma la sua riflessione sul liberalismo cristiano nasce da un trauma: “L’11 settembre l’interpretai come un attacco non solo terroristico, ma contro la nostra civiltà. Era naturale per me interrogarmi sui valori, il fondamento e il senso stesso di una civiltà che si batte il petto, chiede scusa, non ama affermare la sua identità, e cerca anzi di integrare elementi alieni, come i romani facevano coi barbari”. Da elettrone libero della politica italiana, passato dalla scienza della logica alla seconda carica dello stato, e poi da lì di nuovo alla filosofia, Pera non nasconde il travaglio che ha accompagnato questo libro, su cui si dice lavorasse di notte proprio nei giorni in cui Silvio Berlusconi stava formando il nuovo governo, e prospettava per lui il ministero della Giustizia. “Mi è costato tanta fatica. Non è un pamphlet, ma un libro di studio, anzi il mio contributo alla politica: un esame di coscienza senza il quale rischiamo di cedere al laicismo trionfante o soccombere al rischio opposto del clericalismo”. L’altro rischio, ancora più subdolo per un liberale come lui, cresciuto alla scuola di Karl Popper e della società aperta, era l’esposizione personale: “Si è convertito o no? Altra domanda morbosa in cui scade questo argomento in Italia” commenta il senatore. “E invece i temi di cui tratto vanno ben al di là della conversione” aggiunge Pera che nel suo libro distingue accuratamente tra il “credere in” e “il credere che”, ossia tra i cristiani per fede e i cristiani di cultura.
Il Papa, che del suo saggio è stato non solo il primo destinatario e il primo lettore, ma il fondamentale ispiratore e un fermo incoraggiatore, ne ha fatto un elogio senza riserve: “Con una logica inconfutabile”, scrive Benedetto XVI nella sua lettera a Pera, “Ella fa vedere che il liberalismo perde la sua base e distrugge se stesso se abbandona questo suo fondamento”. E infatti al cuore di questo studio altamente ratzingeriano c’è il rapporto tra il liberalismo e la religione cristiana. Alle radici della cultura laica liberale, questa la tesi di Pera, c’è la persona umana; dunque non può esserci libertà dell’individuo senza un rapporto col Dio cristiano, e senza un’idea di bene e una consapevolezza del dono ricevuto dall’uomo, creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio.
E’ un ritorno ai primordi del liberalismo moderno, quando i Padri Pellegrini traversavano l’Atlantico con i trattati di John Locke in una mano e la Bibbia nell’altra? “Il fatto è che senza verità non può esserci libertà” risponde Pera. “La libertà senza verità scade, diventando uno stato contingente e aleatorio, perché si perde il suo stesso fondamento, la sua giustificazione, la sua base etica, metafisica, religiosa”. Eppure i pensatori contemporanei e postmoderni, come John Rawls, rifiutano qualsiasi fondamento, sostengono che il liberalismo è autosufficiente, basta a se stesso, non ha bisogno di alcuna dottrina anteriore per giustificarsi; e per superare la difficoltà un antirelativista come Jürgen Habermas è disposto a qualsiasi acrobazia argomentativa, anche a costo di contraddirsi, come lei spiega nel suo libro. “Habermas pensa in termini di razionalità normativa. Rawls pensa solo in termini di procedura. Ma in questo modo la libertà si corrode. Decade a relazioni e procedure, così come la democrazia, che ha un fondamento etico nell’eguaglianza di tutti davanti alla legge, corrode se stessa quando decade a semplice macchina per le votazioni, perché mina il suo stesso principio. L’aveva capito benissimo Platone che nella ‘Repubblica’ parla di una libertà autofagica, che mangia se stessa, proprio come succede alla democrazia relativistica che, priva di religione, diventa religione a se stessa. E infatti, se non c’è più la verità, ma solo la somma di tante credenze separate, se non esiste più una legge morale comune a tutti, ma solo le tradizioni dei singoli gruppi, il bene morale può essere messo ai voti, e saranno le maggioranze parlamentari a decidere cosa è bene e giusto. Il nomos dunque crea la physis, la legge stabilisce la natura. E’ questo il paradosso che stravolge il liberalismo procedurale; se siamo liberi di votare e per di più relativisti non resta più niente di sacro, di non negoziabile, persino i valori sono costruiti dalla maggioranza in Parlamento”.
Pera critica la degenerazione del moderno citando la “Repubblica” di Platone: fatto strano per un seguace del liberale Karl Popper che vedeva nel filosofo ateniese il nemico della società aperta: “Condivido l’analisi, non la ricetta, l’autofagia della libertà, non il governo dei filosofi” si schermisce Pera, preoccupato dai tempi correnti: “E’ esattamente la stessa cosa che sta accadendo in Europa, certo, ma in America è diverso: lì c’è stato un popolo di pellegrini, scampato alle persecuzioni religiose per costruire la “City upon the Hill” come un redivivo popolo eletto di cui parla la Bibbia. Poi c’è stata l’opera meravigliosa di John Adams e Thomas Jefferson, che hanno razionalizzato la religione facendone una costituzione civile. L’elemento religioso comune è diventato un abito civile più forte della legge positiva, proprio perché vissuto come abito. Risultato? L’esperienza costituzionale americana dura da duecent’anni e non ha prodotto alcuna dittatura; mentre noi europei, che quell’abito l’abbiamo perduto, abbiamo avuto sistemi autoritari: Robespierre e il giacobinismo, Lenin, Stalin e il comunismo, Hitler e il nazismo. La patria del cristianesimo ha prodotto la peggiore negazione della libertà quando la modernità si è invaghita dell’idea che l’uomo basta a se stesso, si costruisce da solo, senza verità rivelata”.
La vera frattura, dunque, per Pera è la Rivoluzione francese. L’idea di un mondo in balìa degli eccessi anticristiani perché abbandonato a se stesso e in balìa della ragione astratta dei diritti dell’uomo, come scriveva Edmund Burke. “Sì, ma attenzione. Nella dichiarazione del 1789 c’è ancora un residuo religioso di libertà cristiana: infatti sono diritti riconosciuti dallo stato, che pertengono agli individui come persone umane, prima ancora che come citoyens. Da lì, poi, per ragioni storiche legate al potere temporale dei papi, nasce la polemica contro la chiesa e il cristianesimo: l’anticlericalismo si salda alla decristianizzazione, col risultato che i laici oggi finiscono per cadere in un’apostasia del cristianesimo scambiato con la fisionomia di un’ex potenza terrena”.
Dunque il laicismo a oltranza che molti continuano a professare sarebbe un anacronismo? “L’anticlericalismo, più che una malattia, fu uno stato di necessità dell’Ottocento” dice Pera. “In Europa gli stati nazionali si costruirono contro la volontà della chiesa. L’anticlericalismo fu uno strumento di difesa contro il potere temporale della chiesa. Solo che ora è degenerato in qualcosa che non va contro una politica temporalistica vaticana, ma contro lo stesso cristianesimo. Quante volte mi son sentito dire, lei rivaluta il cristianesimo, però dimentica che la chiesa era contro il Risorgimento, non ha ostacolato Hitler… ma allora, dico io, guardiamo anche al ruolo positivo della chiesa… masse di analfabeti istruiti, educati alla politica grazie alla chiesa”.
Eppure oggi, a seguire da laici la missione pastorale della chiesa non si rischia di impegnarsi in una battaglia disperata? Fondare la difesa del liberalismo sulla verità rivelata non è un’impresa vana in un mondo votato  all’ateismo di massa? Pera risponde con l’esempio del “Non possiamo non dirci cristiani” di Benedetto Croce: “Il Croce del 1942 viveva la peggiore tragedia d’Europa, una guerra civile intestina. Di fronte al precipizio capì che solo Dio ci può salvare. Ma a differenza di Martin Heidegger che pensava al Dio pagano, Croce, da autentico liberale, sia pure di tipo hegeliano, cercò la salvezza nel cristianesimo. Prendendo questa posizione nel pieno crollo della civiltà europea, Croce apre una terribile contraddizione nel suo sistema filosofico, dove non c’è posto per la religione. Io oggi mi trovo in una situazione analoga. Vivo la crisi etica, civile e morale della civiltà europea con disagio, in uno stato d’animo di disperazione. Mi conforta il fatto che l’America resista ancora e l’altro elemento di conforto per me è Benedetto XVI, ciò che egli dice e le reazioni di crescente popolarità che provoca il suo dire. Sono convinto che il Papa sia consapevole del fardello che ha sulle spalle, la riforma morale dell’Europa, e il suo indefettibile dire non deflette di fronte alla missione che la storia gli ha affidato: penetrare nelle coscienze dei laici, sino al punto da metterli in difficoltà, come dimostrano quelli che cercano di non prestargli ascolto, rifiutandosi persino di farlo parlare, come i professori della Sapienza. E’ un Papa che divide le coscienze, ma in fondo se la libertà dipende dalla verità è giusto che sia così”.
Non è paradossale che duecent’anni dopo la rivoluzione anticristiana sia proprio il capo della chiesa cattolica, l’apostolo della tradizione evangelica, a dover salvare l’Europa dal nichilismo relativistico? “Il suo è un compito gravoso, ma lui ci sta riuscendo. Sta diventando un Papa popolare, ascoltato dal mondo laico che, sfidato, è costretto a rispondergli e corrispondere. Benedetto XVI non è un Papa che ti chiede di convertirti o pregare, ma di pensare i fondamenti stessi del tuo essere laico, di capire cosa significhi essere laico”. Eppure, rispetto al liberale Croce che nella crisi della Seconda guerra mondiale proclamava “Non possiamo non dirci cristiani”, il liberale Pera che dichiara “Dobbiamo dirci cristiani” sembra avere la posizione più debole: anziché la reazione spontanea davanti alla datità, la sua non è una scelta volontaria e intenzionale, e dunque più aleatoria, quasi fosse l’ultima ratio per evitare la catastrofe? “Tra me e Croce non c’è alcun cambiamento” risponde Pera. “Io condivido l’elogio del cristianesimo fatto da Croce, e nel mio libro spiego perché usa una formula riduttiva. Croce è un filosofo idealista il quale pensa che la libertà come spirito assoluto si svolga da sé nella storia, anche nei periodi bui e sotto i regimi che non ammettono la libertà politica. Per me invece, che sono un liberale alla Locke e alla Kant, il liberalismo ha a che fare con libertà concrete. Anche per Croce senza cristianesimo non c’è liberalismo; solo che lui vede nel cristianesimo una fase storica, un momento della libertà che evolve, e ammette che un giorno potrebbe essere superata. Viceversa, io àncoro il liberalismo al cristianesimo storico, legando concettualmente i due fenomeni”. In fondo, anche i romantici dopo la rivoluzione francese… “I romantici”, incalza subito Pera, “fanno ciò che oggi fanno i relativisti. Non esiste l’uomo in assoluto, non esiste la famiglia umana, ma solo i popoli e le nazioni. Non ci sono diritti in assoluto, legati alle persone, come pensavano Locke, Kant e Tocqueville. Esistono solo i diritti dei popoli e degli stati contro l’universalismo. Il liberalismo è una filosofia senza frontiere, perché la persona umana non ha frontiere. Oggi col multiculturalismo i diritti si stanno rinsecchendo entro i loro ambiti territoriali, occidente, America, islam… Stiamo perdendo il senso universale, per dirla col termine laico, o ecumenico, per usare la parola cristiana. In questo senso, il liberalismo nasce congenere rispetto al cristianesimo: per entrambi, infatti, c’è solo la famiglia umana, composta da persone portatrici di diritti naturali e inalienabili. Herder, Hamann e i romantici rimproverano il liberalismo universalista di etnocentrismo. Ma il liberalismo crede nella libertà, assegna ad essa un significato religioso, e l’esporta, per questo è cosmopolita e chiede sempre le carte internazionali. I suoi nemici sono i nazionalisti. Kant vide sgretolarsi le idee universali della sua filosofia e del liberalismo cosmopolita. E oggi il dramma si ripete”.
Infatti, i romantici diventati relativisti criticano la pretesa universalità della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, sostenendo che l’individualismo liberale non può essere condiviso dal mondo islamico o dalla Cina confuciana. “In quella dichiarazione gli individui hanno diritti non in quanto cittadini, bensì come membri del consorzio umano. La dichiarazione di indipendenza americana rappresenta, in questo senso, un’espansione della civiltà cristiana che ha vinto e si è allargata sino a coprire paesi che non appartenevano a quella tradizione. Obiettare che siano valori particolari al liberalismo occidentale è come dire che la legge di inerzia di Galilei, siccome è stata scoperta tra Padova e Firenze non può valere per tutto il mondo. Ma il liberalismo dà alla dignità umana lo stesso valore universale che le scoperte scientifiche danno alla realtà della natura. E le carte internazionali servono a esportarlo in zone estranee alla tradizione cristiana, che affonda le radici nel Vangelo e nella Bibbia”.
Ma allora come affrontare l’integrazione del diverso? “I relativisti assolutizzano la cultura in cui si trovano a pensare e le costruzioni sociali che ne sono il prodotto, mentre il liberalismo rende assoluta la natura umana. Ora, se ogni natura costruita come cultura vale quanto l’altra, non c’è ragione di integrare alcunché. Si integra solo se si presuppone un’essenza che tutti devono riconoscere, altrimenti c’è solo coesistenza tra diversi, aggregazione tra molteplici. Se il multiculturalismo non integra, ma produce ghetti, cioè l’esatto contrario di quello che si prefiggeva, l’errore sta nella filosofia prima che nelle policies. Puoi anche tollerare un tribunale ebraico, se applica principi non molto diversi dai tuoi. Ma se ammetti un tribunale islamico che applica la sharia, ti trovi nel paradosso di dover distruggere la tua società. La tolleranza a questo punto non vale più”.

Marina Valensise
© Il Foglio, 14 dicembre 2008








Sarkozy si prepara a lasciare l'Europa cambiando cavallo
Pubblicato il 10 dicembre 2008, in Diario

E’ attesa per domani la nomina del nuovo ministro per gli Affari europei che dovrebbe sostituire il socialista Jean-Pierre Jouyet, passato dopo un anno e mezzo alla guida dell’Autorità per i mercati finanziari. Con ogni probabilità, il prescelto sarà ...(continua domani sul Foglio).

Parla Alain Minc: l’iniziativa degli stati europei era inevitabile, ma presto ricomincerà la deregulation
Pubblicato il 20 ottobre 2008, in Diario

Alain Minc, il finanziere amico di Nicolas Sarkozy, guarda all’Europa e pare sollevato. “Abbiamo superato l’orlo dell’abisso. Il piano predisposto nel quadro dell’Eurogruppo dimostra che siamo usciti dal tuffo nell’ignoto per ritrovarci in una situazione classica di crisi economica e recessione”. Scenario dunque assai meno spaventoso. “Il mondo finanziario aveva toccato punte estreme di irrazionalità – spiega Minc – lle banche, pur rassicurate dai governi sul fatto che mai le avrebbero fatte fallire, non collaboravano, non credevano più nella parola data dallo stato. Rispetto a questa perdita assoluta di fiducia, c’è stato un congelamento del credito che nessuno avrebbe immaginato. Non per niente, lo stesso presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, ha usato un’espressione – “Messieurs, reprenez vos esprits” – paragonabile al “non abbiate paura” di Giovanni Paolo II alla sua prima visita in Polonia.
Minc, perciò, non è di quelli che piangono il disarmo politico dell’Europa. Da francese, sa benissimo che lungi dall’astrazione comunitaria è l’Europa degli stati e degli accordi intergovernativi l’unica realtà politica plausibile in casi di emergenza. “L’Eurogruppo nella riunione del 12 ottobre a Parigi ha rilanciato, mettendo tutto sul piatto”, sintetizza Minc col gergo del giocatore di poker: “O la gente credeva ancora nella garanzia dello stato, e lo si è visto l’indomani col referendum delle Borse, o non ci credeva e a quel punto si preparava al peggio: la crisi dal sistema finanziario sarebbe passata alla popolazione, con conseguenze tremende”. Il sistema dunque si è rimesso in moto grazie all’intervento degli stati. E ora? “Gli stati, scommetto, ci guadagneranno molto dalla nazionalizzazione temporanea del credito. La concentrazione del sistema finanziario porterà a un oligopolio bancario che approfitterà della situazione con effetti talmente insopportabili, che tra quattro-cinque anni si arriverà a una nuova deregolamentazione”.

Le ragioni dell’ottimismo
Resta il fatto che Minc oggi è più ottimista di tre mesi fa. “A luglio incombeva la minaccia di stagflazione, stagnazione economica più inflazione. Credevamo ci sarebbe stata un’inflazione salariale per il rialzo del prezzo del petrolio e delle materie prime. Non poteva capitare di peggio. Oggi invece il rischio di inflazione è scomparso. Il prezzo delle materie prime è crollato e quello del petrolio pure. C’è la recessione: è dura, ma sarà breve, di appena un anno, mentre la stagflazione sarebbe durata cinque o sei anni, perché non avremmo saputo come uscire dall’impasse degli aumenti salariali dovuti agli alti tassi di interesse”.
Quanto al successo europeo, difficile dire se durerà: “E’ dovuto a tre fattori” – spiega Minc – “primo, la violenza dell’inquietudine; secondo, Sarkozy presidente dell’Ue, e non lo dico perché gli sono amico, ma perché sono convinto che dia il suo meglio nelle crisi; terzo, la debolezza del potere americano. Sono fattori duraturi? Al posto dell’inquietudine avremo un futile sollievo; al posto di Sarkozy, da gennaio, avremo un ceco; e al posto dell’assenza di un presidente americano un presidente americano. Perciò, non sarei tanto sicuro che riusciremo a trasformare questo momento di grazia che stiamo vivendo in qualcosa di duraturo. Ma se guardiamo alle cose con freddezza, dobbiamo riconoscere che ciò che è successo è la migliore dimostrazione della necessità di ratificare il Trattato di Lisbona”.
Ecco allora che il fantasma dell’Unione politica europea, uscito dalla finestra, rientra secondo Alain Minc dalla porta. “Gli ultimi sei mesi dimostrano che il presidente del Consiglio europeo esiste”, spiega il finanziere che da sempre combina la consulenza strategica col gusto della previsione economica. “E questo ruolo esiste a condizione di essere occupato da una star. Se Tony Blair fosse stato il presidente del Consiglio europeo, secondo quanto previsto dal trattato di Lisbona, avrebbe potuto fare le stesse cose che ha fatto Sarkozy. Se invece lo fosse stato Jean-Claude Juncker no”. E poi s’apre il capitolo dei rimedi: “Bretton Woods è una metafora, ma nel 1944 trattava di parità nel sistema dei cambi. Oggi per noi il problema invece è superare la regolamentazione che già esiste, grazie alla Banca dei regolamenti internazionali e a Basilea 2. Ci sarà un cambiamento nelle norme contabili, un’evoluzione di norme prudenziali, un lavoro sulle agenzie di rating, si cercherà di evitare meccanismi prociclici e dare regole generali in fatto di remunerazione in materia finanziaria per evitare che il sistema s’inceppi. Ma non aspettiamoci miracoli. La stabilità del sistema verrà dalla concentrazione di banche. In fondo, se c’è stata una crisi della finanza impazzita, è la stessa finanza impazzita che ha permesso sette anni di crescita. L’emissione di moneta in grande quantità e a basso prezzo ha reso la crescita possibile.” Anche se ora si scopre che in molti paesi era virtuale, perché fondata sul debito delle famiglie? “Lo vada a dire ai 350 milioni di cinesi che negli ultimi anni sono entrati nella classe media…”.


Marina Valensise
© Il Foglio, 21 ottobre 2008




 

sfoglia
febbraio        aprile
 


 
   
Contattami