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Perché ci odiamo?
Pubblicato il 12 agosto 2008, in Diario

Pensavate che l’ottimismo fosse esclusiva prerogativa degli Americani? Pensavate che il Kulturkritiker stentasse a traversare le sponde dell’Atlantico? Errore. Il mondo cambia, e non solo per le Olimpiadi a Pechino. Anche l’America, e non solo l’Europa, è entrata nella spirale della decadenza, e anche  Washington oramai pullula di moralisti allarmati. L’ultimo è Dick Meyer, che non per niente proviene da una famiglia di ebrei tedeschi, ma è un giornalista di esperienza, editorialista per oltre vent’anni alla CBS e ora direttore per i media digitali alla National Public Radio. Ha appena pubblicato un libro da Random House, che consigliamo vivamente di tradurre, tanto rispecchia molte delle nostre apprensioni. S’intitola “Why We Hate Us?”, “Perché ci odiamo?, e sarà un sicuro best seller.Meyer infatti descrive senza indulgenza alcuni aspetti della nostra vita quotidiana che rischiano di farla apparire ogni giorno più invivibile e priva di senso. Si concenta sul dilagare dei telefonini, che diffonde in pubblico i dettagli della nostra vita intima, sul culto narcisitico, dell’autocoscienza, dell’autostima e dell’autorealizzazione, sulle magliette con su scritto “Eat Me”, ma anche su fenomeni nuovi e irresistitibili ai progressisti  come Facebook, MySpace, e tutt le altre diavolerie dell’interazione digitale accessibili sul web “che insegnano ai nosri ragazzi a porsi sul mercato”. Essendo palesemente un ipocondriaco, dotato di una soglia di sopportazione assai bassa, Dick Meyer se la prende anche con le truffe di alto livello in campo affaristico e sportivo, ma pure con i reality e col boom della chirurgia estetica. Non trascura le multinazionali che pretendono “di occuparsi di noi”, e il declino complessivo delle comunità organica, che ha il suo acme nella divisione ipocrita tra stati repubblicani e democratici. E visto che è provvisto pure di discreto senso dell’umorismo, si diverte anche a bersagliare una marca di prodotti cosmetici battezzata “S.L.U.T.” - che è come se in Italia qualcuno lanciasse una linea di rosetti e bagnoschiuma innovativa chiamandola “T.R.O.I.A”. La cosa che più l’indispone, insomma, è la commercializzazione e la mediatizzazione ossessiva che colpisce ogni aspetto della nostra vita.
Sono questi a dir suo i veri germi dell’odio di sé che ispira in questo inizio secolo lo stato d’animo dell’America. “Per capirlo ho bisogno di guardarmi allo specchio” ha detto Dick Meyer in un’intervista alla Npr, “basta sedermi a tavola e sentire cosa dicono mia moglie e i miei figli”. Tutte le nefandezze che sommergono la nostra vita quotidiana, sono infatti secondo lui la diretta conseguenza di quei germi fatali: la belligeranza della partigineria politica che rapresenta la perversione della democrazia, il declino inesorabile delle buone maniere, di fronte alla tendenza  dominante e incontrastante al “bullshit, belligerance and boorishness”; la superficialità del sistema di intrattenimento alimentato da Hollywood, l’insignificanza e la mancanza di fiducia che ispirano i nuovi media;  il culto straripante del gossip e delle celebrities; e la scomparsa dei rapporti di buon vicinato -elemento cardinale della vita sociale americana, oggi minacciato dall’anonimato urbano e dall’espanzione dei contributi on line.
Se le cose stanno così la colpa, l’avrete capito, sta nel declino dell’idea del bene comune e del senso della comunità, che ha perso drasticamente piede negli ultimi quarant’anni. E la colpa delle colpe, infatti, sta nella svolta radicale degli anni Sessanta, che ben prima della rivoluzione tecnologica, esaltando la cultura della scelta individuale ha completamente alterato il senso della nostra appartenenza al mondo. “Le nostre comunità sono state neutralizzate, e la nostra sensibilità tradizionale, morale, religiosa, estetica che fosse, è stata completamente screditata” scrive Dick Meyer. “Era molto più importante fare una scelta cosciente, da consumatore consapevole della vita, piuttosto che seguire la strada della tradizione. E chiunque si ostinasse a seguirla veniva considerata uno smidollato esistenziale”. Da allora, abbiamo accettato ingenuamente tutta una lista di beni per forgiare la nostra identità nella vita e plasmare la nostra felicità. Il risultato, però è grottesco, oltre che deludente. Il regno della scelta personale si è espanso senza limiti, chiunque oggi può scegliere tutto, persino la misura del suo seno, la forma del suo naso. Ma il senso di vuoto e lo scontento  sono oramai un generale stato d’animo della civiltà contemporanea, non solo degli americani “moralmente stanchi, disancorati, disorientati,  e sulla difensiva”. 

Marina Valensise
© Il Foglio 12 agosto 2008



 

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