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L’elogio dell’ipocrisia per Constant fonda la libertà di noi moderni
Pubblicato il 23 febbraio 2009, in Diario

Solo in manicomio, scriveva Blaise Pascal, uno è libero di dire tutto quello che pensa davvero del suo prossimo. In società no, non è possibile. Da che mondo è mondo, da quando si è scoperta l’arte del vivere civile, l’honnête homme, infatti, sa benissimo che per vivere tranquillo dentro il consorzio umano, per vivere al riparo dalle passioni distruttive, deve mentire. Dissimulare e mentire. Mettersi in testa quella massima di La Rochefoucauld secondo il quale “l’ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù”. E cercare di utilizzarla come una risorsa preziosa per salvaguardare la convivenza umana e la sua stessa vivibilità. Non per niente fu un grande moralista vissuto in pieno Terrore rivoluzionario, e intenzionato a uscire dal regno del Terrore, a teorizzare l’elogio dell’ipocrisia.
Benjamin Constant non aveva nemmeno trent’anni nel 1796 quando pubblicò il saggio su “Le reazioni politiche”, in cui fece del dovere di mentire il fondamento del governo moderato e rappresentativo e delle libertà costituzionali con cui arginare la tirannia della sovranità popolare e la degenerazione giacobina. “Il principio morale secondo il quale è un dovere dire la verità, se fosse preso in modo assoluto e isolato, renderebbe impossibile qualsiasi società” scriveva Constant riprendendo non solo Pascal e La Rochefoucauld, ma anche Machiavelli e Hume. E mai il suo elogio dell’ipocrisia fu tanto attuale come lo è per noi oggi, che in nome della trasparenza, dello stato di diritto, della Costituzione e dell’autodeterminazione individuale vorremmo  stabilire addirittura per legge il diritto a disporre della nostra vita, e persino di quella altrui, in casi di grave e irreversibile incapacità.
Fa benissimo quindi Angelo Panebianco, il più aroniano e liberale degli editorialisti del Corriere della Sera, a denunciare il legicentrismo incombente sia fra i fautori della sacralità della vita, pronti a imporre per legge il divieto di rifiutare alimentazione e idratazione a pazienti incapaci di intendere e volere, sia fra i sostenitori della libera scelta, pronti a far valere a tutti i costi l’opposto principio della dignità del fine-vita. Panebianco cerca di preservare dalla mania legislativa quella zona grigia, fatta di silenzi, di sguardi compassionevoli, di parole a mezza bocca dette dai medici, dai malati, dai parenti dei malati. Difende la “necessaria ipocrisia” e insiste sulla scelta del termine. Ha ragione. E ha ragione persino quando, andando oltre Pascal e La Rochefoucauld, spiega che l’ipocrisia non è il vizio che rende omaggio alla virtù, “ma è essa stessa virtù”, perché permette di offrire soluzioni empiriche, senza offesa per alcuno, e sottrarre alla pubblica piazza una discrezione che deve restare privata.
E’ l’ultimo argomento in difesa della libertà dei moderni contro la tirannia d’una maggioranza che detta legge. Non a caso  riecheggia quello che oppose il moderato Constant al radicale Immanuel Kant, quando costui sosteneva il diritto morale di dire la verità persino davanti a degli assassini che dessero la caccia a un vostro amico, rifugiato in casa vostra. “Sostenere in sé e per sé il dovere di dire sempre e comunque la verità sarebbe distruttivo per la società”, scrisse Constant, all’ombra della ghigliottina. Ma lo sarebbe pure negarlo, spiegò, perché farebbe crollare le stesse basi morali della società. Ergo, l’unico modo di applicare un principio, senza arbitrio, è definirlo: dire la verità è un dovere, certo, ma il dovere corrisponde ai diritti di un altro. E dire la verità è un dovere solo verso chi ha diritto alla verità. Ma nessuno ha diritto alla verità che nuoce agli altri.


Marina Valensise
© Il Foglio, 23 febbraio 2009














“Lo stato resti fuori dal fine-vita”
Pubblicato il 20 febbraio 2009, in Diario

“‘Perché dobbiamo dirci cristiani’ dev’essere il tema di una battaglia culturale, ma non c’è bisogno di una legge per imporlo”. Marcello Pera commenta così il disegno di legge sul testamento biologico, presentato dal Pdl Raffaele Calabrò e passato al Senato in Commissione Sanità. Anche l’ex presidente del Senato è convinto che la Chiesa, in difficoltà nel predicare il peccato, guardi ora con favore a una legge dello stato che lo sanzioni come reato, e riflette sulle disfunzioni del caso: “Quando la società civile non percepisce più un certo comportamento come violazione di un divieto morale, non si può trasformare il peccato in reato. Non si può imporre un’etica di stato, perché in una società libera l’etica preesiste allo stato. L’etica di stato appartiene alle dittature, comprese quelle democratiche, le quali votano su quegli stessi valori su cui invece le democrazie dovrebbero fondarsi”. La legge sul testamento biologico, secondo Pera, ne è solo l’ultimo esempio: “I laicisti alla Veronesi e alla Marino, cercano di imporre la morale del supermarket etico del ciascuno fa quel che vuole; gli antilaicisti difendono la dottrina della Chiesa. Tra Beppino Englaro che vuole la morte di sua figlia e coloro che vogliono salvarla, la mia concezione morale sta coi secondi, ma io credo che entrambi i fronti oggi siano impegnati a trasformare lo Stato nel braccio armato dell’etica”.
Lo Stato, allora, non dovrebbe mai intervenire? Dovrebbe tollerare l’eutanasia, il suicidio assistito, qualsiasi altro comportamento affidato alla discrezione dei privati? “No” risponde Pera. “Pensare che lo Stato sia neutrale è l’errore dei laicisti. Lo Stato liberaldemocratico in realtà ha valori e principi propri, sanciti dalla Costituzione, e in nome di tali valori e principi può legiferare e imporre limiti e divieti”. La nostra Costituzione, “che Dio ne seppellisca presto la prima parte, con buona pace del presidente Napolitano” - osserva Pera - “stabilisce per esemppio che non si può coartare la libertà di autodeterminazione di un malato. Se un malato rifiuta la trasfusione di sangue, perché è un testimone di Geova, il medico si deve fermare. E perciò, per le stesse ragioni, si deve fermare anche se un paziente rifiuta la cannula per l’alimentazione e l’idratazione. E’ un principio riconosciuto dalla giurisprudenza, che rende vana qualsiasi legge che lo negasse, come quella sul testamento biologico, la quale, se approvata in Parlamento, verrebbe ad essere impugnata davanti alla Corte costituzionale. Il che spiega, oltre la ragione  culturale, la ragione giuridica della mia perplessità verso questa legge”.
Dunque sul fine vita bisognerebbe astenersi dal legiferare? “Non dico questo” risponde il senatore. “Una legge ci vuole, ma dovrebbe esser sul dissenso informato più che sul testamento biologico, e dovrebbe mantere almeno quattro punti fermi: 1. Ribadire certi divieti, che sono anch’essi principi costituzionali al pari dell’autodeterminazione terapeutica, come il no all’eutanasia, il no al suicidio assistito, il no all’abbandono e il no all’accanimento terapeutico; 2. Adottare per questi termini le migliori definizioni scientifiche disponibili; 3. Precisare cosa intendere per dissenso informato contro la terapia prescritta dal medico, e in particolare che il dissenso del paziente debba essere affidato a una volontà espressa, attuale - dunque non risalente ad anni prima-  inequivoca - e cioè non ricavata dalla voce del padre o degli amici, come nel caso di Eluana -  e informata, secondo quanto stabilito da una sentenza della Terza sezione civile della Corte di Cassazione, presieduta da Roberto Preden. Infine, la legge dovrebe stabilire chi debba esprimere questo dissenso nel caso in cui lo stesso paziente non fosse in grado di farlo”. Ma così lei non fa rientrare dalla finestra quello che era uscito dalla porta? ”Non credo. Piuttosto che radicalizzare lo scontro alimentato dal caso Englaro, sarebbe meglio fare un pausa e promuovere una battaglia culturale per diffondere non solo il rispetto verso i più deboli, ma anche il senso di dignità e di solidarietà che noi dovremmo avere nei loro confronti”.

 

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