www.marinavalensise.it
.
Annunci online

 


 
www.marinavalensise.it www.marinavalensise.it www.marinavalensise.it
   

Primo piano
Appuntamenti
Pubblicazioni
Articoli
Chi sono
Contatti
Blog
 
Link
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Gino De Dominicis al MAXXI
Pubblicato il 29 maggio 2010, in Diario

Chi si espone e perché. Ritorniamo ai fondamentali ( niente di più inedito dell'edito)
http://www.ilfoglio.it/lacosamentale

Eckermann, il precario di Goethe
Pubblicato il 5 settembre 2008, in Diario

Niente di più improbabile che l’incontro tra Wolfgang Goethe, il principe della letteratura tedesca, e Joahnn Peter Eckermann, un poetino autodidatta che bramava il suo apprezzamento. Il primo, ultrasettantenne, viveva a Weimar nella sua casa sul Frauenplan, circondato da una piccola corte di artisti, compositori, filologi, suoi commensali e frequentatori quotidiani. Era all’apice della gloria. Un monumento vivente baciato dalla fortuna: arte, fama, onori, splendore e una serenità imperturbabile che l’aveva reso l’ultima incarnazione perfetta del classicismo e della sua mai perduta armonia. Il secondo, invece, era un semisconosciuto. Basso, robusto, dai movimenti energici che tradivano buoni muscoli, capelli lunghi e lisci con la riga in mezzo, fronte alta, occhi chiari, uno sguardo da rapace, ma l’aria bonaria, Eckermann aveva quasi trentun’anni. Era venuto a piedi da Empelde un paesino nei dintorni di Hannover, e per percorrere quei seicento chilometri aveva camminato quasi una settimana, attraversando Gottinga e la valle del Werra. Erano i primi di giugno e faceva un gran caldo. Il viaggio spesso per questo era stato faticoso, ma egli ebbe l’impressione di sentirsi sempre “sotto la speciale guida di esseri benevoli”. Era un ottimista. Arrivato a Weimar, si presentò in casa dello scrittore e venne invitato per l’indomani a mezzogiorno. Non poteva sapere che da quel giorno, il 10 giugno 1823, la sua vita sarebbe cambiata. Goethe lo vide, lo accolse, gli parlò, ne rimase conquistato e su due piedi gli chiese di fermarsi a Weimar. Aveva intuito di che pasta era fatto quel giovanotto serio, coscienzioso, amabile e determinato, privo di egotismo, ma incapace di ironia negativa o spirito distruttivo. Capì subito di trovarsi di fronte a un animo puro, gentile come può esserlo un semplice di spirito desideroso di apprendere ed elevarsi però; e capì che era l’uomo giusto, mandato dal destino, l’interlocutore perfetto per i giorni della sua vecchiaia e il curatore ideale per licenziare l’ultima edizione delle sue opere, la famosa “Ausgabe letzter Hand”, e consegnare ai posteri il suo lascito letterario.
Di lui in fondo sapeva pochissimo. Aveva letto un manoscritto di saggi poetici che Eckermann gli aveva spedito prima di incamminarsi verso Weimar, chiedendogli di intercedere col suo stesso editore Cotta, per farli stampare da lui – cosa che avverrà pochi mesi dopo. Forse Goethe aveva letto anche le sue poesie. Eckermann le aveva mandate due anni prima, con un breve curriculum, al suo segretario con preghiera di sottoporle allo scrittore. Due mesi dopo, il 2 ottobre 1821, Goethe gli aveva risposto con la formula di rito con cui faceva fronte alle molte richieste del genere: non essendo più in grado di considerarle personalmente, proponeva di farle valutare pubblicandole in “Kunst und Altertum”, la sua ultima rivista. Eckermann lesse quelle poche righe con “grande gioia”. E gasatissimo, terminata la raccolta di saggi, si mise in cammino verso il sud per una visita ad personam.
Goethe era tutto per lui: la sua “stella polare”, il suo maestro, il suo modello, il suo dio. Anche se non sapeva niente di lui, quel giovanotto sapeva tutto di Goethe. Aveva vissuto gli ultimi anni in balìa della sua poesia. L’aveva scoperto per caso, dopo aver studiato e ammirato le opere di Schiller e Klop- stock; leggendo i versi di Goethe conobbe per la prima volta una felicità inesprimibile. “Era come se solo allora iniziassi a destarmi e a prendere veramente coscienza di me; come se in quelle poesie si rispecchiasse il mio animo che fino a quel momento mi era rimasto ignoto”, scriverà nell’introduzione alle “Conversazioni con Goethe”, apparse in due volumi nel 1836 (e di cui Einaudi propone ora nei Millenni una nuova edizione tradotta da Ada Vigliani, a cura di Enrico Ganni, con prefazione di Hans Ulrich Treichel). Per giorni e giorni, dunque, il giovane Eckermann non fece che immergersi in quelle poesie: “Trovai il cuore umano in tutte le sue aspirazioni, gioie e sofferenze, un carattere tedesco luminoso come un giorno di estate, e una realtà schietta nella luce di una delicata trasfigurazione”. Poi si procurò il Wilhelm Meister, la biografia di Goethe, le opere di teatro, e infine il Faust, misterioso e terribile, che prese a leggere nei giorni di festa: “Vivevo e mi muovevo continuamente in quelle opere e non pensavo ad altro, non parlavo d’altro che di Goethe”.
Ma chi era quel lettore invasato?Non un poeta, o non ancora; non un letterato; non un artista; e nemmeno un esteta. Tutt’al più, un aspirante tale. Era un piccolo impiegato alla cancelleria del ministero della Guerra, che sovrintendeva all’equipaggiamento dell’esercito dell’Hannover, ma aveva l’animo di uno spiantato. E infatti era quello che oggi chiameremmo un precario, un “co.co.co”, se vale ancora la sigla che indica le incerte prestazioni di tanti giovani costretti a sacrificare le loro ambizioni, andando avanti con lavoretti a termine e vari espedienti.
Johann Peter Eckermann era approdato in quell’ufficetto dopo un periodo di angustie fisiche e morali, che l’avevano spinto a rinunciare alle sue aspirazioni artistiche. Ad Hannover, in effetti, era arrivato nel 1815, in pieno inverno. Anche lì, sempre a piedi, dopo 40 ore di marcia attraverso la brughiera. Allora però era più giovane. Aveva appena 23 anni e proveniva dalle pianure delle Fiandre e del Brabante, dove aveva servito nel Corpo dei Cacciatori di Kielmannsegg, contro le truppe francesi del generale Maison, dopo aver preso parte alla campagna antibonapartista nel Meclemburgo, nello Holstein, e aver combattuto alle porte di Amburgo contro il maresciallo Davoust. S’era arruolato nell’esercito nella primavera del 1813, e finita la guerra, caduto Bonaparte, ripresa in mano la situazione con la Restaurazione anche in Prussia e il principe di Metternich al Congresso di Vienna, quando il Corpo dei Cacciatori venne sciolto, si trovò libero e senza un destino.
Il padre, un povero venditore ambulante di nastri e seta, che batteva le piazze tra Amburgo e Luneburgo, era morto. La madre, che filava la lana e cuciva cuffiette per signore, era rimasta a vivere nella vecchia casa, un tugurietto assai modesto, con la figlia maggiore che nel frattempo s’era sposata. Per lui, dunque, non c’era più posto nella natìa Winsen an der Lühe, un piccolo borgo sulle rive dell’Elba, infestato dalla palude e dall’alta marea, dove aveva vissuto l’infanzia libero come una betulla. Eckermann allora decise di darsi alla pittura.
Durante la campagna nelle Fiandre aveva scoperto la grande pittura fiamminga e gli si era dischiuso un mondo, ma quando capì che, essendo digiuno di studi e conoscenze, diventare pittore sarebbe stata un’impresa impossibile, si mise in cerca di un maestro e il primo che gli venne in mente fu un vecchio amico, incisore sul rame, conosciuto a Tournai, che viveva ad Hannover. Così fece fagotto e si presentò a casa sua. Per qualche mese visse da lui, esercitandosi nell’arte del disegno, copiando modelli di anatomia a più non posso, finché non cadde malato, di un male latente sin dal servizio militare, che lo spinse a rinunciare all’arte per trovarsi un lavoro. Fu così che finì impiegato dell’esercito.
Uscita dalla porta, l’arte però rientrò dalla finestra. La passione del bello lo divorava. Era un autodidatta. A 25 anni aveva iniziato a frequentare il ginnasio, aveva preso lezioni private di latino e greco, e l’anno dopo s’era anche iscritto all’università. Il molto tempo libero lo trascorreva a passeggio per la città e nei dintorni. Un allievo del suo maestro gli mise in mano i libri di Winckelmann, di Mengs, poi una raccolta di poesie. Leggendole, si mise in testa di scriverne anche lui, e cominciò a sfornare versi sul rimpatrio delle truppe. Fu un successo. Le sue poesie vennero persino messe in musica da un compositore popolare. Così si dischiuse per lui un’altra strada dell’arte.
In realtà, sin da piccolo, Eckermann avrebbe voluto diventare pittore, anche se non sapeva esattamente cosa significasse, e parlando col padre contadino non riusciva a immaginare un mestiere diverso da quello assai pericoloso che consisteva nel dipingere muri e porte, arrampicandosi su incerte impalcature col rischio certo di perdere l’equilibrio, cadere e perdere anche la vita.
In effetti, una sera, da bambino, s’era messo a copiare un cavallo che figurava sul marchio di una confezione di tabacco del padre, il quale, tornato a casa da Amburgo aveva preso a raccontare l’epopea della sua giornata ordinaria. Il disegno era venuto benissimo. Quelli che lo videro ne rimasero talmente estasiati che subito arruolarono il piccoletto per copiare fregi e altre decorazione utili a un vasaio. E da quel giorno, considerandolo un portento, gli riservarono un occhio di riguardo anche i notabili del luogo, che decisero di mandarlo a lezione dai precettori dei ricchi.
Eckermann infatti era nato in una famiglia di contadini, ultimogenito di secondo letto di un padre che lo ebbe a 51 anni da una donna di 41. Poverissimi. La principale fonte di sostentamento, oltre a un pezzo di terra che forniva ortaggi tutto l’anno, era una vacca che in più del latte quotidiano produceva ogni anno un vitellino. Il piccolo Eckermann ebbe un’infanzia agreste e molto rousseauiana. Ogni giorno, durante la bella stagione, andava a raccogliere canne palustri sul greto del fiume, per farne una lettiera per la vacca; poi quando l’erba cresceva, passava le giornate a guardare il bestiame; d’estate zappava l’orto e andava nei boschi a tagliar legna per l’inverno; poi di nuovo a spigolare il grano nella stagione della mietitura; e d’autunno ancora nel bosco, per raccogliere le ghiande da rivendere come mangimi per oche. Di tempo per andare a scuola ne restava ben poco, tanto più che quando crebbe un po’ cominciò pure ad accompagnare il padre nelle sue deambulazioni lungo l’Elba, restando fino a tredici anni quasi perfettamente analfabeta. “Non sapevo nemmeno che esistessero al mondo la poesia e le belle arti, e così, per mia fortuna, non potevo provare alcun desiderio di questo genere”, confesserà molti anni dopo nel libro che l’avrebbe reso famoso.
 Per lui, dunque, la vocazione all’arte fu un fatto naturale, nato da un bisogno, più che da un capriccio, e apparso per caso, come succede a quegli animali che imparano a usare un organo, senza averne mai conosciuto la funzione. Fu insomma il prolungamento misterioso e incontenibile di una dote innata che sin da piccolo lo portò a riprodurre la natura, seguendo un’idea divina, imperscrutabile e molto goethiana che non per niente riaffiora di continuo nelle pagine del libro su Goethe, ispirando la pedagogia del perfetto umanista, del saggio, padrone di sé e del proprio destino, ché obbedisce a pochi principi severi: “Coltivare solo ciò verso cui ci si sente portati in modo irresistibile da un impulso dell’animo”; “assecondare la giusta inclinazione, sapendo che quella sbagliata non è produttiva, e cioè non produce alcun valore”; “alimentare il proprio ingegno sapendosi limitare e isolare”.
Eckermann non avrebbe avuto alcuna difficoltà ad applicare questi principi a se stesso. Durante i nove lunghi anni passati accanto a Goethe, divenne il discepolo più perfetto del suo già perfetto maestro, trovando così la propria missione e il senso della vita. Era un solitario, un antisociale, uno che rifuggiva volentieri dal commercio col mondo per ritrovare il silenzio della natura. “Non sono stato educato alla vita di società” è il Leitmotiv del suo diario quotidiano in casa Goethe. “Ogni serata a teatro, ogni conversazione si imprime nel mio animo come un evento epocale”. E si capisce perciò come sia nata l’idea di una raccolta di conversazioni, che Goethe accettò subito a condizione che fosse pubblicata dopo la sua morte, e al quale si prestò volentieri, anche se poi Eckermann fece di testa sua, ignorando per esempio interi capitoli eruditi allestiti da Goethe, riducendone altri considerati importantissimi, andando a pescare direttamente nella sua memoria, o negli appunti del ginevrino Soret, quando si trattò di aggiungere un terzo volume ai primi due.
Era un originale, un meditativo, un devoto. Un’anima semplice e uno spirito arcaico. Come Goethe, credeva nel magnetismo animale e si nutriva di prodigi e presagi vedendo in sogno quello che sarebbe accaduto, o che desiderava accadesse. Ai riti della società preferiva i suoni della natura, il vento, la pioggia, il gelo, che spesso usava come metafore per descrivere l’umore del suo idolo e maestro; i suoni degli uccellini, la bigiarella che canta a fine marzo, la capinera che arriva in aprile, l’usignolo, che compare una settimana dopo e la sterpazzola, che arriva ai primi di maggio, seguita dalla cutrettola e dall’oriolo dorato, tutte specie che conosceva a menadito come la loro muta, per aver vissuto da bambino nei boschi dell’Ettersberg, ed essersi riempito la casa di fanelli, ma anche falchi, sparvieri, e altri rapaci, in tutto 40 specie di volatili, che allevava personalmente lasciandoli liberi di svolazzare e dai quali, a un certo punto, dovette separarsi per motivi pecuniari.
Era un Papageno compito, un Papageno del Baltico. Goethe lo conquistò, lo requisì, lo sequestrò. Lo volle accanto per vivere con lui gli ultimi anni della sua vita, vedendolo in continuazione, dialogando con lui, interrogandolo sui segreti della natura che aveva l’aria di conoscere in tutta la sua saggezza, testando su di lui le sue teorie e riversandogli addosso i suoi dubbi e i suoi umori. Eckermann non aveva alcuna intenzione di restare a Weimar? Goethe gliel’ordinò. Eckermann fu invitato a collaborare da una prestigiosa rivista inglese? Goethe lo convinse a rifiutare, con una smorfia seccata di disapprovazione verso quel lavoro venale. Eckermann era fidanzato da quando aveva 19 anni con una Johanna Bertram, che non riusciva a sposare per la sua vita da precario? Goethe lo dissuase dal farlo e riuscì a dissuaderlo sino all’ultimo, tant’è che i due si sposarono solo nel 1831, un anno prima della morte di Goethe, e lei morì tre anni dopo, dando alla luce il loro primo e unico figlio.
Impagabile era per lui la felicità di vivere accanto a un genio, di entrare nella sua orbita, di respirare il suo pensiero, di uscire in carrozza per una passeggiata prima di pranzo, o girargli intorno mentre sedeva su un prato e addentava un piccione arrosto. E bisogna leggere in controluce la sua biografia involontaria che sono le Conversazioni con Goethe – “il miglior libro tedesco che ci sia”, assicurava Friedrich Nietzsche – per scoprire gli scarti, il dissenso, il diverso parere che separa maestro e allievo, e allontana l’emulo dal modello. Si scopriranno, per esempio, le piccole meschinità con cui Goethe guarda a Lord Byron, il suo alter ego e concorrente, che affoga nelle acque di Corinto per troppo contrasto, troppo conflitto con la società circostante; o l’insofferenza verso Alessandro Manzoni storico della peste e della carestia, ché spezza il nobile ideale del romanzo con descrizioni troppo realistiche del male; e ancora la permalosità dello scienziaato che, contro Newton, ha elaborato la teoria dei colori, ma rifiuta beffardo di discuterne le obiezioni del suo sottoposto dubbioso, di cui nulla scalfisce però la devozione ammirata: “Benedicevo il mio destino, che dopo le più curiose traversie mi aveva incluso fra i pochi che godevano della compagnia e dell’intima confidenza di un uomo la cui grandezza aveva pervaso così intensamente la mia anima solo pochi minuti prima e che adesso era di persona davanti a me in tutta la sua amabilità”.
Eckermann è stato preso molto in giro per questa sua devozione ossessiva. Ci fu chi lo irrise come Heinrich Heine; chi si sentì in dovere di difenderlo, come Sainte-Beuve in una Causerie del 1862; chi come Eduard Hitschmann, medico curante e allievo di Freud, scrisse un saggio nel 1933 per spiegarne l’omosessualità passiva, il complesso di Edipo e il narcisismo che ispiravano l’affiliazione a Goethe. E persino chi come Martin Walser, nel dramma “In Goethes Hand”, che fa il verso a “In Gottes Hand”, in mano di Dio, ha scomodato la provvidenza sia per sostenere la perversa natura della tradizione tedesca, dove Goethe serve sempre a legittimare qualcosa, sia per spiegare l’esiguità dei compensi corrisposti a Eckermann col tenore di vita al quale aveva accesso. Non si trattava di retribuire il lavoro di un segretario, ma di provvedere alle necessità di un amico, che Goethe svezzò, rivestì, rieducò, introdusse a corte, dove per due anni fu precettore del figlio del granduca, ricompensò con una laurea honoris causa dell’Università di Jena, e chiamò sempre il “mio bravo dottor Eckermann”. Eppure, a due secoli di distanza, in un mondo disastrato da tutto quello che Goethe aborriva e tentò di scongiurare – il trionfo della mediocrità, la fine del buono, del bello, del grande, la morte della natura, il silenzio di Dio – la figura di Eckermann, il piccolo poeta sconosciuto, amanuense fedele, innamorato del genio ma incapace di monetizzare le sue prestazioni, continua ad evocare la grandezza della gratuità del sapere in cambio di una gioia senza prezzo.

Marina Valensise
© Il Foglio,  6 settembre 2008 

 

sfoglia
aprile        giugno
 


 
   
Contattami