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Dante vincera’ sui nuovi barbari
Pubblicato il 9 febbraio 2009, in Diario

Poeta, attore, musicista, scrittore, biografo, latinista, germanista, umanista in senso lato, lettore vorace e sulfureo, conservatore teatrale e fluviale, fra i tanti aspetti della sua personalità Quirino Principe deve prediligere quello di filosofo della cultura, come egli stesso si definisce, declinando il termine “storiografo”. E in effetti vanta un primato. Fu il primo a parlare di scontro di civiltà, con un anticipo di almeno vent’anni sull’americano Samuel Huntington. All’epoca, era un semisconosciuto professore al liceo Manzoni di Milano. Era cresciuto meditando gli scritti di Nietzsche e traducendo le opere di Ernst Jünger, il soldato della Prima guerra mondiale teorico dell’Anarca, del Lavoratore, della Mobilitazione totale, sopravvissuto alla Repubblica di Weimar, al Terzo Reich, al maëlstrom nichilista che seguì il crollo del nazismo. Per forza di cose, dunque, il prof. Principe era uno di quei tanti docenti temuti e odiati, che deliziavano i loro allievi inscenando drammi di Goethe e poemi di T.S.Eliot, o raccontando le avventure  del Parsifal. E oggi che come allora continua a dispensare la sua scienza musicale a sciami di adolescenti ignari, guarda con la stessa preoccupazione alla “nuova barbarie” che minaccia l’occidente, paragonandola all’assalto dei Goti sull’impero romano nei secoli bui. “Il mondo attuale è molto simile al quello che visse la caduta dell’impero romano di occidente”, dice infatti il professore. “Esistono elementi di totale coincidenza: una crudeltà fiscale crescente, una crisi demografica dilagante, un’invasione barbarica questuante e strisciante e infine la stessa connivenza della chiesa coi nuovi barbari, come nel V secolo dopo Cristo”. L’unica differenza, forse, sta nel fatto che allora si era agli albori della civiltà, mentre oggi si parla apertamente di decivilizzazione e inselvaggimento. “Allora i barbari erano feroci, ma innocenti”, incalza il prof. “Erano bestie, stupratori, che legavano una fanciulla a due carri rivolti in senso opposto per squartarla, ma rimanevano colpiti dalla nostra civiltà anzi catturati, come quel Droctulft, il guerriero longobardo scoperto da Benedetto Croce in un testo di Paolo Diacono e finito pure in un racconto dell’Aleph di Jorge Luis Borges. Inviato in avanscoperta da Alboino, costui rimase talmente folgorato alla vista della città di Ravenna, da rinuncare all’assedio, abbandonare i suoi e morire difendendo l’ordine di quella stessa città che prima voleva distruggere. ‘Sa che in essa egli sarà un cane, o un bambino, e che non potrà mai capirla – scrive Borges nel suo racconto – ma sa anche che essa vale più dei suoi dèi e della fede giurata e di tutte le paludi di Germania’”.
Diverso il caso dei barbari nostri contemporanei, i musulmani integralisti che sciamano per le vie delle nostre città inneggiando a Hamas e pregano a testa in giù verso la Mecca prosternandosi davanti al Duomo di Milano o davanti a San Petronio di Bologna. “Questi qui arrivano con una cultura loro, che li rende compatti”, dice Principe. “Come facciamo a difenderci? ‘Hanno una cultura forte’, diceva il cardinale Giacomo Biffi, ‘hanno una fede e noi niente’. Ma questo mi offende. Come sarebbe a dire niente? Io ho Goethe, ho Dante Alighieri, che tu cristiano non leggi, perché ormai leggi solo don Giussani e hai smesso pure di leggere Manzoni; io ho Montaigne, ho Michelangelo, ho Montesquieu, Hölderlin, Kafka e mi sento molto forte, anzi fortissimo…”
I conti però non tornano. Tutti questi grandi autori infatti sembrano armi spuntate. “Niente affatto”, insorge Principe e si mette a rievocare una sua recente lectura Danctis, a Rimini. “Ho letto il Canto XVIII dell’Inferno, dove Dante incontra Maometto lacerato dai demoni, come seminatore di discordia, e lo descrive ‘rotto dal mento infin dove si trulla’, cioè spaccato in due dal mento sino alle parti invereconde, che fanno cose maleducatissime, mentre le interiora e il sacco dello stomaco dipinto con perifrasi volgare gli pendono giù dalle gambe (Tra le gambe pendevan le minugia;/ la corata pareva e ’l tristo sacco/ che merda fa di quel che si trangugia). Nello stesso canto si parla di Alì, il genero di Maometto ‘fesso nel volto dal mento al ciuffetto’, altro seminatore di scandali e di scismi tra sciiti e sunniti. Alla fine della mia recitazione, si avvicina un signore ben distinto e mi fa: ‘E’ stato molto bravo lei’ – e a questo punto l’attore che vive in Quirino Principe si mette a mimare un arabo che parla in italiano. ‘Io sono musulmano e non tollero che si debba leggere un canto come questo’. Lei avrà pure da ridire sull’affresco di san Giovanni da Modena a San Petronio di Bologna?, gli ho risposto. ‘Sì dovreste raschiarlo o nasconderlo’. Ecco, la loro tesi è distruggerlo pezzo per pezzo come i Budda afghani smantellati per mano dei talebani. Gli integralisti islamici vorrebbero far saltare in aria le piramidi, la cui presenza fisica è la premessa di una conquista coloniale. Per questo al fanatismo non si può contrapporre un altro fanatismo, ma la consapevolezza della nostra cultura europea. E la differenza non è tra chi ha fede e chi non ha fede” insiste Principe, “ ma tra chi ha coraggio e chi non ce l’ha sul piano individuale. Conosco tante persone che la pensano come me, che si professano laici intransigenti e grandi ammiratori di Ernst Jünger, come se fossero una società segreta, ma quanti di loro avrebbero il coraggio di combattere i nuovi barbari? Di prendere le armi e contrapporsi in uno scontro frontale? Nessuno”.
C’è molto dell’Anarca in questa idea, la figura insulare, concepita da Jünger, del grande Solitario che resiste alle tempeste della storia, ritirandosi in se stesso, ultimo baluardo su cui è sovrano, e nel mondo delle sue letture. In fondo, la stessa biografia di Quirino Principe, dimostra che è una via percorribile. Quando coniò l’espressione di scontro di civiltà, Principe infatti era già un antimoderno. Viveva in comunione di spirito con Guido Ceronetti, con Elémire Zolla e altri irregolari, denunciando l’abuso dell’automobile, e contrastando con l’erudizione i dogmi benpensanti del progressismo. Aveva scritto un paio di saggi così luminosi sul destino della scuola e l’incultura (“Vita e morte della scuola”, del 1970, “Manuale di idee per la scuola” del 1977), che oltre a risultare oggi introvabili, gli erano valsi l’avvio di una discreta carriera, culminata come coordinatore per la sezione storica dell’Enciclopedia Europea alla Garzanti. Insomma, era un umanista in trincea. Grande conoscitore dell’arte classica, di Antico e Nuovo Testamento, si era laureato sotto la guida del cattolico Luigi Stefanini su Filone d’Alessandria, il filosofo ellenistico che interpretò la Bibbia secondo la filosofia di Platone, scoprendo nel trattato sulla Creazione del mondo secondo Mosè un’allegoria della creazione della scala musicale. Tutto sembrava annunciare un radioso avvenire in uno dei gangli dell’industria culturale italiana, senonché, un bel giorno il professore mollò tutto.
Era il 13 dicembre 1969. Il giorno prima era scoppiata la bomba di piazza Fontana, nell’atrio della Banca nazionale dell’agricoltura. Livio Garzanti – editore genialoide e imprevedibile per quel suo modo, che descrive lo stesso Principe, di alimentare nei suoi dipendenti “rapporti instabili e nevrotici, aleatori e sempre periclitanti, umorali e varianti da una predilezione ostentata a un freddo odio umiliante, con alti e bassi sovente ripetuti a ciclo nell’arco di una sola giornata” – ebbe una battuta infelice: “Dottor Principe, secondo me sono stati i suoi amici, i terroristi altoatesini”. Il professore, nativo di Gorizia, temprato da un’educazione militare dopo un’infanzia, vissuta in piena guerra, in balìa di un commando della Wehrmacht, non ci vide più. Offeso nell’intimo, umiliato nel suo orgoglio etnico-culturale, afferrò la scrivania e la scaraventò a terra, con tanto di portapenne, matite, portafoto del figlio neonato, spaccandola in due davanti agli occhi attoniti del Garzanti. Poi s’alzò, agguantò la borsa e scomparve. Non avrebbe mai più rimesso piede in via della Spiga, lasciando lì anche l’ultimo stipendio, segno di massimo sdegno. Quel giorno si compì il suo destino. L’ardore del gesto, infatti, fece il giro dei salotti milanesi e nel giro di ventiquattr’ore Principe venne arruolato da Alfredo Cattabiani alla Rusconi, dove per lui iniziò un’altra avventura.
“Quando nel 1969-70 mi accollai l’immane compito di ritradurre il ‘Signore degli Anelli’ di Tolkien per curarne l’edizione italiana, mai avrei immaginato che sei anni dopo il Fronte della Gioventù dichiarasse ‘è un libro nostro’, mentre la sinistra lo disprezzava e i cattolici volevano dimostrare che Frodo era una metafora di Gesù Cristo e Tolkien di San Fancesco. Mi ha sempre  irato quella strana forma di compatimento cattolico verso la presunta assenza di spiritualità dei laici. Ma allora, mi domando, i Kafka, i Leopardi, i Nietzsche, gli Schopenhauer, coloro il cui ritratto tengo appeso sul mio computer, son tutti privi di spiritualità? La spiritualità da laico esiste eccome. La mia si fonda sulle “Elegie ruinesi” di Rilke, sulle poesie di Kavafis, sui romanzi di Thomas Mann, Dostoevskij, Proust: tutti autori che esistono perché prima di loro c’è stato il cristianesimo, certo. Ma dire che la cultura occidentale, per il fatto che ci sia stata una contestazione della religiosità, non abbia un briciolo di spiritualità mi offende profondamente. A volte mi si avvicina una ragazza – continua Principe mimandone la voce chioccia come se fosse su un palcoscenico – ‘volevo dirle che io sono di Cl, sono cristiana e vorrei essere rispettata nelle mie idee e nella fede’. E pure io  voglio essere rispettato nella mia.”
Impresa problematica, visto l’alto rischio di nichilismo che oggi sembra minare la stessa sopravvivenza di una cultura europea e di una tradizione incapace di difendersi perché nega le sue radici. Il professore però sembra perplesso, e per rispondere sfodera un nuovo aneddoto. “‘Non dimenticate’, mi disse una volta un musulmano, ‘che noi abbiamo una nostra cultura, abbiamo Omar Hayyâm…’ Taci, gli urlai. Tu il poeta, astronomo, filosofo, matematico medievale vissuto in Persia all’epoca dei Selgiuchidi, non sei nemmeno degno di nominarlo. Non ne siete degni. Se vivesse oggi, voi lo seghereste vivo, tanto rappresenta il bello, la musica, il vino, la pittura, l’edonismo, la libertà della ricerca e della conoscenza. Insisto: la forza per contrastare il fanatismo noi europei possiamo trarla solo dalla coscienza di ciò che siamo. Certo, non è facile, perché quando la chiesa ha distrutto l’uso del latino, tant’è che non c’è un prete sotto gli ottant’anni che lo conosca, quando ha deciso di gettare nella spazzatura il suo patrimonio musicale e l’altissimo significato formale di quest’arma spirituale, ha buttato a mare l’intera cultura occidentale, per farsi africana, asiatica, e consegnarsi mani e piedi ai nuovi barbari e trascinarci dentro tutti”.
Ma cosa impedisce a noi europei di ritrovare il coraggio? “Già perché la magistratura cala le brache e manda libero un terrorista dicendo che nella sua patria è un patriota? Perché questo cupio dissolvi, questo desiderio di morte? Perché da Plauto a Dante, e poi a Boccaccio, a Petrarca, a Machiavelli, a Vico e sino a Leopardi e Manzoni, la nostra cultura ha sempre considerato non molto avveduti i detentori del potere, sia nelle forme del legislatore sia in quelle dei magistrati giudicanti. Nasce forse da qui l’odio per l’esercizio della libera ragione”.
Questo sul piano del potere, ma sul piano delle idee, cos’è che non va? “Me lo son chiesto spesso. Essendo un uomo di teatro, le risponderò con l’esempio del ‘Don Giovanni’ di Mozart. Don Giovanni è un seduttore, volendo uno stupratore, visto che l’opera  inizia con un mancato stupro; è un mentitore, un cinico, un traditore, però di una cosa non manca quando (Metà di voi qua vadano,/ E gli altri vadan là,/ E pian pianin lo cerchino:/ Lontan non fia di qua) travestito da Leporello, Don Giovanni parla di se stesso: ‘Se un uom e una ragazza/ Passeggian per la piazza;/ Se sotto a una finestra/ Fare all’amor sentite,/ Ferite pur, ferite:/ il mio padron sarà!/ In testa egli ha un cappello/ Con candidi pennacchi/ Addosso un gran mantello,/ E spada al fianco egli ha’). A un certo punto incontra donna Anna e Don Ottavio: la prima è atterrita, l’altro invece non ha capito che proprio lui è Don Giovanni, il seduttore, e gli domanda, volete  essere dei nostri? ‘Questa man, questo ferro, i beni, il sangue/ spenderò per servirvi’, riponde Don Giovanni, ed è sincero. Si cimenta. Sarebbe pronto a combattere per difendere l’onore di una donna che lui stesso ha tentato di violentare. Ma cosa fa Don Ottavio  quando capisce che gli stanno insidiando la fidanzata? Va a chiamare la polizia. E’ una svolta decisiva nella storia del ‘vir’ . Il maschio di Don Giovanni con tutti i suoi peccati, è pronto a usare la spada che ha sempre al suo fianco. Ottavio, invece, non ha la spada e se gli si insidia la fidanzata, invece di agire chiama la polizia. Da quel momento inizia la decadenza del maschio in occidente. Naturalmente è un archetipo, un modello ermeneutico, ma vale anche per molti altri aspetti della rinuncia dell’occidente alla sua essenza”.  
A questo punto il professore parte come un fiume in piena per un lungo excursus su Tristano e Isotta, i Nibelunghi, il Trobar claus, l’amor cortese e la passione dell’eros che per lui costituisce l’essenza dell’occidente, e la matrice intima del suo nucleo meraviglioso, come dimostrò negli anni Trenta il famoso saggio di Denis de Rougemont. “L’occidente è l’amore di Tristano e Isotta, che ha per oggetto il trasporto e la strana tensione tra sensuale e religioso che fonda la lingua e la letteratura dei paesi europei. La donna amata è un essere superiore, una specie di dea, che sana le mie ferite. La poesia trobadorica usa la metafora dell’amor-militia, come combattimento contro gli infedeli, dell’amor-martirium, come sopportazione di un supplizio, dell’amor-servitium, come rapporto feudale.
E’ questa l’essenza dell’occidente, l’eros, la spada, la fede, la bellezza, la musica e la poesia. Tant’è che ai tempi delle Crociate, Riccardo Cuor di Leone con una mano rompeva la testa agli infedeli con la mazza ferrata, e con l’altra scriveva poesie e componeva musica. Il cristianesimo disloca lo spirito di conquista sanguinaria e la guerra tra stati contro gli infedeli e questo porta alla creazione dei miti e delle metafore che definiscono lo spirito occidentale. Le Crociate, infatti, furono truppe, milizie, esercito, combattimento, fatica e sangue, tutte cose orribili a dirsi e vedersi, anche a causa dell’odio religioso. Ma dal combattere per l’ideale della fede nacque il nucleo meraviglioso dei Nibelunghi, della Chanson de Roland, del Cid, nasce la lingua italiana con la poesia amorosa di Giacomo da Lentini alla corte di Federico II e il Dolce Stil Novo. Stiamo parlando della musica, della filosofia, dell’arte di vivere, della civiltà, del desiderio di benessere e un minimo di giustizia sociale che caratterizza l’occidente rispetto al resto del mondo: un coacervo di ingredienti disparati e contrapposti, dove la religione, il desiderio di purificazione, l’anelito alla trascendenza convivono con l’amore per la bellezza, e il misticismo con l’eleganza elitaria, come nel Parsifal di Wolfgang von Eschenbach, dove la festa nel monastero di Montserrat intorno al sacro Graal, la coppa in cui Cristo ha bevuto, testimonia di un luogo mistico e sontuoso al tempo stesso”. Ma alla fine, se uno gli domanda: da dove nasce il senso di colpa dell’Europa? Dall’aver smarrito quest’essenza, forse proprio per effetto dell’anticristianesimo, che egli invece ha tanto a cuore? Quirino Principe da nietzschiano impenitente risponde convinto: “No. Non è il tradimento dell’identità cristiana, ma il lento lavorio dello stesso cristianesimo che col tempo ha eroso tutti questi aspetti esteriori della civiltà europea e adesso ne sta erodendo il nucleo”. Sicché secondo lui per capire la differenza che esiste tra un libero e un lacchè ormai bisogna leggere le parole di un poeta, Theodor Storm, scelte da Jünger come epigrafe del saggio sul generale Ludendorff, il teorico della mobilitazione totale, e conservate dal prof. nel suo vademecum: “Der Eine fragt:  was kommt danach?/ Der Andere fragt nur: ist es recht?”. “Il primo domanda: cosa succede dopo? L’altro domanda solo: è giusto ciò che faccio?”.


Marina Valensise
© Il Foglio, 7 febraio 2009


Il grande silenzio laico
Pubblicato il 12 gennaio 2009, in Diario

Qualcosa di strano sta succedendo sotto i nostri occhi, e la cosa più strana è il silenzio delle istituzioni, la risposta balbuziente e indecisa data dai politici. Sabato scorso, alcune migliaia di musulmani (900 mila residenti in Italia) si sono dati di nuovo appuntamento nel centro di Milano per pregare rivolti verso la Mecca e invocare la protezione di Allah sui fratelli di Hamas ingaggiati in guerra da Israele nella Striscia di Gaza. Stavolta, l’orazione del tramonto, la quinta del giorno secondo il calendario coranico, si è tenuta non davanti al Duomo, ma nel  piazzale antistante la Stazione centrale. Dopo aver sfilato per le vie della città in un corteo di protesta contro le bombe israeliane su di Gaza, con i solito corteggio di slogan antisionisti, gli oranti musulmani si sono dispiegati in ginoccchio in ordine militare, e a piedi nudi davanti  ai loro tappetini di fortuna hanno invocato Allah. “Sembra di stare a Bagdad”, ha detto un passante al cronista di Repubblica. Erano “come un esercito”, ha osservato un caldarrostaio al cronista di Libero.
La presa di possesso della piazza milanese da parte di un gruppo di musulmani si aggiunge a quella di Torino,  Genova, Firenze, Roma, dove migliaia di persone sono sfilate in corteo, dando alle fiamme la bandiera israeliana, per esempio a Torino davanti all’associazione Italia-Israele, a Firenze davanti  al consolato americano, inneggiando propositi guerrieri (“Hamas vince, Israele boia”), e seminando scritte antiebraiche sui negozi degli commercianti ebrei, com’è successo a Roma nei pressi della sinagoga vicino Piazza Bologna.  A Genova, il corteo pro-Palestina ha sfilato sino alla cattedrale di san Lorenzo, con la solidarietà dell’Arci, dell’Unione democratica arabo palestinese,  di Legambiente, Rifondazione Comunista, ma anche della Rete contro il G-8 e del centro di Documentazione per la pace. Ma la simbologia evocava quella dei funerali dei neonati palestinesi, finti feretri di fagottini insanguinati, e versetti del Corano per chiedere la fine dei raid israeliani e dell’olocausto di Gaza. Nessun inno al partito di Hamas, avevano deciso gli organizzatori, per evitare strumentalizzazioni, ma solo uno sventolio di bandiere. Unici commenti, quello del rabbinbo Momigliano, che ha parlato di “ guerra tragica ma giusta”, e l’imam, che gli ha risposto: “Spero prenda le distanze da Israele così come noi le prendiamo dai terroristi islamici”.
I cattolici restano in silenzio davanti a queste manifestazioni di straordinaria potenza simbolica. Tace ormai da anni il vecchio e saggio cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo emerito di Bologna, che anni fa propose con grande scandalo nazionale una immigrazione selettiva a favore delle popolazioni cristiane. Tace o parlotta il cardinal Dionigi Tettamanzi, dopo la goffa richiesta di scuse accettata pro bono pacis dall’arciprete del Duomo di Milano, mentre l’arcivescovo di san Marino, Luigi Negri denuncia sul Giornale “gli aspetti stridenti in preghiere islamiche nelle piazze italiane da parte di chi incita all’odio e brucia le bandiere”.
Eppure quello più clamoroso non è il silenzio della Chiesa. Il silenzio che più fa rumore è quello della classe dirigente, come se un dispiegamento di forze così potente sul piano simbolico potesse neutralizzare ogni argomento politico o farlo scadere, in partenza, come inutile e pretestuoso. Certo, personalità della destra politica e culturale si sono espresse, ma con un timbro di autorevolezza ridotto dalla “tipicità” di quelle voci (i soliti “sobillatori”, direbbe Gad Lerner) e dall’isolamento in cui quelle parole sono cadute.
Il focoso ministro della Difesa Ignazio La Russa ha detto “basta alle provocazioni degli islamici a Milano”. Ha spiegato di non aver nulla nulla da obiettare alla preghiera o al diritto di manifestare senza violenza. “Ma a Milano, ha aggiunto, una manifestazione legittima si è conclusa in una provocatoria moschea a cielo aperto, e in un’occasione di odio, bruciando le bandiere di un paese amico”. Come lui ha parlato anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi, scrivendo al premier Silvio Berlusconi per chiedere di “espellere i manifestanti razzisti filo Hamas”; ma è incorso nel veto dei partiti di opposizione, Pd e Pdci, che attraverso il ministro ombra Marco Menniti hanno spiegato che “non si può equiparare chi brucia una bandiera ai terroristi”. E poi “Milano non è Gaza, e nemmeno l’Iraq”, ha aggiunto il vicesindaco Riccardo De Corato, deputato Pdl. Sul Giornale l’antropologa Ida Magli ha scritto con enfasi accorata: “Non possiamo lasciar prevalere l’islamismo senza perire”. La Magli, che ha un passato di religiosa, ha salutato il sussulto di coscienza davanti al sequestro jihadista delle piazze europee, che rende consapevoli di quanto la nostra civiltà sia fragile, soprattutto a causa dei suoi stessi valori principali, “il cristianesimo, la libertà, la indulgente benevolenza tipica del carattere degli italiani”.
Forse proprio così si spiega il silenzio delle alte cariche dello stato, dei maggiori leader parlamentari. E anche una certa reticenza di stampa e tv, una ritrosia a farsi coinvolgere di intellettuali liberali di solito combattivi e presenzialisti. Come se in nome della libertà di pensiero, della libertà di culto, non si potesse non si dica interdire e vietare, ma nemmeno commentare un fatto così cospicuo dal punto di vista civile e politico e religioso, salvo scatenare una reazione opposta e contraria nei cristiani, e dunque riaprire la cicatrice dell’inimicizia religiosa, rimarginata grazie allo stato laico. Per questo, probabilmente, tace sulla questione il presidente della Repubblica, tace il presidente del Senato, tace il presidente della Camera, il presidente del Consiglio, il ministro dell’Interno.     
L’ultimo episodio segna un salto di qualità, comunque lo si giudichi e comunque si intenda definire una possibile risposta: non è la semplice preghiera in pubblico di un gruppo di immigrati musulmani. E’ il gesto di una offensiva politica, condotta su una piattaforma non nazionalista e tantomeno di patriottismo liberale, bensì islamica. Un pezzo del mondo islamico si scopre fiancheggiatore in preghiera del jihad davanti alle cattedrali e nelle piazze europee, e questo rischia di rendere problematica la famosa convivenza multiculturale. Per contribuire a bucare con opinioni non conformi e non banali il grande silenzio o la grande opacità che sono sotto i nostri occhi, abbiamo come al solito fatto girafre un certo numero di opinioni.

Marina Valensise
© Il Foglio, 13 gennaio 2009


Il dubbio dei chierici europei: "Accettiamo la sfida?"
Pubblicato il 5 gennaio 2009, in Diario

Roma. Migliaia di musulmani che pregano in ginocchio e a testa in giù, sul sagrato di Notre Dame a Parigi, del Duomo di Milano, della basilica di San Petronio a Bologna.  Tutti schierati in ordine geometrico e rivolti verso La Mecca. “E’ un fenomeno inedito di grande forza politica e simbolica”, ammette Mona Ozouf, la grande storica della festa rivoluzionaria. E non c’è bisogno di conoscere il passato con i suoi rituali e le sue liturgie caduti in desuetudine, per cogliere il significato di quell’assembramento islamico nel cuore dell’Europa. “I musulmani restituiscono ai nostri luoghi sacri il loro significato religioso, che avevano perso, per via della secolarizzazione”, avverte Pierre Manent che guarda con un po’ di sgomento e molto pessimismo al futuro dell’Europa. E in effetti a Parigi si sente parlare di amicizie che finiscono, tramontando d’improvviso su un dissenso insanabile tra il riformista che davanti al fanatismo incombente  invita a coltivare la calma e la ragione e l’amico militante “gauchiste” che invece in un raptus propalestinese esclama: “Per fortuna che l’Iran ha la bomba atomica”. Il conflitto arabo-israeliano ha dilatato i suoi confini per arrivare qui fra noi, nel cuore d’Europa. Il vero dramma però è un altro. La nuova situazione apre un interrogativo al quale l’Europa da un lato non può sottrarsi, e dall’altro, non sa rispondere. Ne è convinto per esempio Pierre Manent, il filosofo della politica che meglio di altri ha affrontato nei suoi saggi questo dilemma contemporaneo: “L’islam e Israele domandano all’Europa che cos’è. L’Europa però non può rispondere se non con parole neutre e vuote, perché non può riferire quell’interrogativo a se stessa”. Il ragionamento è semplice: in Europa, la religione viene confinata in un sentimento privato, a un semplice fenomeno della coscienza personale, mentre in medio oriente e ora nel mondo intero si affrontano due comunità per le quali invece la religione è inseparabile dal corpo politico. Inevitabile il dissidio e il suo dilemma delicato. “Siamo arrivati al termine del processo di secolarizzazione tipico degli stati laici e liberali di confessione cristiana” spiega Manent. “Non serve più a niente utilizzare il linguaggio dei diritti dell’uomo, dell’eguaglianza dei diritti individuali, quando la religione appare nella sua dimensione comunitaria, polarizzata su grandi masse antagoniste. Urge elaborare una grande politica collettiva, e dunque un discorso che abbia un senso per gli uni e per gli altri: ed è quello che oggi più manca a noi europei, incapaci come siamo persino di formulare il problema teologico politico che stiamo vivendo”.
Dal Regno Unito fa eco a Pierre Manent il filosofo conservatore Roger Scruton, una delle menti più lucide nel cogliere la fine della tradizione e la crisi di identità che attanaglia l’Europa. “Certo, lo spettacolo è impressionante” concede Scruton. Ma da buon empirista a sfondo scettico aggiunge: “Tuttavia, per dare un giudizio, bisogna capire prima di tutto per cosa preghino queste masse di musulmani accovacciate a carponi sui sagrati delle capitali europee. Pregano per la pace? Nel qual caso nulla quaestio. Lo facciamo anche noi cristiani, postcristiani secolarizzati e laici, senza però darlo troppo a vedere. I musulmani invece hanno un atteggiamento molto più ostentato di noi. Ma esprimere solidarietà raccolti in preghiera non è un’abitudine aliena a noi cristiani europei”. Se pregano per la pace, dunque, non avremmo nulla da obiettare. Diverso il caso se invece scoprissimo che i musulmani pregano per qualcos’altro, per esempio per la guerra e per la distruzione dello stato di Israele. “In tal caso, ammette Scruton, sarebbe una vera e propria sfida, che mette in gioco la paranoia del mondo musulmano, il quale, sentendosi inferiore dal punto di vista tecnologico, è da decenni alla ricerca di una rivincita contro l’occidente, e adesso cerca di infliggerla attraverso il conflitto con lo stato di Israele, che è una creazione dell’occidente”. Sarebbe una sfida epocale, insomma, non meno impegnativa di quella lanciata dai governi che per decenni hanno legittimato l'ideologia del multicultualismo a tutti i costi.

Marina Valensise
© Il Foglio, 6 gennaio 2009


Leggere Maometto a Parigi e scoprire che era quasi come Voltaire
Pubblicato il 20 agosto 2008, in Diario

Già paese islamico moderato, la Francia batte l’America uno a zero in fatto di tolleranza editoriale, segnando un record in termini di libertà. E infatti, mentre la casa editrice americana Random House rinuncia a pubblicare “The Jewel of Medina”, romanzo dell’esordiente Sherry Jones su Aïcha,  terza moglie e preferita del profeta Maometto, per non offendere la comunità mulsmana e non incorrere in qualche fatwa, un piccolo editore francese, Stéphane Watelet, fa sapere che la biografia romanzata scritta da Geneviève Chauvel sullo stesso tema (“Aïcha, la bien aimée du prophète” Editions Télémaque, 19,90 euro) ha venduto in un anno diecimila copie copie in Francia, Belgio e Svizzera. Così, le due sponde dell’Atlantico rischiano di allontanarsi per colpa di un matrimonio celebrato 15 secoli fa.
Se gli americani si dilaniano tra il principio di precauzione, invocato dall’islamista texana che ha parlato di pornografia soft consigliando la Random House a soprassedere, e l’amarezza della mancata autrice, che nonostante l’anticipo di 100 mila dollari diffonde il suo martirologio in vari forum on line, la francese Geneviève Chauvel conta le sue royalties e scongiura lo scontro di civiltà. Protetta dalla prefazione di Djelloul Seddiki, teologo della Gran Moschea di Parigi vicino al rettore Dallil Boubaker, che ha definito il romanzo “un vero ponte tra le due religioni”, la signora - che è cresciuta in Siria e in Algeria, ha un passato di fotoreporter come moglie del corrispondente del Figaro, e da qualche anno si è riconvertita nella biografa di grandi personaggi (da Saladino a Maria Leczinska, moglie di Luigi XV e ultima regina di Francia morta sul trono, da Lucrezia Borgia a Gertrude Bell, l’archeologa amica di Lawrence d’Arabia, che favorì la creazione dell’Iraq) è stata anche invitata ad Abu Dhabi. Sei mesi fa ha tenuto una conferenza alla Sorbona, facsimile della prestigiosa università francese, che gli arabi hanno voluto sulle coste del Golfo  prima di farsi autorizzare la mimesi del Louvre, in cambio di forti emolumenti destinati alle collezioni arabe del museo più famoso del mondo. E pensare che anche Geneviève Chauvel ha rischiato la censura. Anche lei in effetti si è vista rifutare il manoscritto da alcuni editori, ma a differenza dell’americana, accusata di aver banalizzato una figura sacra e aver scritto un pornoromanzo, la francese ha tenuto il punto. “Adifferenza della religione cristiana, l’islam non ha mai considerato il sesso come un tabù” ha spiegato in un’intervista al Midi Libri, citando le parole dello stesso profeta Maometto: “Dio ha fatto sì che io amassi le donne e i profumi..e la preghiera mi rifnesca lgli occhi”. Così, grazie al romanzo su quella che sarebbe diventata la sua moglie preferita, prescelta a sei anni e sposata a 10 da un uomo di 40, la francese ha scoperto che Maometto è stato un rivoluzionario per le donne, ché ha riconosciuto il loro diritto all’istruzione, alla successione, persino a una compensazione in caso di divorzio. Per farsi capire bisognava scriverlo non in inglese, ma nella lingua di Voltaire, e nella patria del libertinismo, dove oggi le ragazze musulmane devono togliersi il velo per andare a scuola.


Marina Valensise
© Il Foglio, 20 agosto 2008








L'avvenire d'Europa e l'ombra lunga del suo passato secondo François Furet
Pubblicato il 25 maggio 2008, in Diario



Da non perdere l'ultimo numero di "le Débat," la rivista di Gallimard, diretta da Pierre Nora e Marcel Gauchet. Si parla di religioni, islam, avvenire dell'Europa, illuminismo, democrazia, ma anche di Albert Thibaudet e François Furet. Troverete, in particolare, un dibattito su "Les Religions meurtrières", saggio di Elie Barnavi, con contributi di Rémi Brague, Marcel Gauchet, Antoine Sfeir;  due scritti sull'Europa e l'Islam, il primo dell'orientalista Bernard Lewis, il secondo del poeta franco tunisino Abedelwahad Meddeb. E soprattutto troverete il saggio di Patrice Gueniffey su i "Napoleoni" di François Furet, studio congetturale sull'ultima opera incompiuta del grande storico della Rivoluzione, di cui esiste un resoconto in anteprima pubblicato sul Foglio del 17 novembre scorso. Per chi l'avesse perso allora, lo riproponiamo qui:

Furet e l’imperatore
 
L’ombra lunga di Napoleone Bonaparte plana su Nicolas Sarkozy. E mentre l’iperpresidente governa col cuore in mano, e tenta di imporre una sorta di impero universale della Francia rinnovata, cercando di resistere alla deriva corporativa dei ferrovieri in sciopero, per difendere l’eguaglianza dei cittadini davanti all’età della pensione e corroborare il progetto volontarista di “rupture”, gli storici scoprono un nuovo interesse per la figura di Bonaparte.
Ma quale Bonaparte? Il Primo console che mise fine alla Rivoluzione e ne realizzò le promesse più prosaiche? Non solo. Anche l’imperatore che tentò di costruire un impero militare per difendere la Rivoluzione e le sue stesse conquiste. E’ questo giano bifronte a ridiventare oggi spunto di riflessione e, insieme con lui, sono gli interpreti vicini e lontani, recenti e remoti, che ne hanno scolpito l’immagine e preservato la memoria. A cominciare dai testimoni più famosi, come il cattolico liberale Chateaubriand. Oppure come Madame de Staël, la fiera oppositrice, costretta all’esilio dopo un fallito tentativo di seduzione.
Ma per tornare a Bonaparte vengono riesumati anche gli storici dell’Otto e Novecento, altrimenti dimenticati. Hyppolite Taine, per esempio, ragionando sulla figura dell’eroe e il suo temperamento riuscì a spiegarne la necessità storica al punto da confonderla con quella di un’epoca. Mentre Jacques Bainville negli anni Trenta, di Bonaparte, stigmatizzò l’avventura, facendone la vittima di una logica implacabile, in quanto erede e prigioniero della Rivoluzione, condannato a girare a vuoto per costringere tutta l’Europa a riconoscere le conquiste rivoluzionarie, sino a immaginare che l’impero territoriale potesse rappresentare una sorta di palliativo impossibile alla conquista dell’impero dei mari, sul quale regnava incontrastata l’Inghilterra.

Infine c’è François Furet, l’ultimo esegeta dell’imperatore corso, tornato al centro dell’attenzione in una giornata di studi dedicata allo storico della Rivoluzione e all’Ottocento, e organizzate ad hoc dall’Ecole des Hautes Etudes nel decimo anniversario della scomparsa. Secondo il suo ex allievo Patrice Gueniffey, prima di lanciarsi in una nuova biografia di Bonaparte Furet tentò una sintesi dell’una e l’altra scuola di pensiero. E in effetti, nei suoi scritti su Bonaparte, Furet combina l’aspetto dell’avventura messo in luce da Bainville e la necessità conclamata di Taine, spiegando la guerra con lo spirito di avventura e l’opera di governo con l’idea di necessità. E’ un esempio di sincretismo ben dosato, che però non dice nulla del libro mai scritto, del suo progetto interrotto sul nascere, sul quale oggi possiamo solo speculare, anche se le circostanze inviterebbero a immaginare anche solo in via ipotetica, a prospettare il riflesso che avrebbe avuto sull’attualità e la sua stessa intelligenza del mondo contemporaneo.
 
François Furet (1927-1997)Concluso “Il passato di un’illusione”, l’opus magnum sull’idea comunista nel XX secolo, Furet infatti s’era messo in testa di scrivere un libro su Napoleone. La sua era un’inversione di 180 gradi rispetto al passato, stando a quanto racconta lo stesso Gueniffey che un giorno si sentì dire dal maestro: “Di solito, a un cattivo studente si dà da studiare Napoleone… non vorrebbe lei occuparsi di Napoleone?”. Come che sia, Furet aveva cominciato a leggere la corrispondenza, a studiare le fonti, a raccogliere materiale. Aveva fatto un viaggio in Corsica e durante una delle sue ultime vacanze era persino andato con l’amico Jean-Claude Casanova ad Ajaccio, per visitare la casa natìa del generale. Lo storico della Rivoluzione parlava di quella visita come di una specie di pellegrinaggio, tappa obbligata per carpire il mistero e per cercare di capire l’assoluta estraneità di quel modesto “roturier” di provincia, assurto in pochi anni da una sperduta guarnigione militare al trono più antico d’Europa, in virtù della gloria della vittoria, tributata al generale capo dell’armata d’Italia, dopo la rapida campagna stendhaliana. Furet era stato anche all’Isola d’Aix, dove era finita l’avventura dell’imperatore che aveva messo a ferro e fuoco l’Europa, e aveva deciso di portare l’esercito rivoluzionario persino a Mosca. Anche lì, attraverso i luoghi e i cimeli, le memorie di Las Cases e le leggende, Furet, che per non essere un sentimentale aveva in fondo un debole pascaliano per la poetica della malinconia, voleva entrare nell’atmosfera, cercare di capire com’era finito il condottiero che nelle mani di Alessandro Manzoni e tanti altri sarebbe diventato un grande mito romantico.


Di ritorno a Parigi, aveva cominciato a compulsare gli archivi del Consiglio di stato. Sì, proprio lui, Furet, l’uomo di idee, di concetti, di intuizioni perentorie, che disprezzava i frequentatori di polverosi incartamenti, impenetrabili, a dir suo, senza la guida di un’ipotesi compiuta. Aveva scoperto il genio di Bonaparte codificatore, la precisione e la sintesi con cui l’allora Primo console nel discutere gli articoli del Codice che poi prenderà il suo nome tranciava, davanti agli esperti giusperiti sopravvissuti all’ancien régime, questioni complicate del diritto civile,come la successione tra agnati e cognati, o i diritti di proprietà riservata alle vedove, l’usufrutto e il fedecommesso e la per molti scandalosa innovazione del “partage égal”, premessa essenziale all’ordine borghese. Insomma, la dimostrazione concreta del governo della volontà illuminato dalla ragione, un tema al quale l’ultimo Furet era legatissimo, come dimostra la summa sulla Rivoluzione da Turgot a Jules Ferry, pubblicata da Hachette per il bicentenario, o come spalmare sul lungo periodo una rottura duranta quindici anni. Niente di inedito in quelle discussioni sugli articoli del Code Napoléon, è vero. Gli atti delle sedute al Consiglio di stato erano tutti pubblicati, dice oggi Gueniffey. Ma bastò la loro semplice lettura per rivelare la sorpresa della scoperta. Un commensale di Furet, l’editore e scrittore Daniel Rondeau, ricorda come se fosse ieri l’entusiasmo che di ritorno da Palais Royal lo storico mostrò in una delle tante cene parigine. E Mona Ozouf, che di Furet è sempre stata la prima lettrice e la complice di tante avventure, una sera d’estate mentre nel salutarlo gli chiedeva notizie di quel libro fantasma si sentì rispondere: “ça y est, j’ai le plan”.


Era il luglio del 1997 e furono quelle le sue ultime parole. Il giorno dopo, infatti, Furet fu colpito da un’emorragia cerebrale mentre giocava un doppio su un campo da tennis del Lot, la regione dove passava le vacanze. Da allora, il mancato libro su Bonaparte e il suo schema prezioso, sepolto negli archivi di famiglia, sono entrati in un’altra vita. Una vita immaginaria, artificiale, alimentata dall’affetto degli amici lettori, come succede di un bambino scomparso prematuramente, che continua a restare vivo nel ricordo e nel rimpianto dei suoi cari, per i quali non passa giorno senza domandarsi come sarebbe cresciuto, cosa avrebbe fatto e cosa avrebbe pensato di tale o tal’altro avvenimento. “Che avrebbe detto François di Sarkozy, e del governo e dell’iperpresidenza e dello sciopero di questi giorni? Che avrebbe detto dell’Europa e della sua evoluzione, e dell’America che rischia di perdere il suo primato, e con lei quello dell’occidente?” si è chiesto al convegno Jean Claude Casanova, per il quale, ormai, le conversazioni mancate con Furet sono diventate quasi una preghiera quotidiana.
Ma in realtà è stato Pierre Hassner che sul “Passato di un’illusione” ha scritto uno dei saggi più attenti e da anni lavora a una geopolitica delle passioni, uno dei primi ad avvertire l’oscura premonizione contenuta nel progetto bonapartista di Furet. Finite le rivoluzioni, morte le ideologie, Furet – sostiene Hassner – aveva forse capito che l’avvenire non sarebbe appartenuto al “diritto comune delle democrazie” come egli sperava. Aveva capito che la politica non sarebbe consistita in una fredda e anodina gestione degli interessi e bilanci, secondo quanto lasciava pensare l’espansione illimitata del mercati globali e i sommovimenti finanziari internazionali che relegava quei compiti ai governi delle nazioni. Il XXI secolo avrebbe visto l’emergere di nuovi profeti, di nuovi Cesari, pronti a entrare in scena dopo la morte delle ideologie brandendo l’arma inedita ma sempre antica della personificazione, della prossimità come si dice oggi in Francia per indicare l’identificazione tra il capo e il corpo della nazione, anche a costo di mascherare un fossato divenuto ancora più profondo di quanto non fosse ai tempi di De Gaulle, come ritiene invece Marcel Gauchet.
Ritorno alla personificazione del potere, dunque. Tutto questo, in fondo, non significava altro che riscoprire il vecchio dogma dell’incarnazione monarchica, da molti spacciato per inservibile perché defunto oltre che obsoleto, e che invece, paradossalmente stava per riacquistare vita nuova proprio grazie alla linfa inattesa della democrazia repubblicana. Si era sempre pensato che la democrazia segnasse l’avvento un luogo vuoto del potere, astratto, disincarnato, sottoposto al numero e alla regola della maggioranza. Niente di più incompatibile col potere di un sovrano di antico regime, re per diritto divino e per una catena di generazioni. Certo. Era, questa, la tesi di Claude Lefort, il fondatore con Cornélius Castoriadis del gruppo di “Socialisme e Barbarie”, uno dei filosofi che Furet “più stimava”, come ebbe a dire a Paul Ricoeur in un colloquio rimasto purtroppo ancora inedito. Eppure, se la tesi di Lefort aveva spinto Furet a rivedere il suo giudizio su Jules Michelet e la storiografia romantico-cimiteriale, se l’aveva persino indotto a lanciare un nuovo ciclo di seminari sulla regalità e il regicidio, la stessa tesi aveva continuato a lavorare sottotraccia come un fiume carsico sino a investire l’ultimo libro sul comunismo e irrompere all’improvviso dalle macerie dei movimenti collettivi e delle rivoluzioni di massa con l’idea dell’individuo d’eccezione, che plasma il corso della storia con la sua volontà, e piega l’esistenza degli stati al suo capriccio e al suo arbitrio. Parliamo di Stalin, Hitler, Mussolini, certo. Ma negli stessi anni, in cui Furet riscopriva la forza della volontà individuale nella storia, la storia politica francese si metteva a obbedire misteriosamente allo stesso movimento, visto che era la stessa idea di un leader carismatico, di un presidente dalla forte personalità, a riemergere nel cuore della Quinta Repubblica, sino a dettare un nuovo corso alle vicende politiche.

“La storia è la politica continuata con altri mezzi” diranno i conoscitori di Tocqueville. E’ per questo, dunque, che il libro mai scritto di Furet su Napoleone avrebbe potuto aiutare a capire la strana necessità di ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi: spiegare cioè la fusione simbiotica tra il popolo sovrano e il suo rappresentante, che si riattiva nella Francia sarkozysta attraverso la coppia costituita dall’iperpresidente e dall’opinione pubblica, e che rischia di uscire addirittura rafforzata – come avverte un cronista televisivo non schiavo dell’effimero come Michaël Darmon – dalle recenti disavventure private del presidente, che dopo il divorzio si predispone ancora meglio alla funzione di sposo mistico della Francia, una volta ottenuta la piena legittimità dalla nazione e tutta la fiducia necessaria per dirigerla. Si capisce, allora, cosa oggi nutra nel profondo la rinnovata attenzione degli storici per Napoleone e per i Napoleoni di Furet, lo studioso che meglio di altri è riuscito a dipanare la fitta trama di antico e moderno, di retaggio aristocratico e virtù borghese, di tradizione e di rivoluzione, di antico regime e di furore giacobino, di cui è intessuta la democrazia francese e di cui il generale Bonaparte è il depositario massimo in quanto erede della Rivoluzione, che esalta l’eguaglianza a dispetto della libertà, e in nome della gloria militare finisce per sfociare nella tirannia del dispotismo.
“La Rivoluzione francese ha trovato nel breve volgere di qualche anno il suo George Washington in Bonaparte” aveva scritto Furet nel Dizionario critico della Rivoluzione citando Chateaubriand e Mme de Staël, come nota Gueniffey. Figlio della Rivoluzione, prodotto della meritocrazia rivoluzionaria, Napoleone gli appariva un eroe stendhaliano, dotato di tutti gli attributi del romanzesco, intelligenza, energia, passione, efficacia, e anche provvisto di un tocco borghese, tanto banale quanto prosaico, ma in fondo rassicurante, come si evince dal ritratto del Primo console, scritto per il bicentenario della Rivoluzione, e oggi considerato un piccolo capolavoro del genere: “Il cittadino console a trent’anni è nel pieno del suo splendore, meno olivastro del generale d’Italia, non ancora appesantito come l’imperatore. Vive nel mormorio della sua gloria, inebbriandosi nell’opera di governo, che sono le due passioni della sua vita quotidiana, dedicando anche un po’ di tempo agli svaghi e ai divertimenti; sono i giorni felici della Malmaison. Bonaparte non ha ancora una corte e vive circondato dai suoi addetti militari e dagli amici generali, al di sopra di tutti, ma non ancora separato da nessuno. Nel capo che si è scelta, l’opinione pubblica scopre uno stile e alcune abitudini che hanno la caratteristica della semplicità repubblicana e di un governo civile. Il primo console non coltiva nessuna delle stupide abitudini dei Borbone, mangia velocemente, ama la monotonia vestimentaria e i vecchi cappelli, non perde tempo con le cerimonie di corte; lavora e decide”. Bonaparte all’epoca rappresenta per Furet l’erede prosaico dell’89, la rivoluzione borghese, la proprietà consacrata, l’idea di matrimonio, la donna in casa, madre di famiglia, l’ordine nelle piazze e le carriere aperte al merito, indipendentemente dalla nascita e dai ranghi. In questo senso, come sottolinea Gueniffey, il Primo console è il simbolo e l’incarnazione della passione francese per l’eguaglianza, “che si placa solo nella superiorità acquisita, riconosciuta, garantita sul vicino, sul pari grado” come scriveva Furet. Elevando se stesso e facendo elevare con sé l’intero popolo francese, senza distinzione tra grandi e piccoli, ricchi e poveri, nobili e plebei, Napoleone aveva esaltato l’eguaglianza alla francese, anche se l’aveva fatto a scapito della libertà, o mostrando sovrana indifferenza verso la libertà.

Dieci anni dopo le cose cambiano. Napoleone si consacra imperatore e diventa un re… “e appena il suo potere diventa ereditario, rinuncia al suo stesso principio prendendo un’altra strada rispetto a quella segnata dalla Rivoluzione, una strada in cui l’azzardo della guerra accampa i suoi diritti: volendo fissare il suo regno nella legge della regalità, l’imperatore priva la regalità proprio di quanto ne costituisce il fascino e l’intrinseca necessità”. Resta in piedi il codice civile, la riorganizzazione amministrativa dello stato, la parte borghese della vita di Napoleone, mentre vacillano le conquiste militari, e imperversa l’improvvisazione, l’avventura, di un re della Rivoluzione che per non soffrire di complessi con gli Asburgo, i Borbone e i Romanov, riduce la Francia alle frontiere del 1789. Così, in fondo, alla fine della sua vita, Furet si ritrovava alle prese con lo stesso problema che due secoli prima s’erano trovati ad affrontare gli storici della Rivoluzione e della Restaurazione, come ha spiegato Jean Claude Casanova al convegno all’Ecole des Hautes Etudes, difendendone a spada tratta l’unità del pensiero e dell’opera. Furet era dominato dall’esperienza del comunismo. Era entrato nel partito giovanissimo, nel dopoguerra, per espiare il senso di colpa, dal quale era afflitto come figlio della ricca borghesia parigina, e soprattutto per riscattare il disonore nazionale, subìto con la sconfitta dal regime collaborazionista di Vichy. Ha cominciato a interessarsi alla Rivoluzione francese sin dalla tesi di laurea, perché convinto, come tutti i comunisti della sua generazione, i Besançon, i Richet, i Le Roy Ladurie, che la Rivoluzione giacobina avesse un’eco in quella bolscevica del 1917, dal momento che la Rivoluzione proletaria pretendeva di essere una continuazione e una sorta di perfezionamento della prima rivoluzione borghese. A poco a poco, però, ha scoperto che il problema centrale della storia di Francia era un altro. Non quello che predicava la sinistra marxista e comunista, e cioè il superamento della democrazia nel comunismo, ma esattamemente il contrario, il passaggio cioè dal comunismo alla democrazia, e dunque l’origine stessa della democrazia e il suo mistero nei due stati nazione d’Europa, come avevano già capito le grandi menti pensanti della Rivoluzione, donde l’intento comparativo: la Gran Bretagna ha commesso un regicidio, ha messo in fuga un re e così facendo ha fondato una democrazia parlamentare, che da tre secoli continua a sopravvivere, come se fosse un modello. La Francia pure ha commesso un regicidio, mandando al patibolo Luigi XVI, l’ultimo re Borbone, condannato dal tribunale rivoluzionario nel 1793. Diversamente dal modello inglese, però, la Francia ha rotto con la sua tradizione storica e non è riuscita a instaurare un regime stabile.

Da qui la maestria tutta francese nel cercare fonti di comparazioni straniere, sia con la storia inglese, come fece durante la monarchia di Luglio François Guizot tentando di fondare al di qua della Manica una monarchia costituzionale, attraverso un regime dell’eccellenza e della virtù borghese. E come fece, dopo Guizot, Alexis de Tocqueville andando a cercare nella democrazia in America il contromodello plausibile che la Francia, sempre in balìa di continui sussulti rivoluzionari, stentava a realizzare: un regime fondato sulla libertà e l’eguaglianza, per garantire una società formata da individui liberi e eguali, ma esente dal dispotismo. Più di un secolo dopo, seguendo le loro tracce, Furet ha esperito tutte le gamme della vicenda rivoluzionaria, attraverso il dialogo diretto con classici, che ha sempre preso alla lettera, senza mostrare diffidenza per la storia delle idee, senza dar adito a sospetti verso i loro presupposti culturali, e riscoprendo in questo modo il gusto per la storia filosofica della politica moderna. Lo ha spiegato bene Jérôme Grondeux al convegno. Nella lettura dei “bons auteurs” ha rintracciato una teoria incompiuta e ricca di contraddizioni della democrazia moderna, dove corre la tensione tra individuo e società, dove l’universalismo della ragione e la volontà di una sintesi laica e repubblicana si sposa con la difficoltà del rapporto con la nazione e dove la passione per l’America e Israele si nutre del rapporto tra democrazia e religione, concepito sulla scorta dei grandi classici, da Tocqueville a Constant, e prima ancora Jacques Necker. “Delle sezioni giacobine – era solito dire Furet, come ha ricordato Mona Ozouf – Benjamin Constant non avrà saputo tutto quello che oggi sa Alberto Mathiez, ma ha capito il Terrore molto meglio di lui”.

Alla fine del secolo, dopo il crollo del Muro di Berlino e l’implosione dell’Urss, Furet è voluto ritornare sul grande choc del comunismo, che ai suoi occhi – ormai era chiaro – non rappresentava più l’eco delle rivoluzioni del XIX secolo, bensì il fallimento dei regimi liberali di fronte alla rivoluzione leninista e al fascismo. E nel suo ultimo libro ha offerto una meditazione sulla fragilità dell’era borghese e della democrazia. “Più il tempo passa, più l’episodio sovietico si restringe. E bisognerà aspettare il centenario del 2017 per assistere l’apoteosi impossibile” ha annunciato Casanova. Intanto, quel che è certo, è che per l’ultimo Furet non sono più le grandi masse, gli interessi di classe, le leggi inesorabili del materialismo dialettico a scrivere la storia. E’ semmai il caso, finalmente libero nella sua corsa imprevedibile, dopo la fine della teleologia della storia. E sono le grandi personalità, imprevedibili quanto il caso, e più del caso, che sembrano uscire fuori dal nulla, mentre sono preparate dalla necessità e dalle circostanze, e prevalgono solo se riescono a trasformare le circostanze in destino, facendo propria l’idea forte di quel genio individuale che fu Napoleone, l’eroe egomaniaco che aveva capito in cosa consistesse la felicità dei Moderni, convinto com’era che il destino non poteva resistere alla sua volontà.

Marina Valensise
© Il Foglio, 17 novembre 2007


Il Dio dei cristiani, secondo Rémi Brague
Pubblicato il 15 maggio 2008, in Diario

di  Marina Valensise

Lettura indispensabile per quanti propugnano il dialogo tra i tre monoteismi, le così dette religioni del libro. A definire assurda la pretesa è Rémi Brague, uno dei massimi esperti viventi in fatto di radici culturali dell’Europa, professore di Filosofia araba e medievale alla Sorbona, e docente di Filosofia delle religioni europee alla Ludwig-Maximilian Universität di Monaco di Baviera nella cattedra di Romano Guardini. Normalista, discepolo del grande Pierre Aubenque, oltre a essere un esperto di Aristotele, della cosmogonia antica, e uno studioso di Maimonide (l’ebreo sefardita del XII secolo che voleva conciliare fede e ragione, di cui ha tradotto dall’arabo il trattato di Logica e quello di Etica), Brague ha superato i confini dello specialismo come storico della Via Romana, titolo del suo libro più famoso, (tradotto da noi come “Il futuro dell’occidente” Rusconi 1998) sull’intelligenza che gli antichi romani nostri progenitori ebbero nel capire di essere inferiori ai greci, per decidere di mettersi alla loro scuola, fornendo così un modello, anzi “il” modello della fecondità occidentale e del suo universalismo millenario. E basterebbe solo questo a ricordare come Rémi Brague abbia dunque molti atout per capire le dinamiche culturali contempranee, entrando a gamba tesa, come fa col suo ultimo saggio, nel più acceso e delicato dei dibattiti del nostro tempo.
E’ persuaso, infatti, il professore, che il modo migliore per garantire rispetto e comprensione reciproca tra i tre monoteismi, giudaismo, cristianesimo e islam, non sia quello di coltivare un’armonia artificiosa tra presunti elementi comuni, bensì il dar voce al loro disaccordo radicale. La comprensione nasce dalla conoscenza di quelle che sono le loro differenze ontologiche e le loro contrapposizioni dirimenti. E’ questo l’assunto urticante che fa del suo ultimo saggio, “Du Dieu des chrétiens”, Flammarion 256 pagine, 19 euro) un libro chiave, da imporre all’attenzione dei profani e dei tanti maestri del sospetto e anche di quanti oggi in Vaticano, nello spirito della lettera dei 138 dotti musulmani, lavorano al dialogo interreligioso in vista dell’incontro voluto dal Papa Benedetto XVI.

La tesi di Brague è molto semplice, anche se la dimostrazione obbedisce a una certa complessità. I tre monoteismi esistono solo sul piano mediatico, come discorso pubblico, come chiacchiera corrente, ma in verità non hanno rapporto con la storia, men che meno con la teologia. Infatti, l’espressione invalsa ormai nell’uso comune, per quanto mossa da nobili intenzioni, come la pace, l’intesa, la comprensione reciproca, oltre ad avere poche corrispondenze con la storia, corre pure il rischio di ingenerare confusione, nascondendo la verità e impedendo di pensarla, con conseguenze gravi proprio su quel dialogo che vorrebbe favorire.
 Va detto che Rémi Brague, prima di essere uno storico della filosofia è un teologo e prima ancora un filosofo tout court. Studioso dell’aristotelismo classico, della filsofia araba medievale, è innanzitutto un filosofo educato alla scuola di Martin Heidegger, cultore della destrutturazione. Nasce da qui la sua spiccata propensione a rivoltare la doxa, con la nostalgia di un metafisico e la passione di un talmudista che mira solo a scoprire quanto la doxa si discosti dal vero. Lo dimostra, innanzitutto, il tema stesso del suo saggio.
Brague studia il Dio dei cristiani, e non il Dio cristiano, perché Dio, spiega il professore, che in cuor suo è un cattolico osservante, è l’oggetto delle religioni e non va confuso con uno dei loro aderenti. Il Dio dei cristiani dunque è un Dio assai strano e quasi paradossale nel vertiginoso identikit che Rémi Brague ne restituisce, ragionando di teologia della finitezza e di dogma trinitario, di filosofia neoplatonica e dottrina dell’amore, nel solco di Simone Weil, che gli regala una bellissima citazione: “Amare in modo puro è consentire alla distanza; è adorare la distanza tra sé e ciò che si ama”.
Niente paura, però. L’erudizione in Brague non è mai gratuita, non è mai fine a sé stessa. Citare la formula di una delle grandi menti pensanti del Ventesimo secolo per introdurre al Dio dei cristiani, non corrisponde a un esercizio vano di retorica. Obbedisce, al contrario, a un principio di ermeneutica. Il Dio dei cristiani, infatti è il Dio uno e trino, umano e divino; è un Dio fatto uomo, e unito alla sostanza del Padre attraverso lo Spirito Santo, che corrisponde al mistero dell’amore. E’ un Dio uno, un Dio Padre, che però come il Dio d’Israele nel quale affonda le radici remote, nulla ha di virile. Non è orientato verso una figura divina femminile, come lo era invece il vecchio Zeus Dio dell’Olimpo verso Era. Tutt’al più è legato da “unio mystica” col popolo di Israele, con cui ha stretto un patto di alleanza. E infatti è padre ma non maschio: “Non genera e non è stato generato” come si legge nel Corano (CXII, 3). La sua paternità depura la paternità umana di ogni elemento di virilità, e neutralizza la differenza tra i sessi, rendendola non pertinente quando si tratta di dare corso alla libera scelta, là dove prima, invece, esistevano solo determinazioni biologiche.

Le conseguenze di questa strana figura del Dio dei cristiani sono fondamentali. Innanzitutto sul piano teologico, perché l’iniziativa del Dio creatore nulla ha di comparabile con quella che ha il maschio nel rapporto sessuale; non mira cioè a estrapolare una realtà preesistente, ma rappresenta un dono ex novo, dove colui che ne beneficia non riceve qualcosa che si aggiunge a ciò che egli è già, ma riceve la sua stessa esistenza, e con essa, la capacità stessa di riceverla. Ma è soprattutto sul piano politico che, secondo Brague, questa figura del Dio padre esente da virilità ha effetti straordinari, perché il modello di potere che ne risulta viene concepito non come un’iniziativa fondata sull’esercizio dell’autorità o sul semplice comando, ma come dono, come servizio, secondo le stesse parole di Gesù tramandate dal Vangelo, “chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve” (Luca 22, 26).
Altra stranezza ontologica, il Dio dei cristiani è un Dio fatto uomo, è un Dio che parla, ma non chiede nulla. Come mai? Perché “è un Dio che ha detto tutto e non ha più niente da dire” spiega Brague. Perché quello che è dato non è una legge, come nella religione di Israele, ma una persona in carne e ossa, e questa persona è Dio stesso, il Verbo incarnato, il Dio fatto uomo che ha scelto di entrare nella storia e di iniziare a esprimersi nella storia, e morendo in croce per la salvezza degli uomini ha detto tutto quello che aveva da dire. Il Dio dei cristiani, dunque, è un Dio che nasce, vive, muore crocefisso e tace. Aspetta solo che noi accettiamo il suo dono, lasciando operare in noi la vita eterna. E’ per questo che il cristiano si interessa a Cristo, e non al cristianesimo, così come l’ebreo s’interessa alla legge di Mosè e non al giudaismo. E’ per questo che chiedere al Dio dei cristiani una qualche rivelazione supplementare sarebbe non solo “una sciocchezza, ma un vero insulto a Dio”; e infatti, vorrebbe dire ignorare Cristo, e pretendere qualche altra novità come ha dimostrato, prima di Brague, il mistico medievale spagnolo san Giovanni della Croce. Sicché se Dio, per impossibile, parlasse ancora, sarebbe solo per ripetersi, commenta infatti Brague sulla scia del mistico spagnolo. E invece è proprio quest’impossibile che san Giovanni della Croce fa compiere a Dio, quando ricorre alla figura retorica della prosopopea, e fa parlare Dio per sostenere che non può parlare o che non può più parlare, perché il contenuto della parola divina coincide con l’impossibilità stessa di questa parola.

A questo punto Brague il destrutturatore, Brague l’heideggeriano, il filosofo della morte di Dio, comincia a ricamare un capitolo sul Silenzio di Dio, in cui Blaise Pascal e il suo Dio “divenuto nascosto proprio perché visibile”, il Dio incarnato che nulla deve all’uomo, si mette a inseguire san Giovanni della Croce, per farsi a sua volta rincorrere dal filosofo polacco Leszek Kolakowski, mentre lo scrittore cattolico Georges Bernanos, vissuto tra le due guerre nel deserto dell’ateismo francese, insegue la sua verità nella filosofia di Platone, incalzato da Dostoevski e la leggenda del Santo Inquisitore. E infatti, per quanto silenzioso, per quanto impossibilitato a parlare, il Dio dei cristiani dipinto da Rémi Brague è un Dio misericordioso: un Dio che perdona, riconoscendo all’uomo libertà di scelta. Anzi, spiega il professore seguendo il paradosso logico del cristianesimo, è proprio perché c’è il silenzio del Dio fatto uomo, che la parola dell’uomo può essere autorizzata; è proprio perché Dio tace che l’azione umana si trova liberata, non più legata all’attesa di quel che Dio potrebbe dire. Lo dimostra il modo in cui Gesù si rivolge ai suoi discepoli chiamandoli amici e non servi, come scrive il Vangelo di Giovanni (15, 15), perché il servo non sa quello che fa il padrone, e mentre Cristo tutto quello che ha ricevuto dal Padre l’ha dato a loro. E’ per questo che, sottolinea Brague, rovesciare il silenzio di Cristo contro la libertà umana è la perversione più radicale mai concepita: quel silenzio, infatti, ha lo scopo opposto; serve a lasciare all’uomo la libertà di parlare, a permettergli di rispondere a quanto gli è stato offerto in dono. Il Dio che parla è un Dio che distingue tra il bene e il male; è un Dio che s’aspetta che noi scegliamo il bene e evitiamo il male. Il Dio vivente invece è il Dio che libera la vita da ciò che la ferisce, è il Dio che libera l’uomo dal peccato, è il Dio che perdona attraverso la remissione dei peccati.
 Il peccato, però, non coincide col piacere, come vorrebbe farci credere la coscienza contemporanea appiattita sulla morale sessuale, anzi è causa esso stesso di una diminuzione del piacere. Non ferisce Dio, il peccato, e nemmeno l’onore di Dio, ma ferisce chi lo compie allontanandolo dal proprio bene. E’ per questo che Dio contempla la remissione dei peccati: per consentirci di ritrovare l’integrità perduta, a condizione che noi crediamo in lui, crediamo nel suo amore. La singolarità rivoluzionaria del Dio cristiano, dunque, non sta tanto nel fatto che è oggetto dell’amore, quanto nello spazio interiore entro il quale ogni individuo può incontrare la persona da amare.

Cosa mai avrà in comune questo Dio col  Dio dell’islam? Poco o niente, continua Brague sul solco di Jacques Ellul, che i lettori del Foglio ben conoscono, ma senza mai citarlo. E anche col Dio del giudaismo, per Brague, le differenze sono molte. La doxa parla di tre monoteismi? L’espressione va presa con le pinze; nacque infatti nel medioevo per associare giudaismo, islam e cristianesimo, non in una comune simpatia, ma in una comune denuncia contro “i tre impostori”, Mosè, Gesù, Maometto, colpevoli di avere ingannato l’umanità. Una parola, monoteismi, che non dà conto della natura di ciascuna delle tre religioni, e oltre a essere falsa è pericolosa perché allontana dalla realtà impedendo di pensarla. Del resto, insiste Brague, il termine “monoteismo” è esterno alle religioni. Lo dimostra il lemma arabo tawhîd, che significa “affermazione che Dio è uno” e s’avvicina per estensione a “teologia”. Monoteismo, dunque, è un termine vago, filosofico, non religioso: e infatti esistono religioni non monoteistiche e monoteismi non religiosi, come il deismo volterriano, o quello presocratico e persino aristotelico del motore primo.
Il problema vero è un altro, insiste il professore. Non il Dio uno, ma il modo in cui questo Dio è uno, fedele a se stesso, vale a dire il modo in cui l’Antico Testamento, il cristianesimo e il Corano intendono l’unicità di Dio. Certo, tutte e tre invocano la figura di Abramo. Solo che giudaismo e cristianesimo sottolineano la straordinaria fede del patriarca, pronto al sacrificio del figlio Isacco, che per i cristiani prefigura la crocifissione di Cristo; mentre il Corano vede in lui il patriarca fondatore del tempio al quale prosternarsi, più tardi localizzato nella valle sterile della Mecca. Altra differenza: si parla sempre delle religioni del libro, ma in verità i libri in questione son ben diversi. Intanto per i tempi di redazione – quasi un millennio per l’Antico Testamento, settant’anni per il Nuovo, e circa venti per il Corano. Poi per lo scopo: i primi due divennero una raccolta di testi canonici solo ex post; il terzo fu composto per servire da libro sacro di una comunità. Infine, per come operarono: la religione dell’antico Israele non ebbe bisogno di un libro per celebrare il culto di un popolo al suo Dio, semmai fu essa stessa a produrre un libro; là dove per il giudaismo fu il libro a produrre la nazione, come spiegò Heinrich Heine che vide nella Bibbia la “patria portatile” di ogni ebreo. Il cristianesimo, invece, nacque da un uomo, Gesù di Nazareth, e dalla sua predicazione. Non un libro, dunque, ma una persona. E anche l’islam nacque da un evento, l’espansione delle tribù arabe dal medio oriente sino all’Iran, e la predicazione di Maometto per lanciarle alla conquista del mondo. Ne consegue un diverso rapporto col Libro e tra la tradizione giudeocristiana da un lato, unita da un rapporto di filiazione e distacco, la religione coranica dall’altro, che invece non ha alcun bisogno né del Vecchio né del Nuovo Testamento.

Marina Valensise
©Il Foglio, 16 maggio 2008


Aristotele non arrivò in Europa dall’islam, ma da Bisanzio
Pubblicato il 30 aprile 2008, in Diario



L’occidente cristiano deve la scoperta e la trasmissione del pensiero greco non agli arabi musulmani, ma ai cristiani d’oriente. Questa tesi, professata di recente da un medievista francese, ha scatenato un conflitto ideologico. Sylvain Gouguenheim, specialista dei cavalieri teutonici, di Ildegarda di Bingen, la badessa del Reno che combattè l’indegnità dei preti, l’empietà degli imperatori e l’eresia catara, professore dell’Ecole normale supérieure di Lione è l’autore di “Aristote au Mont Saint-Michel” (Editions du Seuil) il libro al centro delle polemiche, un saggio molto dotto sulle radici dell’Europa, anzi sul contributo della cultura araba alla trasmissione della cultura classica greca. La sinistra islamofila multiculturalista politicamente corretta lo accusa di sottovalutare il suddetto contributo, e di attizzare lo scontro di civiltà. La destra cristiana islamofoba e il centro moderato e antimulticulturalista ne lodano il coraggio e il rigore storico nel puntualizzare il ruolo decisivo esercitato dalla cultura cristiano-bizantina durante i secoli bui.
Le cose sono più complicate,  ma il libro l’hanno letto in pochi e i pochi che l’hanno letto ne hanno offerto un riassunto a effetto. Il Figaro, per esempio, lo ha salutato in maniera entusiastica, citando il precedente del discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, accusato a suo tempo di stabilire un nesso tra islam e violenza, quando mirava invece a denunciare “il programma di disellenizzazione” dell’occidente cristiano. Anche Gouguenheim, muovendo sulle tracce di Papa Ratzinger, secondo il Figaro, non fa altro che indagare i limiti dell’ellenizzazione; ritorna sulle radici dell’occidente cristiano, richiamando in particolare l’esistenza di una “diaspora cristiana orientale”, per dimostrare che se l’islam ha trasmesso la filosofia greca all’occidente, lo ha fatto in un certo senso in modo preterintenzionale, “mandando in esilio quanti rifiutavano la sua dominazione”.
La polemica ideologico-politica, però, è divampata quando è apparsa sul Monde una recensione, a firma di Roger Pol Droit, intitolata: “E se l’Europa non dovesse il suo patrimonio all’islam?”. Roger Pol Droit, il papa del giornalismo culturale francese, non è andato per le lunghe: “Credevamo che la cultura greca antica – filosofia, medicina, matematica, astronomia – dopo esser scomparsa dall’Europa avesse trovato rifugio nel mondo musulmano, che l’ha tradotta in arabo, l’ha accolta e prolungata, prima di trasmetterla all’occidente, permettendone la rinascita, e poi l’improvvisa espansione della cultura in Europa? Sylvain Gouguenheim è convinto che questa vulgata sia intessuta di errori, di verità deformate, di dati parziali e cerca di correggerne le inesattezze e le esagerazioni”. Come? Facilissimo. Prima di tutto, la circolazione dei manoscritti di Aristotele e Galiano in occidente è continuata ben oltre la fine dell’impero romano: insomma non c’era bisogno della traslatio araba, come dimostrano i tanti Papi di origine greca e siriaca, il re francese Pipino il Breve, che nel 758 si fece inviare dal Papa Paolo I la Retorica di Aristotele, i Padri della chiesa, che citavano Platone e altri autori pagani. Secondo, non è vero che l’islam accolse la cultura greca. In realtà, scrive Pol Droit riassumendo il libro di Gouguenheim “l’essenziale del lavoro di traduzione dei testi greci in arabo non venne compiuto da musulmani”. Al Farabi, Avicenna, Averroé, per quanto grandi ammiratori della filosofia antica, non leggevano il greco, ma attingevano alle traduzioni in arabo opera dei cristiani aramaici e siriaci come Hunayn ibn Ishaq, che forgiò gran parte del vocabolario medico arabo, attraverso la trasposizione di più di 200 opere di Galieno, Ippocrate e Platone. Altro punto, continua Roger Pol Droit, lungi dall’essere unanimemente entusiasta, la recezione araba del pensiero greco fu secondo Gouguenheim “selettiva e limitata e senza grande influenza” sulla realtà religiosa, giuridica e politica dell’islam. “La ragione – sintetizza il recensore del Monde – non venne mai posta al di sopra della rivelazione, la politica non fu separata dalla rivelazione, né mai s’impose l’autonomia della scienza”. Ergo, “invece di sognare un mondo islamico aperto e generoso che offre all’Europa decadente gli strumenti della sua rinascita, bisogna ricordare che l’occidente non ha ricevuto la cultura classica in regalo, ma è andata a cercarla, perché completava i testi già in suo possesso”. Conclusione, contrariamente a quanto si va dicendo dagli anni Sessanta, “la storia della cultura europea non ha mai avuto un grosso debito verso l’islam, e comunque non essenziale”. Sia lodato il coraggio di Gouguenheim.
Passano venti giorni e al Monde arriva una rettifica sottoscritta da quaranta filosofi e storici della scienza: “Nessuno studioso serio può sostenere che l’Europa deve la sua cultura all’islam, al cristianesimo a qualsiasi altra religione. L’idea che la scienza moderna sia erede diretta della scienza greca non è nuova, ma le Monde la banalizza”. Altra replica, il medievista direttore di collana al Seuil Alain de Libera fustiga “l’ameno esercizio di fantastoria” degno degli “amanti delle crociate” e la propensione a scatenare una “mobilitazione huntingtoniana”. Allude al Monde, prima che a Gouguenheim, ma il guaio è fatto.
La faccenda poteva finire lì, e invece s’aggiungono altri due medievisti di rango, Gabriel Martinez Gros e Julien Loiseau, che esercitano a Paris VIII e Montpellier III, e accusano il collega lionese di sopravvalutare il ruolo del mondo bizantino; di confondere “musulmano e islamico”, senza distinguere la religione dalla civiltà; e di porre una dimostrazione dettata dalla paura e dalla chiusura al centro di “una nuova grammatica delle civiltà, avvalendosi di fonti discutibili, come René Marchand, autore di una controinchiesta su Maometto, dal sottotitolo esplicito “Un despota contemporaneo, una biografia ufficiale truccata, 14 secoli di disinformazione”. Pazienza, se lo stesso Gouguenheim, chiamato in causa, ricorda di provenire da una famiglia ha fatto la Resistenza, di non voler rivolgere alcuna critica alla civiltà arabo-musulmana, e di non aderire nemmeno alla tesi di Samuel Huntington sullo scontro di civiltà. E pazienza se davanti a John Vinocur, che ieri ne ha scritto sull’Herald Tribune, il professore abbia riconosciuto la dimensione politica del suo studio, confessando di aver avviato quello che considera un semplice “tentativo di chiarificazione” già nel 2002, quando fu la stessa Unione europea a raccomandare agli autori dei manuali di storia uno sguardo più positivo sul retaggio islamico nella cultura europea. Il rapporto tra l’Europa cristiana e il mondo arabo ormai è materia incandescente; per dar fuoco all’incendio è bastato riesumare dall’oblio dei tempi un oscuro traduttore vissuto alla corte di Costantinopoli come Giacomo da Venezia, il quale, monaco all’abbazia del Monte Saint-Michel, ebbe come unico merito storico di cominciare a tradurre Aristotele cinquant’anni prima che la versione araba comparisse nella Spagna dominata dai Mori.

Marina Valensise
©Il Foglio, 30 aprile 2008


 

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