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Chi sbaglia di più tra Nicolas Sarkozy e i giornalisti francesi?
Pubblicato il 30 marzo 2010, in Diario

Parigi. Per riflettere sul tonfo di Sarkozy nei sondaggi, sul centrodestra che annaspa dopo lo smacco alle regionali, sull’Europa e la grettezza tedesca, sulla crisi in medio oriente – i centristi di Commentaire si danno appuntamento, come sempre, in un ristorantino della rue de Lille. Seduti intorno a un tavolo ..(continua oggi sul Foglio, pagina 3)

L’ambiguità morale del soldato
Pubblicato il 6 gennaio 2009, in Diario

Se è vero che le immagini hanno ucciso l’immaginazione, perché il bombardamento quotidiano di realtà al quale siamo esposti preclude l’intelligenza dell’immaginario, tanto che il leggere ormai è diventato una fonte di sofferenza, non solo per gli adolescenti, è vero pure che per capire la realtà, per capire ad esempio il modo in cui il soldato israeliano va alla guerra, e cogliere tutta la gamma di ambiguità morale che lo assedia quando entra a Gaza e deve affrontare il nemico arabo – un’ambiguità fatta di esitazione e disperazione, di brutalità e sventatezza, ma anche di saggezza e remissione sacrificale davanti a un uomo che prima di essere un nemico per lui è anche un vicino, il suo panettiere, il suo autista, il suo babysitter, il suo idraulico e factoctum – bene, per capire tutto questo bisogna leggere l’ultimo romanzo di David Grossman, “Una donna in fuga dalla notizia”. Racconta la storia di una madre, Orah, che per sottrarsi all’annuncio di una disgrazia che potrebbe colpire il figlio soldato, inviato in missione in Cisgiordania, quasi a volere scongiurarne il caso, stacca il telefono, esce di casa e parte per il viaggio progettato con lui, facendosi però accompagnare da un vecchio amico, assieme al quale inizia un lungo pellegrinaggio a piedi attraverso le montagne della Galilea, che è anche un viaggio nella memoria sua privata e della sua generazione e in quella collettiva dello stato di Israele e le sue guerre. Tradotto da Alessandra Shomroni per Mondadori, in italiano s’intitola “A un cerbiatto somiglia il mio amore”, perché l’editore ha preferito riprendere quel versetto del Cantico dei cantici (2,9) che viene in mente a Orah, guardando il figlio provarsi una camicia nel camerino di un negozio, e giocando così sul termine, Ofer, che in ebraico vuol dire cerbiatto, ma è anche il nome proprio, scelto per il protagonista. E’ un grosso tomo di ottocento pagine. Appena si prende in mano ti tiene incollato per ore, sfidando il principio di gravitazione universale e le leggi spazio-temporali, tanto trasuda amore e dolore, terrore e passione, morte e vita, pace e guerra.
Grossman è infatti un grande scrittore pacifista. Un santo laico dello stato di Israele, amato e venerato come può esserlo un moderno profeta nel cui verbo respira una tradizione millenaria. E’ convinto che solo il romanzo possa afferrare il cuore delle cose, “il cuore nascosto del reale”, come dice lui, perché “il romanzo evita la dialettica amico-nemico, la categorizzazione a oltranza, il capriccio dell’istante”. Ma è anche un uomo del suo tempo, molto nevrotico e disperato come lo sono per lo più gli scrittori contemporanei. E’ un ateo radicale, uno che dice di voler “vivere nella paura”, di “voler sentire che non c’è nulla che mi protegga oltre le cose create da me stesso”, ma al tempo stesso è un narratore onnisciente mosso dall’onnipotente ambizione di “dare ordine al caos”, come egli stesso ha confessato di recente, usando un termine, “Tohu”, che figura nel libro della Genesi. Questo suo ultimo romanzo ha cominciato a scriverlo quattro anni prima che suo figlio Uri, soldato nell’esercito israeliano, perdesse la vita al fronte, 48 ore prima dell’inizio del ritiro delle truppe dal Libano, nell’agosto 2006. Uri Grossman, figlio secondogenito, era un tipo un po’ speciale. Intelligentissimo, profondo, ipersensibile e molto spiritoso, come suo padre, doveva essere molto più vecchio dei suoi 19 anni, come in genere lo sono i ragazzi israeliani, maturi anzitempo per forza di cose. Di quel romanzo aveva letto già vari capitoli e aveva pure dato il suo contributo su alcuni dettagli tecnici. Quando Uri Grossman è morto, anche suo padre David si è spento. “Come salvare questo libro?”, chiedeva ai suoi amici. “Sarà il libro a salvarti”, gli rispose un giorno Amos Oz.

E infatti il libro è un concentrato di tante vite che rincorrono la morte per tenere a bada la guerra, l’odio, la violenza. “I libri sono l’unico luogo al mondo in cui le cose e la loro perdita possono coabitare”, ha detto Grossman. Nel suo libro c’è Orah, per esempio, la madre di Ofer, che vaga a piedi per torrenti della Galilea con Avram, l’amante perduto, il padre negato, e pensa ai tempi della guerra dei Sei giorni, quando un’estrazione a sorte la costrinse a scegliere proprio lui per una missione a rischio contro l’esercito egiziano che trasformerà quel ragazzo brillante, aspirante commediografo, in disadattato dopo la riabilitazione impossibile dai postumi della prigionia e della tortura. C’è Ilan, l’ex marito, avvocato di successo, il terzo polo del trio di gioventù, che vivrà corroso dal rimorso e dai sensi di colpa, per esser stato lui e non Avram, l’amico irresistibile e geniale, a dare un figlio a Ofer. C’è Sami, l’autista arabo “volto ermetico, braccia massicce”, che coinvolge Orah nel soccorso ai clandestini palestinesi, ma la spinge all’odio, perché, guida con la radio accesa, passando dall’arringa del premier dello stato di Israele, “determinato a reprimere il culto dei martiri dei suoi nemici per proteggere i suoi figli” all’infiammato proclama arabo con sottofondo militare, senza cedere alla richiesta di spegnerla, indifferente all’astio che esplode tra i due. “Non fa parte della  cultura degli arabi, del loro senso dell’onore, un onore del cavolo, e quelle offese infinite, e le vendette, e i conti che ti fanno per ogni mezza parola che gli hai detto nella preistoria, e tutto il mondo gli deve sempre qualcosa, tutti hanno colpe verso di loro”. E poi c’è Avram, l’ombra tragica del soldato finito in un agguato sul canale di Suez. Passeranno 36 anni prima che scopra il tentativo di salvarlo da parte dell’amico e qui la guerra di Grossman si colora di ambiguità, fra i soldati egiziani in ritirata, Ilan, che si scola una borraccia, le ginocchia tremanti: “Il pensiero che avrebbe potuto uccidere un uomo, e che desiderava moltissimo farlo, aveva squarciato una patina che lo avvolgeva da quando era uscito dalla base”. Ilan che fa come un pazzo per collegarsi via radio con Avram, sepolto in fondo al canale: “Lascia perdere, aveva detto il comandante con delicatezza. Per ora non possiamo fare niente. L’intero esercito egiziano lo circonda e noi abbiamo zero forze laggiù. E sentilo, aveva aggiunto in un sussurro, quasi temendo che Avram potesse udirlo, a lui non importa più dove si trova, credimi. A conferma di quelle parole, Avram era esploso in un grido prolungato e gracchiante. Il comandante con gesto veloce aveva girato la manopola della fequenza, e al gracidio di Avram si erano sovrapposti ordini, spari, rilevamenti sonori per aggiustare il tiro dell’artiglieria. E tutti quei suoni, per un attimo, erano sembrati logici anche a Ilan, a modo loro, uno scambio accettabile, date le circostanze”.
    Marina Valensise




La letteratura e l'impegno: Dialoghi italo-israeliani
Pubblicato il 23 novembre 2008, in Diario

S'apre lunedì con una conferenza stampa all'Hotel Monte Sion di Gerusalemme il convegno organizzato dall'Istituto italiano di Cultura in occasione della visita di Stato del presidente Giorgio Napolitano in Israele. Son giù arrivati Alessandro Piperno, Elena Loewenthal, Edoardo Albinati, Maria Ida Gaeta, Lidia Ravera, Claudio Magris, Filippo Tuena, e tanti altri scrittori, critici, intellettuali italiani. Simonetta Della Seta, instancabile direttrice dell'Istituto culturale italiano, ha organizzato le cose in grande. Martedì Claudio Magris e A.B. Yehoshua parleranno dei confini della letteratura. Mercoledì Ahron Appelfeld, Svyon Liebrecht, Dorit Rabynyan dialogheranno con Alain Elkann, e gli altri colleghi italiani sul retaggio della memoria, mentre grazie a Manuela Dviri Luciano Canfora, Elisabetta Rasi, Sergio Givone parleranno di passato e di presente con Haim Beer, Eli Amir, Meir Shalev, Yael Hedaya, fra gli altri. Si parlerà anche di traduzioni e edizioni, e di invenzione della realtà: attesi Corrado Augias e Giorgio Montefoschi per dialogare con Yoram Kaniuk e Etgar Keret. Giovedì Lectio Magistralis di Napolitano all'Università Ebraica di Gerusalemme, e poi Piperno, Ravera parleranno di provocazione delle parole con Orly Castel Bloom, Bernny Barbash e Eshkol Nevo, sotto la guida di Avirama Golan, David Grossmann e Susanna Tamara della Forza del'interiorità, "moderati" da me stessa, e poi a seguire, nel pomeriggio, sentiremo parlare di done, con Zeruya Shalev e Alon Altaras e di verità della poesia, con Ariel Rathaus e Shimon Adaf, fra gli altri. Programma intenso e molto promettente, per festeggiare i 60 anni dello Stato ebraico.

Venerdì 9 maggio, Torino
Pubblicato il 2 maggio 2008, in Appuntamenti

Salone del Libro, Spazio Rai, ore 16: Tavola rotonda su "Yehoshua: viaggio nel nuovo millennio", con Simonetta Della Seta, Claudia De Benedetti, Ernesto Ferrero e Giorgio Montefoschi, dopo la presentazione del documentario di Claudio Pagliara, "Yehoshua racconta Yehoshua".

 

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