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Luciano Canfora e La natura del potere
Pubblicato il 18 marzo 2009, in Diario

Luciano Canfora perde il pelo, ma non il vizio. Perdoni la licenza il professore, che è un antichista di chiara fama, l’ultimo filologo del mondo classico e dei suoi tesori, conoscitore in profondità di classici greci e latini. Ma il suo insistere nel comparatismo storico, l’ostinazione con cui da anni alterna la lettura di Tucidide, Plutarco e Svetonio, le ricerche sull’assassinio di Cesare e l’impero di Augusto, coi saggi di storia contemporanea, che vanno dal complotto omicida contro l’ex ministro del fascismo, Giovanni Gentile, a scritti più estemporanei sulla fortuna di Josif Stalin, sembra l’indice di un’insoddisfazione che può giocare, e gioca, brutti scherzi. Lo dimostra quest’ultimo pamphlet 
("La natura del potere" 100 pp., Laterza, euro 14) con cui s' inaugura una nuova collana militante, intitolata “Anticorpi”.
Canfora passa dalla democrazia antica, la democrazia ateniese o romana, fondata sulla partecipazione su base censitaria e sull’integrazione assoluta tra il potere e il corpo della polis, alla democrazia rappresentativa moderna, fondata invece sul suffragio universale, sull’astrazione della rappresentanza e sull’artificio del consenso legato alla tutela degli interessi individuali, più che sull’adesione alla virtù. E’ vero che rispetto ai precedenti saggi fa un piccolo passo avanti quando, invece di confondere i due regimi trascurando allegramente le teorie politiche degli ultimi tre secoli, cita apertis verbis un pensatore come Benjamin Constant, che fu il primo a distinguere tra libertà degli antichi e libertà dei moderni, nel famoso discorso del 1819 all’Athénée Royal di Parigi. Solo che Canfora resta un sostanzialista. Insensibile alla dimensione astratta del liberale Constant, qui bollato come un bonapartista, anche se la sua adesione all’Impero fu di breve durata, e per di più vincolata al rispetto dell’Atto addizionale alle Costituzioni napoleoniche, Canfora insiste nella difesa del governo del credito e dei banchieri ad opera di colui che resta il pensatore preferito di Isaiah Berlin. Lo fa, evidentemente, per meglio demistificare la natura astratta della moderna democrazia rappresentativa, insistendo sulla natura sostanziale del potere, immutabile nel tempo, e identica nei tratti, nella perversione e nel meccanismo interno, sia che si tratti di Cesare, sia che si tratti di Hitler, o Stalin.
Il risultato è un pamphlet inquietante quanto ambiguo, dove si discute dell’arte  di Pericle nell’Atene del V secolo, che non parlava mai all’assemblea della polis o lo faceva rarissimamente per dare maggior forza alla sua autorità, e si discetta dell’inutilità del tirannicidio, raccontando di Cesare, dei sogni premonitori suoi e di Calpurnia alla vigilia delle Idi di Marzo, salvo addivenire a un controverso paragone con Hitler, mancata vittima dell’attentato di Claus von Stauffenberg nel luglio 1944: “Ove fosse riuscito, avrebbe portato alla fine immediata della guerra o addirittura alla fine del regime nazista?” si chiede infatti il professore e poi risponde: “Sarei incline a dubitare di una tale eventualità”. Per lui che è un postrelativista, come per Hobbes che era un nominalista, “la differenza tra re e tiranno è dovuta solo al punto di vista dell’osservatore”. Alla fine, però, sull’onda di questo sostanzialismo scettico, diventa un po’ difficile seguire Canfora, quando descrive l’ultimo travestimento del potere, affidato a uno solo, suffragato dal consenso di massa, ma in realtà frutto a dir suo di “un potentato mediatico che plasma la mente del popolo profondo attraverso la programmazione tv, grazie alla conquista del centro e al monopolio della parola monologante in uno studio televisivo”. Bernabei aveva fatto in questa direzione più di Berlusconi. Lui ci mette la politica, a volte vince e a volte perde, secondo la natura del potere in una democrazia moderna.

Marina Valensise
© Il Foglio, 19 marzo 2009


L’elogio dell’ipocrisia per Constant fonda la libertà di noi moderni
Pubblicato il 23 febbraio 2009, in Diario

Solo in manicomio, scriveva Blaise Pascal, uno è libero di dire tutto quello che pensa davvero del suo prossimo. In società no, non è possibile. Da che mondo è mondo, da quando si è scoperta l’arte del vivere civile, l’honnête homme, infatti, sa benissimo che per vivere tranquillo dentro il consorzio umano, per vivere al riparo dalle passioni distruttive, deve mentire. Dissimulare e mentire. Mettersi in testa quella massima di La Rochefoucauld secondo il quale “l’ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù”. E cercare di utilizzarla come una risorsa preziosa per salvaguardare la convivenza umana e la sua stessa vivibilità. Non per niente fu un grande moralista vissuto in pieno Terrore rivoluzionario, e intenzionato a uscire dal regno del Terrore, a teorizzare l’elogio dell’ipocrisia.
Benjamin Constant non aveva nemmeno trent’anni nel 1796 quando pubblicò il saggio su “Le reazioni politiche”, in cui fece del dovere di mentire il fondamento del governo moderato e rappresentativo e delle libertà costituzionali con cui arginare la tirannia della sovranità popolare e la degenerazione giacobina. “Il principio morale secondo il quale è un dovere dire la verità, se fosse preso in modo assoluto e isolato, renderebbe impossibile qualsiasi società” scriveva Constant riprendendo non solo Pascal e La Rochefoucauld, ma anche Machiavelli e Hume. E mai il suo elogio dell’ipocrisia fu tanto attuale come lo è per noi oggi, che in nome della trasparenza, dello stato di diritto, della Costituzione e dell’autodeterminazione individuale vorremmo  stabilire addirittura per legge il diritto a disporre della nostra vita, e persino di quella altrui, in casi di grave e irreversibile incapacità.
Fa benissimo quindi Angelo Panebianco, il più aroniano e liberale degli editorialisti del Corriere della Sera, a denunciare il legicentrismo incombente sia fra i fautori della sacralità della vita, pronti a imporre per legge il divieto di rifiutare alimentazione e idratazione a pazienti incapaci di intendere e volere, sia fra i sostenitori della libera scelta, pronti a far valere a tutti i costi l’opposto principio della dignità del fine-vita. Panebianco cerca di preservare dalla mania legislativa quella zona grigia, fatta di silenzi, di sguardi compassionevoli, di parole a mezza bocca dette dai medici, dai malati, dai parenti dei malati. Difende la “necessaria ipocrisia” e insiste sulla scelta del termine. Ha ragione. E ha ragione persino quando, andando oltre Pascal e La Rochefoucauld, spiega che l’ipocrisia non è il vizio che rende omaggio alla virtù, “ma è essa stessa virtù”, perché permette di offrire soluzioni empiriche, senza offesa per alcuno, e sottrarre alla pubblica piazza una discrezione che deve restare privata.
E’ l’ultimo argomento in difesa della libertà dei moderni contro la tirannia d’una maggioranza che detta legge. Non a caso  riecheggia quello che oppose il moderato Constant al radicale Immanuel Kant, quando costui sosteneva il diritto morale di dire la verità persino davanti a degli assassini che dessero la caccia a un vostro amico, rifugiato in casa vostra. “Sostenere in sé e per sé il dovere di dire sempre e comunque la verità sarebbe distruttivo per la società”, scrisse Constant, all’ombra della ghigliottina. Ma lo sarebbe pure negarlo, spiegò, perché farebbe crollare le stesse basi morali della società. Ergo, l’unico modo di applicare un principio, senza arbitrio, è definirlo: dire la verità è un dovere, certo, ma il dovere corrisponde ai diritti di un altro. E dire la verità è un dovere solo verso chi ha diritto alla verità. Ma nessuno ha diritto alla verità che nuoce agli altri.


Marina Valensise
© Il Foglio, 23 febbraio 2009














 

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