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Dante vincera’ sui nuovi barbari
Pubblicato il 9 febbraio 2009, in Diario

Poeta, attore, musicista, scrittore, biografo, latinista, germanista, umanista in senso lato, lettore vorace e sulfureo, conservatore teatrale e fluviale, fra i tanti aspetti della sua personalità Quirino Principe deve prediligere quello di filosofo della cultura, come egli stesso si definisce, declinando il termine “storiografo”. E in effetti vanta un primato. Fu il primo a parlare di scontro di civiltà, con un anticipo di almeno vent’anni sull’americano Samuel Huntington. All’epoca, era un semisconosciuto professore al liceo Manzoni di Milano. Era cresciuto meditando gli scritti di Nietzsche e traducendo le opere di Ernst Jünger, il soldato della Prima guerra mondiale teorico dell’Anarca, del Lavoratore, della Mobilitazione totale, sopravvissuto alla Repubblica di Weimar, al Terzo Reich, al maëlstrom nichilista che seguì il crollo del nazismo. Per forza di cose, dunque, il prof. Principe era uno di quei tanti docenti temuti e odiati, che deliziavano i loro allievi inscenando drammi di Goethe e poemi di T.S.Eliot, o raccontando le avventure  del Parsifal. E oggi che come allora continua a dispensare la sua scienza musicale a sciami di adolescenti ignari, guarda con la stessa preoccupazione alla “nuova barbarie” che minaccia l’occidente, paragonandola all’assalto dei Goti sull’impero romano nei secoli bui. “Il mondo attuale è molto simile al quello che visse la caduta dell’impero romano di occidente”, dice infatti il professore. “Esistono elementi di totale coincidenza: una crudeltà fiscale crescente, una crisi demografica dilagante, un’invasione barbarica questuante e strisciante e infine la stessa connivenza della chiesa coi nuovi barbari, come nel V secolo dopo Cristo”. L’unica differenza, forse, sta nel fatto che allora si era agli albori della civiltà, mentre oggi si parla apertamente di decivilizzazione e inselvaggimento. “Allora i barbari erano feroci, ma innocenti”, incalza il prof. “Erano bestie, stupratori, che legavano una fanciulla a due carri rivolti in senso opposto per squartarla, ma rimanevano colpiti dalla nostra civiltà anzi catturati, come quel Droctulft, il guerriero longobardo scoperto da Benedetto Croce in un testo di Paolo Diacono e finito pure in un racconto dell’Aleph di Jorge Luis Borges. Inviato in avanscoperta da Alboino, costui rimase talmente folgorato alla vista della città di Ravenna, da rinuncare all’assedio, abbandonare i suoi e morire difendendo l’ordine di quella stessa città che prima voleva distruggere. ‘Sa che in essa egli sarà un cane, o un bambino, e che non potrà mai capirla – scrive Borges nel suo racconto – ma sa anche che essa vale più dei suoi dèi e della fede giurata e di tutte le paludi di Germania’”.
Diverso il caso dei barbari nostri contemporanei, i musulmani integralisti che sciamano per le vie delle nostre città inneggiando a Hamas e pregano a testa in giù verso la Mecca prosternandosi davanti al Duomo di Milano o davanti a San Petronio di Bologna. “Questi qui arrivano con una cultura loro, che li rende compatti”, dice Principe. “Come facciamo a difenderci? ‘Hanno una cultura forte’, diceva il cardinale Giacomo Biffi, ‘hanno una fede e noi niente’. Ma questo mi offende. Come sarebbe a dire niente? Io ho Goethe, ho Dante Alighieri, che tu cristiano non leggi, perché ormai leggi solo don Giussani e hai smesso pure di leggere Manzoni; io ho Montaigne, ho Michelangelo, ho Montesquieu, Hölderlin, Kafka e mi sento molto forte, anzi fortissimo…”
I conti però non tornano. Tutti questi grandi autori infatti sembrano armi spuntate. “Niente affatto”, insorge Principe e si mette a rievocare una sua recente lectura Danctis, a Rimini. “Ho letto il Canto XVIII dell’Inferno, dove Dante incontra Maometto lacerato dai demoni, come seminatore di discordia, e lo descrive ‘rotto dal mento infin dove si trulla’, cioè spaccato in due dal mento sino alle parti invereconde, che fanno cose maleducatissime, mentre le interiora e il sacco dello stomaco dipinto con perifrasi volgare gli pendono giù dalle gambe (Tra le gambe pendevan le minugia;/ la corata pareva e ’l tristo sacco/ che merda fa di quel che si trangugia). Nello stesso canto si parla di Alì, il genero di Maometto ‘fesso nel volto dal mento al ciuffetto’, altro seminatore di scandali e di scismi tra sciiti e sunniti. Alla fine della mia recitazione, si avvicina un signore ben distinto e mi fa: ‘E’ stato molto bravo lei’ – e a questo punto l’attore che vive in Quirino Principe si mette a mimare un arabo che parla in italiano. ‘Io sono musulmano e non tollero che si debba leggere un canto come questo’. Lei avrà pure da ridire sull’affresco di san Giovanni da Modena a San Petronio di Bologna?, gli ho risposto. ‘Sì dovreste raschiarlo o nasconderlo’. Ecco, la loro tesi è distruggerlo pezzo per pezzo come i Budda afghani smantellati per mano dei talebani. Gli integralisti islamici vorrebbero far saltare in aria le piramidi, la cui presenza fisica è la premessa di una conquista coloniale. Per questo al fanatismo non si può contrapporre un altro fanatismo, ma la consapevolezza della nostra cultura europea. E la differenza non è tra chi ha fede e chi non ha fede” insiste Principe, “ ma tra chi ha coraggio e chi non ce l’ha sul piano individuale. Conosco tante persone che la pensano come me, che si professano laici intransigenti e grandi ammiratori di Ernst Jünger, come se fossero una società segreta, ma quanti di loro avrebbero il coraggio di combattere i nuovi barbari? Di prendere le armi e contrapporsi in uno scontro frontale? Nessuno”.
C’è molto dell’Anarca in questa idea, la figura insulare, concepita da Jünger, del grande Solitario che resiste alle tempeste della storia, ritirandosi in se stesso, ultimo baluardo su cui è sovrano, e nel mondo delle sue letture. In fondo, la stessa biografia di Quirino Principe, dimostra che è una via percorribile. Quando coniò l’espressione di scontro di civiltà, Principe infatti era già un antimoderno. Viveva in comunione di spirito con Guido Ceronetti, con Elémire Zolla e altri irregolari, denunciando l’abuso dell’automobile, e contrastando con l’erudizione i dogmi benpensanti del progressismo. Aveva scritto un paio di saggi così luminosi sul destino della scuola e l’incultura (“Vita e morte della scuola”, del 1970, “Manuale di idee per la scuola” del 1977), che oltre a risultare oggi introvabili, gli erano valsi l’avvio di una discreta carriera, culminata come coordinatore per la sezione storica dell’Enciclopedia Europea alla Garzanti. Insomma, era un umanista in trincea. Grande conoscitore dell’arte classica, di Antico e Nuovo Testamento, si era laureato sotto la guida del cattolico Luigi Stefanini su Filone d’Alessandria, il filosofo ellenistico che interpretò la Bibbia secondo la filosofia di Platone, scoprendo nel trattato sulla Creazione del mondo secondo Mosè un’allegoria della creazione della scala musicale. Tutto sembrava annunciare un radioso avvenire in uno dei gangli dell’industria culturale italiana, senonché, un bel giorno il professore mollò tutto.
Era il 13 dicembre 1969. Il giorno prima era scoppiata la bomba di piazza Fontana, nell’atrio della Banca nazionale dell’agricoltura. Livio Garzanti – editore genialoide e imprevedibile per quel suo modo, che descrive lo stesso Principe, di alimentare nei suoi dipendenti “rapporti instabili e nevrotici, aleatori e sempre periclitanti, umorali e varianti da una predilezione ostentata a un freddo odio umiliante, con alti e bassi sovente ripetuti a ciclo nell’arco di una sola giornata” – ebbe una battuta infelice: “Dottor Principe, secondo me sono stati i suoi amici, i terroristi altoatesini”. Il professore, nativo di Gorizia, temprato da un’educazione militare dopo un’infanzia, vissuta in piena guerra, in balìa di un commando della Wehrmacht, non ci vide più. Offeso nell’intimo, umiliato nel suo orgoglio etnico-culturale, afferrò la scrivania e la scaraventò a terra, con tanto di portapenne, matite, portafoto del figlio neonato, spaccandola in due davanti agli occhi attoniti del Garzanti. Poi s’alzò, agguantò la borsa e scomparve. Non avrebbe mai più rimesso piede in via della Spiga, lasciando lì anche l’ultimo stipendio, segno di massimo sdegno. Quel giorno si compì il suo destino. L’ardore del gesto, infatti, fece il giro dei salotti milanesi e nel giro di ventiquattr’ore Principe venne arruolato da Alfredo Cattabiani alla Rusconi, dove per lui iniziò un’altra avventura.
“Quando nel 1969-70 mi accollai l’immane compito di ritradurre il ‘Signore degli Anelli’ di Tolkien per curarne l’edizione italiana, mai avrei immaginato che sei anni dopo il Fronte della Gioventù dichiarasse ‘è un libro nostro’, mentre la sinistra lo disprezzava e i cattolici volevano dimostrare che Frodo era una metafora di Gesù Cristo e Tolkien di San Fancesco. Mi ha sempre  irato quella strana forma di compatimento cattolico verso la presunta assenza di spiritualità dei laici. Ma allora, mi domando, i Kafka, i Leopardi, i Nietzsche, gli Schopenhauer, coloro il cui ritratto tengo appeso sul mio computer, son tutti privi di spiritualità? La spiritualità da laico esiste eccome. La mia si fonda sulle “Elegie ruinesi” di Rilke, sulle poesie di Kavafis, sui romanzi di Thomas Mann, Dostoevskij, Proust: tutti autori che esistono perché prima di loro c’è stato il cristianesimo, certo. Ma dire che la cultura occidentale, per il fatto che ci sia stata una contestazione della religiosità, non abbia un briciolo di spiritualità mi offende profondamente. A volte mi si avvicina una ragazza – continua Principe mimandone la voce chioccia come se fosse su un palcoscenico – ‘volevo dirle che io sono di Cl, sono cristiana e vorrei essere rispettata nelle mie idee e nella fede’. E pure io  voglio essere rispettato nella mia.”
Impresa problematica, visto l’alto rischio di nichilismo che oggi sembra minare la stessa sopravvivenza di una cultura europea e di una tradizione incapace di difendersi perché nega le sue radici. Il professore però sembra perplesso, e per rispondere sfodera un nuovo aneddoto. “‘Non dimenticate’, mi disse una volta un musulmano, ‘che noi abbiamo una nostra cultura, abbiamo Omar Hayyâm…’ Taci, gli urlai. Tu il poeta, astronomo, filosofo, matematico medievale vissuto in Persia all’epoca dei Selgiuchidi, non sei nemmeno degno di nominarlo. Non ne siete degni. Se vivesse oggi, voi lo seghereste vivo, tanto rappresenta il bello, la musica, il vino, la pittura, l’edonismo, la libertà della ricerca e della conoscenza. Insisto: la forza per contrastare il fanatismo noi europei possiamo trarla solo dalla coscienza di ciò che siamo. Certo, non è facile, perché quando la chiesa ha distrutto l’uso del latino, tant’è che non c’è un prete sotto gli ottant’anni che lo conosca, quando ha deciso di gettare nella spazzatura il suo patrimonio musicale e l’altissimo significato formale di quest’arma spirituale, ha buttato a mare l’intera cultura occidentale, per farsi africana, asiatica, e consegnarsi mani e piedi ai nuovi barbari e trascinarci dentro tutti”.
Ma cosa impedisce a noi europei di ritrovare il coraggio? “Già perché la magistratura cala le brache e manda libero un terrorista dicendo che nella sua patria è un patriota? Perché questo cupio dissolvi, questo desiderio di morte? Perché da Plauto a Dante, e poi a Boccaccio, a Petrarca, a Machiavelli, a Vico e sino a Leopardi e Manzoni, la nostra cultura ha sempre considerato non molto avveduti i detentori del potere, sia nelle forme del legislatore sia in quelle dei magistrati giudicanti. Nasce forse da qui l’odio per l’esercizio della libera ragione”.
Questo sul piano del potere, ma sul piano delle idee, cos’è che non va? “Me lo son chiesto spesso. Essendo un uomo di teatro, le risponderò con l’esempio del ‘Don Giovanni’ di Mozart. Don Giovanni è un seduttore, volendo uno stupratore, visto che l’opera  inizia con un mancato stupro; è un mentitore, un cinico, un traditore, però di una cosa non manca quando (Metà di voi qua vadano,/ E gli altri vadan là,/ E pian pianin lo cerchino:/ Lontan non fia di qua) travestito da Leporello, Don Giovanni parla di se stesso: ‘Se un uom e una ragazza/ Passeggian per la piazza;/ Se sotto a una finestra/ Fare all’amor sentite,/ Ferite pur, ferite:/ il mio padron sarà!/ In testa egli ha un cappello/ Con candidi pennacchi/ Addosso un gran mantello,/ E spada al fianco egli ha’). A un certo punto incontra donna Anna e Don Ottavio: la prima è atterrita, l’altro invece non ha capito che proprio lui è Don Giovanni, il seduttore, e gli domanda, volete  essere dei nostri? ‘Questa man, questo ferro, i beni, il sangue/ spenderò per servirvi’, riponde Don Giovanni, ed è sincero. Si cimenta. Sarebbe pronto a combattere per difendere l’onore di una donna che lui stesso ha tentato di violentare. Ma cosa fa Don Ottavio  quando capisce che gli stanno insidiando la fidanzata? Va a chiamare la polizia. E’ una svolta decisiva nella storia del ‘vir’ . Il maschio di Don Giovanni con tutti i suoi peccati, è pronto a usare la spada che ha sempre al suo fianco. Ottavio, invece, non ha la spada e se gli si insidia la fidanzata, invece di agire chiama la polizia. Da quel momento inizia la decadenza del maschio in occidente. Naturalmente è un archetipo, un modello ermeneutico, ma vale anche per molti altri aspetti della rinuncia dell’occidente alla sua essenza”.  
A questo punto il professore parte come un fiume in piena per un lungo excursus su Tristano e Isotta, i Nibelunghi, il Trobar claus, l’amor cortese e la passione dell’eros che per lui costituisce l’essenza dell’occidente, e la matrice intima del suo nucleo meraviglioso, come dimostrò negli anni Trenta il famoso saggio di Denis de Rougemont. “L’occidente è l’amore di Tristano e Isotta, che ha per oggetto il trasporto e la strana tensione tra sensuale e religioso che fonda la lingua e la letteratura dei paesi europei. La donna amata è un essere superiore, una specie di dea, che sana le mie ferite. La poesia trobadorica usa la metafora dell’amor-militia, come combattimento contro gli infedeli, dell’amor-martirium, come sopportazione di un supplizio, dell’amor-servitium, come rapporto feudale.
E’ questa l’essenza dell’occidente, l’eros, la spada, la fede, la bellezza, la musica e la poesia. Tant’è che ai tempi delle Crociate, Riccardo Cuor di Leone con una mano rompeva la testa agli infedeli con la mazza ferrata, e con l’altra scriveva poesie e componeva musica. Il cristianesimo disloca lo spirito di conquista sanguinaria e la guerra tra stati contro gli infedeli e questo porta alla creazione dei miti e delle metafore che definiscono lo spirito occidentale. Le Crociate, infatti, furono truppe, milizie, esercito, combattimento, fatica e sangue, tutte cose orribili a dirsi e vedersi, anche a causa dell’odio religioso. Ma dal combattere per l’ideale della fede nacque il nucleo meraviglioso dei Nibelunghi, della Chanson de Roland, del Cid, nasce la lingua italiana con la poesia amorosa di Giacomo da Lentini alla corte di Federico II e il Dolce Stil Novo. Stiamo parlando della musica, della filosofia, dell’arte di vivere, della civiltà, del desiderio di benessere e un minimo di giustizia sociale che caratterizza l’occidente rispetto al resto del mondo: un coacervo di ingredienti disparati e contrapposti, dove la religione, il desiderio di purificazione, l’anelito alla trascendenza convivono con l’amore per la bellezza, e il misticismo con l’eleganza elitaria, come nel Parsifal di Wolfgang von Eschenbach, dove la festa nel monastero di Montserrat intorno al sacro Graal, la coppa in cui Cristo ha bevuto, testimonia di un luogo mistico e sontuoso al tempo stesso”. Ma alla fine, se uno gli domanda: da dove nasce il senso di colpa dell’Europa? Dall’aver smarrito quest’essenza, forse proprio per effetto dell’anticristianesimo, che egli invece ha tanto a cuore? Quirino Principe da nietzschiano impenitente risponde convinto: “No. Non è il tradimento dell’identità cristiana, ma il lento lavorio dello stesso cristianesimo che col tempo ha eroso tutti questi aspetti esteriori della civiltà europea e adesso ne sta erodendo il nucleo”. Sicché secondo lui per capire la differenza che esiste tra un libero e un lacchè ormai bisogna leggere le parole di un poeta, Theodor Storm, scelte da Jünger come epigrafe del saggio sul generale Ludendorff, il teorico della mobilitazione totale, e conservate dal prof. nel suo vademecum: “Der Eine fragt:  was kommt danach?/ Der Andere fragt nur: ist es recht?”. “Il primo domanda: cosa succede dopo? L’altro domanda solo: è giusto ciò che faccio?”.


Marina Valensise
© Il Foglio, 7 febraio 2009


Pure all’antioccidentalista Ziegler tocca l’accusa di razzismo
Pubblicato il 30 dicembre 2008, in Diario

A Parigi, la procura apre un’inchiesta preliminare per appurare se l’invito del negazionista Robert Faurisson allo show del comico Dieudonné configuri il reato di crimine contro l’umanità. A Ginevra scoppia un caso di razzismo che, per quanto paradossale possa sembrare, mette in stato di accusa Jean Ziegler, il più antioccidentalista, terzomondialista, anticolonialista fra i sociologi in circolazione. “E’ come accusare il Papa di essere buddhista”, ha detto Ziegler in un’intervista al Matin, mostrando sconcerto verso l’iniziativa del Carrefour de réflexion et d’action contre le racisme anti-noir, che lo ha denunciato per “vero  incitamento insidioso all’odio razziale” chiedendo persino il sequestro del suo ultimo libro.
Fresco autore di un saggio sul tema, “L’odio dell’Occidente” uscito da Albin Michel, sull’onda della crisi dei mercati finanziari lo svizzero Ziegler imputa all’occidente e al capitalismo globalizzato le peggiori colpe nella storia dell’umanità: aver creato ed esportato i più raffinati sistemi di oppressione e sfruttamento dell’uomo sull’uomo;  aver perpetrato negli ultimi 500 anni i massimi crimini contro l’umanità, prima col genocidio degli indiani, poi con la deportazione di 450 milioni di schiavi africani; aver colonizzato i tre quarti del pianeta, occupando  territori ovunque, in Africa, in India, in Australia, saccheggiando risorse, sequestrando manodopera, seminando ovunque miseria e povertà per il profitto egoistico dei pochi. Morale? Se i popoli del terzo mondo odiano tanto l’occidente ne hanno  tutte le ragioni, tanto più che l’attuale ordine mondiale – “ordine omicida” secondo Ziegler – non fa che perpetuare il sistema di dominio e sfruttamento, come dimostra la distruzione del mercato africano del cotone nel Ciad o nel Togo, da parte dell’industria americana, complice l’Organizzazione mondiale del commercio, o gli accordi commerciali iniqui imposti dall’europea alle ex colonie. Ma la Cina, l’India, il Brasile?  Le nuove potenze che crescono a ritmo del 10 per cento l’anno? Sono un esempio che non vale, risponde il fustigatore Ziegler, perché le oligarchie del sud non fanno che riprodurre il sistema di dominio e sfruttamento inventato dagli occidentali. E persino i diritti dell’uomo sono nel mirino: invece di essere l’armatura della comunità internazionale – spiega Ziegler, membro fra l’altro del Consiglio dei diritti dell’uomo alle Nazioni Unite e già relatore sul diritto all’alimentazione –, sono strumentalizzati dagli occidentali in funzione dei propri interessi.
La cosa singolare è che a reagire contro la tesi antioccidentalista di Ziegler non è soltanto il compassato Le Monde,  che denuncia errori e approssimazioni  (i due milioni di morti della guerra di Algeria, che invece costò 400 mila vittime), ricordando ai lettori come il fallimento della cultura cotonifera in Africa nasca dalla gestione fallimentare dei despoti locali più che dalle sovvenzioni  americane, idem il collasso di paesi ricchissimi di materie prime come la Nigeria o lo Zimbabwe, in balìa del dittatore Mugabe. A insorgere contro la tesi di Ziegler ora sono anche i rappresentanti di quel sud sfruttato e dominato dall’occidente che accusano lo svizzero di “negare la parola alle vittime nella loro lotta legittima, e ridurre le giuste rivendicazioni delle Ong africane a Durban a espressione irrazionale e violente di un odio dell’occidente”. L’argomento che usano è chiarissimo: “Cercando di suggellare con quest’odio emotivo dell’occidente le legittime aspirazioni storiche dei popoli africani, Ziegler li ferisce profondamente nella loro memoria. Pensiamo a quanti resistettero all’oppressione occidentale senza mai essere motivati dall’odio, come Malcom X o Mandela”. Così all’alba del XXI secolo, l’homo occidentalis, offeso dai bianchi, si fa rappresentare, e molto meglio, dai neri.


Marina Valensise
© Il Foglio, 31 dicembre 2008


Michael Novack contro Zolo, in difesa dell'Occidente e dei diritti umani
Pubblicato il 8 dicembre 2008, in Diario

Michael Novack non ha dubbi. Il teologo cattolico esperto nel conciliare lo spirito del capitalismo con la tradizione dei Padri della Chiesa è convinto che la dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo, sottoscritta sessant’anni fa dall’Assemblea delle Nazioni Unite a Ginevra, sia fondamentale e non solo per le società occidentali. Non ha dubbi nemmeno sulla necessità di estendere la tutela della vita sin dal   concepimento: “L’essere umano esiste sin dalle primissime ore del concepimento: il codice genetico dell’embrione non è quello del padre né quello della madre, ma è quello di un individuo indipendente, che non è un pesce e nemmeno un cocker spaniel, ma un essere umano”. Così come non ha dubbi sulla critica dell’universalismo occidentale. All’argomento dell’empirista scettico Danilo Zolo, preoccupato per i giganti asiatici che ora si affacciano alla ribalta della storia, replica senza troppi stati d’animo: “E’   essenziale come lo è l’aria per i  polmoni. Purtroppo, la gente lo scopre solo in via negativa; solo quando ...(continua domani sul Foglio)

Che fine ha fatto l’Uomo Bianco?
Pubblicato il 11 novembre 2008, in Diario

Cosa cambia per l’Uomo Bianco se un un uomo nero siede alla Casa Bianca? E soprattutto cosa resta dell’Uomo Bianco, nell’accezione che da cinque secoli siamo abituati a riconoscere al concetto, da quando un nero è eletto a capo della massima potenza occidentale? L’arrivo di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti segna una svolta epocale nella storia del mondo, non solo politica, ma innanzittutto simbolica e culturale. C’è chi parla di un avvenimento postrazziale, chi definisce “postetnica” la corrente attuale. Certo è che l’elezione del primo presidente afroamericano d’America suscita alcuni interrogativi. E se molti commentatori riluttano ad assumerli ed evitano di rispondervi, temendo di passare per politicamente scorretti o democraticamente infidi, è anche vero che tacerne o schivare la questione rischia di essere l’espressione di un conformismo timido e reticente.

Obama? E’ uno di noi. La nonna a Kogelo sacrifica le vacche? Il nipote, dallo Studio ovale, rende onore all’Occidente

Ci sono per esempio quelli che vedono nell’elezione di Obama un non fenomeno. Sono i realisti, i cinici, i pragmatici, i disillusi, machiavellici d’antica esperienza, come Ruggero Guarinid, letterato napoletano che vive a Roma: “L’Uomo Bianco ha inventato una macchina – il complesso scienza, tecnica, capitale, mercato, democrazia – che si chiama Occidente. Non è un luogo geografico, è una macchina, per l’appunto. E se domani verrà gestita, amministrata e sviluppata da bianchi, neri, rossi o gialli conta poco. Quel che conta è che resta un’invenzione dei bianchi”. Dunque non cambia molto per lo scettico Guarini, un’anima che dialoga col mito restando sempre in collegamento con l’umore e l’atavismo popolari. “Obama ci difende? E’ uno come noi”, insiste Guarini. Sua nonna Sara a Nyangoma-Kogelo festeggia il successo del nipote americano offrendo il sacrificio delle vacche agli spiriti dei Luo? “Possiamo mai storcere il naso noi cattolici, che sulla fine dei sacrifici abbiamo costruito la teofagia, e ogni domenica ci mettiamo in bocca un pezzettino di Gesù Cristo?”. Non possiamo, benissimo. Ma allora? “Una volta seduto nello Studio ovale, Obama capirà che deve onorare i valori del luogo che l’ha promosso a quel rango. E del resto, sa sin troppo bene che non gli conviene cambiare troppo l’America, perché vorrebbe dire distruggere i passaggi che gli hanno permesso di arrivare dove è arrivato”.
Oltre i realisti, ci sono gli idealisti, i grandi frequentatori di idee astratte, che vedono nel trionfo di Barack Obama un fenomeno “trasformativo”. Uno di questi è Harvey Mansfield, il politologo di Harvard, studioso di Tocqueville e Machiavelli, e autore di un fortunato saggio sulla “Manliness”, la capacità di essere virili, di essere uomini, oggi messa fortemente in dubbio dall’indifferenziazione di genere che procede dall’eguaglianza. E’ convinto, Mansfield, che il cambiamento vero riguarderà non i bianchi, ma i neri. “Saranno loro a cambiare di più. I neri, che hanno aspettato per anni questo giorno, non avranno più bisogno di puntare sul razzismo, sul risentimento, sul rivendicazionismo alla Jesse Jackson”. Non che razzismo e risentimento siano superati, intendiamoci: “La gente ha la memoria lunga” avverte Mansfield, “ma con Obama abbiamo girato pagina”, spiega il discepolo di Leo Strauss oggi vicino ai neoconservatori. Sebbene sia repubblicano, e quindi preoccupato dalla piega liberal della nuova amministrazione e del parlamento americani, Mansfield plaude al trionfo di Obama, “al miglioramento dell’autostima dei nostri concittadini neri” . E ricorda come in America, diversamente da quanto accade in Europa, “i neri hanno sempre voluto essere americani, e se noi bianchi in passato non gliel’abbiamo permesso, ora tutto questo è finito. Come possiamo essere razzisti se eleggiamo un presidente nero?”. Obama, in altri termini, non è il nero che scalza il bianco, ma “un nero artificiale, figlio di un ragazza bianca del Kansas e di uno studente kenyota” che rappresenta la quintessenza del potere bianco. E non bisogna per forza essere un neocon americano per dirlo.

 La sua vittoria più che un’umiliazione dei bianchi è il trionfo dei loro ideali, anche se oggi  nel mondo s’impone il meticciato

Anche Marco Tarchi, lo studioso della destra fascista in Italia, pensa la stessa cosa: “Non è un falso nero, ma la sua storia fa sì che la sua comunità lo percepisce molto diverso dai leader neri radicali alla Jesse Jackson. I neri sono parte dell’America: non c’era bisogno di Spike Lee per renderse conto; e Oprah Winfrey, del resto, non è che un Bruno Vespa di colore, cosa che da noi non so sino a che punto sarebbe stato pensabile”. Proprio per questo, in quanto cittadino americano a tutti gli effetti, Obama, secondo Mansfield, “si è fatto eleggere non in quanto nero, ma come politico universale, che poteva essere votato dai bianchi, perché era il miglior candidato possibile”. La sua vittoria quindi rappresenta il prodotto compiuto dell’universalismo democratico, una delle più grandi invenzioni dell’Occidente. Proprio per questo, prevede Mansfield, “segnerà la fine della correttezza politica che sinora ci ha impedito di parlare di differenze razziali, per non violare un tabù. Oggi il politicamente corretto ha meno scuse. Possiamo finalmente parlare con franchezza di caratteristiche razziali, di vizi e virtù dei vari gruppi e comunità. Grazie a Obama, ai suoi ideali universali, al suo ritorno ai padri fondatori, l’America abbandona il multiculturalismo, per riscoprire l’unità della nazione. E’ un bel progresso”.
Anche i francesi, che con gli americani condividono il progetto rivoluzionario di una cultura politica universale, fondata sui diritti dell’uomo e l’eguaglianza davanti alla legge, guardano con invidia al presidente nero. Anche loro vedono in Obama la quintessenza dell’homo occidentalis. “Non è un beneficiato della discriminazione positiva, ma rappresnta il fior fiore della cultura occidentale” dice il filosofo Alain Finkielkraut, che guarda ammirato al modello di integrazione americana. “In Francia i figli di immigrati fischiano l’inno nazionale, in America il nero Obama vince in nome del patriottismo e dell’unità della nazione, superando divisioni e risentimenti. In lui, internet, che è la modernità estrema, si sposa con un anacronismo come il ritorno all’eloquenza di Abraham Lincoln”. E’ un’altra America che torna alla ribalta, quella dell’Ottocento, contro l’America dell’entertainment, dell’edonismo; e l’entusiasmo degli europei è la prova del fatto che l’Europa non è razzista, e il presidente nero incarna i suoi valori.
 “Obama è il trionfo dell’universalismo e del messaggio cristiano” spiega Pascal Bruckner, che da anni denuncia il complesso di colpa delle società postcoloniali e multirazziali. “Insieme con lui vince l’idea che non esiste una razza privilegiata, perché gli uomini sono tutti uguali davanti al creatore. E la sua forza sta nell’aver superato le divisioni razziali, nell’essersi rivolto a bianchi e neri, nell’aver denunciato la famiglia destrutturata del ghetto, il troglodita nero che mette incinta le ragazze e poi scompare, gli adolescenti sbracati coi pantaloni sotto l’inguine...” La sua vittoria, dunque, più che un’umiliazione dei bianchi, è il trionfo dei loro ideali. “L’Uomo Bianco del resto è una realtà superata”, avverte lo scrittore. “Appartiene al XIX secolo, mentre oggi s’impone il meticciato, come dimostra l’aumento dei matrimoni misti e il gusto stesso delle classi dominanti occidentali”. Bruckner ha in mente un paradosso, ma l’argomento, per quanto banale, è convincente: “Nel Seicento”, spiega, “essere di colore era la cosa peggiore che potesse succedere alla corte di re Sole. Le duchesse si incipriavano il viso per avere la pelle chiarissima, e si riparavano dal sole. Il colore era riservato alle classi inferiori. Oggi invece succede il contrario. Essere ricchi significa essere abbronzati. Tutte le classi dominanti del mondo occidentale vogliono apparire come il vostro Berlusconi, sempre in forma, abbronzati a puntino. Mentre in Asia, in India, e nelle Fillippine le élite vanno alla ricerca di prodotti miracolosi per schiarirsi la pelle”. Da un lato, dunque, vince il superabbronzante, dall’altro lo schiarente. Variazioni epidermiche dell’eguaglianza universale: “Ognuno sogna di essere l’altro, salvo i cinesi che restano un caso a parte”. Allo stesso modo l’Europa, insiste Bruckner, sogna di plasmare l’America a sua immagine e somiglianza.

Cambieranno i neri, non i bianchi, dice Mansfield: “Non avranno più bisogno di puntare sul razzismo o sul risentimento”
“Obama rappresenta la giovinezza, l’eleganza, l’eloquenza, la riconciliazione dell’odio razziale e la fine della cattiva coscienza. La prima potenza occidentale che elegge un nero di nome Hussein è un condensato del mondo globale”. E’ la prova che ormai non è più il mondo che si americanizza, ma l’America che si globalizza. L’America che è già un paese mondo, dove tra una generazione - nel 2042 stando a dati del Census Bureau riferiti da Lucio Caracciolo sulla Repubblica di sabato- i bianchi rispetto ai “non latinos” saranno una minoranza, pari al 46 per cento della popolazione, venti punti sotto rispetto a oggi. “E’ per questo che l’America è stata capace di una rigenerazione che manca invece alla vecchia Europa. E resterà il paese più forte del mondo, anche se l’epoca della superpotenza iniziata col crollo del Muro di Berlino è finita. L’Occidente non è più il centro del mondo, ma i suoi valori stanno vincendo ovunque. In fondo, è lo stesso destino del cristianesimo: siamo tutti atei oggi, ma le nostre società restano impregnate dei valori cristiani”.
Per una volta anche il russo è d’accordo col francese: “Per noi bianchi sarà una bella lezione capire che non siamo più i padroni del mondo, ma solo una parte della comunità globale” dice Victor Erofeev, il figlio dissidente dell’interprete personale di Stalin, che ha scritto un’ “Enciclopedia dell’anima russa” (ed. Spirali) per spiegare la perversione assoluta e l’assenza di moralità della cultura russa. E se uno gli ripete la famosa battuta “We can’t talk nukes with a nigger” che un consigliere di Vladimir Putin, temendo la vittoria di Obama, avrebbe detto mesi fa a un liberale bulgaro, Erofeev non smentisce il pregiudizio razziale dell’élite politica russa, ma insiste sulla pedagogia. “L’elezione di Obama li indurrà a una nuova visione. Bush vedeva l’anima trasparente dei russi negli occhi di Putin; i russi potranno vedere negli occhi di Obama l’anima trasparente dell’America”.
Ma allora, per capire cosa resta dell’Uomo Bianco, bisogna andare a lezione dallo storico. “Obama è un erede cosciente, convito e grato di ciò che il nostro essere bianchi ha dato al mondo” dice il medievista Franco Cardini. “Noi però come occidentali ci portiamo dietro una profonda schizofrenia, divisi come siamo tra la volontà di potenza e i diritti umani”. E qui vola l’excursus sul Tramonto dell’Occidente, categoria nata un secolo fa, quando l’Europa si inabissava nella Grande Guerra, mentre alla Columbia University di New York si fondava la prima cattedra di Western Culture and Civilization. Si toccano le culture dell’antichità, la greca, l’indiana, la biblica, l’atzteca, che hanno sempre concepito la storia come un periodo di successive decadenze, che a un certo punto si rinnova e si rigenera, “mentre noi occidentali”, spiega Cardini, “abbiamo inventato la modernità con le sue ‘magnifiche sorti e progressive’, salvo poi scardinare l’unità  del genere umano quando nel Cinquecento, rotti i confini mediterranei, aprendoci a razze diverse, in un primo tempo abbiamo stentato a riconoscerli come uomini, per poi riorganizzare le nostre conoscenze in modo scientifico”. “Non lo si dice mai abbastanza - insiste Cardini - ma la scienza o pseudoscienza del razzismo va di pari passo con le scoperte scientifiche. L’abitudine a sezionare la natura, tipica di Cardano, Della Porta, Galilei e Newton, porta naturalmente a sezionare l’aspetto dell’uomo rispetto ai tratti esteriori e alla sua capacità spirituale”. In questo modo, si costruì una gerarchia etnocentrica, ordinando la realtà in base a concetti ottimali secondo la nostra natura di uomini bianchi. Così, l’eccellenza europea, fondata sul principio del saper fare, venne modellata sul canone di Policleto, bello, alto, occhi azzurri… Nacque così l’ideologia della superiorità che oggi col processo di globalizzazione è arrivata a un momento di verifica. Morale? “Ci troviamo davanti l’ultimo erede dei neri arrivati dalla Guinea coi carichi di schiavi, che diventa il nuovo imperatore del mondo”.

Se il  WASP elegge presidente un nero chiamato Hussein, non è più il mondo che si americanizza, ma l’America che si globalizza

Parla di Obama il professor Cardini, anche se il presidente nero è figlio di uno studente kenyota e di una ragazza del Kansas. “Non c’è da stupirsi. Nell’impero romano Settimio Severo veniva dall’Africa e pure Sant’Agostino. Ha ragione oggi chi dice che Obama è un perfetto occidentale. Si può dire che è il nostro Filippo l’Arabo, un Cæsar Augustus princeps Senatus. Solo che a differenza dell’erede dei Cesari, che in vita sua non si è mai posto il problema e della pelle scura o dei capelli crespi, Obama ci pensa tutti i giorni, proprio perché è un occidentale. E il canone di Policleto, la bellezza dell’homo occidentalis fissata nel Cinquecento, continua a funzionare come ideale e come ombra del passato. Obama è un africano che si muove in una città dall’architettura massonica e neoclassica. Chi dice che è un perfetto occidentale deve abituarsi all’idea che il meglio dei nostri valori verranno portati avanti da persone che noi non eravamo abituati a considerare dei nostri, vale a dire biologicamente bianchi e culturalmente occidentali. L’occidente è scoppiato, il tempo aureo del suo dominio è finito. Urge imparare a storicizzarne la nozione”.

Parla Gotti Tedeschi: il crac finanziario non deriva dalla borsa, ma dal crollo della natalità
Pubblicato il 31 ottobre 2008, in Diario

Sulla crisi attuale, Ettore Gotti Tedeschi, il banchiere cattolico che ha fondato la filiale italiana del Santander ha le idee chiare: “Molti si arrovellano sull’economia senz’anima, sull’avidità, sul turbocapitalismo, in realtà è una crisi di identità dell’uomo occidentale”. E infatti, per spiegarla, EGT parla di “uno sviluppo che prescinde dalla nascita di nuovi esseri umani sulla terra”. E imputa l’origine e la ragione ultima della crisi al crollo della natalità. “Se una società non fa figli e arriva alla crescita zero, la struttura della popolazione si modifica; invecchiando, diventa meno efficiente, meno produttiva. E quando un sistema sociale non produce una crescita equlibrata, aumetano i costi fissi, perché la spesa sociale cresce senza che ci siano le persone attive in grado di sostenerla”. Conseguenza:mpossibile tagliare le tasse. “E infatti, nel 1975 il carico fiscale in Italia era pari al 25 per cento del pil, trent’anni dopo del 45 per cento”. Non solo. In assenza di figli, crolla anche il risparmio delle famiglie. “Dunque diminuiscono gli asset finanziari, e cioè il volume di attività finanziaria disponibile sul mercato per fare investimenti produttivi. Risultato? Al posto di uno sviluppo equilibrato, s’impone uno sviluppo egoistico che crea il consumismo”.  La logica è stringente: invece di proiettarsi nel futuro e risparmiare per allevare e educare figli, che non nascono più, le famiglie si mettono a consumare. E quando si capisce che il sistema non regge, che si fa? “Prima si decide di spingere i consumi attraverso il credito al consumo” risponde EGT. “Poi si punta sulla new-economy, ma senza investire soldi e trasferendo il rischio sulle borse, che per questo non ci hanno creduto. Dopodiché, si traferiscono le produzioni a basso costo in Asia, pensando di aumentare il potere di acquisto delle popolazioni importatrici, mentre si finisce col creare un tasso di sviluppo estremanente alto nei paesi emergenti, che a sua volta produce inflazione di materie prime in tutto il mondo. Infine, ultimo tentativo, si cerca di creare un pil artificiale grazie ai tanti strumenti del sistema finanziario, finanziando per esempio attività a lungo termine, come l’acquisto delle case per chi non ha risorse sufficienti. Il che significa finanziare il non finanziabile, innescando un rischio di sistema non previsto e non gestibile”. Tutto questo, perciò, è avvenuto scientemente? “Quantomeno con la tacita consapevolezza del governo, tanto che il presidente Bush, si è presentato al G8 assumendosene la responsabilità, per cercare di salvare il sistema”. E in che modo? “Emettendo carta moneta e creando inflazione? Emettendo titoli di stato, che però sottraggono reddito al mercato, diminuendo il potere di acquisto, influenzando la redditività delle imprese e aumentando le tasse? Il risultato è sotto gli occhi. Volevamo essere più ricchi; siamo diventati tutti più poveri. Il mercato in borsa ormai è incomprensibile, in balìa di fondi che devono vendere perché nessuno rinnova loro i crediti per sostenere gli investimenti”. Eppure, i politici dicono che la situazione è sotto controllo. “Sì però aggiungono che ci aspetta la recessione. Niente crescita del pil significa che la gente compra meno, le imprese producono meno, distribuiscono meno, non rimborsano i debiti, le banche non guadagnano. Come si fa a credere ancora nell’investimento in borsa? Oggi il valore di un titolo dipende dal futuro delle imprese quotate, da quanto crescono, da quanto guadagnano”. Che fare allora? “Si è pensato di compensare lo squilibrio con l’immigrazione, ma è una soluzione a lungo termine; e anche puntando sulla famiglia, gli effetti si vedranno tra vent’anni. Dobbiamo prima curare le ferite, e occuparci non solo di banche, ma soprattutto di imprese, finanziando direttamente il medio e lungo termine per sostenere il nostro sistema industriale, come accadde con l’Imi e l’iri dopo la crisi del 29”. 

Marina Valensise
© Il Foglio, 31 ottobre 2008






Perché ci odiamo?
Pubblicato il 12 agosto 2008, in Diario

Pensavate che l’ottimismo fosse esclusiva prerogativa degli Americani? Pensavate che il Kulturkritiker stentasse a traversare le sponde dell’Atlantico? Errore. Il mondo cambia, e non solo per le Olimpiadi a Pechino. Anche l’America, e non solo l’Europa, è entrata nella spirale della decadenza, e anche  Washington oramai pullula di moralisti allarmati. L’ultimo è Dick Meyer, che non per niente proviene da una famiglia di ebrei tedeschi, ma è un giornalista di esperienza, editorialista per oltre vent’anni alla CBS e ora direttore per i media digitali alla National Public Radio. Ha appena pubblicato un libro da Random House, che consigliamo vivamente di tradurre, tanto rispecchia molte delle nostre apprensioni. S’intitola “Why We Hate Us?”, “Perché ci odiamo?, e sarà un sicuro best seller.Meyer infatti descrive senza indulgenza alcuni aspetti della nostra vita quotidiana che rischiano di farla apparire ogni giorno più invivibile e priva di senso. Si concenta sul dilagare dei telefonini, che diffonde in pubblico i dettagli della nostra vita intima, sul culto narcisitico, dell’autocoscienza, dell’autostima e dell’autorealizzazione, sulle magliette con su scritto “Eat Me”, ma anche su fenomeni nuovi e irresistitibili ai progressisti  come Facebook, MySpace, e tutt le altre diavolerie dell’interazione digitale accessibili sul web “che insegnano ai nosri ragazzi a porsi sul mercato”. Essendo palesemente un ipocondriaco, dotato di una soglia di sopportazione assai bassa, Dick Meyer se la prende anche con le truffe di alto livello in campo affaristico e sportivo, ma pure con i reality e col boom della chirurgia estetica. Non trascura le multinazionali che pretendono “di occuparsi di noi”, e il declino complessivo delle comunità organica, che ha il suo acme nella divisione ipocrita tra stati repubblicani e democratici. E visto che è provvisto pure di discreto senso dell’umorismo, si diverte anche a bersagliare una marca di prodotti cosmetici battezzata “S.L.U.T.” - che è come se in Italia qualcuno lanciasse una linea di rosetti e bagnoschiuma innovativa chiamandola “T.R.O.I.A”. La cosa che più l’indispone, insomma, è la commercializzazione e la mediatizzazione ossessiva che colpisce ogni aspetto della nostra vita.
Sono questi a dir suo i veri germi dell’odio di sé che ispira in questo inizio secolo lo stato d’animo dell’America. “Per capirlo ho bisogno di guardarmi allo specchio” ha detto Dick Meyer in un’intervista alla Npr, “basta sedermi a tavola e sentire cosa dicono mia moglie e i miei figli”. Tutte le nefandezze che sommergono la nostra vita quotidiana, sono infatti secondo lui la diretta conseguenza di quei germi fatali: la belligeranza della partigineria politica che rapresenta la perversione della democrazia, il declino inesorabile delle buone maniere, di fronte alla tendenza  dominante e incontrastante al “bullshit, belligerance and boorishness”; la superficialità del sistema di intrattenimento alimentato da Hollywood, l’insignificanza e la mancanza di fiducia che ispirano i nuovi media;  il culto straripante del gossip e delle celebrities; e la scomparsa dei rapporti di buon vicinato -elemento cardinale della vita sociale americana, oggi minacciato dall’anonimato urbano e dall’espanzione dei contributi on line.
Se le cose stanno così la colpa, l’avrete capito, sta nel declino dell’idea del bene comune e del senso della comunità, che ha perso drasticamente piede negli ultimi quarant’anni. E la colpa delle colpe, infatti, sta nella svolta radicale degli anni Sessanta, che ben prima della rivoluzione tecnologica, esaltando la cultura della scelta individuale ha completamente alterato il senso della nostra appartenenza al mondo. “Le nostre comunità sono state neutralizzate, e la nostra sensibilità tradizionale, morale, religiosa, estetica che fosse, è stata completamente screditata” scrive Dick Meyer. “Era molto più importante fare una scelta cosciente, da consumatore consapevole della vita, piuttosto che seguire la strada della tradizione. E chiunque si ostinasse a seguirla veniva considerata uno smidollato esistenziale”. Da allora, abbiamo accettato ingenuamente tutta una lista di beni per forgiare la nostra identità nella vita e plasmare la nostra felicità. Il risultato, però è grottesco, oltre che deludente. Il regno della scelta personale si è espanso senza limiti, chiunque oggi può scegliere tutto, persino la misura del suo seno, la forma del suo naso. Ma il senso di vuoto e lo scontento  sono oramai un generale stato d’animo della civiltà contemporanea, non solo degli americani “moralmente stanchi, disancorati, disorientati,  e sulla difensiva”. 

Marina Valensise
© Il Foglio 12 agosto 2008



 

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