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Dove la storia finisce
Pubblicato il 16 ottobre 2016, in Diario

Finito di leggere l'ultimo romanzo di Alessandro Piperno, "Dove la storia finisce" pubblicato da Mondadori.  Il cuore  di questo romanzo molto teatrale, con dialoghi perfetti da recitare in palcoscenico, è la famiglia e la negazione della famiglia, e il suo dramma sono le relazioni coninugali, e quelle padre-figlio, madre-figlia, generi-suoceri. Piperno ritorna sul suo campo di gioco prediletto, la borghesia ebraica romana, la promiscuità dei matrimoni misti, l'alineanzione delle classi dirigenti, per consegnarci un bell'affresco del nostro mondo contemporano, dove i demoni e le pulsioni del nihilismo narcisista  rischiano di corrodere i sentimenti, sino a renderli impossibili, fino a quando un finale a effetto dettato dai tempi non  segna un'inversione di roFra le pagine più riuscite le ossessioni della vita quotidiana, dove l'infelicità  si tramuta nell'odio di se e l'odio di sé si colora di insofferenza, per una camicia sfilata come fosse una polo e gettata per terra. "Slaccia solo i primi due bottoni, la sfila come se fosse una pola e la molla per terra vicno al letto. Gliel'ho detto un mucchio di volte che non si fa. Che neon è rispettoso.Che le camicie si aprono fino all'ultimo bottone e si mettono nella cesta in bagno. Ma lui niente, se ne frega.Dovresti vedere come riduce le stanze d'albergo, asciugamani bagnati, bottiglie di Coca, confezioni di arachidi ovunque. Mi vergogno talmente che la mattina do una pulita e tiro su le coperte. E' una questione di rispetto. Così mi ha insegnato mia madre". Ma a un certo purnto  l'odio, il rancore, la delusione, il disprezzo battono la ritirata, di fronte all'incursione inaspettata dell'apocalisse.


Perché ci odiamo?
Pubblicato il 12 agosto 2008, in Diario

Pensavate che l’ottimismo fosse esclusiva prerogativa degli Americani? Pensavate che il Kulturkritiker stentasse a traversare le sponde dell’Atlantico? Errore. Il mondo cambia, e non solo per le Olimpiadi a Pechino. Anche l’America, e non solo l’Europa, è entrata nella spirale della decadenza, e anche  Washington oramai pullula di moralisti allarmati. L’ultimo è Dick Meyer, che non per niente proviene da una famiglia di ebrei tedeschi, ma è un giornalista di esperienza, editorialista per oltre vent’anni alla CBS e ora direttore per i media digitali alla National Public Radio. Ha appena pubblicato un libro da Random House, che consigliamo vivamente di tradurre, tanto rispecchia molte delle nostre apprensioni. S’intitola “Why We Hate Us?”, “Perché ci odiamo?, e sarà un sicuro best seller.Meyer infatti descrive senza indulgenza alcuni aspetti della nostra vita quotidiana che rischiano di farla apparire ogni giorno più invivibile e priva di senso. Si concenta sul dilagare dei telefonini, che diffonde in pubblico i dettagli della nostra vita intima, sul culto narcisitico, dell’autocoscienza, dell’autostima e dell’autorealizzazione, sulle magliette con su scritto “Eat Me”, ma anche su fenomeni nuovi e irresistitibili ai progressisti  come Facebook, MySpace, e tutt le altre diavolerie dell’interazione digitale accessibili sul web “che insegnano ai nosri ragazzi a porsi sul mercato”. Essendo palesemente un ipocondriaco, dotato di una soglia di sopportazione assai bassa, Dick Meyer se la prende anche con le truffe di alto livello in campo affaristico e sportivo, ma pure con i reality e col boom della chirurgia estetica. Non trascura le multinazionali che pretendono “di occuparsi di noi”, e il declino complessivo delle comunità organica, che ha il suo acme nella divisione ipocrita tra stati repubblicani e democratici. E visto che è provvisto pure di discreto senso dell’umorismo, si diverte anche a bersagliare una marca di prodotti cosmetici battezzata “S.L.U.T.” - che è come se in Italia qualcuno lanciasse una linea di rosetti e bagnoschiuma innovativa chiamandola “T.R.O.I.A”. La cosa che più l’indispone, insomma, è la commercializzazione e la mediatizzazione ossessiva che colpisce ogni aspetto della nostra vita.
Sono questi a dir suo i veri germi dell’odio di sé che ispira in questo inizio secolo lo stato d’animo dell’America. “Per capirlo ho bisogno di guardarmi allo specchio” ha detto Dick Meyer in un’intervista alla Npr, “basta sedermi a tavola e sentire cosa dicono mia moglie e i miei figli”. Tutte le nefandezze che sommergono la nostra vita quotidiana, sono infatti secondo lui la diretta conseguenza di quei germi fatali: la belligeranza della partigineria politica che rapresenta la perversione della democrazia, il declino inesorabile delle buone maniere, di fronte alla tendenza  dominante e incontrastante al “bullshit, belligerance and boorishness”; la superficialità del sistema di intrattenimento alimentato da Hollywood, l’insignificanza e la mancanza di fiducia che ispirano i nuovi media;  il culto straripante del gossip e delle celebrities; e la scomparsa dei rapporti di buon vicinato -elemento cardinale della vita sociale americana, oggi minacciato dall’anonimato urbano e dall’espanzione dei contributi on line.
Se le cose stanno così la colpa, l’avrete capito, sta nel declino dell’idea del bene comune e del senso della comunità, che ha perso drasticamente piede negli ultimi quarant’anni. E la colpa delle colpe, infatti, sta nella svolta radicale degli anni Sessanta, che ben prima della rivoluzione tecnologica, esaltando la cultura della scelta individuale ha completamente alterato il senso della nostra appartenenza al mondo. “Le nostre comunità sono state neutralizzate, e la nostra sensibilità tradizionale, morale, religiosa, estetica che fosse, è stata completamente screditata” scrive Dick Meyer. “Era molto più importante fare una scelta cosciente, da consumatore consapevole della vita, piuttosto che seguire la strada della tradizione. E chiunque si ostinasse a seguirla veniva considerata uno smidollato esistenziale”. Da allora, abbiamo accettato ingenuamente tutta una lista di beni per forgiare la nostra identità nella vita e plasmare la nostra felicità. Il risultato, però è grottesco, oltre che deludente. Il regno della scelta personale si è espanso senza limiti, chiunque oggi può scegliere tutto, persino la misura del suo seno, la forma del suo naso. Ma il senso di vuoto e lo scontento  sono oramai un generale stato d’animo della civiltà contemporanea, non solo degli americani “moralmente stanchi, disancorati, disorientati,  e sulla difensiva”. 

Marina Valensise
© Il Foglio 12 agosto 2008



 

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