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Simone Veil all’Académie française, ma c’è chi la chiama Musa della morte
Pubblicato il 19 marzo 2010, in Diario

 Qualche protesta c'è stata, ma in sordina, per l'ingresso di Simone Veil all'Académie française. Magistrato, presidente del Parlamento europe, membro del Consiglio costitzionale, questa splendida matriarca ottantatreenne è una delle personalità politiche più amata dai francesi. E lo scrittore Jean d'Ormesson, nel suo magnifico discorso di benvenuto, ha indicato le molte ragioni di quest'entusiasmo. Ma Simoe Veil è anche il controverso ministro della Sanità di Valéry Giscard d'Estaing che nel 1975 ha depenalizzato l'aborto e anche di qusto d'Ormesson ha dato conto, pur con una visione culturalmente simpatetica, ricordando le contestazioni che investirono il ministro da parte di esponenti religiosi di diverse fede e confessioni, per i quali la donna più apprezzata di Francia resta ancora oggi "la Musa della morte"....

continua sul Foglio di oggi, 19 marzo 2010

Harvey Mansfield, Max Weber e il Vangelo di Calvino
Pubblicato il 20 aprile 2009, in Diario

Harvey Mansfield non legge i settimanali. Preferisce continuare a tradurre e studiare Tocqueville e Machiavelli, Aristotele e Hobbes. Ma da quando sui giornali si discute del ritorno di Dio, l politologo di Harvard, che è un osservatore spassionato delle miserie contemporanee, come dimostra l’ultimo suo libro, “Manliness”, saggio malinconico sulla fine dell’umanità nell’indifferenziazione dei generi, non rinuncia a una precisazione: “Non è Dio a tornare; semmai ...(continua domani sul Foglio)

I lettori ci scrivono
Pubblicato il 12 gennaio 2009, in Diario





Roma, 12 gennaio 2009

L'affaire Rachida
Pubblicato il 20 dicembre 2008, in Diario

di  Marina Valensise

Il Re è deluso. L’intesa con la favorita perde colpi. Passati i tempi dell’amore incondizionale, della stima senza riserve, le ombre s’allugano sulla corte di Francia e le voci corrono sui capricci, gli sbalzi di umore, la vanità e l’arbitrio della fortunata ormai in disgrazia. Intanto, il ventre della Bella cresce, diventando ogni giorno più gonfio, ma l’avvenire non sembra minaccioso. Prossima al disarmo, la favorita d’un tempo annuncia infatti un’altra vita al di là dei confini del Regno, accanto al misterioso padre della creatura che ha in grembo del quale, promette, rivelerà l’identità in gennaio, dopo il parto .
Ad aspettarla dunque non sarà una stanza senza luce e tappezzata di nero, in un maniero della Bretagna, come la bara in cui finì, dopo il regale abbandono, la penultima amante di Francesco I. Nessun rischio di incorrere nella vendetta di un marito disonorato come il conte di Châteaubriant, che un bel giorno, dopo aver segregato per mesi la moglie adultera in quella tortura, irruppe  nella sua stanza alla testa di un manipolo di bravi, che le recisero le vene delle gambe e delle braccia, lasciandola morire dissanguata. E di certo l’ultima favorita francese non corre alcun pericolo di mangiare un cedro avvelenato dalla tavola imbandita di un finanziere amico, come Gabrielle d’Estrées, l’amante di Enrico IV, già madre di tre suoi figli e incinta di un quarto che, fra atroci convulsioni, dette alla luce morto  prima di morire a sua volta, dopo lunga agonia, davanti alla folla che aveva invaso l’hôtel de Sourdis, per scongiurare l’incubo di un matrimonio contrario alla legge e alla morale. Non parliamo della conversione, la scelta di lasciare l’anticamera del re per la nuda e spoglia cella di un convento di Carmelitane,  epilogo di un’altra favorita alla corte di Re Sole. “L’unica ad aver vissuto l’amore come totale tono di sé e aver perseguito una coerente ricerca dell’assoluto” assicura l’esperta Benedetta Craveri, autrice di un’ottima mappa di “Amanti e regine” per Adelphi. Stiamo parlando di Louise de la Vallière, l’innocente damigella d’onore della moglie del fratello di Luigi XIV, Enrichetta d’Orléans. La poverina venne usata prima come donna dello schermo dal re desideroso di concupire più liberamente la cognata; poi fu sedotta, conquistata, esibita come preda nelle feste di corte, ostentata alla destra della sposa regale, sulla tribuna d’onore nella messa in suffragio per la regina madre, resa madre di uno stuolo di bastardi e scaricata per noia, dopo quattro anni di perfetta simbiosi, salvo esser costretta a restare ancora in servizio apparente, quando all’orizzonte del Re Sole apparve  l’astro crudele di Françoise-Athénaïs de Rochechouart, marchesa de Montespan.
Dai Valois ai Borbone erano questi    gli usi e i costumi di corte in Francia, quado a una donna, che ne avesse l’ambizione, l’unica forma di potere consentita era quella legata al talamo, alla dolcezza e alla dissimulazione. Troppe cose da allora son cambiate. A nessuno più verrebbe in mente di tenere le donne “lontane da tutte le le magistrature, i luoghi di comando, i giudizi, le assemble pubbliche e i consigli” come prescriveva nel Cinquecento Jean Bodin, convinto che dovessero occuparsi “solo delle loro faccende donnesche e domestiche”, per non mettere a repentaglio l’ordine dello stato con l’irrazionalità, l’incostanza e l’irresponabilità proprie alla loro natura “sovversiva e demoniaca”. E fra i potenti oggi in circolazione nessuno certo se la sentirebbe di prendere alla lettera i consigli di Luigi XIV:  “Non appena date a una donna la libertà di parlarvi di cose importanti, è impossibile che non vi faccia cadere in errore”. Viviamo in tempi di libertà e eguaglianza, di pari opportunità e di  emancipazione. Eppure, anche nei paesi più moderni e avanzati grava il retaggio, forse nemmeno inconscio, di una tradizione possente.
Come altro spiegare la parabola di Rachida Dati? La sua non è solo la storia di una ragazza brillante e volitiva, che segue l’itinerario di un’arrivista passando un misero granaio senza acqua corrente nella periferia di Châlon sur Saône al piano nobile dell’Hôtel de Bourvallais sulla Place Vendôme, oppure l’ambizione smodata per una vita diversa da quella della figlia di un muratore marocchino e di un’algerina analfabeta, che dismettere i panni di venditrice porta a porta di rossetti della Avon, e poi quelli di aiutoinfermeria nei turni di notte in una clinica privata per approdare, a forza di tenacia, faccia tosta e assoluta incuranza verso il senso del limite, alla poltrona di Guardasigilli per grazia del presidente eletto Nicolas Sarkozy.
La storia di Rachida Dati è soprattutto l’ultimo romanzo balzacchiano della politica francese. Romanzo fantasmagorico e realista, riattiva vecchi schemi, nutrendo di nuove ambizioni antiche passioni mal sopite. Solo così si riesce a capire la dimensione simbolica che ha invaso il personaggio, dove la potenza mediatica supera di gran lunga la competenza politica, sino addirittura a inibirla. E solo così si spiega l’insofferenza e l’astio, lo scherno e l’irrisione che ora s’abbattono su di lei, come il contraccolpo inesorabile dell’iniziale apoteosi.
Basta una sola scena per descrivere la cosa: il ludibrio in diretta sulla tv di stato.  Seduta di fronte alla badessa dell’informazione politica francese, Arlette Chabot, il ministro della Giustizia deve assistere a un filmato tratto da un talk show, ritrasmesso in differita. Vede, e come lei gli  spettatori, l’ex giocatore di rugby e allenatore della nazionale Bernard Laporte, promosso da Sarkozy ministro dello sport, impegnato in una plateale smentita: “Non sono io il padre del bambino di Rachida”. In Francia è l’ultimo gioco di società, gioco crudeledopo il diniego del premier spagnolo José Maria Aznar e la smentita “virtuale” di un noto presentatore tv, e quella “per scherzo” di innumerevoli altri presunti padri. Sul tema, è vero, non si è mai sentito parlare Henri Proglio, il top manager di Veolia accreditato come compagno di Rachida, né Dominique Desseigne, il vedovo miliardario, proprietario del Fouquet’s e intimo dei Sarkozy. Ma adesso il totopadre naviga persino sul web, grazie a un sito ad hoc (www. quiestlepere.cornibus.com), che accoglie un numero inversomile di caselle con possibilità di incrementare il relativo punteggio... Ma per tornare alla scena iniziale, il ludibrio in tv dura pochi minuti, che però sembrano eterni. Ride il calvo Laporte, che un altro video su youtube mostra mentre cammina molto ilare a braccetto con Rachida, che gli saltella a fianco durante una festa in giardino. Adesso ride d’un riso sguaiato e irrefrenabile. Ride anche il presentatore, e ridono di gusto, mostrando in primo piano denti, mascelle, narici e il trucco greve, due mostri femminili che paiono usciti da un quadro di Bosch. “Cosa merita il suo collega di governo?” domanda implacabile la giornalista: “Un sorriso, uno schiaffo? E’divertente o volgare?”. Rachida Dati le punta addosso gli occhi neri come tizzoni ardenti, e con un sibilo risponde: “Non merita alcun commento”.
Tanto grande fu l’entusiasmo quanto cocente oggi è la delusione. Venuta dal nulla, propulsa alla ribalta dall’oggi al domani, la mascotte della campagna elettorale di Sarkozy doveva incarnare non solo la promessa di un riscatto possibile, per i milioni di immigrati maghrebini, ma la sua perfetta realizzazione. A forza di suppliche, missive e forzature, seguendo l’istinto dell’animale da caccia s’era fatta strada nella giungla della politica francese. Seguiva un metodo infallibile:  individuazione del mentore, arrembaggio, seduzione, resa incondizionale e devozione assoluta. Così, col passare degli anni, era riuscita a puntare e conquistare nell’ordine: Albin Chalandon, gollista della prima ora e ministro della Giustizia, dal quale ottiene uno stage come contabile alla Elf; Jean-Luc Lagardère, presidente del gruppo Matra, che le finanzia un Master in amministrazione aziendale presso un prestigioso istituto affiliato all’HEC, la grande scuole di management; Jaques Attali, l’ex sherpa di Mitterrand che l’assume a Londra, alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo; e infine Simone Veil, all’epoca ministro degli Affari sociali, e Marceau Long, che dall’alto del Consiglio d’Europa orchestrano il suo ingresso in magistratura. Tutti ne erano rimasti sedotti. Tutti ne facevano elogi ditiramibici, gli occhi, il sorriso, il fuoco interiore, l’integrità, la forza d’animo, la volontà...Ognuno aveva dato un contributo decisivo alla sua ascesa, finché, nel 2002 Nicolas Sarkozy, all’epoca ministro degli Interni, non risponde all’ennesima lettera di quella postulante ostinata che sogna da anni di lavorare con lui, e le offre su due piedi unaconsulenza a Place Beauvau. Rachida ha trentott’anni. Svelta, ambiziosa, solerte, si fa strada nel cuore del ministro conquistando quello della moglie, Cécilia all’epoca imperante e assai attenta a neutralizzare ogni potenziale rivale, coltivandola e annettendosela. E’ lì che inizia a brillare la stella di Rachida Dati. In qualche anno si rende indispensabile e dal ruolo di consulente per il progetto di legge sulla deliquenza viene promossa al rango di portavoce della campagna per le presidenziali. Tra l’uno e l’altro incarico, c’è il dramma del tradimento di Cécilia, la fuga a Petra e poi in America con quello che sarebbe diventato il suo terzo marito, il pubblicitario Richard Attias. Diversamente da altri membri dell’inner circle sarkozysta, Rachida aveva scelto di non deflettere, dimostrando fedeltà assoluta alle moglie in fuga del ministro, informandala in dettaglio sulla nuova fiamma del marito, e dando prova di grande sensibilità per il suo dramma interiore. La scuola dei sentimenti, nella sua versione più nobile. Quando Cécilia torna, Rachida viene premiata. “E’ più d’una amica, è mia sorella. Non la lascerò mai. E’ della razza dei signori” dirà in un’intervista la moglie del capo, ormai rientrata alla base. Il legame tra le due donne si corrobora. E’ Cécilia a intuire il potenziale di quella farfalla con la grinta di un bulldozer; è lei a proporla al marito come portavoce; a lanciarla come simbolo dell’integrazione. Pronto a tutto pur di riconquistare la moglie e  vincere le elezione, il marito l’ascolta e scopre il talento, la grazia e la forza di Rachida. “E’ una che non ha paura di niente. Con persone così arrivi dove vuoi”. E infatti, con lei Sarko conquista il voto delle banlieue; con lei supera l’ambizione egalitaria della sinistra, scardina il monopolio del riscatto sociale, stravince la concorrenza di Ségolène Royal. E soprattutto capisce che grazie a lei governerà in prima persona, facendo passare le nuove norme in materia di sicurezza e la riforma della giustizia. La nomina a Place Vendôme nasce così dall’interazione di vari fattori, dove però è la psicologia che ispira la politica, non viceversa, col rischio di dare al potere il volto suo più fragile, esposto ai venti imponderabili del cuore. Rachida ha ministero di prima grandezza, “régalien”, come dicono i francesi che ne vanno pazzi. Mai successo che un’alta carica dello stato finisse in mano a una quarantenne figlia di due immigrati arabi e della meritocrazia repubblicana.
Questo almeno si pensava. Passano pochi mesi e salta fuori la verità, con un dettaglio considerato subito “infamante” in un paese rivoluzionario che ha fatto fuori l’aristocrazia del sangue per consacrare l’eccellenza del merito. Il ministro non hai mai ottenuto il Master europeo in Business Administration del gruppo HEC-ISA, come riporta il suo curriculum da magistrato, ma ne ha solo frequentato i corsi, senza mai sostenere l’esame finale. Integrata nei ranghi della magistratura, senza concorso, ma su valutazione dei titoli e dell’esperienza di lavoro, la cosa pone un problema delicat in termini di legittimità. Scandalo, polemiche, accuse. Assistita da un giornalista del Nouvel Observateur, Rachida sforna un’apologia, spiega l’equivoco. Ma il vulnus resta ed è indelebile.
Il ministro, è vero, gode ancora della sua aura mediatica. Si offre all’obiettivo di fotografi e cineoperatori con naturalezza, avvolta in monacali tailleur antracite firmati Christian Dior.  E’ sempre la favorita dei sondaggi e l’eroina della stampa gossip. Ma anche i giornali autorevoli hanno un debole per lei. Quando Sarko se la porta a Washington, lei con un sotterfugio riesce a rubargli la scena. Arriva in ritardo alla Casa Bianca, e mentre sale le scale da sola, fasciata in un abito da sera di seta avorio, si volta all’improvviso verso i fotografi per regalare con sapienza da star uno dei suoi sorrisi smaglianti. “Elle a du chien” dicono estasiate le signore del bel mondo che vivono nel VII arrondissent, lo stesso che lei conquisterà alle municipali di primavera, battendosi come una tigre. Che abbia un gusto spiccato per la moda, il lusso e lo star system lo dimostra il suo concedersi generoso al flash dei fotografi, le pose da diva per le copertina di Paris Match in tubino rosa o in calze a rete e stivali con tatto a stiletto seduta in un grande albergo di rue de La Paix. Al ministero storcono il naso. “Il ministro ha sbagliato vestito” nota l’ex presidente del sindacato dei magistrati. Forse c’è una foto di troppo, ammette lei, ma i suoi hanno già cominciato la fronda. Non sopportano l’impazienza, l’arroganza, l’assenza assoluta di stile, che tradiscono l’opportunismo sfrenato. “Existez, manifestez vous plus souvent”, tuona il ministro contro un’inappuntabile consigliere di stato, che lavora nell’ombra fino a notte fonda. I collaboratori esplodono. “Non mi parli in questo tono”, le risponde il consigliere diplomatico prima di andarsene. In un anno saranno in dodici a gettare la spugna, esasperati dai modi autoritari, il pressapochismo, la mancanza di prospettiva e la testardaggine con cui resiste all’apparato. Lei se ne frega: “Un ministro circondato da collaboratori che si lamentano non si sente sicurezza”. E va avanti come un treno, tagliando fondi,    sopprimendo preture, tribunali, corti di assise, accorpandonde sedi sparse sul territorio, ma intanto aumentano le spese sontuarie. Fatture ad libitum per pranzi e colazioni, rimborsi spese stravaganti che includono persino il fard, il cotone struccante, i collant della Wolford. Rachida tira fuori le unghie: “Mostratemi le fatture. Non ho mai superato i tetti di spesa. Non uso  l’appartamento di servizio, non prendo l’autoblu nel finesettimana, non organizzo festini al ministero a titolo personale....e poi le calze si sfilano e il trucco serve per le riprese in tv”. Ma non solo l’immagine, anche la sostanza lascia a desiderare quando Rachida si perde in una gaffe dopo l’altra. Un giorno trova del tutto regolare l’arresto di un giornalista di Libération, che indigna la Francia intera. E l’Eliseo interviene, annunciando una missione di studio. Il giorno dopo, dice che il carcere per i dodicenni è solo una misura di buon senso. E il premier Fillon si dichiara subito “totalmente ostile”. Poi c’è l’articolo al vetriolo del Point, settimanale amico, che racconta senza veli la fine dell’idillio col presidente, l’insofferenza, i pianti, le scene madrie  la disgrazia, insinuando persino che Rachida comunque è un’intoccabile perché al corrente di vicende riservate del Consiglio degli Hauts-de-Seine, dove adesso imperversa Sarkozy figlio. L’opposizione insorge. Piovono le interpellanze parlamentari. Rachida smentisce, difende il suo onore e lealtà assoluta verso il capo dello Stato. Ma l’incantesimo si è rotto. Finita la corsia preferenziale, le vacanze insieme, esclusa dal gruppo dei sette ministri fedelissimi che Sarkozy consulta ogni settimana, Rachida non può nemmeno più telefonargli di prima mattina: “Il presidente ora è sposato, non bisogna disturbarlo a quest’ora” le ha spiegato Carla, la nuova moglie, l’anti Cécilia.

Marina Valensise
© Il Foglio, 20 dicembre 20008.







Obama concilia progressismo e religione (almeno ci prova)
Pubblicato il 18 dicembre 2008, in Diario

E’ possibile un progressismo amico della religione? A porre la domanda è stato il direttore di “Reset” Giancarlo Bosetti nel seminario del Centro studi americani, in occasione dell’edizione  di tre discorsi di Barack Obama: quello programmatico di Washington del giugno 2006; quello di Atlanta sul deficit morale, e quello di Chicago su famiglia e matrimonio, del gennaio e marzo scorsi (“La mia fede”, Marsilio, 8,50 euro). Obama ha affrontato  (....continua domani sul Foglio)

Vespa ci svela dove ha scoperto l’origine della rivolta silenziosa
Pubblicato il 3 ottobre 2008, in Diario

Il nuovo libro di Bruno Vespa è appena uscito e c’è già chi si scommette su quante copie venderà. Cento, duecento, trecentomila. E’ possibile che supererà la media, e di gran lunga. Il libro infatti (“Viaggio in un’Italia diversa”, Eri Mondadori, 478 pagine, 19,50 euro) non contiene solo la ricostruzione puntuale dell’ultima stagione politica, coi suoi colpi di scena, le sue bassezze, le sue vendette, i non detti inconfessabili, eppure confessati da parte degli stessi protagonisti, che amano confidarsi con quello che non è solo uno dei più popolari giornalisti, ma il memorialista principe. E’ innanzitutto un lungo reportage nella penisola, un viaggio nei suoi anfratti più tragici dimessi. Stavolta, infatti, il conduttore di Porta a Porta ha lasciato le sale dorate del Palazzo e le bianche poltroncine del salotto di Via Teulada per tornare al suo antico mestiere. “Stavo preparando un altro libro sull’amore – racconta Vespa al Foglio – ma in un anno come questo mi sono vergognato di uscire parlando di questo, così a maggio ho deciso di cambiare libro”. Cronista, ha preso in mano carta e penna e si è messo a girare l’Italia. Voleva raccontare “la rivoluzione silenziosa che ha sconvolto dopo sessant’anni la politica italiana”. Voleva descrivere “la maggioranza silenziosa” che con un sommovimento elettorale ha cambiato il paesaggio della politica e la fisionomia del Parlamento, riducendo da 14 a 5 i gruppi politici, mandando a casa la sinistra radicale, dando per la prima volta pieno mandato a una coalizione per governare secondo le leggi dello stato anziché contro lo stato. “Ero rimasto impressionato da un’inchiesta di Newsweek all’epoca dei rifiuti per le strade di Napoli”, confessa Vespa, per spiegare la conversione a 180 gradi. “Mi colpì una frase: ‘L’Italia è ferma e guarda il mondo che le passa accanto’. Gli italiani finalmente se ne sono accorti, e son successe delle cose, alle elezioni e dopo”. Senza questa rivoluzione, sarebbe stato “impensabile”, secondo Vespa, “mandare l’esercito a fare una discarica che resti tale, avviare una trattativa come quella dell’Alitalia, che ha cambiato il mondo delle relazioni industriali, srebbe stato impensabile che uno come Brunetta si mettesse a contare le presenze nel settore pubblico per dar battaglia contro i fannulloni, impensabile la Finanziaria triennale di Tremonti da chiudere durante l’estate, o la riduzione di 87 mila posti nella scuola, voluti dalla Gelmini”.

Partendo dal basso
Per spiegare come tutto ciò sia accaduto, Vespa dunque ha deciso di partire dal basso, anzi dall’infimo, dal miserevole, dal miserrimo, mettendosi a indagare fra reietti e disperati. Emigrati, rom, nuovi poveri, ceto medio in disarmo, ridotto a lasciare l’auto in garage e mangiare un trancio di pizza su una panchina, come lusso del sabato sera. Il suo viaggio in un’Italia diversa inizia sull’isola di Lampedusa, dove ogni giorno sbarcano centinaia di emigrati. Vespa ne descrive i corpi armoniosi, la dignità delle donne dal volto senza nome che arrivano sull’isola, i loro abiti, le gambe da gazzella fasciate nei jeans, il grembiule nero che nasconde un seno rigoglioso. Riporta le loro stesse parole, mettendo tra virgolette quelle di T, un ragazzo eritreo bellissimo – “in una fiction perfetta” – per raccontare l’odissea di tanti disperati: giorni e giorni di viaggio per attraversare il deserto a bordo di jeep di fortuna, vessati dai mercanti di schiavi, che li spremono fino all’ultimo dollaro, e li obbligano a lunghe attese in alloggi improbabili, stipati come sardine a centinaia, dormendo per terra come cani, con un solo bagno disponibile, mentre le donne spariscono di colpo, costrette a pagare il dazio dello stupro. “Io presento una scena, in modo molto televisivo”, dice Bruno Vespa. “Mi ha entusiasmato girare per l’Italia, perché la tv mi ha abituato a trasformare i miei occhi in quelli del pubblico. Ho voluto guardare i clandestini scendere dalla nave, andare per i supermercati a vedere la gente alla ricerca del prendi tre e paghi due, sentire alla Caritas le persone senza lavoro, senza niente, che vanno a ritirare la spesa settimanale, oppure entrare nel municipio perfetto di Cittadella, dove tutto funziona come un orologio e tutti i vecchi democristiani sono diventati leghisti, oppure vagare nei quartieri spagnoli di Napoli, a Scampia… sono quelli i capitoli che più mi hanno appassionato”.
A Scampia Vespa è andato a metà giugno, da solo, a piedi, le mani in tasca. “Vuje site chlo d’o giurnale radio…”, gli dicevano. E il suo libro racconta quel quartiere di Napoli come una specie di Beirut sotto il Vesuvio, dove i carabinieri lavorano in palazzi sventrati, il casco dei motociclisti è inconcepibile, i poveri sono in guerra per l’assegnazione di una casa alle Vele, quartiere neofuturista in sommo degrado, e i disoccupati sono il 18 per cento. Eppure – scrive Vespa – su 70.000 abitanti le partite Iva aperte sono 13.000, un record assoluto di imprenditoria autonoma, superiore persino alle cifre del nordest. Ma nella capitale dell’arte di arrangiarsi e dell’evasione totale, quell’esuberanza è soltanto il riflesso di un imbroglio bell’e buono, imbastito al solo scopo di chiedere allo stato i rimborsi Iva. “Nessuno poteva immaginare che andassi in giro da solo; c’erano le pattuglie di carabinieri disperati che ogni tanto arrivavano: ‘Dottò serve niente? No, noi siamo qui’. Eppure a Scampia si fanno incontri nel silenzio surreale: alle Vele, a un certo punto è uscita fuori una che sembrava Tina Pica; alla fine arrivano anche gli uomini: ‘Gomorra? che vergogna’, dicevano alzando gli occhi al cielo. Ma è vero che qui si spaccia droga?, domandavo io. ‘Si, ma pure in tutta Italia si spaccia’. Ma qui si spara? ‘Sì, ma pure in tutta Italia si spara’… cose da commedia di Eduardo de Filippo…”.

I detti e i contraddetti
La realtà supera l’immaginazione, anche quando Vespa racconta dei campi rom, pieni di spose bambine, che non hanno documenti – perché fra i sinti non si usa, basta il lenzuolo insanguinato come certificato di nozze –, ma sono costrette ad abbandonare la scuola, per accudire i fratellini. E anche quando, da insider scettico, Vespa racconta la politica, e riporta i detti e i contraddetti come può farlo un confidente incallito. Ce n’è per tutti. Per Fini che non s’aspettava la rivoluzione del predellino; per Casini, che non voleva decidere, rispondendo al cellulare dal treno, se entrare o no nel partito nuovo, il Popolo delle libertà, per Berlusconi che andava avanti per la sua strada, benedetto dalla folla, in maglione e camicia scura, mentre Prodi era sicuro di restare al governo, di tenere insieme una coalizione di separati in casa. “Bertolaso mi disse che Prodi gli aveva ‘concesso molto’, racconta Vespa, ricordando il commissario straordinario nominato per la questione dei rifiuti. “Lui andava lì, poi, arrivava il presidente della commissione Ambiente della Camera, che era di Rifondazione comunista, si metteva alla testa della folla di manifestanti e la polizia se ne andava. Se Prodi avesse governato da solo, forse qualcosa sarebbe riuscito a farla anche lui”, concede Vespa, senza nostalgia. Confessa pure di essere rimasto “terrorizzato” dall’uscita della sinistra radicale dal Parlamento. “Comunismo oggi è una parola indicibile, ha detto Bertinotti a Cortina. ‘Se fermi uno per strada non capisce’. Ferrero invece insiste, la proprietà privata va superata. Ma quando Bertinotti mi dice: la gente ci ha fatto capire che siamo inutili, è una cosa enorme. La sinistra radicale è stata uccisa dal governo Prodi: nove partiti che la pensavano diversamente su tutto. Era come un matrimonio tra due dove lei dice a lui sei brutto, sei scemo, non mi piaci per niente, io voglio vivere in città tu in campagna, io voglio avere figli, tu no… quanto poteva durare?”.
Il colpo di grazia l’ha dato la magistratura di Santa Maria Capua Vetere con l’arresto di Sandra Mastella e di mezza Udeur. E qui Vespa apre uno dei capitoli più barocchi del libro, con la disperazione di Mastella, l’onore ferito del figlio, e la stizza davanti alle telecamere puntate  dalla Iena Sortino, altro figlio di papà ma con più reddito, e infine il tentativo in extremis di “fottere cambiando il nome, quelli che lo volevano fottere” alias il Movimento autonomista di Raffaele Lombardo, che invece scopre il gioco di Mastella, volpe di Ceppaloni, e fa saltare la sua candidatura. C’è il pittoresco mondo del potere, che per una volta, anche in Italia, appare spietato, come in Francia, in Gran Bretagna, e ovunque valga il detto tragico del mors tua vita mea, e del chi sbaglia paga. C’è l’amara solitudine di Prodi, che non si rassegna, ma è convinto che il suo governo sarebbe comunque caduto, e presto. Per incontrarlo Vespa è arrivato sino a Marettimo, lo scoglio delle Egadi sull’estrema punta della Sicilia, dove l’ex leader villeggiava in un residence, fra don Sciortino e Maurizio Gasparri, facendo otto chilometri di corsa di prima mattina, su e giù come un matto lungo i tre chilometri dell’isola. Su Veltroni Prodi non parla, i rapporti personali sono buoni, ma quelli politici inesistenti, racconta Vespa descrivendo il suo incontro davanti a un caffé shakerato. E quando insiste e gli domanda del futuro del Pd, Prodi risponde “con un sorriso che fa impallidire quello della Sfinge”. Silenzio. Ma Vespa non ha bisogno del parere dell’ex premier per formulare un giudizio: “Veltroni ha semplificato profondamente il sistema politico. Dice di essersi alleato con Di Pietro nella speranza di vincere, io invece ritengo che la speranza fosse infondata, anche se il diritto di competere non si nega a nessuno. Poi, però, il governo Berlusconi è partito in quarta, con i rifiuti di Napoli. E a Veltroni è venuto il terrore del successo costante”. Si spiega così, secondo Vespa, la piega radicale che ha preso il leader del Pd. “A Berlusconi non gli si poteva concedere di vincere un’altra partita come quella di Alitalia, e di vincerla grazie a tre uomini della sinistra, come Colaninno, Passera e Fantozzi: tre elettori del Pd, di cui uno ministro del governo Prodi e del governo Dini. Lo spiazzamento è stato totale”. Da qui la svolta veltroniana.

Marina Valensise
© Il Foglio, 4 ottobre 2008


Per il Financial Times è giusto dare una calmata ai giudici
Pubblicato il 22 giugno 2008, in Diario

Ecco, per chi se lo fosse lasciato sfuggire, la versione originale dell'articolo sul diritto, riconosciuto alla politica italiana, di frenare i suoi giudici politicizzati, apparso sul Financial Times di sabato. Lo ha scritto l'editorialista di Weekly Standard, Christopher Caldwell.

Italy is right to curb its politicised judges

Enduring Silvio Berlusconi’s behaviour last week was like “sitting through a film you’ve seen before”, said Senator Anna Finocchiaro, the parliamentary head of Italy’s Democratic party. Not two months after starting his third stint as prime minister, Mr Berlusconi is in a familiar controversy.

The Senate is finishing work on a package of security laws on which Mr Berlusconi campaigned. An amendment added by his supporters and passed on Wednesday would suspend trials for all but the most serious crimes that took place before mid-2002. This will help focus the state’s limited resources on a wave of violent crime that has alarmed the public. But that is not all it will do. It will also halt a trial in Milan that aims to discover whether Mr Berlusconi paid €387,000 ($601,000, £306,000) to his lawyer David Mills, the estranged husband of Tessa Jowell, UK Olympics minister, to give false testimony in a court case a decade ago. (Both men deny wrongdoing.)

Mr Berlusconi believes he is being singled out by judges on the “extreme left”. This week he requested that the judge presiding over the Mills trial be removed, on the grounds that her outspoken attacks on his policies reveal her as too biased to render a fair judgment. (His request was rejected.) He announced that he would seek a law providing immunity from prosecution for high-ranking members of the Italian government. Magistrates have complained that Mr Berlusconi’s moves will cause “irreparable damage to the rule of law”.

It is not obvious that they are right. Spain, France, Germany and the European Union all have some version of immunity. Italy, too, had an immunity for parliamentarians until it was abolished in 1993, amid a series of anti-corruption prosecutions. Mr Berlusconi’s backers passed an immunity law in 2003 but the constitutional court voided it the following year, arguing (reasonably) that it would violate equality under the law and (absurdly) that it threatened the “right” of citizens to confront their accusers – as criminal defendants. Such laws can be abused. Pablo Escobar, the cocaine baron, notoriously avoided prosecution in the 1980s by getting elected to the Colombian Chamber of Representatives. But in many cases immunity prevents as much damage as it permits.

The purpose of immunity is not to give elected officials a free ride. It is to protect the right of electorates to be ruled by the person they chose democratically. Do the charges against Mr Berlusconi arise from a disinterested quest for justice or from a desire on the part of a certain branch of the Italian elite to overturn a popular choice they do not like? Such questions can almost never be answered to the public’s satisfaction. In the US in the 1990s, President Bill Clinton was subjected to one investigation after another. It turned out to be just as important that the judiciary be above the taint of politics as that politicians be above the taint of corruption. Immunity might be the best way to protect the democratic elements of democratic government – especially in a country?where?the judiciary is highly politicised. The US remains such a country.

So does Italy, where, for a decade and a half, judges have enjoyed a degree of power unique in the west. In the early 1990s, when Italians came to feel they no longer needed to tolerate the graft that had been a regular part of cold war politics, ambitious judges toppled the leadership of the main parties in corruption trials. Italy’s post-cold war purge was more thorough than that of many communist countries. There was, in effect, a judicial regency over elected officials, with judges getting to vet the leadership class of the next generation.

Such power is, over the long haul, unhealthy for a democracy. It is one of the reasons Italians have come to distrust their judiciary. A poll published on Thursday in La Repubblica, a prestigious Roman daily that opposes Mr Berlusconi, showed just a third (35 per cent) have faith in the judicial system, versus 59 per cent who do not. Mr Berlusconi’s voters are overwhelmingly distrustful of judges and his opponents are mostly satisfied with them. What is striking is that the centrist voters in Italy’s Christian Democratic remnant, the opposition UDC, favour Mr Berlusconi’s plans to suspend trials by 69 per cent to 30 per cent. As La Repubblica put it, Italians “think that justice is working poorly. And if the price [for fixing it] is some kind of judiciary ‘immunity’ for Silvio Berlusconi, they are willing to pay it.”

A Bleak House-style backlog of cases is the weak spot in the Italian judiciary’s legitimacy. Italian law is so dilatory that it butts up against article six of the European Convention on Human Rights. In place of fast trials, Italy has the so-called “Pinto law” of 2001, to compensate people whose court cases drag on. Sir John Major was in power in Britain the year the Berlusconi-Mills trial began. The allegations against which Mr Berlusconi was fighting when the last immunity law was overturned in 2004 dated from 1985. When Mr Berlusconi’s foes warn that 100,000 untried cases would be frozen because they are more than six years old, they are unwittingly making the case for the law, not against it.

Mr Berlusconi’s judicial stunts are invariably self-serving, but they are never only self-serving. They always address some genuine problem severe enough to rally voters behind him. Therein lies his political genius. Italy is in a panic about crime right now. That panic might be well founded, or it might not be. But almost everything in his security law will help allay it. An immunity law, should one be drafted, might make Italian politics less litigious and more democratic. The fact that Mr Berlusconi could dodge a trial through these laws is a reason to oppose them. But it is the only reason to oppose them, and it is not a sufficient one.

 


 

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