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Apocalittico René Girard, ci racconta la crisi con la dottrina di von Clausewitz
Pubblicato il 22 ottobre 2008, in Diario

“La crisi attuale? Non è l’ultima, ma si aggraverà ancora. E dimostra che i moderni non sono padroni del progresso, ma ne sono schiavi e ne ignorano la forza di distruzione”. A dirlo è René Girard, l’antropologo del sacro e della violenza, lo studioso del cristianesimo che attinge in sant’Agostino le idee chiave per la sua interpretazione del moderno. I moderni vogliono essere autonomi? Inseguono il benessere, sognando di migliorare le proprie condizioni di vita? Non è questo il fondamento stesso dell’economia liberale di mercato? “Certo è ciò che gli uomini vogliono e fanno – risponde l’ottantacinquenne Girard, guardando alle turbolenze finanziarie dall’esilio in California – solo che gli uomini non vedono il proprio limite e rischiano perciò di di progredire a ritmi accelerati verso la distruzione, con danni irreparabili per l’esistenza stessa del pianeta”.
Parla con ponderazione, ma usa i toni di un vecchio apocalittico, René Girard. Essendo però un pensatore cristiano professa un’idea di apocalisse che nulla ha di irrazionale. “L’apocalisse non è la fine del mondo, ma l’annuncio di una speranza; e la speranza è possibile solo per chi osa pensare i pericoli del momento, per chi si oppone ai nichilisti, a quanti negano la verità, ai governi, alle banche, agli strateghi che pretendono di salvarci mentre ci precipitano nel caos”. Scrive proprio così Girard in “Portando Clausewitz all’estremo”, l’ultimo libro, tradotto da Adelphi, sul pensiero del grande generale prussiano nemico di Napoleone e autore del più celebre trattato di strategia militare dei tempi moderni, “Della Guerra”, dove la politica vive nella sua dimensione più tragica, quella “dell’eterna lotta tra la verità e la violenza” che sfocia per l’appunto nell’autodistruzione. “L’apocalisse è perfettamemente razionale” spiega al Foglio René Girard. “I testi evangelici che parlano della fine dei tempi si fondano infatti sulla razionalità della teoria del capro espiatorio”. E qui l’allusione è all’architrave della sua teoria del progresso, che nasce col cristianesimo e ne continua l’eredità paradossale. Piccolo excursus, dunque: nelle religioni arcaiche prevale il capro espiatorio e i riti sacrificali ad esso connessi. Il cristianesimo, invece, comprende il capro espiatorio nella figura di Cristo, che ostenta sulla croce l’assassinio fondatore un tempo dissimulato nelle società arcaiche. E di conseguenza priva gli uomini dello strumento chegrazie al rito sacrficale consentiva di tenere la violenza sotto controllo. “Nel momento stesso in cui non è più dato avere capri espiatori sostitutivi, che permettano all’umanità di trasferire la sua collera sulla vittima sacrificale, si libera la violenza . Gli uomini sono obbligati ad andare d’accordo, ma non sono più in grado di prendere la misura del rischio, di porre fine alla guerra. Liberi dalle costrizioni sacrificali, inventano la scienza, la tecnica, la cultura. Nasce così la civiltà più creativa e potente mai esistita, ma anche la più vulnerabile, perché priva della sponda arcaica del sacrificio violento che la proteggeva dall’autodistruzione”. Il mondo dunque precipita verso gli estremi come aveva capito Clausewitz, che Girard rilegge alla luce di Pascal e dei vangeli sinottici, o combinando l’etica del risentimento secondo Nietzsche con “la legge della duplice frenesia” elaborata da Henri Bergon, per descrivere l’antagonismo tra due opposte tendenze, i tentativi di contrariare l’una col progresso dell’altra, sino allo scacco finale e alla rivincita della prima, perché l’umanità ama il dramma, la lotta tra due partiti, due principi, due società, che è poi l’aspetto superficiale del progresso. Girard ritrova dunque in Clausewitz le relazioni mimetiche, la reciprocità, il risentimento, il desiderio di rispondere a un affronto con un affronto maggiore, e tutto ciò che logora la società moderna, la prima ad essere consapevole di potersi distruggere in modo definitivo, eppure priva d’una fede su cui poggiare questa consapevolezza.
Attenzione, però: la redenzione esiste, dice  Girard, è quella della rivelazione. “Solo che gli uomini se ne fregano. Invece di intendersi l’un l’altro, di amare il prossimo come se stessi, continuano a farsi la guerra, pretendono di guidare il mondo, ma ne sono incapaci, e così vanno incontro a incidenti irrimediabili”. Girard pensa naturalmente al nucleare. “Ogni giorno spunta fuori un paese che vuole l’atomica, e chi  ce l’ha gli impedisce di averla, mentre dovrebbero tutti rinunciare alla violenza, senza esigere reciprocità. Perché via via che aumenta la potenza dell’uomo, le possibilità del pianeta si restringono”. Ma anche l’attuale crisi finanziaria appare un sintomo della stessa deriva. “E’ un punto di arresto nel cammino del progresso, subìto e non voluto, come lo fu la crisi del 29, che portò al nazismo. Anche oggi rischia di avere conseguenze politiche gravi, ma gli uomini hanno bisogno di crescere, di gettare un’enorme quantità di auto sulle strade, di fare pazzie contro la sopravvivenza stessa del pianeta terra, altrimenti rischierebbero di diventare ancora più cattivi, incapaci come sono di dominare i propri desideri, di placare la propria rivalità”.

Marina Valensise
© Il Foglio 23 ottobre 2008






“La civiltà occidentale s’inabissa, ma non è la fine della storia”
Pubblicato il 24 settembre 2008, in Diario

Alain de Benoist continua l’opera di decostruzione della modernità, in vista di un suo radicale superamento. Eppure, se uno l’invita a pronunciarsi sull’attuale crisi finanziaria, risponde senza infiammarsi come fa il suo ex amico della Nouvelle Droite Guillaume Faye, ma come un tranquillo apocalittico integrato. “E’ una crisi importante – dice al Foglio – ma non credo sia un punto di non ritorno nella storia della civiltà occidentale; semmai rappresenta un avvertimento rispetto all’orientamento in cui la civiltà occidentale s’è inabissata, da quando risponde esclusivamente all’assiomatica dell’interesse”. L’espressione non ha nulla di esoterico. Indica l’orizzonte della produzione e dei consumi diventato ormai il principio primo, di per sé evidente e indiscutibile, entro cui si racchiudono le nostre esistenze. “Dopo la fine dell’utopia comunista è questa l’illusione dominante”, dice AdB, che da intellettuale non conforme ha sempre indagato sul legame profondo che unisce liberalismo e comunismo. “La cultura di destra ha denunciato per decenni il materialismo dell’ideologia comunista. Oggi però scopriamo che il capitalismo liberale è infinitamente più materialista del comunismo, perché si fonda sull’antropologia dell’interesse egoistico”. Ironia della storia, Graecia capta ferum victorem cepit, i vinti conquistano i vincitori? “La storia è sempre aperta. Sarebbe presuntuoso credere che l’immaginazione sia giunta al termine. Sul piano dei principi, il liberalismo mi pare altrettanto utopico del marxismo. Sogna una società ideale, non la società senza classi, ma una società dove il conflitto verrebbe a mancare perché il meccanismo dei mercati, di per sé regolatore o autoregolatore, finirebbe per stabilire un equilibrio: la pace universale attraverso il dolce commercio, come dicevano nel XVIII secolo”. Insomma, il mercatismo come fine della storia? “Quando Francis Fukuyama parlava di fine della storia, tradiva l’aspirazione a uno stadio stazionario o terminale del tutto paragonabile all’utopia comunista, con cui il liberalismo condivide alcuni presupposti di origine illuministica… la crisi attuale, in questo senso, è un segnale importante. La crisi del ’29 fu un avvertimento, ora si fa appello alla necessità di regolare il sistema per attenuare gli effetti devastanti della nuova crisi attuale. Ma sono soluzioni marginali. Il fondo della questione è che il sistema finanziario non lo controlla nessuno. Navighiamo a vista per evitare che domani sia peggio di oggi. Eppure, non possiamo continuare a inabissarci nel sistema”.
 
L’utopia liberale è come quella comunist
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Ma per tirarcene fuori non dovremmo emendare l’antropologia egoistica che è il fondamento stesso del sistema liberale? “Il sistema liberale consiste nella difesa razionale del miglior interesse del singolo. Pone l’accento sul valore di scambio, più che sul valore d’uso, sui comportamenti egoistici piuttosto che sulla logica del dono gratuito, della solidarietà. Personalmente, resto convinto che se si rifiuta l’utopia comunista bisogna rifiutare anche quella liberale. Non che sia ostile alla società di mercato, ma se tutti i fenomeni sociali vengono ricondotti a un meccanismo di mercato, non siamo in una società in cui esiste il mercato, ma in una società che si è ridotta a un mercato. E cominciano i problemi”,
Non sarà questo il senso della Nouvelle Droite? Nient’affatto, AdB è il primo a rifiutare la definizione. “Non l’ho scelta io, è un’etichetta mediatica che dà un colore politico a un movimento di idee che si è sempre tenuto lontano dalla vita politica”. E se riecheggia l’apolitìa di Julius Evola, AdB rivendica anche l’eccezione francese: “Lastessa espressione viene usata con contenuti diversi; in America per esempio indica un fondamentalismo economico protestatario e ultraliberale”. Inoltre, da battitore libero, AdB insiste nel difendere lo sconfinamento trasversale a destra e sinistra e il beneficio conseguente. “Dividere il mondo tra destra e sinistra è molto riduttivo. Essere di destra vuol dire solo non essere comunista. Ma in fatto di ecologia, crescita, Europa, atlantismo, le posizioni sono tali e tante che non giustificano l’adesione a uno schieramento”.
Lo dimostra la stessa biografia di AdB. Solo da qualche anno, egli assapora la fine dell’ostracismo ideologico che un giorno spinse Maurice Blanchot, il grande critico letterario novantenne, ossessionato da un passato di militante di estrema destra, a sabotare la casa editrice che pubblicava i saggi del direttore del GRECE, il Gruppo di ricerche e di studi sulla civiltà europea. Era il 1993. La vigilanza democratica e l’allarme antifascista erano sempre all’erta per scongiurare ogni possibile contagio, con l’appello alla mobilitazione permanente. Poi però le cose cambiarono. L’epoca dell’equazione “intellettuale=intellettuale di sinistra” tramontò. Iniziò la stagione del disimpegno. Qualcuno ricordò che il mestiere dell’intellettuale era la ricerca della verità, e a quel punto si capì che si poteva essere un intellettuale senza servire il popolo, anzi diventando addirittura agnostico in politica. AdB, che è sempre stato un appartato, oltre che un appestato, iniziò a respirare. A sdoganarlo provvide uno studioso del razzismo il quale, sebbene di sinistra, era finito nel mirino del politicamente corretto. Pierre André Taguieff, contro i suoi detrattori, scrisse un saggio sulla “Nouvelle Droite” in difesa di AdB, il fondatore non conforme che veniva additato come “criptonazista”, pur avendo criticato l’ideologia razzista in generale e il Fronte nazionale in particolare. “Meglio un’opinione correttamente espressa, che un’opinione semplicemente corretta”, decretò Taguieff e da quel giorno anche in Francia finì la demonizzazione dell’avversario. Si cominciò a discutere di idee, non di logica delle idee, abbandonando pregiudizi e scomuniche a favore di argomenti razionali.

“Io resto un aristotelico”

“Dopo il crollo del Muro di Berlino” insiste AdB, “la divisione tra destra e sinistra sopravvive in parlamento, ma nel dibattito pubblico è superata. Prenda l’euro, per esempio, favorevoli e contrari sono indiscriminatamente a destra e sinistra: idem per l’Iraq, l’islam, il terrorismo”. Qual è allora il nuovo discrimine? Cosmpolitismo e localismo? Secolarismo e antisecolarismo? “E’ possibile, ma i confini restano mobili. Guardi l’ecologia, per esempio, che confonde le linee sull’ideologia del progresso nata a sinistra, ma sostenuta oggi dai liberali di destra”. Ma non è proprio l’ideologia del progresso che gli ultimi avvenimenti mettono in causa? E l’assiomatica dell’interesse riuscirà a sopravvivere al cambiamento di rotta imposto dalla crisi? “L’espansione dell’economicismo è correlata all’idea che la società sia una somma di individui, che eredi di un contratto hanno rotto con lo stato di natura prepolitico e presociale. Io però continuo ad essere molto aristotelico. Sono convinto infatti che l’uomo sia innnzitutto un animale politico e sociale. E la cosa che oggi più mi preoccupa è il venir meno dei legami sociali, con l’anonimato di massa, la solitudine crescente, in un mondo dove competizione e concorrenza spingono a considerare l’altro non nostro prossimo, non il nostre simile, ma il nostro rivale, il nostro avversario”. Allora, per porre un freno alla deriva mercatista di un mondo finanziariofuori controllo, perché privo di regole, bisogna ripensare i fondamenti dell’antropologia moderna? Dimenticare l’uomo schiavo, dominato dalle passioni, che Hobbes pone al centro del De Cive per fondare il contratto sociale, e tornare al kaloskagathos dell’Etica Nicomachea, recuperando il fine ultimo dell’animale razionale che è la vita buona? Dunque ha ragione Guillaume Faye che punta sull’archeofuturismo? “Capisco cosa intende dire, ma archeofuturismo è una formula pubblicitaria dal contenuto sfuggente” risponde AdB schivando il giudizio sull’ex sodale. In realtà, AdB sostiene di non essere un “restaurazionista”. Non vuole un ritorno al passato, però anche lui, come Faye e Giulio Tremonti, è convinto che oggi siamo arrivati alla fine di un ciclo che ha segnato la modernità, e sia giunta l’ora di cogliere “alcune potenzialità del passato”. Ma è “la fine della finitezza” l’aspetto che più lo angustia. “Al di là del profitto o della necessità di consumare, ognuno di noi oggi ha smarrito il senso della sua presenza nel mondo. Il capitalismo ha per principale caratteristica la negazione dei limiti. Si estende a dismisura, distruggendo legami, costumi, consuetudini, per instaurare ovunque la logica del profitto. Le istituzioni sono in crisi. I modelli politici crollano uno dopo l’altro, a cominciare dallo stato nazione, troppo piccolo per regolare i conflitti planetari e troppo grande per rispondere alle attese della gente. E’ per questo che io non credo nel ritorno all’antico. Servono nuove soluzioni, e forse riattivando forme di vita locale, come la regione, la provincia, la città, i quartieri, le troveremo”.

Aveva ragione la Scuola di Francoforte
Quando all’utopia della commercial society, che sognava la pace universale come effetto dell’espansione del mercato, non sarà un’altra disillusione rispetto alle promesse dell’illuminismo che legava l’emancipazione del singolo al benessere, e credeva nella marcia irreversibile del progresso? “Si è visto come l’ideale dell’autonomia sia stato tradito: per questo valgono ancora le analisi della Scuola di Francoforte, di Adorno e Horkheimer che hanno spiegato come la vita moderna, nel momento stesso in cui s’apre alla libertà, secerne forme di alienazione. Ma l’idea di fondo della commercial society, e cioè che l’espansione del mercato avrebbe garantito la pace universale, non si è mai realizzata. Abbiamo visto scoppiare una serie di guerre economiche, come guella per il petrolio che si combatte in Iraq. L’errore è stato di pensare che guerre e conflitti fossero irrazionali, destinati a sparire grazie a negoziato ragionevole. E invece non è vero: guerre e conflitti non sono negoziabili. Esulano dall’ordine contabile della razionalità”.   





 

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