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L'uomo non è libero. Parla Oberkampf
Pubblicato il 13 maggio 2009, in Diario

Serge Oberkampf de Dabrun non ha niente di curiale. E’ un uomo alto, robusto, imponente, coi capelli bianchi a spazzola. Quando entra nel bar dell’appuntamento lo fa scandendo il tuo nome ad alta voce, incurante sia del chiasso sia della gente. Pastore per dieci anni della parocchia del Luxembourg, un anno fa  il Sinodo nazionale che culminerà il 22 maggio alla Sorbona per celebrare il primo mezzo millennio della nascita di Calvino. Ma al culto del fondatore della chiesa Riformata e alle sue liturgie concede pochissimo.
Appena uno gli domanda qual è il contributo del protestantesimo alla modernità, Oberkampf risponde senza dogmatismi, tornando al distinguo originario: “Nel calvinismo c’è una critica forse anche violenta contro la religione, che si esprime nella distruzione delle statue e delle immagini sacre, per cercare di purificare la fede. Infatti l’idea fondamentale del protestantesimo è che la fede si trova nel rapporto particolare dell’uomo con Dio, mentre la religione è un insieme di pratiche che serve a rendere l’uomo schiavo. Nasce da qui l’impressione che fede e religione siano due realtà separate. Il divario è chiarissimo in Lutero, mentre in Calvino c’è il bisogno di gestire il mondo”, aggiunge il pastore citando Max Weber, perché proprio questo aspetto permette di capire come mai il calvinismo sia servito da base per lo sviluppo del capitalismo moderno, che nel giro di cinquant’anni ha raggiunto in Olanda una dimensione spettacolare, spostando le ricchezze dal sud al nord dell’Europa.“Il protestante è un uomo che non ha bisogno di operare per la propria salvezza, perché sa che la salvezza si riceve gratuitamente. Dunque, gli resta il tempo per potersi occupare di altro”, continua il pastore illustrando l’idea-base dell’antropologia calvinista, fondata sul concetto di predestinazione, posto al centro dell’ascesi intramondana che per Weber segna l’origine del moderno capitalismo.

La predestinazione

Eppure, se uno legge il famoso capitolo sulla predestinazione, l’idea di Calvino risulta alquanto nebulosa. “Noi insegniamo che la vocazione degli eletti è come la dimostrazione e la testimonianza della loro elezione”, scrive infatti Calvino nell’VIII capitolo del suo trattato. Ma visto che esistono i predestinati alla salvezza e i predestinati alla dannazione, così “come il vaso non chiede conto al Vasaio, che l’ha creato, perché mai l’ha fatto in un certo modo”, così anche l’uomo, continua Calvino, non è libero di domandarsi perché Dio nella sua onnipotenza salvi gli uni e condanni gli altri. “Il vasaio non ha forse il potere di creare dalla stessa massa di terra un vaso bello e l’altro brutto?”, si domanda il riformatore citando la lettera di san Paolo ai Romani, per significare l’eccellenza della giustizia divina, irriducibile alla misura umana e incomprensibile alla meschinità dell’intelletto umano. Non è l’affermazione dell’assoluta soggezione a Dio che rende l’uomo un essere miserabile? “Ha capito benissimo”, risponde Oberkampf. “Dio salva chi vuole: dall’umanità colpevole del proprio peccato ripesca chi vuole: nessuno sa perché salvi l’uno e l’altro no. Ma chi viene ripescato sa di esserlo stato in virtù della grazia e a causa della sua stessa fede nella grazia divina. Essere credente ed essere salvato, dunque, è la stessa cosa. E’ perché sono salvato che io credo: oggi questo può apparire arbitrario agli occhi di un occidentale” concede il pastore. “Ma all’epoca in cui Calvino scriveva e predicava (la prima edizione della “Christianae Religionis Institutio” è del 1536) sembrava evidente, perché allora non c’era una grande considerazione per la vita umana. So di essere salvato e so di essere predestinato perché credo in Dio, dunque nulla può impedirmi di credere con la perserveranza dei santi. Era questa la convinzione del calvinista. La salvezza, in altre parole, è il punto di partenza della vita cristiana, non il punto di arrivo”. Per i cattolici invece è vero il contrario, perché la salvezza si conquista grazie al fervore delle opere. “I cattolici devono sforzarsi per conquistare qualcosa che appartiene alla grazia divina, diceva Calvino: per esempio, il purgatorio, luogo violentemente anticristiano secondo Calvino, fu inventato per permettere al giovane cattolico morto prematuramente di aver un posto dal quale cercare la salvezza”.

La scomparsa del libero arbitrio

La conseguenza logica della dottrina della predestinazione, quindi, è l’assenza del libero arbitrio. Deduzione stringente. Il pastore che come motto di famiglia segue il “Recte et Vigilanter”, deve accettarla in toto: “E’ vero. L’uomo non è libero di scegliere ciò che Dio ha scelto per lui. Non ha il potere di dire: posso accettare o rifiutare la grazia di Dio. E’ per questo che in Calvino c’è un rifiuto sistematico dell’adorazione dei santi e della Vergine Maria. Maria, interpellata dai santi, e i discepoli di Cristo, interpellati da Dio sulla barca sul lago di Tiberiade, non avevano scelta: non potevano rivendicare il fatto di aver acconsentito come se la loro scelta fosse stata un atto di giustizia. In realtà, non potevano agire altrimenti”.
E’ per questo, dunque, che i calvinisti rifiutano il culto mariano e l’intercessione dei santi, come un inutile infantilismo? “Attenzione” avverte il pastore “sono i cattolici a pensare che i protestanti credono che Maria non fosse vergine, ma non è così. I calvinisti riconoscono la figura della Vergine. Anch’essi credono che Gesù Cristo sia nato dalla Vergine Maria. Solo che, a differenza dei cattolici, non credono che Maria abbia una superiorità rispetto a un altro credente: ha sì una singolarità di destino, ma questo non la rende superiore agli altri. Come per Abramo: nessuno sa perché Dio si sia rivolto a lui anziché a un altro, ma a nessuno è mai venuto in mente di votare un culto alla figura di Abramo. I calvinisti sono iconoclasti. Il divieto delle immagini gioca un ruolo molto importante per Calvino, perché le immagini, come del resto la musica, rappresentano una distrazione, allontanano l’uomo dalla parola di Dio. E questo aspetto dell’iconoclasmo avvicina la dottrina di Calvino al rifiuto delle immagini professato dagli ebrei, che per lui rappresentano la protochiesa, la chiesa primitiva”.

Secolarizzazione e despiritualizzazione
Ma se esiste un divario tra la fede e la religiosità, come si spiega che i paesi dove maggiore è stata l’influenza calvinista, come l’Olanda e la Svizzera, siano oggi non solo areligiosi o antireligiosi, ma il luogo della massima despiritualizzazione contemporanea? “La secolarizzazione del mondo protestante corrisponde alla laicizzazione del mondo cattolico” risponde Oberkampf. “In passato, la vita umana era una breve parentesi, soggetta al dolore, alla miseria, alla malattia e alla morte. L’essenziale dell’esistenza umana era riservato all’aldilà, non come oggi che si vive nel presente e si investe esclusivamente nella vita terrena. Insomma, l’allungamento della vita umana – inimmaginabile in passato – spinge l’uomo contemporaneo a trascurare le domande fondamentali, focalizzando sul presente ciò che un tempo apparteneva alla volontà di Dio, creatore e salvatore. L’uomo di oggi rifiuta di interessarsi alla morte, anzi non vuole nemmeno sapere che morirà”, dice Oberkampf con largo sorriso sornione.
Ma non ci sarà pure una qualche responsabilità del calvinismo in questa despiritualizzazione che affligge il mondo contemporaneo? Come si spiega che l’ansia di purificazione, il progetto di instaurare una più forte presenza dell’ordine divino in terra, escludendo la mediazione ecclesiastica, abbiano generato non l’uomo più pio, più autenticamente devoto che sognava Giovanni Calvino, ma un essere più libero, più solo, indifferente e più lontano da Dio? Da come scuote la testa, il pastore non sembra affatto d’accordo con la diagnosi che la domanda lascia trapelare. E da uomo di fede risponde: “Non è vero che il mondo protestante ha abolito ogni tipo di mediazione. La parola del pastore continua ad essere una mediazione importante. Il protestante non è un tutto a sé stante, condannato alla solitudine: non è uno che la mattina si sveglia e mentre si fa la barba dice Dio mi ha detto di fare così e così, facendo a meno di un certo numero di regole affidate alla sua parola e alla predicazione. La despiritualizzazione colpisce anche il mondo cattolico. La gente conserva la religiosità, ma la mediazione del Papa non ha più il ruolo di un tempo. Gli stessi cattolici oggi la considerano un po’ pesante. E’ l’evoluzione storica che ha portato l’uomo europeo a giocarsi la propra vita in terra, e non più in cielo, ed è un dato comune sia ai cattolici sia ai protestanti”.
In passato, insiste il pastore Oberkampf, il cielo contava molto di più della terra. Si moriva presto, per le epidemie, le guerre, le carestie. Nessuno investiva nella vita terrena, fragile, incerta, precaria per definizione. La vera vita iniziava post mortem. Oggi, invece, la vita eterna non interessa più a nessuno. E’ lo stesso Benedetto XVI a dirlo. Ma ci sarà un aspetto della secolarizzazione implicito al messaggio della Riforma? Come mai certi eccessi di indifferenza sono portato tipico del calvinismo olandese, piuttosto che del cattolicesimo romano? “Lo storico Jean Baubérot – risponde Oberkampf citando il celebre sociologo del protestantesimo e della laicità – ha spiegato che i paesi protestanti si secolarizzano, mentre i cattolici si laicizzano: la secolarizzazione è meno conflittuale della laicizzazione, che implica un conflitto tra stato e chiesa, ma più empatica, perché la società protestante distingue tra fede e religione, visto che si può avere fede senza difendere un’istituzione religiosa. Viceversa, nei paesi cattolici la frattura tra l’istituzione e la fede non esiste. Se sei cattolico devi obbedire al Papa, mentre un protestante non contempla obbedienza alcuna: per lui non esiste una chiesa nel senso cattolico del termine, che pensi di rappresentare l’attualità di Cristo in terra”.

La parola sul Cristo, non di Cristo

Si capisce allora come mai per i protestanti l’attualità di Cristo, la parola sul Cristo, conti di più che la parola di Cristo: “Certo, quello che per noi costituisce il messaggio cristiano non è ciò che Cristo ha detto o ha fatto, ma chi è Cristo. E’ il figlio di Dio? E perché è nato? Perché è morto? Perché è risorto? Cosa vuol dire essere stato crocefisso? E perché gli uomini l’hanno tanto odiato? Insomma, il problema del bene e del male per noi protestanti è irrisorio. Per questo oggi non possiamo definire cosa Cristo avrebbe fatto al posto nostro. E per la stessa ragione di domenica, quando al tempio leggiamo il Vangelo, noi protestanti non ci alziamo mai in piedi: l’apostolo Paolo per noi è molto più importante di Matteo e Giovanni, che hanno raccontato cosa ha detto e fatto Cristo, perché il vero fondatore del cristianesimo non è Gesù Cristo, ma Paolo, che ne ha teorizzato il messaggio con coerenza dogmatica”.
 Per lo stesso motivo si spiega pure come mai i protestanti attribuiscano la stessa importanza al Vecchio e al Nuovo Testamento, tant’è che un predicatore nel suo sermone domenicale è libero di trarre spunto dal libro di Giuditta, senza nemmeno citare una parabola del vangelo, come ha fatto il successore di Oberkfampf al tempio della rue Madame, invitando i fedeli a seguire l’esempio della vedova che uccise il generale Oloferne fingendo di volerlo sedurre. “Il libro di Giuditta non è un testo canonico per noi. Il mio collega ha dimostrato grande apertura mentale. In genere, i predicatori protestanti non sono tenuti a leggere il libro del giorno; hanno grande libertà. Quanto al Vangelo, nella nostra pratica cultuale non ha un posto superiore rispetto ad altri testi. Racconta la vita di Gesù, ma come le ho detto, per noi quello che conta è chi era Gesù, non cosa ha fatto”.

L’intesa coi cattolici
Allora, alla luce del Concilio Vaticano II, viene da domandarsi se ci possa essere davvero un’intesa tra protestanti e cattolici. “Oggi, grazie al Concilio Vaticano II, cattolici e protestanti non sono più nemici come un tempo, ma vivono una buona intesa”, risponde Oberkampf che da anni in nome del “kerygma”, l’annuncio del messaggio cristiano, è impegnato nel dialogo coi vescovi cattolici, come dimostra il suo saggio più recente ”L’insolence de l’Evangile” (Onésime 2008). “Sul piano teologico si è molto discusso da una parte e dall’altra per sapere se potevano esserci condizioni comuni nel nostro modo di vedere le chiese. Oggi però questi dibattiti sono arrivati a un punto morto, senza peraltro mettere in discussione la nostra reciproca simpatia. Siamo riusciti a togliere le scorie dalle nostre divergenze essenziali, a farne emergere i nodi, sino a considerarli insolubili. Il rifiuto del magistero da parte dei protestanti, per esempio, non significa il rifiuto di una gerarchia (dal momento che esistono pure chiese protestanti provviste di una gerarchia di vescovi, come quella ungherese); significa piuttosto il rifiuto di qualcuno autorizzato a dire la verità. E’ un punto fondamentale per la chiesa protestante, in cui l’uomo non riceve la verità dall’alto, ma la cerca da solo e la pensa con la sua testa, andando avanti da solo. Persiste poi la divergenza sulla presenza reale del Cristo, o meglio sull’immanenza del Cristo nell’eucarestia, tant’è che per noi calvinisti l’adorazione del Santissimo sacramento è un orrore assoluto, perché il pane è il corpo di Cristo per designazione, destinato cioè a essere tale per la celebrazione, ma non è il corpo di Cristo in sé e per sé, come invece lo è per i cattolici secondo quanto stabilito dal Concilio di Trento. Anche questo, però, è un vecchio dibattito che non ha più grande importanza…”.
 La divergenza più vistosa, allora, sta  nel rifiuto del libero arbitrio? “In effetti, l’idea che l’uomo possa trattare Dio da pari a pari è insopportabile per un protestante. Dio è Dio, l’uomo è l’uomo, E quando parla Dio, l’uomo obbedisce. Per un protestante dunque non esiste libertà dell’uomo davanti a Dio, prima che Dio l’abbia liberato attraverso la grazia. L’uomo è schiavo finché Dio non lo libera. Viceversa, per la teologia cattolica, l’uomo è libero di scegliere; è libero di seguire o non seguire la volontà di Dio”.

La libertà della grazia

La liberazione dunque per Calvino avviene attraverso la grazia. A quel punto, l’uomo protestante diventa ancora più servo di Dio e paradossalmente più libero rispetto a tutto il resto? “L’idea che egli possa diventare un mercante, un capitalista, un capitano di industria nasce proprio dal fatto che la sua libertà è un dono di Dio”, spiega Oberkampf nelle cui vene scorre il sangue dell’aristocrazia protestante lionese, tant’è che dopo secoli di agiatezza da rentier suo padre fu il primo in famiglia a lavorare, come segretario della rappresentanza diplomatica francese alle Nazioni Unite prima, e poi come funzionario del ministero delle Finanze. “L’uomo calvinista ha perso la sua libertà col peccato originale, ma la ritrova attraverso la grazia. Sicché, la libertà per lui non è una qualità intrinseca alla natura umana, ma è un dono divino. L’uomo è libero perché ha la grazia, ha il dono della fede, perché crede. Lutero sostiene che l’uomo che non è entrato in contatto con Dio non è libero, non è degno di essere uomo. Nella teologia cattolica, invece, l’uomo resta libero anche dopo il peccato originale, libero di scegliere il bene o il male. Per un protestante, al contrario, il problema non è il bene o il male, ma il credere o il non credere, avere fede o non avere fede. Il problema vero è la verità della sua vita, non quello che fa, ma quello che è. Perché è l’uomo stesso, ciò che egli è e ciò che egli pensa, a permettere la costruzione della casa di Dio, non quello che l’uomo fa credendo di agire per Dio e sostituendosi a Dio”.
Quanto alla nevrosi calvinista, al senso di angoscia che assale il protestante, privato della confessione auricolare, dell’assoluzione da parte della chiesa, Oberkampf insiste sulla radicalizzazione dell’agostinismo; distingue tra il calvinista che sa di essere salvato e il giansenista il quale, invece, pur avendo la fede, non sa mai se sarà salvato oppure no, anche se “in fondo per un calvinista il fatto stesso di credere è sinonimo del fatto che si è salvati. E questo per Calvino è un punto fermo”. Alla fine, perciò, è facile fare l’inventario dell’eredità del calvinismo: “Un desiderio di prendere sul serio le vicende del mondo, di trovare soluzioni per alleviare le miserie umane, incorporato in una morale assai rigorosa”. Calvino – ricorda il pastore– voleva creare una sorta di città emblematica ed esemplare, “voleva dimostrare che Dio si preoccupava che le cose umane andassero per il verso giusto, che gli uomini avessero un comportamento retto e chiaro, non mafioso. E questo veniva prima ancora dell’istituzione di una chiesa riformata, fondata sul sistema presbiteriano sinodale, una sorta di repubblica eletta dal basso attraverso un’assemblea della comunità, in alternativa alla monarchia della chiesa cattolica, fondata su una gerarchia di vescovi. E in fondo, cinque secoli dopo, si può dire che sia stata la stessa liberazione dell’uomo rispetto alla salvezza ad offrire la possibilità per realizzare tutto ciò”.

Harvey Mansfield, Max Weber e il Vangelo di Calvino
Pubblicato il 20 aprile 2009, in Diario

Harvey Mansfield non legge i settimanali. Preferisce continuare a tradurre e studiare Tocqueville e Machiavelli, Aristotele e Hobbes. Ma da quando sui giornali si discute del ritorno di Dio, l politologo di Harvard, che è un osservatore spassionato delle miserie contemporanee, come dimostra l’ultimo suo libro, “Manliness”, saggio malinconico sulla fine dell’umanità nell’indifferenziazione dei generi, non rinuncia a una precisazione: “Non è Dio a tornare; semmai ...(continua domani sul Foglio)

I lettori ci scrivono
Pubblicato il 12 gennaio 2009, in Diario





Roma, 12 gennaio 2009

Il dubbio dei chierici europei: "Accettiamo la sfida?"
Pubblicato il 5 gennaio 2009, in Diario

Roma. Migliaia di musulmani che pregano in ginocchio e a testa in giù, sul sagrato di Notre Dame a Parigi, del Duomo di Milano, della basilica di San Petronio a Bologna.  Tutti schierati in ordine geometrico e rivolti verso La Mecca. “E’ un fenomeno inedito di grande forza politica e simbolica”, ammette Mona Ozouf, la grande storica della festa rivoluzionaria. E non c’è bisogno di conoscere il passato con i suoi rituali e le sue liturgie caduti in desuetudine, per cogliere il significato di quell’assembramento islamico nel cuore dell’Europa. “I musulmani restituiscono ai nostri luoghi sacri il loro significato religioso, che avevano perso, per via della secolarizzazione”, avverte Pierre Manent che guarda con un po’ di sgomento e molto pessimismo al futuro dell’Europa. E in effetti a Parigi si sente parlare di amicizie che finiscono, tramontando d’improvviso su un dissenso insanabile tra il riformista che davanti al fanatismo incombente  invita a coltivare la calma e la ragione e l’amico militante “gauchiste” che invece in un raptus propalestinese esclama: “Per fortuna che l’Iran ha la bomba atomica”. Il conflitto arabo-israeliano ha dilatato i suoi confini per arrivare qui fra noi, nel cuore d’Europa. Il vero dramma però è un altro. La nuova situazione apre un interrogativo al quale l’Europa da un lato non può sottrarsi, e dall’altro, non sa rispondere. Ne è convinto per esempio Pierre Manent, il filosofo della politica che meglio di altri ha affrontato nei suoi saggi questo dilemma contemporaneo: “L’islam e Israele domandano all’Europa che cos’è. L’Europa però non può rispondere se non con parole neutre e vuote, perché non può riferire quell’interrogativo a se stessa”. Il ragionamento è semplice: in Europa, la religione viene confinata in un sentimento privato, a un semplice fenomeno della coscienza personale, mentre in medio oriente e ora nel mondo intero si affrontano due comunità per le quali invece la religione è inseparabile dal corpo politico. Inevitabile il dissidio e il suo dilemma delicato. “Siamo arrivati al termine del processo di secolarizzazione tipico degli stati laici e liberali di confessione cristiana” spiega Manent. “Non serve più a niente utilizzare il linguaggio dei diritti dell’uomo, dell’eguaglianza dei diritti individuali, quando la religione appare nella sua dimensione comunitaria, polarizzata su grandi masse antagoniste. Urge elaborare una grande politica collettiva, e dunque un discorso che abbia un senso per gli uni e per gli altri: ed è quello che oggi più manca a noi europei, incapaci come siamo persino di formulare il problema teologico politico che stiamo vivendo”.
Dal Regno Unito fa eco a Pierre Manent il filosofo conservatore Roger Scruton, una delle menti più lucide nel cogliere la fine della tradizione e la crisi di identità che attanaglia l’Europa. “Certo, lo spettacolo è impressionante” concede Scruton. Ma da buon empirista a sfondo scettico aggiunge: “Tuttavia, per dare un giudizio, bisogna capire prima di tutto per cosa preghino queste masse di musulmani accovacciate a carponi sui sagrati delle capitali europee. Pregano per la pace? Nel qual caso nulla quaestio. Lo facciamo anche noi cristiani, postcristiani secolarizzati e laici, senza però darlo troppo a vedere. I musulmani invece hanno un atteggiamento molto più ostentato di noi. Ma esprimere solidarietà raccolti in preghiera non è un’abitudine aliena a noi cristiani europei”. Se pregano per la pace, dunque, non avremmo nulla da obiettare. Diverso il caso se invece scoprissimo che i musulmani pregano per qualcos’altro, per esempio per la guerra e per la distruzione dello stato di Israele. “In tal caso, ammette Scruton, sarebbe una vera e propria sfida, che mette in gioco la paranoia del mondo musulmano, il quale, sentendosi inferiore dal punto di vista tecnologico, è da decenni alla ricerca di una rivincita contro l’occidente, e adesso cerca di infliggerla attraverso il conflitto con lo stato di Israele, che è una creazione dell’occidente”. Sarebbe una sfida epocale, insomma, non meno impegnativa di quella lanciata dai governi che per decenni hanno legittimato l'ideologia del multicultualismo a tutti i costi.

Marina Valensise
© Il Foglio, 6 gennaio 2009


Autocrate e uomo di fede, Alessio II divide Besançon e Matzneff
Pubblicato il 5 dicembre 2008, in Diario

La morte di Alessio II divide i francesi. Ci sono quelli come Alain Besançon, storico del leninismo e dell’ortodossia, che guardano con scetticismo al Primate di Mosca, perché diffidano dell’idea stessa di un ritorno al sentimento religioso. Ed altri che invece  plaudono al difensore della fede restaurata come Gabriel Matzneff, scrittore paradossale, di religione greco-ortodossa, e discendente di una famiglia di russi bianchi emigrati a Parigi negli anni Venti.
Se Alain Besançon è convinto che “il sentimento religioso in Russia si declina come sentimento nazionale”, Matzneff pensa al contrario che (...continua domani sul Foglio)

La conversione di Julie Burchill
Pubblicato il 18 agosto 2008, in Diario

Vola alto Julie Burchill. Dopo aver fatto a pezzi Madonna, in tempi non sospetti e in maniera definitiva (“Tre cose, è meglio saperlo, saranno sempre con noi: i poveri, le tase e Madonna”), dopo aver spiegato agli Inglesi il senso della rivoluzione estetica di David Beckham e consorte, dopo aver scritto un musical sulla principessa Diana e aver teorizzato, grazie alla figura dell’ex commissario europeo Peter Mandelson, una delle più vistose degenerazioni contemporanee (“è la prova vivente che la politica è diventata uno showbusiness per gente orrenda”), la penna più velenosa del Regno Unito se la prende adesso con gli atei professi e il loro ateismo militante. La cosa ha il suo perché. Non è solo la primizia del prossimo libro sull’ipocrisia, che la signora sta scrivendo, ma il segno di un’inversione di tendenza che spicca, non a caso, sulle pagine del “Guardian”, il quotidiano della sinistra benpensante e progressista. E infatti,  in un paese dove il saggio feuerbachiano di Richard Dawkins, “The God Delusion” (“L’illusione di Dio”), vende centinaia di migliaia di copie ed è da mesi in vetta alla classifiche, la professione di fede della più irrivirente firma della stampa britannica è l’ultimo inno alla libertà dello spirito e alla gloria inossidabile della sua libera espressione.
 Lasciando da parte le popstar cinquantanni costrette nei corsetti di lattice, o i calciatori impomatati costretti da un matrimonio di ferro, Julie Burchill, dunque, prende di mira la schiera dei liberi pensatori, gelosi delle loro prerogative e custodi di un imperativo assoluto: spara a zero sui nostri Odifreddi, sui Veronesi, sugli Scalfari, per intenderci, tutti quelli che accusano chi crede di infantilismo, di aver bisogno di un padre, e nella loro certezza autocompiaciuta mettono in guardia dall’ingerenza della Chiesa invitando a professare l’eresia in difesa della libertà di coscienza . “Un secolo fa - osservava giovedì scorso sul suo giornale Julie Burchill - la parola ateo evocava l’immagine alquanto sexy di liberi pensatori ribelli, che celebravano la vita, l’amore, e la creatività nel rigetto di un’autorità superiore. Oggi, invece, l’unica immagine che viene in mente è quella di killer della gioia, di fustigatori della simpatia, che hanno una paura disperata all’idea che da qualche parte ci sia un cristiano che la domenica mattina in chiesa si diverta a intonare voluttosamente canti sacri”. L’affondo è inclemente. Non è solo l’antropologia dell’ateo militante ad essere in causa, ma il suo presupposto etico: l’idea cioè che esista una una moralità laica equivalente se non superiore a quella religiosa, che in quanto tale meriti di essere difesa. “Purtroppo, la presunta ‘moralità umanistica’ non spunta mai fuori. L’80 per cento del volontariato e delle opere filantropiche non fondate sull’interesse personale, continuano ad essere l’effetto di un impegno guidato dalla fede religiosa”. In compenso, da empirista ostinata, Burchill si diverte a segnalare da un lato l’assenza di coraggio che contraddistingue oggi chi si professa eretico, dall’altro l’estensione quasi incontrollabile della linea di scherno che investe il sentimento religioso. “Proclamarsi un ateo in occidente può sembrare un desiderio di stare dalla parte dei vincitori, mentre prendere in giro la fede giudeo-cristiana è diventato il perno dell’entertainement prime time”. E’ come se Natalia Aspesi cominciasse a sparare a zero contro Crozza che imita Ratzinger o la Guzzanti che ne annucnia il finale all’inferno, “tormentto da diavoloni frocissimi”. Impensabile, certo, ma le vie del Signore sono infinite. E quella seguita da Julie Burchill è la via di una spettacolare conversione. La ragazzina atea cresciuta negli anni Settanta, la scrittrice di punta, circondata da una pessima reputazione, dopo due figli da due mariti, oggi in affido ai padri, una parentesi lesbica, ha scoperto la fede quando le sono morti i genitori e nel giro di un anno ha visto allontanarsi le due bare. “Stavano andando in un posto migliore” ha pensato. Da allora, la regina del Club di Groucho Marx ha deciso di darsi al volontariato, si è messa a studiare teologia, e oggi si dichiara “una cristiana che prova ad esserlo”.

Marina Valensise
© Il Foglio, 19 agosto 2008


L'ostia del Cav.
Pubblicato il 23 giugno 2008, in Diario

E’ vero che nel Vangelo di Matteo c’è scritto: Non giudicate, per non essere giudicati". E’ vero che, sempre secondo lo stesso evangelista, Gesù disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori".E’ vero inoltre che in Italia ormai siamo abituati a tutto e in una città come Roma, che da millenni osserva lo spettacolo dell’umanità, nessuno più si stupisce di nulla, nemmeno di vedere un transessuale in procinto di prendere i voti, con tutto il rispetto per le gerarchie ecclesiatiche. Eppure, l’ultimo desiderio eucaristico di Silvio Berlusconi lascia perplessi anche i désabusés. Sposato in chiesa con una prima moglie dalla quale ha avuto i primi due figli, divorziato dalla stessa che è riparata a Londra vivendo il ripudio con sobrietà, il Cav. si è risposato civilmente con la madre dei suoi ultimi tre figli, dandole pubblica attestazione di fedeltà. Ora però, nella sua ultima esternazione a Porto Rotondo, durante l’inaugurazione del campanile di Krizia, ha chiesto al vescovo di Tempio Pausania: “quand’è che cambaate le regole sull’eucarestia ai divorziati?”. Era il solito modo spontaneo e furbesco, sfrontato e impulsivo di gettare lì una provocazione, sapendo però che per milioni di persone corrisponde a un’attesa; come la rivoluzione del predellino, insomma. Solo che per dare a Cesare quel che è di Cesare, quel che si consente al presidente del Consiglio non lo si consente all’uomo che ne riveste l’incarico. Se davvero il Cav. aspira, attraverso la comunione, a raggiungere lo stato di grazia, dovrebbe rinunciare a vivere nel peccato, ottenere dal tribunale ecclesiastico l’annullamento del primo matrimonio, unirsi con nuovo sacramento alla seconda moglie, e solo allora, avvicinarsi all’ostia consacrata. Se la sua invece è solo una battuta, disturba i laici che vorrebbero al governo uno spirito libero, anticlericale, immune da sentimenti religiosi. E ancora di più i cattolici, che vedono irrisa la fedeltà al vangelo, unico bene di cui ancora dispongono. Gongola solo il postmoderno, davanti alla religione che torna senza complessi al centro dell’agorà, e pure il bigotto davanti al trionfo della resipiscenza sulla vanità, se anche il più ricco e potente si piega all’imponderabile. E infatti “Là dove è il tuo tesoro, sarà il tuo cuore...“ dice il Vangelo.

Marina Valensise
© Il Foglio, 24 giugno 2008


 

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