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Il grande silenzio laico
Pubblicato il 12 gennaio 2009, in Diario

Qualcosa di strano sta succedendo sotto i nostri occhi, e la cosa più strana è il silenzio delle istituzioni, la risposta balbuziente e indecisa data dai politici. Sabato scorso, alcune migliaia di musulmani (900 mila residenti in Italia) si sono dati di nuovo appuntamento nel centro di Milano per pregare rivolti verso la Mecca e invocare la protezione di Allah sui fratelli di Hamas ingaggiati in guerra da Israele nella Striscia di Gaza. Stavolta, l’orazione del tramonto, la quinta del giorno secondo il calendario coranico, si è tenuta non davanti al Duomo, ma nel  piazzale antistante la Stazione centrale. Dopo aver sfilato per le vie della città in un corteo di protesta contro le bombe israeliane su di Gaza, con i solito corteggio di slogan antisionisti, gli oranti musulmani si sono dispiegati in ginoccchio in ordine militare, e a piedi nudi davanti  ai loro tappetini di fortuna hanno invocato Allah. “Sembra di stare a Bagdad”, ha detto un passante al cronista di Repubblica. Erano “come un esercito”, ha osservato un caldarrostaio al cronista di Libero.
La presa di possesso della piazza milanese da parte di un gruppo di musulmani si aggiunge a quella di Torino,  Genova, Firenze, Roma, dove migliaia di persone sono sfilate in corteo, dando alle fiamme la bandiera israeliana, per esempio a Torino davanti all’associazione Italia-Israele, a Firenze davanti  al consolato americano, inneggiando propositi guerrieri (“Hamas vince, Israele boia”), e seminando scritte antiebraiche sui negozi degli commercianti ebrei, com’è successo a Roma nei pressi della sinagoga vicino Piazza Bologna.  A Genova, il corteo pro-Palestina ha sfilato sino alla cattedrale di san Lorenzo, con la solidarietà dell’Arci, dell’Unione democratica arabo palestinese,  di Legambiente, Rifondazione Comunista, ma anche della Rete contro il G-8 e del centro di Documentazione per la pace. Ma la simbologia evocava quella dei funerali dei neonati palestinesi, finti feretri di fagottini insanguinati, e versetti del Corano per chiedere la fine dei raid israeliani e dell’olocausto di Gaza. Nessun inno al partito di Hamas, avevano deciso gli organizzatori, per evitare strumentalizzazioni, ma solo uno sventolio di bandiere. Unici commenti, quello del rabbinbo Momigliano, che ha parlato di “ guerra tragica ma giusta”, e l’imam, che gli ha risposto: “Spero prenda le distanze da Israele così come noi le prendiamo dai terroristi islamici”.
I cattolici restano in silenzio davanti a queste manifestazioni di straordinaria potenza simbolica. Tace ormai da anni il vecchio e saggio cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo emerito di Bologna, che anni fa propose con grande scandalo nazionale una immigrazione selettiva a favore delle popolazioni cristiane. Tace o parlotta il cardinal Dionigi Tettamanzi, dopo la goffa richiesta di scuse accettata pro bono pacis dall’arciprete del Duomo di Milano, mentre l’arcivescovo di san Marino, Luigi Negri denuncia sul Giornale “gli aspetti stridenti in preghiere islamiche nelle piazze italiane da parte di chi incita all’odio e brucia le bandiere”.
Eppure quello più clamoroso non è il silenzio della Chiesa. Il silenzio che più fa rumore è quello della classe dirigente, come se un dispiegamento di forze così potente sul piano simbolico potesse neutralizzare ogni argomento politico o farlo scadere, in partenza, come inutile e pretestuoso. Certo, personalità della destra politica e culturale si sono espresse, ma con un timbro di autorevolezza ridotto dalla “tipicità” di quelle voci (i soliti “sobillatori”, direbbe Gad Lerner) e dall’isolamento in cui quelle parole sono cadute.
Il focoso ministro della Difesa Ignazio La Russa ha detto “basta alle provocazioni degli islamici a Milano”. Ha spiegato di non aver nulla nulla da obiettare alla preghiera o al diritto di manifestare senza violenza. “Ma a Milano, ha aggiunto, una manifestazione legittima si è conclusa in una provocatoria moschea a cielo aperto, e in un’occasione di odio, bruciando le bandiere di un paese amico”. Come lui ha parlato anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi, scrivendo al premier Silvio Berlusconi per chiedere di “espellere i manifestanti razzisti filo Hamas”; ma è incorso nel veto dei partiti di opposizione, Pd e Pdci, che attraverso il ministro ombra Marco Menniti hanno spiegato che “non si può equiparare chi brucia una bandiera ai terroristi”. E poi “Milano non è Gaza, e nemmeno l’Iraq”, ha aggiunto il vicesindaco Riccardo De Corato, deputato Pdl. Sul Giornale l’antropologa Ida Magli ha scritto con enfasi accorata: “Non possiamo lasciar prevalere l’islamismo senza perire”. La Magli, che ha un passato di religiosa, ha salutato il sussulto di coscienza davanti al sequestro jihadista delle piazze europee, che rende consapevoli di quanto la nostra civiltà sia fragile, soprattutto a causa dei suoi stessi valori principali, “il cristianesimo, la libertà, la indulgente benevolenza tipica del carattere degli italiani”.
Forse proprio così si spiega il silenzio delle alte cariche dello stato, dei maggiori leader parlamentari. E anche una certa reticenza di stampa e tv, una ritrosia a farsi coinvolgere di intellettuali liberali di solito combattivi e presenzialisti. Come se in nome della libertà di pensiero, della libertà di culto, non si potesse non si dica interdire e vietare, ma nemmeno commentare un fatto così cospicuo dal punto di vista civile e politico e religioso, salvo scatenare una reazione opposta e contraria nei cristiani, e dunque riaprire la cicatrice dell’inimicizia religiosa, rimarginata grazie allo stato laico. Per questo, probabilmente, tace sulla questione il presidente della Repubblica, tace il presidente del Senato, tace il presidente della Camera, il presidente del Consiglio, il ministro dell’Interno.     
L’ultimo episodio segna un salto di qualità, comunque lo si giudichi e comunque si intenda definire una possibile risposta: non è la semplice preghiera in pubblico di un gruppo di immigrati musulmani. E’ il gesto di una offensiva politica, condotta su una piattaforma non nazionalista e tantomeno di patriottismo liberale, bensì islamica. Un pezzo del mondo islamico si scopre fiancheggiatore in preghiera del jihad davanti alle cattedrali e nelle piazze europee, e questo rischia di rendere problematica la famosa convivenza multiculturale. Per contribuire a bucare con opinioni non conformi e non banali il grande silenzio o la grande opacità che sono sotto i nostri occhi, abbiamo come al solito fatto girafre un certo numero di opinioni.

Marina Valensise
© Il Foglio, 13 gennaio 2009


Il verdetto sul parcheggio è in arrivo, ma il cuore del ministro batte già per il no. Parla Bondi
Pubblicato il 3 settembre 2008, in Diario

Roma. Come primo provvedimento, il ministro per i Beni e le attività culturali Sandro Bondi ha cambiato stanza. Appena insediatosi al Collegio romano ha abbandonato la piazza d’armi accanto alla biblioteca per uno studiolo più piccolo con affaccio sulla stessa galleria del quadrilatero gesuitico. Sul ministero e le sue competenze ha le idee chiare, e sul parcheggio del Pincio anche. Ha studiato le carte, ha parlato col sindaco di Roma, Gianni Alemanno, è in attesa di un nuovo rapporto dalla direzione generale sul Paesaggio, ma se uno gli fa notare l’incongruenza tra il parere dell’ex soprintendente all’Archeologia Adriano La Regina, che nel 2004 vincolava il rilascio del nulla osta per il parcheggio sul Pincio al completamento delle indagini archeologiche, e quello del nuovo soprintendente, Angelo Bottini, che invece nel 2006 “confermava il nulla osta già espresso nel 2004”, il ministro glissa con diplomazia parlando di “errore imputabile non al singolo, ma al sistema”. Accusa “l’assenza di un’archeologia preventiva” che avrebbe evitato di prevedere un parcheggio in “un’area così delicata, senza conoscere la possibilità dell’esistenza di reperti archeologici”. Poi, però, abbracciando la polemica politica, si domanda: “Cosa sarebbe successo se a proporre un parcheggio per auto al Pincio fosse stata un’amministrazione di centrodestra? L’avrebbero accusata di mancanza di cultura, di infischiarsene del patrimonio e della tutela del paesaggio”. Eppure, molti esponenti del centrosinistra, come Massimiliano Fuksas, o Salvatore Settis, si sono detti perplessi sul parcheggio del Pincio. “Sì, ma la reazione ufficiale a sinistra è stata il silenzio” insiste Bondi, “o un assenso senza titubanze, come quello di Vincenzo Cerami”. E’ per questo che il ministro ha l’impressione che siano stati adottati due pesi e due misure: “La sinistra che sembra avere il monopolio assoluto della tutela e del paesaggio, nei fatti, spesso, non è molto coerente”. Questa premessa di metodo serve a fondare il giudizio di merito, che Bondi sente di poter dare sull’intera vicenda. “Se l’opera pubblica del parcheggio al Pincio non dovesse essere realizzata, il comune, oltre al mancato guadagno derivante dalla vendita dei posti auto, si troverebbe a pagare una penale all’impresa vincitrice dell’appalto. Ma io mi domando: siamo sicuri che quel parcheggio sia un’opera pubblica indispensabile? Attenzione. Non si tratta di un parcheggio a rotazione, ma di posti auto venduti al 50 per cento ai residenti privati, e al 50 per cento ai vicini alberghi”. Per il ministro, poi, ci sono altri due quesiti dirimenti. In base agli ultimi scavi, il soprintendente Bottini segnala che sul 30 per cento dell’area destinata al parcheggio è stato rinvenuto un complesso architettonico di età imperiale. S’impone dunque la necessità di rivedere il progetto. Infine, c’è il vincolo paesaggistico: “Siamo sicuri che un intervento di tali dimensioni non abbia conseguenze su un luogo come il Pincio, considerato sacro da Raffaele La Capria?”. Il ministro sta aspettando di leggere la relazione stilata ad hoc dalla direzione Paesaggio, e valutare alcuni aspetti pratici del progetto, come l’ingresso all’autorimessa dalle rampe del Valadier: “Mi riservo di prendere una decisione definitiva, ma c’è il rischio che la modifica abbia un impatto pesante sul paesaggio, e per questo dovrò sentire anche il Consiglio superiore dei Beni culturali”. Prima di esprimere un no definitivo, che pure in cuor suo confessa di caldeggiare, il ministro Bondi dunque intende seguire scrupolosamente tutte le procedure previste dall’ordinamento. “Un eventuale no al parcheggio sul Pincio sarebbe solo una scelta di merito, fondata su un giudizio attento, rigoroso, meditato e accettabile”. Dice di avere tutte le carte in regola per maturarlo, di aver già dimostrato di perseguire un punto di equilibrio tra le esigenze di tutela, sancite dall’articolo 9 della Costituzione, e quelle dello sviluppo: “Per accelerare la costruzione delle linee metropolitane di Napoli e Roma, dopo le ultime scoperte archeologiche, ho proposto la nomina di un commissario straordinario nella figura del direttore generale Roberto Cecchi”.
Quanto al dilemma formulato da Chicco Testa, autoproclamatosi stupratore del Pincio – “meglio conservare in eterno sottoterra le rovine della città eterna o rendere vivibile e visibile la città che sta sopra?” – Bondi confessa di restare esterrefatto. “Venendo da sinistra, pensavo che la sinistra avrebbe rispettato i valori, invece di farsi condizionare dagli interessi. Non so a quando risalga l’idea di sviluppo urbanistico e architettonico di Roma, ma alla sinistra è mancata sia l’idea di tutela del centro storico sia l’idea di sviluppo della periferia. Guardi le periferie, non c’è rispetto per le classi popolari, ma solo disprezzo. E invece bisogna recuperare un’idea alta, contemperare tutela e valorizzazione, custodia e sviluppo”. Per questo, Bondi ha in mente di affiancare ai soprintendenti gli addetti alla gestione, i manager dei beni culturali. L’idea gli è venuta guardando al degrado di Pompei, una delle aree archeologiche più importanti del mondo dove i turisti vengono aggrediti dalle guide clandestine e la camorra controlla gli ambulanti. “Il soprintendente Guzzo è un archeologo di fama mondiale, uno di quegli studiosi autorevolissimi per i quali valorizzare i beni culturali non fa parte della loro sensibilità. Perciò, servono figure nuove, nate dalla gestione autonoma di musei e aree archeologiche, come l’Egizio di Torino, la Reggia di Venaria, la Villa Reale di Monza, o l’area archeologica di Aquileia, gestita da un consorzio formato dal Mibac, gli enti locali e le fondazioni bancarie, secondo i nuovi criteri definiti dal Codice Urbani”. E’ questa secondo Bondi la strada da seguire; e se uno prospetta il conflitto di potere inevitabile tra soprintendenti privi di fondi e manager troppo rapaci il ministro insiste: “La separazione delle carriere è la soluzione migliore; bisogna dividere le responsabilità, prevedere forme di collaborazione, rafforzare quella con le regioni e gli enti locali”. E davanti allo scettico che paventa gli effetti del federalismo leghista, il rischio di dissolvere lo stato centrale e il cardine stesso della tutela, Bondi replica senza tentennare: “Il federalismo non può vivere senza un esecutivo forte. E’ interesse di tutti lasciare la tutela in mano allo stato centrale, che essendo lontano dagli interessi localistici ha più forza nel garantire la tutela del patrimonio. Da quando sono arrivato qui al Collegio romano, non faccio che ricevere segnalazioni da tutta Italia su sindaci di piccoli comuni che, invece di garantire l’interesse generale, sono i primi a violarli, diventando gli avvocati difensori di abusivisti notori. Su cento sindaci ce ne sono solo due che resistono. Mantenere la pressione dello stato centrale significa aiutare gli enti locali. E’ per questo che ho resistito alle richieste di molte regioni che volevano nominare i loro funzionari alle soprintendenze regionali”. Bondi non esclude addirittura di eliminarle, le soprintendenze regionali, e intende avviare una riforma per razionalizzare gli uffici del ministero. Intanto però ha deciso di investire 20 milioni di euro nel piano Museo, per valorizzare l’Italia così detta minore e il suo “tesoro nascosto” quel tessuto continuo di paesaggio, centri urbani, città d’arte, che deliziano il turismo colto e possono servire da volano allo sviluppo civile.

Marina Valensise
© Il Foglio, 4 settembre 2008


La destra e il modello Roma, come rifarlo per Daverio
Pubblicato il 9 luglio 2008, in Diario

Philippe Daverio ha due passaporti, un trisavolo garibaldino, fucilato al Gianicolo durante la repubblica romana del 1849, una moglie veneziana e una vita ubiqua tra Milano dove ha il suo ufficetto, Bologna dove è consulente della Cariplo, Firenze dove dirige una rivista, Roma dove produce il suo programma tv e Palermo, dove insegna storia del design all’università. Il  “modello romano” che ieri il sindaco Alemanno, l’assessore Croppi, il regista Squitieri e l’onorevole Barbareschi hanno discusso a Palazzo Ferrajoli, non avrebbe molta voglia di commentarlo l’ex assessore alla cultura di Milano, instancabile manager del bello ora in predicato per dirigere a Roma il Palaexpo. Ma se uno proprio insiste, Daverio  ammette: “Applicato negli ultimi giri sindacali, sostenuto economicamente, la sua fortuna è legata alla combinazione tra il ruolo di sindaco e di ministro della cultura, solo che ha finito per implodere su un divano”. Daverio parla per paradossi, ma allude a Walter Veltroni, a Francesco Rutelli,  alle ultime nomine alla Biennale di Venezia, “frutto di un incrocio tra management e salotti”. col risultato di “togliere David Croff per mettere Paolo Baratta, una brava persona che esiste però solo in quanto autoriferita e ha nominato uno svedese che dirige l’accademia di Francoforte. Avendo un filosofo come sindaco di Venezia, forse ha fatto confusione con la Scuola di Francoforte, ma Adorno e Horkheimer sono morti da un pezzo. La cosa più grave, però, è la genuflessione filoatlantica, molto frustrante e poco efficace in termini di identità italiana”.
In Italia a rilanciare un modello peninsulare oggi dunque è la destra e non la sinistra, come invece succede in Francia. “E’ strano” riconosce Daverio, “ma la destra da noi è molto nuova, e non sa nemmeno cos’è, anche se ha origini socialiste. E non ha molti divani: le manca la coltivazione di fiancheggiatori che nasce nei salotti.Il che è un vantaggio perché permette di scegliere dei tecnici. La sinistra invece è button down, ama la camicie newyorkesi”.
    Da questa destra Daverio si aspetta che scelga dei tecnici come lui, che ha gestito il Palazzo Reale a Milano moltiplicadno gli ingressi da 30mila a un milioni di ingressi. Che invece di farsi colonizzare, riscopra i patrimonio di una città come Roma,”citta magica dove ogni giorno da duemila anni migliaia di persone entrano al Pantheon”e capitale in grado di dialogare con le altre regioni. “Un modello romano attento alla difesa della realtà e degli interessi italiani sarebbe vincente. L’industria privata lo sa benissimo, visto che campa sulle quattro F, ‘food, fashion, furniture and Ferrari’. Ma l’amministrazione pubblica non l’ha ancora capito”. Da qui il provincialismo che spinge i nostri amministratori a importare sogni americani, disprezzando il nostro valore aggiunto? “Sulla spigola però hanno le idee chiare. Non la scambierebbero mai per un hamburger. Il pensiero gastrico è più diretto di quello visivo”. Insomma, noi italiani siamo capaci di essere creativi solo in certi campi, e “l’esempio più mesto”  secondo Daverio è il Maxxi, il nuovo museo della creatività progettato da Zaha Hadid. “ Comprato al bazar internazionale dell’architettura, è unprogeto che andrebbe bene in India, in America, in Austrialia, ma non in una citta a forte carattere storico. Idem per il il ponte di Calatrava a Venezia, mentre a Milano Ligresti usa lo stesso parametro per dare una patina di plausibilità alla speculazione sull’area della Fiera” e Berlusconi prende in giro Libeskind per la sua torre all’ingiù suggerendo di adottare un po’ di Viagra. “Libeskind è un  suonatore di fisarmonica: sta benissimo a Denver, a Berlino, noi però abbamo un’altra idea di archiettura” dice Daverio, mentre il pensiero va alle migliaia di piramidine sorte all’improvviso  nelle più sperdute province italiane dopo che il giapponese Pei piazzò le sue al Louvre. “E’ come le signore venete che pazze di Jil Sander volevano vestirsi come le amburghesi. Erano oggettivamente una sgrammaticatura. Solo che oggi l’unico che porti avanti una battaglia per i morfemi è Massimo Vignelli, uno dei principali grafici del mondo. Noi l’abbiamo abbandonata”. Non sarà per effetto dell’autodenigrazione con cui camuffiamo i nostri complessi di inferiorità o superiorità? “Se vuole sapere la verità, l’origine di questa rassegnazione mista a disprezzo è la commedia all’italiana: un grupppo di intellettuali creativi si danno al cinema e decrivono l’umanità circostante come se loro non ne facessero parte. La vera forza accertata dell’Italia sta nell’essere riuscita a resistere alla commedia all’italiana. Quanto al complesso di inferiorità ha molte ragioni, l’ansia posbellica, il sud, l’assimilazione di momenti di gloria nazionale per poi cadere nella catatofie: l’ultimo gesto di peso mondiale fu Craxi a Sigonella, dopodiché abbiamo avuto motivi per non essere fieri” . I motivi saranno pure infiniti, oggi però preme ritrovare l’autonomia: “Io credo possibile l’etica dell’autoconsiderazione. ‘On est quelqu’un quand on est de quelque part’, dice il proverbio. Libeskind a Genova non avrebbe potuto fare quello che ha fatto Renzo Piano, che parla genovese. E’ vero che l’architettura deve muoversi, ma è roba nostra, dovremmo avere il coraggio di crederci”.Dunque anche Daverio vuole demolire la teca di Meier sull’Ara Pacis? “Attenzione, Meier è l’unico razionalista diretto discendente di Terragni, come dimostra la somiglianza tra la sua teca e la casa del Fascio di Como al quale si è sempre ispirato. Solo per l’Hadid non c’è appello”.

Marina Valensise
© Il Foglio, 10 luglio 2008

Carandini "pronto a collaborare" anche con Lupomanno
Pubblicato il 17 maggio 2008, in Diario

Roma. La giunta è pronta. Il sindaco Alemanno la presenta oggi a mezzogiorno, e nell’attesa ferve la speculazione sui programmi, i progetti e tentativi di discontinuità. Gli assessori, fra cui alcuni tecnici e molti politici, come Umberto Croppi alla Cultura, però non parlano: silenzio fino al 26 maggio, quando si insedia il Consiglio. Ma si sa già che il nuovo sindaco manterrà alcune strutture, cambiandone altre, come la Festa del cinema su cui sta lavorando Pasquale Squitieri. Bisognerà assegnare alcune poltrone chiave, per esempio il Museo d’arte contemporanea di Roma (Macro), che dopo gli ultimi dissidi difficilmente andrà a Vittorio Sgarbi; l’azienda speciale Palaexpo, che riunisce via Nazionale e le Scuderie del Quirinale; il Teatro dell’Opera e l’Argentina, uno dei più antichi d’Europa. “E’ una macchina complessa”, ammette Croppi, ma si limita a promettere la restituzione della capitale “al ruolo di attrattore di cervelli, artisti, intellettuali”. Col patrimonio storico-archeologico millenario di cui dispone non sarà difficile. Si tratta di capire cosa farà la nuova giunta con gli intellettuali già arruolati da Rutelli e Veltroni. Uno di questi è l’archeologo Andrea Carandini. Il fautore del metodo stratigrafico con cui ha scoperto cose sensazionali come la capanna delle Vestali, le mura romulee al Palatino, lo studioso capace di attrarre migliaia di persone alle sue le zioni (la prossima il 5 settembre al Campidoglio sarà sui Tarquini e Servio Tullio) guarda con molta attenzione al nuovo corso. “L’archeologia non è né di destra né di sinistra”, dice il professore della Sapienza, e aggiunge: “Da tecnico, sono pronto a collaborare”.

Presidente della commissione ministeriale per digitalizzare il patrimonio archeologico nazionale, Carandini conosce bene l’ordinamento barocco che presiede all’opera di tutela, dividendo le competenze tra soprintendenze di stato e comuni, spesso in concorrenza tra loro. “Un patrimonio simile è ingestibile se affidato ad archivi polverosi e inaccessibili. Occore un sistema informatico, un cervello archeologico, per garantire un’opera conoscitiva, di tutela e di comunicazione”. In Europa la digitalizzazione è un fatto acquisito, spiega Carandini. Da noi, invece, è agli inizi e per mandarla in porto serve la collaborazione tra università, ministero e comuni. Uno sforzo di Sisifo, certo, ma i benefici sarebbero enormi. “Roma – spiega infatti Carandini – è una delle poche capitali d’Europa sprovvista di un museo che ne spieghi le origini, lo sviluppo. I nostri musei, pensiamo al Massimo, a Palazzo Altemps, al Museo Borghese, derivano dal collezionismo sei-settecentesco, ma non riescono a raccontare il romanzo, l’avventura della città e la sua storia. Puntando sull’informatica e il virtuale, si potrebbe creare quel Museo di Roma e del suo territorio che ci manca e farne un portale per la visita al Foro, ai siti archeologici disseminati in periferia. Renderemmo le rovine comprensibili non solo alle masse di turisti cinesi e indiani prossimi venturi, ma a noi stessi”. E in più, riusciremmo a “potenziare un turismo intelligente, finanziando la ricerca attraverso la comunicazione”.

L’idea suona avveniristica, ma è a portata di mano. “Bisognerebbe razionalizzare, unificare, ma anche decentrare” insiste Carandini, che immagina succursali del Museo a Tor Pignattara, dove venne sepolta sant’Elena, a Gabi, centro importantissimo, per spiegare senza sforzo che quel territorio era parte fondamentale dell’antico suburbio. Molte cose sono ancora sconosciute infatti, e il mistero riguarda anche il centro città, la casa di Augusto, l’area sopra sant’Anastasia, lo stesso Circo Massimo, creato dai Tarquini nel VI secolo a.C e per mille anni teatro delle cerimonie romane. “Servirebbe una strategia, dieci grandi obiettivi da realizzare piano piano, consolidando l’esistente”, dice Carandini. “In fondo, l’unico tentativo di capire la forma della città antica fu il plastico di Gismondi esposto al Museo della civiltà romana. Ideato negli anni  Trenta, potrebbe diventare  il punto di partenza per un museo del tutto nuovo in armonia con la cultura del XXI secolo”. E in più, l’edificio esiste già, in via dei Cerchi; una postazione strategica, accanto al Palatino e a due passi dal Foro, per lanciare ricostruzioni virtuali dell’antica Curia, del tempio di Romolo, della casa di Livia e ridare così vita a Roma caput mundi.

Marina Valensise
© Il Foglio, 17 maggio 2008

 

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