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Il grande silenzio laico
Pubblicato il 12 gennaio 2009, in Diario

Qualcosa di strano sta succedendo sotto i nostri occhi, e la cosa più strana è il silenzio delle istituzioni, la risposta balbuziente e indecisa data dai politici. Sabato scorso, alcune migliaia di musulmani (900 mila residenti in Italia) si sono dati di nuovo appuntamento nel centro di Milano per pregare rivolti verso la Mecca e invocare la protezione di Allah sui fratelli di Hamas ingaggiati in guerra da Israele nella Striscia di Gaza. Stavolta, l’orazione del tramonto, la quinta del giorno secondo il calendario coranico, si è tenuta non davanti al Duomo, ma nel  piazzale antistante la Stazione centrale. Dopo aver sfilato per le vie della città in un corteo di protesta contro le bombe israeliane su di Gaza, con i solito corteggio di slogan antisionisti, gli oranti musulmani si sono dispiegati in ginoccchio in ordine militare, e a piedi nudi davanti  ai loro tappetini di fortuna hanno invocato Allah. “Sembra di stare a Bagdad”, ha detto un passante al cronista di Repubblica. Erano “come un esercito”, ha osservato un caldarrostaio al cronista di Libero.
La presa di possesso della piazza milanese da parte di un gruppo di musulmani si aggiunge a quella di Torino,  Genova, Firenze, Roma, dove migliaia di persone sono sfilate in corteo, dando alle fiamme la bandiera israeliana, per esempio a Torino davanti all’associazione Italia-Israele, a Firenze davanti  al consolato americano, inneggiando propositi guerrieri (“Hamas vince, Israele boia”), e seminando scritte antiebraiche sui negozi degli commercianti ebrei, com’è successo a Roma nei pressi della sinagoga vicino Piazza Bologna.  A Genova, il corteo pro-Palestina ha sfilato sino alla cattedrale di san Lorenzo, con la solidarietà dell’Arci, dell’Unione democratica arabo palestinese,  di Legambiente, Rifondazione Comunista, ma anche della Rete contro il G-8 e del centro di Documentazione per la pace. Ma la simbologia evocava quella dei funerali dei neonati palestinesi, finti feretri di fagottini insanguinati, e versetti del Corano per chiedere la fine dei raid israeliani e dell’olocausto di Gaza. Nessun inno al partito di Hamas, avevano deciso gli organizzatori, per evitare strumentalizzazioni, ma solo uno sventolio di bandiere. Unici commenti, quello del rabbinbo Momigliano, che ha parlato di “ guerra tragica ma giusta”, e l’imam, che gli ha risposto: “Spero prenda le distanze da Israele così come noi le prendiamo dai terroristi islamici”.
I cattolici restano in silenzio davanti a queste manifestazioni di straordinaria potenza simbolica. Tace ormai da anni il vecchio e saggio cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo emerito di Bologna, che anni fa propose con grande scandalo nazionale una immigrazione selettiva a favore delle popolazioni cristiane. Tace o parlotta il cardinal Dionigi Tettamanzi, dopo la goffa richiesta di scuse accettata pro bono pacis dall’arciprete del Duomo di Milano, mentre l’arcivescovo di san Marino, Luigi Negri denuncia sul Giornale “gli aspetti stridenti in preghiere islamiche nelle piazze italiane da parte di chi incita all’odio e brucia le bandiere”.
Eppure quello più clamoroso non è il silenzio della Chiesa. Il silenzio che più fa rumore è quello della classe dirigente, come se un dispiegamento di forze così potente sul piano simbolico potesse neutralizzare ogni argomento politico o farlo scadere, in partenza, come inutile e pretestuoso. Certo, personalità della destra politica e culturale si sono espresse, ma con un timbro di autorevolezza ridotto dalla “tipicità” di quelle voci (i soliti “sobillatori”, direbbe Gad Lerner) e dall’isolamento in cui quelle parole sono cadute.
Il focoso ministro della Difesa Ignazio La Russa ha detto “basta alle provocazioni degli islamici a Milano”. Ha spiegato di non aver nulla nulla da obiettare alla preghiera o al diritto di manifestare senza violenza. “Ma a Milano, ha aggiunto, una manifestazione legittima si è conclusa in una provocatoria moschea a cielo aperto, e in un’occasione di odio, bruciando le bandiere di un paese amico”. Come lui ha parlato anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi, scrivendo al premier Silvio Berlusconi per chiedere di “espellere i manifestanti razzisti filo Hamas”; ma è incorso nel veto dei partiti di opposizione, Pd e Pdci, che attraverso il ministro ombra Marco Menniti hanno spiegato che “non si può equiparare chi brucia una bandiera ai terroristi”. E poi “Milano non è Gaza, e nemmeno l’Iraq”, ha aggiunto il vicesindaco Riccardo De Corato, deputato Pdl. Sul Giornale l’antropologa Ida Magli ha scritto con enfasi accorata: “Non possiamo lasciar prevalere l’islamismo senza perire”. La Magli, che ha un passato di religiosa, ha salutato il sussulto di coscienza davanti al sequestro jihadista delle piazze europee, che rende consapevoli di quanto la nostra civiltà sia fragile, soprattutto a causa dei suoi stessi valori principali, “il cristianesimo, la libertà, la indulgente benevolenza tipica del carattere degli italiani”.
Forse proprio così si spiega il silenzio delle alte cariche dello stato, dei maggiori leader parlamentari. E anche una certa reticenza di stampa e tv, una ritrosia a farsi coinvolgere di intellettuali liberali di solito combattivi e presenzialisti. Come se in nome della libertà di pensiero, della libertà di culto, non si potesse non si dica interdire e vietare, ma nemmeno commentare un fatto così cospicuo dal punto di vista civile e politico e religioso, salvo scatenare una reazione opposta e contraria nei cristiani, e dunque riaprire la cicatrice dell’inimicizia religiosa, rimarginata grazie allo stato laico. Per questo, probabilmente, tace sulla questione il presidente della Repubblica, tace il presidente del Senato, tace il presidente della Camera, il presidente del Consiglio, il ministro dell’Interno.     
L’ultimo episodio segna un salto di qualità, comunque lo si giudichi e comunque si intenda definire una possibile risposta: non è la semplice preghiera in pubblico di un gruppo di immigrati musulmani. E’ il gesto di una offensiva politica, condotta su una piattaforma non nazionalista e tantomeno di patriottismo liberale, bensì islamica. Un pezzo del mondo islamico si scopre fiancheggiatore in preghiera del jihad davanti alle cattedrali e nelle piazze europee, e questo rischia di rendere problematica la famosa convivenza multiculturale. Per contribuire a bucare con opinioni non conformi e non banali il grande silenzio o la grande opacità che sono sotto i nostri occhi, abbiamo come al solito fatto girafre un certo numero di opinioni.

Marina Valensise
© Il Foglio, 13 gennaio 2009


Leggere Maometto a Parigi e scoprire che era quasi come Voltaire
Pubblicato il 20 agosto 2008, in Diario

Già paese islamico moderato, la Francia batte l’America uno a zero in fatto di tolleranza editoriale, segnando un record in termini di libertà. E infatti, mentre la casa editrice americana Random House rinuncia a pubblicare “The Jewel of Medina”, romanzo dell’esordiente Sherry Jones su Aïcha,  terza moglie e preferita del profeta Maometto, per non offendere la comunità mulsmana e non incorrere in qualche fatwa, un piccolo editore francese, Stéphane Watelet, fa sapere che la biografia romanzata scritta da Geneviève Chauvel sullo stesso tema (“Aïcha, la bien aimée du prophète” Editions Télémaque, 19,90 euro) ha venduto in un anno diecimila copie copie in Francia, Belgio e Svizzera. Così, le due sponde dell’Atlantico rischiano di allontanarsi per colpa di un matrimonio celebrato 15 secoli fa.
Se gli americani si dilaniano tra il principio di precauzione, invocato dall’islamista texana che ha parlato di pornografia soft consigliando la Random House a soprassedere, e l’amarezza della mancata autrice, che nonostante l’anticipo di 100 mila dollari diffonde il suo martirologio in vari forum on line, la francese Geneviève Chauvel conta le sue royalties e scongiura lo scontro di civiltà. Protetta dalla prefazione di Djelloul Seddiki, teologo della Gran Moschea di Parigi vicino al rettore Dallil Boubaker, che ha definito il romanzo “un vero ponte tra le due religioni”, la signora - che è cresciuta in Siria e in Algeria, ha un passato di fotoreporter come moglie del corrispondente del Figaro, e da qualche anno si è riconvertita nella biografa di grandi personaggi (da Saladino a Maria Leczinska, moglie di Luigi XV e ultima regina di Francia morta sul trono, da Lucrezia Borgia a Gertrude Bell, l’archeologa amica di Lawrence d’Arabia, che favorì la creazione dell’Iraq) è stata anche invitata ad Abu Dhabi. Sei mesi fa ha tenuto una conferenza alla Sorbona, facsimile della prestigiosa università francese, che gli arabi hanno voluto sulle coste del Golfo  prima di farsi autorizzare la mimesi del Louvre, in cambio di forti emolumenti destinati alle collezioni arabe del museo più famoso del mondo. E pensare che anche Geneviève Chauvel ha rischiato la censura. Anche lei in effetti si è vista rifutare il manoscritto da alcuni editori, ma a differenza dell’americana, accusata di aver banalizzato una figura sacra e aver scritto un pornoromanzo, la francese ha tenuto il punto. “Adifferenza della religione cristiana, l’islam non ha mai considerato il sesso come un tabù” ha spiegato in un’intervista al Midi Libri, citando le parole dello stesso profeta Maometto: “Dio ha fatto sì che io amassi le donne e i profumi..e la preghiera mi rifnesca lgli occhi”. Così, grazie al romanzo su quella che sarebbe diventata la sua moglie preferita, prescelta a sei anni e sposata a 10 da un uomo di 40, la francese ha scoperto che Maometto è stato un rivoluzionario per le donne, ché ha riconosciuto il loro diritto all’istruzione, alla successione, persino a una compensazione in caso di divorzio. Per farsi capire bisognava scriverlo non in inglese, ma nella lingua di Voltaire, e nella patria del libertinismo, dove oggi le ragazze musulmane devono togliersi il velo per andare a scuola.


Marina Valensise
© Il Foglio, 20 agosto 2008








 

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