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Dove la storia finisce
Pubblicato il 16 ottobre 2016, in Diario

Finito di leggere l'ultimo romanzo di Alessandro Piperno, "Dove la storia finisce" pubblicato da Mondadori.  Il cuore  di questo romanzo molto teatrale, con dialoghi perfetti da recitare in palcoscenico, è la famiglia e la negazione della famiglia, e il suo dramma sono le relazioni coninugali, e quelle padre-figlio, madre-figlia, generi-suoceri. Piperno ritorna sul suo campo di gioco prediletto, la borghesia ebraica romana, la promiscuità dei matrimoni misti, l'alineanzione delle classi dirigenti, per consegnarci un bell'affresco del nostro mondo contemporano, dove i demoni e le pulsioni del nihilismo narcisista  rischiano di corrodere i sentimenti, sino a renderli impossibili, fino a quando un finale a effetto dettato dai tempi non  segna un'inversione di roFra le pagine più riuscite le ossessioni della vita quotidiana, dove l'infelicità  si tramuta nell'odio di se e l'odio di sé si colora di insofferenza, per una camicia sfilata come fosse una polo e gettata per terra. "Slaccia solo i primi due bottoni, la sfila come se fosse una pola e la molla per terra vicno al letto. Gliel'ho detto un mucchio di volte che non si fa. Che neon è rispettoso.Che le camicie si aprono fino all'ultimo bottone e si mettono nella cesta in bagno. Ma lui niente, se ne frega.Dovresti vedere come riduce le stanze d'albergo, asciugamani bagnati, bottiglie di Coca, confezioni di arachidi ovunque. Mi vergogno talmente che la mattina do una pulita e tiro su le coperte. E' una questione di rispetto. Così mi ha insegnato mia madre". Ma a un certo purnto  l'odio, il rancore, la delusione, il disprezzo battono la ritirata, di fronte all'incursione inaspettata dell'apocalisse.


I Segreti di Talleyrand, che divide con me la sua stanza
Pubblicato il 29 marzo 2014, in Diario

Ogni sera, lasciando a notte fonda lo studiolo di Talleyrand, giro il pomello di ottone sulla porta segreta nascosta da un vecchio specchio fumé, afferro la maniglia dell’altra porticina che apre la segreteria di direzione, e mentre sto per affrontare il buio pesto di quelle stanze, dove una curiosa lacuna nell’impianto elettrico ha lasciato inerti gli interruttori, sento aleggiare intorno a me una strana presenza, col suo profumo d’altri tempi. Un aroma d’ambra, un profumo di cipria, il fruscio di un merletto invade d’un tratto l’angusto passaggio. E nel momento in cui il silenzio della notte avvolge le segrete stanze dell’hôtel de Galliffet, che collegano lo studiolo del principe di Benevento all’atrio sul peristilio con le colonne monumentali, s’avverte un ticchettio inquietante. E’ un passo ineguale che sembra trascinarsi sulle antiche doghe a spina di pesce del vecchio parquet, un passo felpato, scandito in tre tempi, inframezzato dal tocco regolare di un bastone. All’improvviso, flebile come un sussurro, risuonano nelle notte parole di tenerezza: “Verrò a trovarvi stasera e sarò felice di entrare in casa vostra....sono passato prima di mezzanotte e ho trovato tutto chiuso...Se continuate a coricarvi alle otto mezzo, finirete per essere troppo grassa alla fine dell’invierno...”. Ho ancora in mente i biglietti che Talleyrand scriveva nottetempo alla duchessa di Bauffremont, e le cui tracce, scampate alla distruzione del castello di Sagan, saccheggiato dai russi durante l’invasione della Slesia nel 1945, sono state riesumate dal biografo dell’ex vescovo di Autun, Emmanuel Waresquiel. In realtà, nel buio della notte, è un altro tono a prevalere ....... (continua)

I segreti di Talleyrand, che condivie con me la sua stanza
Pubblicato il 23 marzo 2014, in Diario

Ogni sera, lasciando anotte fonda lo studiolo di Talleyrand, giro il pomello di ottone sulla portasegreta nascosta da un vecchio specchio fumé, afferro la maniglia dell’altra porticinache apre la segreteria di direzione, e mentre sto per affrontare il buio pesto diquelle stanze, dove una curiosa lacuna nell’impianto elettrico ha lasciatoinerti gli interruttori, sento aleggiare intorno a me una strana presenza, colsuo profumo d’altri tempi. Un aroma d’ambra, un profumo di cipria, il frusciodi un merletto invade d’un tratto l’angusto passaggio. E nel momento in cui ilsilenzio della notte avvolge le segrete stanze dell’hôtel de Galliffet, checollegano lo studiolo del principe di Benevento all’atrio sul peristilio con lecolonne monumentali, s’avverte un ticchettio inquietante. E’ un passo ineguale chesembra trascinarsi sulle antiche doghe a spina di pesce del vecchio parquet, unpasso felpato, scandito in tre tempi,  inframezzato dal tocco regolare di un bastone.All’improvviso, flebile come un sussurro, risuonano nelle notte parole ditenerezza: “Verrò a trovarvi stasera e sarò felice di entrare in casavostra....sono passato prima di mezzanotte e ho trovato tutto chiuso...Secontinuate a coricarvi alle otto mezzo, finirete per essere troppo grassa allafine dell’invierno...”. Ho ancora in mente i biglietti che Talleyrand scriveva nottetempoalla duchessa di Bauffremont,  e  le cui tracce,  scampate alla distruzione del castello diSagan, saccheggiato dai russi durante l’invasione della Slesia nel 1945, sonostate riesumate dal biografo dell’ex vescovo di Autun, Emmanuel Waresquiel. Inrealtà, nel buio della notte,  è un  altro tono a prevalere, quello dell’imperio cheesprime biasimo,  sdegno, riprovazione,altro che tenerezza:  “Anche oggi aveteprofanato il mio ricordo. Anche oggi, con le vostre triviali occupazioni, aveteimmesirito la mia gloria, avete offeso la mia aura immortale....” pare direquest’ombra inquietante che mi lambisce alle spalle . “Quanta meschinità, quanteineleganza, quale prodigiosa mancanza di grazia abitano ormai questi luoghi sontuosi,teatro  un tempo di sogni grandiosi e di potentiambizioni...Guardatevi allo specchio, con la vostra aria dimessa, coi vostriabiti cenciosi, le giacche sfatte, le barbe non curate. Dov’è lo stile, dov’èfinita la grandezza, dov’è il lusso? Come potete essere credibili conciati inquesto modo? Come potete fare effetto, convincere, persuadere, sedurre il  prossimo se trascurate la cura di voi stessiper apparire come dei poveracci?”. Il rimprovero risuona nel passaggio segreto dell’hôtel de Galliffet - verrebbe da obiettare, “giustissimoeccellenza, ma almeno noi non siamo più afflitti da gerarchie, diseguaglianze emancanza di igiene”, ma non è il momento. Quell’ombra del passato che continuaa ossessionare gli inquilini di queste stanze, si fa strada trascinando il suopasso zoppicante su un bastone, fra il rumore di serrature che saltano e diporte che s’aprono  d’improvviso come d’incantoal suo passaggio, lasciando entrare una ventata d’aria gelida. L’impressionedura un attimo, ma ripetendosi ogni sera sembra durare all’infinito. Bastasuperare il corridoio rimasto al buoi,  raggiungere l’atrio rischiarato dalla luna,aprire la vetrata sulle immense colonne ioniche, e l’ombra si dilegua, il suomonito, l’aroma  di ambra scompare  con la sua scia di capelli incipriati. Maogni sera l’impressione è la stessa, è come se l’ombra di Talleyrand lasciasseper un momento il suo silenzio sepolcrale, abbandonasse il regno dei morti, pertornare a abitare lo studiolo che si scelse all’Hôtel de Galliffet, quandol’estate del 1797 arrivò qui come  ministrodegli Esteri dal Direttorio, e dove oggi lavora il direttore dell’Istitutoitaliano di cultura a Parigi......


dal Foglio di sabato 22 marzo 2014. Inserto 10 e 11

(continua)




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Quei patrioti che fecero la rivoluzione con tela e pennello
Pubblicato il 28 aprile 2013, in Diario

La bohème dei Macchiaoli in Mostra a Parigi al Museo dell'Orangerie fino al 22 luglio 2013.


I curatori della grande mostra sui Macchiaioli, allestita dal Museo d’Orsay all’Orangerie di Parigi fino al 22 luglio, non hanno resistito al punto interrogativo. Per il sottotitolo non si sono sbilanciati: “Des impressionistes italiens?”. Prudenza scientifica, sottigliezza della critica, rispetto della cronologia, quale che sia la ragione di questa scelta, resta pur sempre vero che la rivoluzione della pittura italiana decretata a metà Ottocento da un gruppo di giovanissimi patrioti toscani in guerra contro l’accademismo, contro la retorica, contro il classicismo esangue, precedette di almeno un quindicennio l’Impressionismo, la cui apparizione viene infatti datata al 1874. Non solo, ma quella rivoluzione voluta e perseguita da una ventina di giovani scapigliati pittori che orbitavano a Firenze nelle salette del caffè Michelangiolo sulla via Larga, oggi via Cavour, equidistante tra il Duomo e l’Accademia di Belle arti, anziché chiudersi nei musei e nelle classi dell’Accademia, e che scelsero di combattere spesso in prima persona per l’indipendenza italiana, arruolandosi persino coi Mille di Garibaldi per servire il loro ideale politico, nulla avrebbe avuto da invidiare in termini di scandalo, di provocazione, di anticonformismo e folle innovazione alla nuova fulgida corrente della pittura francese.
Per rendersene conto, basta entrare all’Orangerie, il famoso padiglione sulla Place de la Concorde, dove il presidente del Museo d’Orsay, Guy Cogeval, italofilo dichiarato, ha voluto rendere omaggio, trentacinque anni dopo l’ultima celebre mostra dei Macchiaioli al Grand Palais, ai grandi maestri della pittura dell’Ottocento, riaggiornando e rinnovando la mostra padovana allestita dieci anni orsono a Palazzo Zabarella, per lanciarla di nuovo nel circuito internazionale. Dopo Parigi, infatti, questa mostra dei Macchiaioli andrà a Madrid, grazie alla Fundación Mapfre, dove resterà dal 20 settembre al 3 gennaio 2014. Ma ora che è a Parigi basta scendere nelle sale del museo dell’Orangerie diretto da Marie-Paule Vial, rivestite per l’occasione di un caldo color prugna, e osservare anche distrattamente i quadri esposti per avere la certezza che qualcosa di assolutamente inedito e sorprendente accadde a Firenze tra il 1848 e il 1867, e continuò ad accadere per anni, dopo che il movimento dei Macchiaioli si sciolse, in seguito alla chiusura del caffè della via Larga, il loro punto di ritrovo e l’unica vera scuola di libertà per quei pittori rivoluzionari accorsi da tutta Italia che ne fecero l’epicentro d’una gioiosa epopea all’insegna del realismo romantico quando, incoraggiati da illustri pittori stranieri, da James Tissot a John Ruskin, passando per Gustave Moreau, da Manet a Degas, fino all’eccentico Marcellin Desboutin e al futuro conservatore del Louvre Georges Lafenestre, e confortati da un’atmosfera cosmopolita, discutevano d’arte e di pittura, bevendo e scherzando, per lanciare i loro proclami e le loro splendide provocazioni. Ecco allora per cominciare “La rotonda dei bagni Palmieri”, meraviglioso dipinto di Giovanni Fattori che con le sue minuscole epperò immense proporzioni apre la mostra all’Orangerie, servendo anche da logo e manifesto. Incastonato in una grande cornice dorata, il dipinto ha per supporto una tavoletta di legno lillipuziana, di appena 12 cm per 35. Fattori aveva riciclato il fondo di una scatola di sigari per dipingervi sopra uno dei capolavori più inattesi dell’arte moderna. Sette donne assorte nella contemplazione dei loro segreti pensieri, delle loro conversazioni, guardano il mare della Versilia. E’ una composizione spalmata su piani orizzontali che permette di riprenderle di spalle, sedute sotto un grande tendone bianco, avvolte nei loro abiti vaporosi, sui toni del grigio, del rosso, del beige, nelle loro gonne abbondanti, si godono un pomeriggio d’inverno in una sublime indifferenza al mondo circostante. I loro volti appena abbozzati sono tante piccole macchie di color ocra, grigio, giallo, e risaltano come le altre macchioline che rappresentano le acconciature, i capelli, i copricapo, dando all’insieme una dimensione sintetica, laconica, essenziale di strepitosa modernità.
Niente è lasciato al caso, però. Fernando Mazzocca, grande specialista della pittura dell’Ottocento e curatore dopo la mostra padovana anche di quella parigina insieme col direttore della Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti, Carlo Sisi, presentando in anteprima la mostra all’Istituto italiano di cultura in un incontro con la curatrice del Museo d’Orsay, Beatrice Avanzi, ha spiegato come di questo piccolissimo quadro esista una serie di studi preparatori. Mazzocca ha ricordato come Dante Martelli, che di Fattori, di Telemaco Signorini, Abbati e tutto il folto gruppo di quei pittori, toscani e no, fu l’amico, il mecenate e il promotore, avrebbe fatto di quel piccolo dipinto un elogio senza riserve, insistendo sull’importanza e la forza innovativa che esso testimoniava. “Uno studietto, dunque, fatto dal vero in una tavoletta di pochissimi centimetri quadrati era apparentemente una cosa di pochissima importanza, mentre invece tutto l’avvenire dell’arte moderna si racchiude in quello”.
Martelli scriveva a bocce fredde, quando ormai il gruppo si era dissolto, e l’avventura dei Macchiaioli stava trasformandosi in un mero ricordo. Prima di essere un mecenate, era un intenditore, un critico sopraffino. Nel 1867 aveva fondato il Gazzettino delle arti del disegno, rivista accuratissima, animata da Telemaco Signorini, che non superò i primi cinque numeri. Dissolto il gruppo, chiuso il loro punto di ritrovo fiorentino, il mecenate-intenditore tentò quindi un primo bilancio dell’avventura macchiaiola da lui vissuta in prima persona, tessé l’elogio del caffè Michelangiolo, un luogo che “riassumeva l’intera storia della nostra arte toscana, e le ripercussioni di gran parte della storia dell’arte italiana” come ebbe a dire in una famosa conferenza del 1877 “Sull’arte”. E polemizzò subito con l’avversione del pubblico, l’indifferenza della critica, l’aperta ostilità che accolse i Macchiaioli negli anni d’oro della loro epopea, ostracizzandoli dal mercato e dal successo. Nessuno poteva farlo meglio di lui, Martelli, il latifondista, proprietario terriero, esteta sensibile, appassionato di scienze naturali, che s’era gettato anima e corpo su quel gruppo di teste calde, patrioti risorgimentali e amanti della natura in cerca di emozioni profonde, di novità, e provocazioni che li resero subito invisi, quando non irrisi e derisi. L’epiteto stesso, lungi dal derivare dalla “macchia” in senso metaforico, e cioè dal “darsi alla macchia”, scegliendo la vita agreste per scomparire dalla circolazione e mettersi a studiare la natura, ebbe in origine un senso peggiorativo, visto che i primi critici tradussero in scherno l’elemento chiave che per quei pittori rivoluzionari serviva a spiegare la loro stessa ricerca. La “macchia” appunto, “un quieto desiderio di progresso” al posto della forma, l’evidenza del chiaroscuro, “una modalità netta e decisa, nata dalla necessità di superare il difetto della vecchia scuola, che sacrificava la solidità e il rilievo dei quadri a una trasparenza eccessiva dei corpi”, come spiegò Signorini dieci anni dopo, nel famoso Gazzettino del 1867. 
All’inizio degli anni Sessanta, Martelli mise a disposizione degli amici macchiaioli la grande tenuta sul litorale tra Chioma e Castiglioncello che aveva ereditato dal padre. Da seguace di Proudhon, avrebbe voluto applicare alla gestione delle sue terre i principi nuovi dell’utopia socialista. Era un esteta, un amante del bello, divenne subito il mecenate dei Macchiaioli. Scommise su Fattori, su Telemaco Signorini su Giuseppe Abbati, uno dei pochi Macchiaioli di cui resta un ritratto a opera di Giovanni Boldini che lo dipinse con l’occhio bendato dopo la ferita in guerra, il fido cane al guinzaglio (l’animale in un attacco di rabbia diventerà poi il suo assassino). Martelli puntò su Vincenzo Cabianca, l’altro immenso pittore delle “Monachine” che aveva esordito con la pittura storica a sfondo medievale, puntò su Costa, su Zandomeneghi, su Sernesi e su Oddone Borrani, che in questa mostra parigina rifulge a più riprese, grazie alle microtavolette di legno su cui dipinse le vedute di Castiglioncello e il “Carro rosso” e grazie alla famosa tela patriottica “Il 26 aprile 1859”, vigilia della caduta a Firenze del duca di Lorena in seguito alla guerra di indipendenza vinta dai piemontesi, che inquadra una donna intenta a cucire il tricolore accanto a una finestra aperta sui tetti. Alla fine, però il povero Martelli perse tutto, anche se regalò al mondo una serie di capolavori. Pieno di debiti, dovette vendere la tenuta, darsi alla critica, vivere di espedienti. Mentre i suoi amici pittori rimasero sempre degli spiantati. Ostracizzati dal mercato, irrisi dai critici ufficiali, come quel Pietro Coccoluto Ferrigni che senza nulla capire della modernità dei “Pascoli a Castiglioncello” di Telemaco Signorini, con quel paesaggio solare tutto giocato sui rapporti tra il giallo e il bianco, come osserva Mazzocca, ebbe l’ardire di bollare quell’opera come “una frittata ripiena di vacche in gelatina”, i Macchiaioli rimasero a lungo incompresi. 
Erano patrioti, idealisti, risorgimentali, furono garibaldini e mazziniani, come Silvestro Lega che ci ha lasciato un quadro stupendo di Garibaldi in camicia rossa con gli occhi da matto visionario, o di Mazzini steso in vestaglia con gli occhi chiusi sul suo letto di morte, in casa Rosselli. Erano soldati di fatto e nel cuore come Giovanni Fattori, che nel 1859 dipinse i “Soldati francesi nel 1859”, riprendendoli di spalle, come tante macchie grigio-azzurre perse di fronte al muro bianco, sulla solita tavoletta dei sigari, e tre anni dopo compose il “Campo italiano dopo la vittoria di Magenta”, la grande tela di Palazzo Pitti, con le scene di guerra vista dalle retrovia, con le suorine sul carro che curano i soldati feriti, e in primo piano il posteriore del cavallo montato da un ufficiale. Erano dunque patrioti i Macchiaioli, ma non avevano nulla di retorico, bolso, o solenne, nulla di tronfio o politicamente spendibile. Per questo vennero emarginati. La loro pittura era scabra, controllata, poco adatta alla mitologia dell’Unità, inservibile alla pedagogia della nazione. Lo stesso Fattori, vent’anni dopo, nello “Staffato”, dipinse la guerra con gli occhi di uno sconfitto, di un disilluso, forse di un vinto: il soldato che, perse le staffe, viene trascinato per terra dal cavallo imbizzarrito. Un quadro quantomai goyesco per la forza di disperazione che trasmette, e che si appaia all’altro immenso capolavoro di Fattori, “In vedetta”, del 1871, dove è dipinta l’attesa, la noia, l’assurdità di una guarnigione militare di soli tre soldati a cavallo, attraverso la prospettiva pura e assoluta della scena costruita lungo un muro bianco sospeso al cielo, con le sue infinite variazioni di turchese. Non per niente dovettero aspettare gli anni Venti, e cioè la fine della Grande guerra e la rivoluzione delle avanguardie, per essere compresi, rivalutati e apprezzati. Fu allora che incontrarono la sensibilità di un genio come Carlo Carrà, il pittore metafisico che vide in Fattori il diretto discendente di Paolo Uccello. Fu allora che vennero esaltati dall’acume di un Ugo Ojetti e di un Emilio Cecchi, altri sommi critici d’arte oltreché di letteratura, per essere finalmente riconosciuti come maestri della pittura moderna.
Martelli invece li capì subito, sin dall’inizio. “Pieno di entusiasmo per tutto ciò che somigliava a un progresso, Diego fu al nostro fianco”, riconobbe cinquant’anni dopo la prima esposizione fiorentina l’amico Giovanni Fattori, che ormai vecchio e stanco così scriveva in una famosa lettera del 1901 a Gustavo Uzielli: “Più giovane di noi, ricco, libero dai pregiudizi, per niente pedante, ci accolse con calore nella sua tenuta e ci disse: ‘Lavorate, studiate, c’è biancheria per tutti’; e fu una vera bohème, allegri, ben pasciuti, senza pensieri, ci gettammo anima e corpo nell’arte, innamorandoci di quella bella natura dalle grandi linee, seria e classica”. Per dieci anni, Martelli servì da incoraggiatore e anfitrione. Li ospitò nella sua casa di Castiglioncello, li nutrì, li intrattenne, creando una piccola colonia artistica, e trasformando la sua tenuta in un luogo di ispirazione, le sue campagne nell’atelier senza confini dove studiare la natura all’aria aperta, per carpirne i segreti, la luce, i colori, e restituirne grazie alla rivoluzione della macchia i dettagli più scabrosi in vista di una rappresentazione nuova della realtà, fondata sulla percezione soggettiva e sul sentimento stesso della realtà.
Di Diego Martelli, il mecenate proudhoniano e idealista, la mostra parigina presenta vari ritratti, uno più bello dell’altro. Il primo è quello di Edgar Degas, dipinto nel 1879, quando Martelli si trovava a Parigi per la quarta esposizione degli Impressionisti. Si tratta di una grande tavola finita alla Scottish National Gallery di Edinburgo, da dove esce rarissimamente e ottenuta in prestito dai responsabili dell’Orangerie. Martelli è grasso, senza giacca, ha le braccia conserte e la barba incolta. Guarda in basso, assorto nei suoi pensieri malinconici, ed è ripreso di scorcio, seduto su uno sgabello rinascimentale senza dorso, mentre ai suoi piedi spicca una pantofola spaiata e dietro di lui un divano azzurro e un tavolo dello stesso colore, pieno di fogli di giornali, di riviste, di disegni. Un altro ritratto lo mostra seduto con una redingote beige su una poltrona rossa, gambe accavallate, ventre adiposo, in testa un berrettino rosso. Il ritratto è opera di Federigo Zandomeneghi, che lo dipinse sempre a Parigi nello stesso anno di Degas, quando, conclusa l’avventura dei Macchiaioli, Martelli pensava solo agli Impressionisti, ma fu più clemente di Degas, dandogli un volto composto, curato, elegante. Quindici anni prima, nel 1865, era stato il ferrarese Giovanni Boldini, che prima di diventare il ritrattista delle gran dame della Belle époque ebbe il suo esordio macchiaiolo, a eseguire il ritratto del mecenate Martelli in formato ridotto, un’altra tavoletta riciclata da una scatola di sigari, che misura appena 15 centimetri per 19, e oggi si trova Palazzo Pitti, dove il latifondista di Castiglioncello appare giovane, bello, lo sguardo limpido, seduto per terra con le gambe incrociate, le dita delle mani in una ciotola arancione, mentre una stufa a legna sembra borbottare dietro le sue spalle.
Siamo all’epoca della colonia toscana, dell’entusiasmo per la natura, della spensieratezza agreste. In quegli anni, Giovanni Fattori dipinse la signora Martelli sdraiata su una chaise longue, con una macchia di pini alle spalle e il mare che si intuisce sullo sfondo. Anche questo ritratto è esposto all’Orangerie ed è un quadro di strabiliante modernità. Privo di pompa, indenne da qualsiasi pretenziosità borghese, offre la visione di una donna, di una moglie nell’immediatezza di un momento di quiete, in una giornata qualsiasi, coi suoi pensieri, i suoi sogni, la sua malinconia. 
Perché era questa la rivoluzione dei Macchiaioli, una rivoluzione innanzitutto dello sguardo, della percezione, in nome della vita vera e della natura, anzi del sentimento della natura, colto in diretta nelle strade assolate, nelle pose austere delle raccoglitrici di legna, le famose “Macchiaiole di Antignano”, immortalate sempre da Fattori come se fossero delle madonne quattrocentesche, o anche nelle forme più dimesse dei campi di grano solcati dai buoi aggiogati a un aratro, di un muretto sbrecciato abbacinato dal sole, di un carretto rosso, o dei pescatori dell’Arno che in fila, scalzi, trascinando delle corde tirano in secco una barca, mentre una donna col cappellino tiene per mano un bambino e guarda distratta dall’altra parte. 
Era il loro modo di rappresentare la rivolta, la protesta, la guerra contro l’accademismo, le pose auliche fuori tempo massimo, le imposture dei classicisti, e l’atmosfera esangue trasmessa dai modelli dei musei, che erano per loro i cimiteri dell’arte. La vita della natura permette ai Macchiaioli non solo di scoprire la realtà, ma di studiarla in particolari inattesi, di abbandonarsi a essa nelle gite di gruppo, nelle feste campestri, in un’atmosfera di fratellanza gioiosa. A Castiglioncello, nelle campagne dei Martelli, a Montelupo, a Piagentina dai Battelli, il passeggio di un carretto su una stradina bianca di polvere si trasforma in una miracolosa epifania agli occhi di Abbati, Cabianca, Signorini. E bisogna leggere gli scritti di Adriano Cecioni su Cristiano Banti, per averne l’eco: “Banti, guarda la bellezza di quello sfondo bianco. Signorini, osserva il tono delle ruote sul chiarore della strada. Guardate la forza del solco. Pointeau, Barrani, venite a vedere…”. Lì gli effetti di luce si traducono in contrasti di tono vivi, netti, precisi, attraverso il chiaroscuro che non sopprime le linee, ma le riformula in un modo nuovo. “La modernità dei Macchiaioli – avverte infatti Beatrice Avanzi, che insieme con Marie-Paule Vial e Isabelle Julia ha curato la mostra parigina e inoltre ha scritto, per il catalogo edito da Skira Flammarion, un bel saggio sull’ascendenza della pittura toscana del Quattrocento – sta tutta nel rapporto diretto con la luce, nell’immediatezza della percezione e nella capacità di tradurre questa immediatezza sulla tela attraverso il dato naturale. Così, se gli Impressionisti finiranno per dissolvere la forma nella luce, i Macchiaioli, invece, la mantengono sempre, sia pure attraverso un linguaggio sintetico, una struttura che affonda le sue radici nel Rinascimento e dunque evoca lo spirito tutto italiano del Quattrocento”.
Ecco allora che oltre l’atmosfera agreste, la fratellanza universale, la comunità bohémienne che si forma in casa di Diego Martelli, mentre altri godono l’ospitalità dei Battelli, altra famiglia di benefattori con tenuta sulle rive dell’Affrico, dove Silvestro Lega visse il suo idillio romantico e dipinse i suoi quadri più belli, i Macchiaioli attingono direttamente ai grandi maestri della pittura toscana. Paolo Uccello, Piero della Francesca, ma anche Giotto, Beato Angelico e Masaccio sono infatti i riferimenti evidenti che percorrono la loro pittura con la stessa naturalezza con cui il sangue corre nelle vene di un uomo, come un patrimonio genetico forse inconsapevole eppure possente, un’evidenza che non va nemmeno dimostrata o illustrata, tanto è limpida la sua natura, e intatta resta la sua forza originaria. 
Bisogna osservare le grandi pale laiche dipinte da Silvestro Lega, come “il Canto dello Stornello”, con le tre giovani donne di fronte a un pianoforte, accanto alla finestra che s’apre sulle colline toscane, per ritrovare le linee autentiche della tradizione italiana, come spiega Beatrice Avanzi nel suo bel saggio. Bisogna ritornare con la mente al Beato Angelico, alla predella dell’“Annunciazione” di Cortona, per ritrovare la sintassi originaria della costruzione quattrocentesca che continua a respirare nella “Visita” di Lega, conservata a Roma, alla Galleria nazionale d’arte moderna. E ancora, bisogna aver guardato, studiato, pensato e ripensato la “Flagellazione” di Piero della Francesca, per poter leggere la geometria degli spazi e la scansione prospettica che Lega adotta nelle sue tele luminose di scene di vita familiare, come per esempio “Il dopo pranzo sotto il pergolato”, altro prestito illustre che viene dalla Pinacoteca di Brera. Oppure bisogna aver visto e rivisto gli affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni, per ritrovare il modello dell’architettura compositiva che informa un altro quadro di Lega, dipinto nel 1866, e intitolato “Curiosità”, dove la scena è quella laica, dimessa e quotidiana di una donna che dietro le imposte del balcone di casa cerca di vedere cosa succede per strada. 
Ma allora, i Macchiaioli, prima di essere moderni e rivoluzionari erano antichi e tradizionalisti? Inseguivano il rapporto diretto e immediato con la realtà, un rapporto senza filtri, perché cercavano la sincerità del sentimento e l’amore per la natura, eppure restavano ancorati alla pittura del Quattrocento, al classicismo icastico della grande tradizione pittorica medievale e rinascimentale? Questa apparente schizofrenia è uno degli aspetti più interessanti messi in risalto dalla mostra all’Orangerie, dove c’è persino una sezione sull’eco novecentesca dei Macchiaioli nel cinema di Luchino Visconti, per esempio in alcune scene di “Senso” che riprendono certi interni di Adriano Cecioni, o nel “Gattopardo” che addirittura riproduce il “Garibaldi a Palermo” di Fattori. Niente di grave però. E soprattutto niente di nuovo. Beatrice Avanzi, infatti, ritorna nel suo saggio agli illustri precursori, critici e storici dell’arte, che per primi colsero questa peculiarità dei Macchiaioli. Cita per esempio Ugo Ojetti, grande scrittore e saggista ingiustamente dimenticato, il quale sin dal 1921, in occasione della retrospettiva della prima Biennale romana dedicata a Fattori, colse perfettamente il nesso tra la pittura dei Macchiaioli e la pittura toscana del Trecento e del Quattrocento. Ricorda Beatrice Avanzi le parole di Emilio Cecchi, nel famoso saggio del 1926, dove scrisse che i Macchiaioli avevano nel sangue l’eredità dei maestri della pittura del Quattrocento, che avevano ogni giorno davanti agli occhi, e attingevano a quel bagaglio culturale con “la sensibilità vaga e forte al tempo stesso di chi sapeva riconoscere le fonti più segrete di un lascito artistico fondamentale”. Si riscopre così, attraverso questa mostra e il lavoro dei suoi curatori, il segreto del miracolo italiano e una nostra peculiarità: attingere al passato per andare verso il futuro. Lo sapeva benissimo anche Verdi che a Francesco Florimo consigliava: “Tornate all’antico, sarà un progresso”. 

Dal Foglio, sabato 27 aprile 2013

La crudeltà dell'ironia
Pubblicato il 3 febbraio 2013, in Diario



 A Parigi, chi entra in un supermercato del faubourg Saint-Germain per fare la spesa il sabato mattina ha un’unica proeccupazione. Non i prezzi, non il tempo che manca, non l’impossibilità di scegliere fra tanti prodotti, ma la necessità di guardarsi intorno, fra le fila di scaffali rigurgitanti di merci. L’ansia di intercettare fra confezioni di biscotti, formaggi, prosciutti e detersivi una signora minuta coi capelli corvini cotonati alla Amy Winehouse e lo sguardo ammaliante di una Sharazade circassa, spinge a stare all’erta. La signora infatti potrebbe spiarvi, fingendo di scegliere l’insalata. Incollarsi dietro di voi nella coda al banco dei formaggi per captare con le sue antenne ultrasensibili il vostro respiro, le vostre frustrazioni da consumatori, la vostra smania di umiliare, prevaricare, o semplicemente aizzare al peggio il poveretto che quel giorno avesse deciso di accompagnarvi a fare la spesa. Potrebbe fare tutto questo senza che voi nemmeno ve ne rendiate conto  per poi riversare il tutto nei suoi dialoghi teatrali, nei suoi racconti, nei suoi romanzi.
La signora esiste in carne d’ossa. Abita nel vostro stesso quartiere. E’ ricca, famosa,  implacabile. Si chiama Yasmina Reza. E’ una drammaturga di successo che passa la vita a osservare i suoi contemporanei, a registrare le loro debolezze, le meschinità, i punti morti, i salti d’umore, per farne la materia prima di un’opera d’arte continua. Da anni li studia con la stessa meticolosa passione che un entomologo mette a scrutare i suoi insetti. La differenza è che mentre l’entomologo non parla mai di affetti, di emozioni degli scarafagetti o dei moscerini che studia, Yasmine Reza non fa altro. E per questo oggi è considerata un’autore di culto. Autore di un’opera celebrata, univeralmente apprezzata, è una scrittrice “fantasque” come dicono qui per indicare quella capacità mitopoietica di trasformare il mondo a propria immagine e somiglianza pur di compiacere le attese del prossimo. E’ in grado di estrarre un’insignificante traccia della vita quotidiana, da un incontro al bar, da un movimento di sguardi tra due che stanno in fila alla posta, per trarne la trama di un’epopea tragicomica, toccando tutte le gamme della facezia umana: l’arguzia, l’ironia, la grazia sorniona  sino a sfumare  vuoi nella perversione più spietata ,vuoi nella compassione più partecipe. (,,,)

 
continua sul http://www.ilfoglio.it di sabato 2 febbraio, inserto IX


Il dialogo tra Pierre Boulez e Michele dall'Ongaro
Pubblicato il 14 gennaio 2013, in Diario

Il 12 dicembre abbiamo organizzato all'Istituto italiano di cultura a Parigi il Dialogo d'autore tra il Maestro Pierre Boulez e il sovrintendente dell'Orchestra sinfonica della Rai, Michele dall'Ongaro.
Troverete il resoconto fotografico del nostro incontro sul sito dell'Istituto, e la trascrizione completa negli archivi del Foglio,   alla data sabato 5 gennaio 2013, inserto 6-7.   

Buon Anno
Pubblicato il 31 dicembre 2012, in Diario

Cari Amici, 

tanti auguri a tutti voi per un magnifico anno nuovo.

Tante cose sono cambiate in questi tre anni: dall'estate scorsa
sono a Parigi, a dirigere l'Istituto italiano di cultura.
Continuo a scrivere, meno di prima però, per il Foglio, che nel frattempo ha
aggiornato il suo sito e la politica di accesso agli articoli.
Spero che seguirete le nostre iniziative, collegandovi al sito dell'Istituto italiano di cultura,
 http://www.iicparigi.esteri.it, e le molte attività che stiamo lanciando.
Un saluto a tutti e a prestissimo



Ascoltate Madame. Forse ingannata, forse derubata, certamente intercettata nelle sue conversazioni private, la miliardaria è al centro di un avvincente imbroglio politico-giudiziario e mediatico
Pubblicato il 25 giugno 2010, in Diario

 Domani, terzo capitolo sulla privacy.  Dopo la storia dell'idea (il 12 giugno), la nascita del diritto (Brandesi &Warren, il 18 giugno) è il momento di raccontare  la sensazionale vicenda di Liliane Bettancourt, erede e azionista di maggioranza del gruppo L'Oréal, in lite con la figlia per via del suo protetto, François Marie Banier, e ora vittima di un caso esemplare di violazione dello spazio privato, da parte di un domestico risentito, che con le sue intercettazioni rischia non solo di ingarbugliare i confini che separano il diritto di informare e il diritto di tutelare la riservatezza, ma soprattuto di far saltare in aria il Ministro del lavoro e forse anche la riforma delle pensioni voluta da Sarkozy.



permalink | inviato da marinavalensise il 25/6/2010 alle 23:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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Gino De Dominicis al MAXXI
Pubblicato il 29 maggio 2010, in Diario

Chi si espone e perché. Ritorniamo ai fondamentali ( niente di più inedito dell'edito)
http://www.ilfoglio.it/lacosamentale

La scomparsa dell'eros ai tempi della ghigliottina
Pubblicato il 22 maggio 2010, in Diario

Laa storia d’amore di Madame de Staël e Benjamin Constant
fu una corsa affannosa contro il déjà-vu e la tirannia della noia
Per sfuggire alla morsa di Napoleone i due scrittori
tentarono di coalizzare contro l’impero l’Europa dei liberali




l loro fu un amore inesorabile, ma impossibile. Un amore travolgente, fatto di trasporto, passione per le idee, complicità politica, ma anche molto asfissiante, costellato di liti continue, tempeste, rotture, ripicche, tradimenti e pentimenti. Fu un amore romantico nel senso pieno e originale del termine, con la sua lunga scia di ostacoli e illusioni, estasi e interdetti, trionfi e delusioni. Non per niente, furorono
proprio i protagonisti di quest’amore impossibile, Madame de Staël e Benjamin Constant, gli amanti più celebri d’Europa ai tempi di Napoleone, a dare il nome a un’epoca e alla sua rivoluzione culturale. Ma il loro fu un amore tristissimo. Dopo le promesse e i giuramenti conobbe il tempo del languore e della nostalgia ....(continua oggi sul Foglio).


 

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