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La forza dell'interiorità, tra Roma e Gerusalemme
Pubblicato il 27 novembre 2008, in Diario

Gerusalemme. Inizierà alle 1230 al Monte Scopus, nell'enclave dell'Università Ebraica, nell'auditorio Handler dell'Istituto Truman, l'atteisissimo confronto tra David Grossman, Susanna Tamaro, uno dei pezzi forti del Dialoghi italo-israeliani organizzati dall'Istiuto italiano di Cultura di Tel  Aviv, in concomitanza con la visita del presidente Napolitano. I due scrittori, si sono salutati ieri sera alì'auditorio Ymca, al concerto diretto dal Maestro Uto Ughi con l'Orchestra Camerata di Gerusalemme, per ridarsi appuntamento al Monte Scopus. Parleranno dopo la lectio magistralis del Capo dello Stato, pronunciata in occasione del conferimento della Laurea Honoris Causa, e dopo una tavola rotonda sulla provocazione delle parole.

La letteratura e l'impegno: Dialoghi italo-israeliani
Pubblicato il 23 novembre 2008, in Diario

S'apre lunedì con una conferenza stampa all'Hotel Monte Sion di Gerusalemme il convegno organizzato dall'Istituto italiano di Cultura in occasione della visita di Stato del presidente Giorgio Napolitano in Israele. Son giù arrivati Alessandro Piperno, Elena Loewenthal, Edoardo Albinati, Maria Ida Gaeta, Lidia Ravera, Claudio Magris, Filippo Tuena, e tanti altri scrittori, critici, intellettuali italiani. Simonetta Della Seta, instancabile direttrice dell'Istituto culturale italiano, ha organizzato le cose in grande. Martedì Claudio Magris e A.B. Yehoshua parleranno dei confini della letteratura. Mercoledì Ahron Appelfeld, Svyon Liebrecht, Dorit Rabynyan dialogheranno con Alain Elkann, e gli altri colleghi italiani sul retaggio della memoria, mentre grazie a Manuela Dviri Luciano Canfora, Elisabetta Rasi, Sergio Givone parleranno di passato e di presente con Haim Beer, Eli Amir, Meir Shalev, Yael Hedaya, fra gli altri. Si parlerà anche di traduzioni e edizioni, e di invenzione della realtà: attesi Corrado Augias e Giorgio Montefoschi per dialogare con Yoram Kaniuk e Etgar Keret. Giovedì Lectio Magistralis di Napolitano all'Università Ebraica di Gerusalemme, e poi Piperno, Ravera parleranno di provocazione delle parole con Orly Castel Bloom, Bernny Barbash e Eshkol Nevo, sotto la guida di Avirama Golan, David Grossmann e Susanna Tamara della Forza del'interiorità, "moderati" da me stessa, e poi a seguire, nel pomeriggio, sentiremo parlare di done, con Zeruya Shalev e Alon Altaras e di verità della poesia, con Ariel Rathaus e Shimon Adaf, fra gli altri. Programma intenso e molto promettente, per festeggiare i 60 anni dello Stato ebraico.

Ségolène non accetta la vittoria di Martine e chiede aiuto al suo ex
Pubblicato il 23 novembre 2008, in Diario

Doveva essere l’elezione della prima donna segretario del Partito socialista? Rischia di risolversi nella prima grande bega giudiziaria, con pericolo di implosione per l’intero apparato socialista. Martine Aubry ha vinto sul filo di lana la gara contro Ségolène Royal, superandola di appena 42 voti su un totale di 134.700 espressi. Ma davanti alla beffa di un margine così irrisorio, pari allo 0,04 per cento, Ségolène Royal non intende darsi per vinta. Nella notte tra venerdì e sabato ha denunciato i metodi poco ortodossi degli avversari, che annunciavano la vittoria di Aubry, mentre nei Dom Tom (Guadalupa e Isole atlantiche) si stava ancora votando. All’alba, ha parlato di brogli e frodi elettorali; poi ha chiesto un nuovo scrutinio, vedendo però la sua domanda accolta dal gelo della vincitrice Aubry. Alla fine, esasperata, Ségolène ha minacciato azioni legali, costringendo a intervenire il segretario uscente e suo ex (... continua domenica  sul  Foglio)

Così la Francia si arrovella attorno alla libertà di espressione
Pubblicato il 20 novembre 2008, in Diario

Ricordate Christian Vanneste? Il professore di Filosofia in un liceo tecnico di Tourcoing e deputato dell’Ump è autore di un’antologia militante contro il matrimonio gay e le adozioni da parte di coppie omosessuali. Due anni fa fu condannato per diffamazione, dal tribunale di Lille e dalla Corte d’Appello di Douai, a 3.000 euro di multa e 2.000 di danni e interessi da versare a tre associazioni omosessuali (Act Up, Syndicat national des entreprises gaies, e SOS Homophobie) considerate parte lesa. Senza darsi per vinto, resistendo alle richieste di espulsione dal partito, grazie al rifiuto di Nicolas Sarkozy che ha optato per una semplice reprimenda (....continua domani sul Foglio).

Perché Royal e Aubry sono i due opposti che non si attraggono del Ps
Pubblicato il 20 novembre 2008, in Diario

Lo stile è l’uomo, dicono i francesi, ma  quello delle due prime donne in lizza per la segreteria del Partito socialista è opposto. Calmo, solido, sicuro di sé quello di Martine Aubry, che si lascia intervistare da un quotidiano popolare in un bar di prima mattina e buca il video, come si evince guardandola su Internet, perché vuole parlare di politica e di partito, con la P maiuscola, e ostenta la mano tesa a Ségolène, consapevole che la vittoria sia a portata di mano. Ségolène invece freme e si dispera, col suo tono querulo e legnoso su un fondo di ostinata caparbietà, e naviga contro vento, anche quando potrebbe starsene tranquilla in rada e aspettare che passi la tormenta. Rincorre il carisma, insegue l’empatia, vuole sedurre, dunque toccare le corde del cuore. Mentre l’altra, Aubry, parla alla ragione, vuole convincere, fa i conti con...(continua domani sul Foglio)

Martine Aubry contro Ségolène: partita aperta
Pubblicato il 17 novembre 2008, in Diario

Rischiava di vincere la segreteria  socialista contro il partito, e in base alle regole approvate dal partito, che riconoscono piena sovranità ai militanti. Ma le cose ora si mettono male per Ségolène Royal, in corsa con Martine Aubry e Benoît Hamon per succedere a François Hollande, suo ex compagno e padre dei suoi quattro figli. Colpo di scena: ieri mattina Bernard Delanoë ha anunciato che (...continua domani sul Foglio). 

Giallo socialista, cercasi assassino/a
Pubblicato il 15 novembre 2008, in Diario

  E’ presto per dire che cosa succederà al 75° congresso del Partito socialista francese, dopo che le prime donne hanno parlato: Ségolène Royal, candidata alla segreteria, per rilanciare “un nuovo fronte popolare”; Martine Aubry, applauditissima, anche senza evocare un’eventuale candidatura, “per rinnovare il partito e farlo rinascere”. Nella notte si riuniscono i 102 delegati della Commissione delle risoluzioni per tentare una sintesi tra le varie mozioni. Ma è certo che l’ago della bilancia sarà  Martine Aubry, unico punto di equilibrio possibile, unanimamente riconosciuto. “La Dame des 35 heures”, l’ex ministro del Lavoro nel governo di coabitazione di Lionel Jospin, rieletta in primavera sindaco di Lilla con più del 66 per cento dei voti, miglior risultato del Ps nell’ultimo secolo, sarà l’artefice dell’unità del partito o della sua divisione anti Royal. Traumatizzata dallo smacco alle presidenziali del 2007, dopo aver sempre mostrato forti riserve verso “l’Oca bianca”, alias Ségolène, come lei stessa la ribattezzò quando entrambe facevano parte del club Témoin, la figlia di Jacques Delors dovrà vincere le sue ultime resistenze per lanciarsi nella corsa alla successione di François Hollande. Ma non è detto che lo farà in prima persona. Lavorando sui programmi, anziché sulla personalità, e sulle idee anziché sull’immagine, è arrivata a un compromesso, riunendo attorno a sé l’ala sinistra degli eurofobici alla Laurent Fabius, e i riformisti eurofanatici vicini a Dominique Strauss-Kahn, oggi direttore del Fondo monetario internazionale. La sua mozione ha ottenuto il 25 per cento dei voti, terza classificata dopo quella di Ségolène arrivata prima col 29 per cento, quella del sindaco di Parigi, Bernard Delanoë, e sei punti in testa rispetto a quella del giovane Benoît Hamon, radicale di sinistra. E ora che il gioco si fa duro, e i duri cominciano a giocare, bisognerà capire che cosa farà Martine Aubry . “Elle n’est pas une tueuse”, dice chi la conosce. E la prerogativa, dal verbo “tuer”, che significa uccidere, è essenziale per vincere le lotte di potere. Non sarà un’assassina, ma è una donna determinata e ambiziosa. “E’ una combattente, pronta a gettarsi nella mischia”, avverte Marylise Lebranchu. E’ una che non fa sconti: dura sulla forma e inflessibile sulla sostanza, e cioè sia i valori della sinistra, “sempre di attualità, anche se dobbiamo adattare le risposte”, sia la sua storia, visto che continua a difendere le 35 ore persino nell’ultimo libro dal titolo programmatico “Et si on se retrouvait”.
A Ségolène Royal che ha offerto la mano tesa, scrivendo una lettera a ciascuno dei suoi concorrenti, Martine Aubry ha risposto senza tergiversare: “Le sue posizioni sfortunatamente non ci sembrano all’altezza della posta in gioco”. Del resto, la ruvidezza prossima a un’assenza totale di riguardi è uno dei tratti caratteriali di questa cinquantottenne energica, ma pronta al ripiegamento tattico pur di non ritrovarsi con le spalle al muro. Lo si evince dal sorriso beffardo, dalla stretta di mano stritolante, e persino dal modo di vestire approssimativo e senza fronzoli: “Dico le cose in faccia, non sono una faccia di culo, ma sono meno dura di molti altri, anzi forse sono persino troppo sensibile”, ha confessato in altri tempi. E la virilità dei modi nasce non solo dall’essere una figlia d’arte, ma forse anche dal fare politica per surrogare, dopo la morte del fratello maggiore colpito da leucemia fulminante a soli 28 anni. Cresciuta in una vera famiglia di cattolici di sinistra senza grilli per la testa, educata alla militanza dal padre, Jacques Delors, che fu ministro di Mitterrand e poi presidente della Commissione europea, e da una madre basca e egalitaria, per la quale nutre devozione, Aubry unisce in sé la meritocrazia repubblicana e il solidarismo sociale. Uscita da Sciences Po, poi dall’Ena, rodata alla Cfdt, dal governo di Mitterrand e poi alla direzione di Péchiney, prima di esser nominata ministro del Lavoro da Edith Cresson nel 1991, ha anche creato una Fondazione contro l’esclusione. Ha insomma tutte le carte in regola per condurre il gioco nel Ps. Resta da capire con quali margini.

Marina Valensise
© Il Foglio, 16 novembre 2008


La domanda non è chi è il prossimo, ma perché è morto? Risponde Luigi Zoja
Pubblicato il 14 novembre 2008, in Diario

Il problema non è chi è il mio prossimo, bensì la morte del prossimo. Luigi Zoja, lo psicanalista di scuola junghiana che sul tema sta per pubblicare un libro da Einaudi, deve andare in Cina, fra i terremotati dello Sichuan, o in Colombia fra i disadattati di Medelin, per ritrovare “il prossimo”, come se solo lontano fosse possibile ridare vita a questa figura costitutiva del mondo occidentale. “E’ uno dei paradossi del mondo globalizzato” ammette Zoja. “Oggi il prossimo lo conosciamo attraverso i mezzi di comunicazione. Magari io sono amico del primo e unico psicanalista junghiano cinese, ho intensi rapporti con un mio collega in Sudamerica, ma non so nulla dei miei vicini, nemmeno di quelli che abitano nel mio condominio”. Zoja è un idealista, attento ai sogni e alla grammatica di simboli che i sogni veicolano. E’ convinto che “il prossimo” sia morto per via della tecnica e per effetto della laicizzazione. “La morte della fede è un fenomeno relativo, perché la religione sopravvive in molti casi come evento privato. Viceversa, la morte del prossimo è un evento ben più drammatico, di cui abbiamo esperienza quotidiana nell’indifferenza con cui viviamo l’uno accanto all’altro ignorandoci, e nella pretesa di affidarci alla tecnica per comunicare e costruire rapporti interpersonali. Ma gli esseri umani hanno bisogno di calore. Quando non c’era il riscaldamento, si abbracciavano per sentire calore, stavano insieme in locali comuni, non come oggi al ristorante, luogo asettico che si valuta in funzione della distanza tra i tavolini”. Zoja però va ben oltre nella sua fenomenolgia della scomparsa del prossimo, sino a toccare le  radici dell’Occidente . “‘Ama Dio sopra ogni cosa e il prossimo tuo come te stesso” è il doppio pilastro del comandamento giudeo-cristiano, come attesta sia il Levitico sia i Vangeli sinottici. Alla fine del XIX secolo, Nietzsche ha dichairato ‘Dio è morto’, e nel XX secolo anche quelli che non lo amavano gli hanno dato ragione. L’inizio del XXI secolo spinge a domandarci se non sia crollato anche il secndo pilastro giudeocrsitiano, quello del prossimo. Tutti noi abbiamo esperienza dell’estrema indifferenza con cui guardiamo al prossimo: a pochi metri di distanza muore il nostro vicino di casa e noi nemmeno lo sappiamo, perchè non ce ne interessiamo. Questo succede perché la  tecnica deforma la nostra umanità. Un tempo, in uno scompartimento ferroviario si dialogava coi compagni di viaggio. Gli emigranti che salivano sul treno dalla Svizzera diretti in Puglia o in Calabria, parlavano molto, offrivano sempre da mangiare, cercavano rispettosamente di farti domandi, ti chiedevano cosa stessi leggendo. Oggi invece si viaggia in carrozze aperte, ma ognuno se ne sta per conto suo. Parla al telefonino, dimostra affetto al prossimo lontano, ma disturba il prossimo che gli sta seduto accanto”.
Eppure, sempre sul piano della tecnica, se uno tenta di scivolare dall’indifferenza verso il prossimo all’espunzione dall’idea di prossimo che oggi sembra investire in pieno vecchi, bambini, malati terminali o in coma irreversibile,  Zoja sembra aderisce solo in parte:  “Bisognerebbe valutare caso per caso: certamente un neonato, o un feto nel ventre materno non comunica in senso convenzionale, ma emotivamente e molte mamme son convinte che il bambino che hanno in grembo risponda quando sente la loro voce. Quanto ai vecchi, la comunicazione coi miei genitori di 94 anni è affettiva” dice Zoja, spiegando che passa attraverso il tatto, visto che ormai si articola su poche parole. “La verità è che la tecnica ha permesso di comunicare, spostando il prossimo in qualcosa di  astratto con cui si comunica non coi sensi, con gli occhi, con l’olfatto, ma con l’email. Sicché, il tipo di affettività che passa diventa troppo astratta perdendo concretezza”. Alla tecnica poi si aggiungono le idee. “Le grandi ideologie del XX secolo hanno commesso una mostruosità: in nome del’amore per l’uomo hanno reso l’uomo un essere astratto. Certo, ci sarà stata anche la  mostruosità giuridica, ma è quella tecnica che fa spavento. Gli esseri umani hanno iniziato ad avere le tecniche come appendici del corpo e adesso sono diventati appendici delle macchine. Anche di questo muore l’attenzione verso il prossimo”.

Marina Valensise
© Il Foglio, 15 novembre 2008


Di nuovo tu:La rifondazione dei socialisti francesi s’inceppa sulla crisi mentre Ségolène Royal ci riprova
Pubblicato il 13 novembre 2008, in Diario

 S’apre oggi a Reims il congresso del Partito socialista francese, dal quale uscirà il nuovo segretario, successore di François Hollande. Ancora non si conoscono i nomi dei candidati, che dovranno presentarsi entro domani, e c’è parecchia tensione. Il 6 novembre, infatti, la mozione presentata da Ségolène Royal ha raccolto il 29,6 per cento dei consensi dei militanti: dieci punti in più rispetto a quella di Benoît Hamon, sinora unico candidato dichiarato, per la sinistra radicale, che vuole un partito senza complessi  e “un necessario chiarimento” sul libero scambio e l’azione dello stato.  Bernard Delanoë, sindaco di Parigi e superfavorito dopo la svolta liberale dell’ultimo libro “De l’audace”, ha cercato di pescare voti nella “gauche plurielle”, ma la sua mozione per un partito socialdemocratico, europeista, ecologista, sostenuta dallo stesso Hollande e da Pierre Moscovici, è arrivata seconda col 25,3 per cento dei voti. Terza classificata, col 24,6, la mozione dell’ex ministro del Lavoro  e sindaco di Lille Martine Aubry,  per “la trasformazione sociale”, appoggiata dalla corrente di Laurent Fabius e da una parte dei fedeli di Dominique Strauss-Kahn. I giochi sono aperti, ma la guerra dei nervi è già iniziata, dato che in base al voto delle mozioni si calcola il numero dei delegati, che entro domenica dovranno trovare un accordo di maggioranza (il segretario sarà eletto giovedì 20 col voto simultaneo di tutte le sezioni).
Ségolène non demorde. L’altroieri ha ammesso in tv la voglia di candidarsi alla guida del partito, ma ha ricordato di non essere “une femme d’appareil”. Voleva lasciare la questione in sospeso e federare consensi, vincendo le reticenze dei concorrenti, dopo averli spiazzati, tant’è che a ciascuno di essi ha inviato una lettera sulle scelte di fondo. Hamon ha giudicato “lucido” il suo intervento, “ma il 29 per cento non è la maggioranza” ha detto. Col suo 18,9 per cento, l’eurodeputato della sinistra persegue l’accordo con Aubry e Delanoë, i quali però sono riluttanti, perché non vogliono apparire gli artefici di un fronte anti Royal. Stessa preoccupazione mostra Pierre Moscovici: il dibattito, ha detto al Figaro, non dev’essere “pro o contro Ségolène”, ma su come rifondare la socialdemocrazia e rafforzare il partito, evitando la frammentazione. In effetti, all’ordine del giorno, nelle intenzioni di Ségolène e non soltanto, c’è la risposta alla crisi finanziaria e sociale, una crisi del capitalismo che comporta la ridefinizione della finanza e del suo ruolo a servizio dell’economia produttiva, che dev’essere a sua volta a servizio dell’uomo. La congiuntura, dunque, offre ampi margini al congresso socialista per cercare di fondare un nuovo ordine giusto, un rapporto più equilibrato tra il capitale e il lavoro, uno stato stratega che cambi i rapporti di forza e persino un nuovo patto repubblicano che si ponga come obiettivo l’eguaglianza reale e riconosca il meticciato come una chance. Non sarà facile trovare una sintesi quando il vero socialista è già al governo, e si chiama Nicolas Sarkozy.

Marina Valensise
©Il Foglio, 14 novembre 2008


La patria si globalizza, Sarkozy riabilita i disertori della Grande Guerra
Pubblicato il 12 novembre 2008, in Diario

Non  solo l’America si globalizza, ma anche la Francia e le nazioni d’Europa, Lo dimostra un indicatore sensibile come la memoria della Prima guerra mondiale. Se la provincia di Treviso, a maggioranza leghista, decide di commemorare il sacrificio dei singoli soldati che si batterono in difesa sul Piave, senza distinguere tra vincitori e vinti, e anzi emendando il riferimento allo scopo ultimo di quella carneficina, che fu l’unità d’Italia, la stessa sindrome postnazionale e postpatriottica colpisce la Francia. Succede, infatti che il presidente Nicolas Sarkozy abbia celebrato il 90° anniversario dell’armistizio del 1918 in modo nuovo. Parlando nella Meuse, davanti al sacrario militare di Douaumont, dove riposano  130 mila dei 300 mila caduti nei 300 giorni della battaglia di Verdun, Sarkozy, che pure non ha mai rinnegato il culto del Generale De Gaulle tributato dal nonno nato ebreo sefardita, suo primo maestro di civismo, ha osato l’ìmpensabile. “Molti di coloro che allora vennero passati per le armi” ha detto Sarkozy “non si erano disonorati, non s’erano comportati da vili, ma erano semplicemente arrivati sino al limite estremo delle loro forze. Erano uomini come noi, vittime impreparate d’una fatalità che li divorò”. Alludeva ai 600 soldati della Grande guerra, fucilati in seguito alla condanna dei tribunali militari per essersi rifiutati di obbedire agli ordini, per aver disertato o per essersi ammutinati. Non era mai successo prima. Dieci anni fa, il socialista Lionel Jospin, aveva auspicato che i soldati fucilati della Grande guerra “rientrassero a pieno titolo nella nostra memoria collettiva nazionale”. Era il tempo della coabitazione. Dall’Eliseo, l’allora presidente Jacques Chirac aveva giudicato “inopportuna” la proposta del premier socialista. E, Philippe Séguin, parlando a nome del partito gollista, l’Rpr, Rassemblement pour la République, s’era chiesto, come un elefante entrato in una cristalleria, se il socialista Jospin non volesse per caso “riabilitare anche le Waffen SS...”.
Da allora, molta acqua è passata. Sarkozy ha vinto le elezioni in nome della riconciliazione nazionale e cerca di governare non solo la Francia ma anche l’Europa superando le divisioni di parte, e celebrando lo   stesso ecumenismo transnazionale. Non per niente ha invitato a commemorare il 90° anniversario dell’Armistizio della Grande guerra il portoghese José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, il tedesco Hans-Gert Pöttering, presidente del Parlamento di Strasburgo, ma anche Carlo d’Inghilterra con la moglie Camilla, lo spagnolo Javier Solana, ministro degli Esteri Ue, e il granduca di Lussemburgo. Battendosi il petto, come il leghista trevigiano, anche il francese Sarkozy ha insistito sulle sofferenze patite dai 65 milioni di soldati della Grande guerra, indipendentemente dalle opposte patria. La sua è una riabilitazione memoriale e politica, che secondo il presidente della Ligue des Droits de l’Homme dovrebbe preludere anche a quella giudiziaria. Per l’Eliseo corrisponde solo allo spirito dei tempi: alla globalizzazione che segna la fine delle patria-nazioni, all’universalismo che condanna l’etnocentrismo. S’impone dopo la morte dell’ultimo Poilu, e dopo vent’anni di studi come quelli di Annette Becker che hanno fatto luce sugli aspetti più scabrosi e antiretorici della Grande guerra. Se inaugura un nuovo corso nell’uso civile della memoria, lo fa seguendo il rapporto sulla “modernizzazione delle pubbliche commemorazioni”, presentato da André Kaspi, dove si raccomanda fra l’altro di ridurle a tre sole date - 11 novembre, 8 maggio e 14 luglio -  mettendo un freno alla proliferazione di ricorrenze iniziata da Chirac per commemorare i morti in Indocina, i Giusti di Francia, gli Harkis e i combattenti di Algeria, Marocco, Tunisia e persino l’abolizione della schiavitù.


Marina Valensise
©Il Foglio, 13 novembre 2008


 

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