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Pure all’antioccidentalista Ziegler tocca l’accusa di razzismo
Pubblicato il 30 dicembre 2008, in Diario

A Parigi, la procura apre un’inchiesta preliminare per appurare se l’invito del negazionista Robert Faurisson allo show del comico Dieudonné configuri il reato di crimine contro l’umanità. A Ginevra scoppia un caso di razzismo che, per quanto paradossale possa sembrare, mette in stato di accusa Jean Ziegler, il più antioccidentalista, terzomondialista, anticolonialista fra i sociologi in circolazione. “E’ come accusare il Papa di essere buddhista”, ha detto Ziegler in un’intervista al Matin, mostrando sconcerto verso l’iniziativa del Carrefour de réflexion et d’action contre le racisme anti-noir, che lo ha denunciato per “vero  incitamento insidioso all’odio razziale” chiedendo persino il sequestro del suo ultimo libro.
Fresco autore di un saggio sul tema, “L’odio dell’Occidente” uscito da Albin Michel, sull’onda della crisi dei mercati finanziari lo svizzero Ziegler imputa all’occidente e al capitalismo globalizzato le peggiori colpe nella storia dell’umanità: aver creato ed esportato i più raffinati sistemi di oppressione e sfruttamento dell’uomo sull’uomo;  aver perpetrato negli ultimi 500 anni i massimi crimini contro l’umanità, prima col genocidio degli indiani, poi con la deportazione di 450 milioni di schiavi africani; aver colonizzato i tre quarti del pianeta, occupando  territori ovunque, in Africa, in India, in Australia, saccheggiando risorse, sequestrando manodopera, seminando ovunque miseria e povertà per il profitto egoistico dei pochi. Morale? Se i popoli del terzo mondo odiano tanto l’occidente ne hanno  tutte le ragioni, tanto più che l’attuale ordine mondiale – “ordine omicida” secondo Ziegler – non fa che perpetuare il sistema di dominio e sfruttamento, come dimostra la distruzione del mercato africano del cotone nel Ciad o nel Togo, da parte dell’industria americana, complice l’Organizzazione mondiale del commercio, o gli accordi commerciali iniqui imposti dall’europea alle ex colonie. Ma la Cina, l’India, il Brasile?  Le nuove potenze che crescono a ritmo del 10 per cento l’anno? Sono un esempio che non vale, risponde il fustigatore Ziegler, perché le oligarchie del sud non fanno che riprodurre il sistema di dominio e sfruttamento inventato dagli occidentali. E persino i diritti dell’uomo sono nel mirino: invece di essere l’armatura della comunità internazionale – spiega Ziegler, membro fra l’altro del Consiglio dei diritti dell’uomo alle Nazioni Unite e già relatore sul diritto all’alimentazione –, sono strumentalizzati dagli occidentali in funzione dei propri interessi.
La cosa singolare è che a reagire contro la tesi antioccidentalista di Ziegler non è soltanto il compassato Le Monde,  che denuncia errori e approssimazioni  (i due milioni di morti della guerra di Algeria, che invece costò 400 mila vittime), ricordando ai lettori come il fallimento della cultura cotonifera in Africa nasca dalla gestione fallimentare dei despoti locali più che dalle sovvenzioni  americane, idem il collasso di paesi ricchissimi di materie prime come la Nigeria o lo Zimbabwe, in balìa del dittatore Mugabe. A insorgere contro la tesi di Ziegler ora sono anche i rappresentanti di quel sud sfruttato e dominato dall’occidente che accusano lo svizzero di “negare la parola alle vittime nella loro lotta legittima, e ridurre le giuste rivendicazioni delle Ong africane a Durban a espressione irrazionale e violente di un odio dell’occidente”. L’argomento che usano è chiarissimo: “Cercando di suggellare con quest’odio emotivo dell’occidente le legittime aspirazioni storiche dei popoli africani, Ziegler li ferisce profondamente nella loro memoria. Pensiamo a quanti resistettero all’oppressione occidentale senza mai essere motivati dall’odio, come Malcom X o Mandela”. Così all’alba del XXI secolo, l’homo occidentalis, offeso dai bianchi, si fa rappresentare, e molto meglio, dai neri.


Marina Valensise
© Il Foglio, 31 dicembre 2008


Pure il negazionista Faurisson diventa carne da marketing tv
Pubblicato il 29 dicembre 2008, in Diario

Sono anni che il comico Dieudonné M’bala M’bala, figlio di un matrimonio misto fra una pittrice sociologa e un ragioniere camerunese, insegue la provocazione e lo sfottò antirazziale e antisemita, con la scusa della libertà di espressione a servizio dell’umorismo sovrano. Venerdì sera, però, ha superato ogni aspettativa. Di scena allo Zénith, megasala nel centro di Parigi con una capienza di 6000 posti, ha concluso il suo ultimo spettacolo invitando sul palco il negazionista Robert Faurisson, noto negli anni Settanta per aver negato l’esistenza delle camere a gas, e dunque lo sterminio di sei milioni di ebrei per mano nazista, e aver definito l’Olocausto una menzogna destinata a giustificare la nascita dello stato di Israele.
Bisogna proprio vederli, quei due, aggredire la più grande tragedia del XX secolo con le armi del riso. Basta ripescare su YouTube il relativo video. Dieudonné chiama sul palco il vecchio ottantenne, fra una cascata di applausi e fischi. Lo prende per mano, gli alza il braccio in segno di trionfo per consegnargli, dice, “il premio dell’infrequentabilità e dell’insolenza”. Spunta fuori un tecnico, travestito da deportato dei lager nazisti, con tanto di stella gialla cucita sul petto, per consegnargli il prezioso riconoscimento. Il vecchio Faurisson è emozionato. Prende il microfono dalle mani del comico e inizia a ringraziare gli autori, i produttori, e lo stesso Dieudonné. “Tu dici ‘ho fatto lo stronzo” (“J’ai fait le con”, il titolo dello spettacolo), ma stasera stai facendo davvero lo stronzo”. Battuta servita sul piatto d’argento, che Dieudonné non si lascia sfuggire: “E’ la più grossa stronzata che ho fatto, ma la vita è troppo breve” aggiunge, mandando il vecchio in estasi: “Vi ringrazio” continua infatti sempre più sciolto “perché non sono abituato a questo tipo di accoglienza. Di solito vengo preso per un gangster della storia. L’ha detto Le Monde, e Le Monde ha sempre ragione: tu hai ragione di dire che sono stato oggetto di trattamenti speciosi: sono arrivato a due passi dalla morte e c’è chi mi ha salvato senza sapere il mio nome, e dopo aver saputo il mio nome ha detto alla polizia che gli dispiaceva avermi salvato…”. Il pubblico, fuori controllo, dà in escandescenze e si mette a fischiare, ma Faurisson insiste: “La maggior parte di voi non sa che cosa sostengo. Su di me, sapete solo quello che osano dire i media. Esiste una legge speciale che permette al nostro amico di ritrovarsi in tribunale di fronte alla XVII camera penale, come me. Ma io posso dirvi soltanto che non ho il diritto di dirvi cos’è il revisionismo, che la gente chiama negazionismo. Sono trent’anni che nel mio paese vengo trattato da palestinese e non posso esimermi dal far causa comune con loro. Viva la Palestina…”. A questo punto, prima che lo show degeneri del tutto nel proclama politico, Dieudonné con gesto d’imperio strappa il microfono dalle mani del vecchio. “Dobbiamo fermarci qui. La nostra stretta di mano è già uno scandalo in sé”. Così, fra fischi, schiamazzi e molti applausi si conclude l’ultima provocazione intorno a un vecchio ottantenne, emarginato dalla comunità accademica e salito alla ribalta grazie a un comico spregiudicato che non avrebbe esitato a scegliersi il leader dell’estrema destra Jean Marie Le Pen come padrino di battesimo di sua figlia Plume. La notizia, naturalmente, era falsa. Ma fu lo stesso M’bala M’bala a spiegare in pubblico che divulgarla era servito a fare parlare di sé. “I giornalisti non vengono mai a vedere i miei spettacoli”. Per questo, il genio del marketing gratuito continua a colpire, incurante dei danni e delle offese che provoca. Il ministro della Cultura Christine Albanel si è detta “costernata” da una “provocazione che urta e ferisce ancora le memorie”. Il Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche in Francia  è insorto contro “un’odiosa mascherata che è una vergogna per il nostro paese”; l’Unione degli studenti ebrei ha scorto nel comico che rende onore a Faurisson “il nuovo leader dell’estrema destra”. Lui stesso, però, ha fatto subito sapere di non essere d’accordo con tutte le tesi di Faurisson, ma di avere a cuore soltanto la libertà di espressione.


Marina Valensise
© Il Foglio, 30 dicembre 2008 










Un cuore d’Oréal
Pubblicato il 23 dicembre 2008, in Diario

Non pensiate che Liliane Bettencourt, la donna più ricca d’Europa, 86 anni, una fortuna familiare alla testa del gruppo L’Oréal stimata intorno ai 18 miliardi di euro, si sia fatta abbindolare da uno scroccone paparazzo, aduso a vessarla come i figli riottosi e viziati fanno coi loro genitori deboli, incapaci, quando costoro si fanno obnubilare dalla senescenza. Ci sarà pure del vero in ciò che trapela dall’inchiesta giudiziaria aperta da quando la figlia di Mme Bettencourt, Florence Meyers, studiosa biblista, ha sporto denuncia per circonvenzione di incapace, per sapere a quanto ammontano le elargizioni materne a favore dell’amico fotografo. Magari saranno pure attendibili le sfuriate riferite dai domestici della vecchia, che raccontano come l’amico le ingiungesse di togliersi il rossetto dalle labbra perché sembrava “un mostro”, o dei modi bruschi e violenti in cui il profittatore esprimeva le varie gamme del ricatto affettivo, puntando sugli stati altalenanti di salute della sua benefattrice. Resta il fatto che François-Marie Banier è un artista, dotato di una forza di seduzione incommensurabile al soldo o al favore da scucire, se è vero che la stessa Mme Bettencourt lo difende a spada tratta come un liberatore – “grazie a lui non sono rimasta prigioniera nell’ambiente convenzionale al quale mi destinava la mia fortuna” – e minaccia di diseredare la figlia.
Snob, mitomane, funambolico, cinico, narciso, romantico, disperato ma rampante quanto basta per sperimentare il mecenatismo più avventuroso, e spregiudicato quanto serve per fare dell’arte un’impresa profittevole, Banier è un mito in sé. Figlio dissestato di una coppia di alieni, suo padre, di professione manager pubblicitario, era un ebreo ungherese che non faceva altro che punirlo e umiliarlo: la madre era un’italo-francese che compensava la sua fragilità col mito di Proust. “A tre anni scoprii che il mondo dei miei genitori era vuoto, controllato da regole assurde”, ha confessato due anni fa a Vanity Fair. “Credevano nel nulla, ma ci credevano fortemente. A sei anni capii che potevo dipingere, a sette che potevo scrivere. Loro però volevano distruggere la mia singolarità, mortificare il mio talento. Così, io volevo morire. Ho conosciuto la morte all’inizio della vita”.

“Gioco con gli altri come Faust col fuoco”
Da allora, Banier che preferiva fare sega a scuola e andare a vendere i suoi disegni per le strade della Parigi bene, si è ricostruito una famiglia a sua immagine e somiglianza, fatta di grandi eccentrici come Salvador Dalì, conquistato giovanissimo andandolo a importunare in un grande albergo parigino, e grandi bellezze, come Silvana Mangano che ai suoi occhi era la donna più bella del mondo dopo Nefertiti, e che è diventata la sua “madre ideale”. E poi, dopo i surrealisti, le dive del cinema,  le grandi aristocratiche come Marie-Laure de Noailles, la trasgressiva musa che scoprì Man Ray, Buñuel, Cocteau, vennero i comunisti romantici come Louis Aragon, che ne fece un figlio, e i russi mistici come il pianista Vladimir Horowitz, che da anni non si esibiva in concerti e che Banier fece tornare a suonare. E i creativi come Pierre Cardin, che gli aprì le porte del jet set, e gli scrittori benedetti come Françoise Sagan, che in lui vedeva molto più di un amico, un antidepressivo in carne ed ossa. “Gioco con l’energia degli altri come Faust gioca col fuoco”, ha detto Banier di se stesso. E si capisce, allora, come è nato l’artista versatile che lotta contro il nulla giocando su vari piani: la mattina scrive, ha iniziato giovanissimo con romanzi a sfondo autobiografico e il suo diario, di cui Gallimard promette da anni un’edizione, pare sia una miniera fantasmagorica della società contemporanea. Nel pomeriggio, inforca il motorino e passa alla fotografia, girando per la città in cerca dello straordinario quotidiano. Le sue foto, esposte in grandi mostre in tutto il mondo, sono vendute a caro prezzo da Larry Gagosian, da quando un’eccentrica miliardaria gli offrì una cifra inverosimile per averne le prime lastre. La sera torna a casa e si mette a dipingere. Dipinge spesso le stesse foto, versandoci sopra la vernice colorata e spennellandola alla maniera di Jackson Pollock. E a volte ci scrive anche sopra, piccole prose poetiche, versi, pensieri e racconti. Ha cominciato giovanissimo, a vent’anni, quando vestito di bianco come un paggio del duca di Guermantes si fece fotografare intento a scrivere con una Monblanc in una sala da tè della rue de Rivoli. Da allora, certo, la bellezza è svanita. Ma il fuoco interiore brucia ancora.

    Marina Valensise
© Il Foglio, 24 dicembre 2008

L'affaire Rachida
Pubblicato il 20 dicembre 2008, in Diario

di  Marina Valensise

Il Re è deluso. L’intesa con la favorita perde colpi. Passati i tempi dell’amore incondizionale, della stima senza riserve, le ombre s’allugano sulla corte di Francia e le voci corrono sui capricci, gli sbalzi di umore, la vanità e l’arbitrio della fortunata ormai in disgrazia. Intanto, il ventre della Bella cresce, diventando ogni giorno più gonfio, ma l’avvenire non sembra minaccioso. Prossima al disarmo, la favorita d’un tempo annuncia infatti un’altra vita al di là dei confini del Regno, accanto al misterioso padre della creatura che ha in grembo del quale, promette, rivelerà l’identità in gennaio, dopo il parto .
Ad aspettarla dunque non sarà una stanza senza luce e tappezzata di nero, in un maniero della Bretagna, come la bara in cui finì, dopo il regale abbandono, la penultima amante di Francesco I. Nessun rischio di incorrere nella vendetta di un marito disonorato come il conte di Châteaubriant, che un bel giorno, dopo aver segregato per mesi la moglie adultera in quella tortura, irruppe  nella sua stanza alla testa di un manipolo di bravi, che le recisero le vene delle gambe e delle braccia, lasciandola morire dissanguata. E di certo l’ultima favorita francese non corre alcun pericolo di mangiare un cedro avvelenato dalla tavola imbandita di un finanziere amico, come Gabrielle d’Estrées, l’amante di Enrico IV, già madre di tre suoi figli e incinta di un quarto che, fra atroci convulsioni, dette alla luce morto  prima di morire a sua volta, dopo lunga agonia, davanti alla folla che aveva invaso l’hôtel de Sourdis, per scongiurare l’incubo di un matrimonio contrario alla legge e alla morale. Non parliamo della conversione, la scelta di lasciare l’anticamera del re per la nuda e spoglia cella di un convento di Carmelitane,  epilogo di un’altra favorita alla corte di Re Sole. “L’unica ad aver vissuto l’amore come totale tono di sé e aver perseguito una coerente ricerca dell’assoluto” assicura l’esperta Benedetta Craveri, autrice di un’ottima mappa di “Amanti e regine” per Adelphi. Stiamo parlando di Louise de la Vallière, l’innocente damigella d’onore della moglie del fratello di Luigi XIV, Enrichetta d’Orléans. La poverina venne usata prima come donna dello schermo dal re desideroso di concupire più liberamente la cognata; poi fu sedotta, conquistata, esibita come preda nelle feste di corte, ostentata alla destra della sposa regale, sulla tribuna d’onore nella messa in suffragio per la regina madre, resa madre di uno stuolo di bastardi e scaricata per noia, dopo quattro anni di perfetta simbiosi, salvo esser costretta a restare ancora in servizio apparente, quando all’orizzonte del Re Sole apparve  l’astro crudele di Françoise-Athénaïs de Rochechouart, marchesa de Montespan.
Dai Valois ai Borbone erano questi    gli usi e i costumi di corte in Francia, quado a una donna, che ne avesse l’ambizione, l’unica forma di potere consentita era quella legata al talamo, alla dolcezza e alla dissimulazione. Troppe cose da allora son cambiate. A nessuno più verrebbe in mente di tenere le donne “lontane da tutte le le magistrature, i luoghi di comando, i giudizi, le assemble pubbliche e i consigli” come prescriveva nel Cinquecento Jean Bodin, convinto che dovessero occuparsi “solo delle loro faccende donnesche e domestiche”, per non mettere a repentaglio l’ordine dello stato con l’irrazionalità, l’incostanza e l’irresponabilità proprie alla loro natura “sovversiva e demoniaca”. E fra i potenti oggi in circolazione nessuno certo se la sentirebbe di prendere alla lettera i consigli di Luigi XIV:  “Non appena date a una donna la libertà di parlarvi di cose importanti, è impossibile che non vi faccia cadere in errore”. Viviamo in tempi di libertà e eguaglianza, di pari opportunità e di  emancipazione. Eppure, anche nei paesi più moderni e avanzati grava il retaggio, forse nemmeno inconscio, di una tradizione possente.
Come altro spiegare la parabola di Rachida Dati? La sua non è solo la storia di una ragazza brillante e volitiva, che segue l’itinerario di un’arrivista passando un misero granaio senza acqua corrente nella periferia di Châlon sur Saône al piano nobile dell’Hôtel de Bourvallais sulla Place Vendôme, oppure l’ambizione smodata per una vita diversa da quella della figlia di un muratore marocchino e di un’algerina analfabeta, che dismettere i panni di venditrice porta a porta di rossetti della Avon, e poi quelli di aiutoinfermeria nei turni di notte in una clinica privata per approdare, a forza di tenacia, faccia tosta e assoluta incuranza verso il senso del limite, alla poltrona di Guardasigilli per grazia del presidente eletto Nicolas Sarkozy.
La storia di Rachida Dati è soprattutto l’ultimo romanzo balzacchiano della politica francese. Romanzo fantasmagorico e realista, riattiva vecchi schemi, nutrendo di nuove ambizioni antiche passioni mal sopite. Solo così si riesce a capire la dimensione simbolica che ha invaso il personaggio, dove la potenza mediatica supera di gran lunga la competenza politica, sino addirittura a inibirla. E solo così si spiega l’insofferenza e l’astio, lo scherno e l’irrisione che ora s’abbattono su di lei, come il contraccolpo inesorabile dell’iniziale apoteosi.
Basta una sola scena per descrivere la cosa: il ludibrio in diretta sulla tv di stato.  Seduta di fronte alla badessa dell’informazione politica francese, Arlette Chabot, il ministro della Giustizia deve assistere a un filmato tratto da un talk show, ritrasmesso in differita. Vede, e come lei gli  spettatori, l’ex giocatore di rugby e allenatore della nazionale Bernard Laporte, promosso da Sarkozy ministro dello sport, impegnato in una plateale smentita: “Non sono io il padre del bambino di Rachida”. In Francia è l’ultimo gioco di società, gioco crudeledopo il diniego del premier spagnolo José Maria Aznar e la smentita “virtuale” di un noto presentatore tv, e quella “per scherzo” di innumerevoli altri presunti padri. Sul tema, è vero, non si è mai sentito parlare Henri Proglio, il top manager di Veolia accreditato come compagno di Rachida, né Dominique Desseigne, il vedovo miliardario, proprietario del Fouquet’s e intimo dei Sarkozy. Ma adesso il totopadre naviga persino sul web, grazie a un sito ad hoc (www. quiestlepere.cornibus.com), che accoglie un numero inversomile di caselle con possibilità di incrementare il relativo punteggio... Ma per tornare alla scena iniziale, il ludibrio in tv dura pochi minuti, che però sembrano eterni. Ride il calvo Laporte, che un altro video su youtube mostra mentre cammina molto ilare a braccetto con Rachida, che gli saltella a fianco durante una festa in giardino. Adesso ride d’un riso sguaiato e irrefrenabile. Ride anche il presentatore, e ridono di gusto, mostrando in primo piano denti, mascelle, narici e il trucco greve, due mostri femminili che paiono usciti da un quadro di Bosch. “Cosa merita il suo collega di governo?” domanda implacabile la giornalista: “Un sorriso, uno schiaffo? E’divertente o volgare?”. Rachida Dati le punta addosso gli occhi neri come tizzoni ardenti, e con un sibilo risponde: “Non merita alcun commento”.
Tanto grande fu l’entusiasmo quanto cocente oggi è la delusione. Venuta dal nulla, propulsa alla ribalta dall’oggi al domani, la mascotte della campagna elettorale di Sarkozy doveva incarnare non solo la promessa di un riscatto possibile, per i milioni di immigrati maghrebini, ma la sua perfetta realizzazione. A forza di suppliche, missive e forzature, seguendo l’istinto dell’animale da caccia s’era fatta strada nella giungla della politica francese. Seguiva un metodo infallibile:  individuazione del mentore, arrembaggio, seduzione, resa incondizionale e devozione assoluta. Così, col passare degli anni, era riuscita a puntare e conquistare nell’ordine: Albin Chalandon, gollista della prima ora e ministro della Giustizia, dal quale ottiene uno stage come contabile alla Elf; Jean-Luc Lagardère, presidente del gruppo Matra, che le finanzia un Master in amministrazione aziendale presso un prestigioso istituto affiliato all’HEC, la grande scuole di management; Jaques Attali, l’ex sherpa di Mitterrand che l’assume a Londra, alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo; e infine Simone Veil, all’epoca ministro degli Affari sociali, e Marceau Long, che dall’alto del Consiglio d’Europa orchestrano il suo ingresso in magistratura. Tutti ne erano rimasti sedotti. Tutti ne facevano elogi ditiramibici, gli occhi, il sorriso, il fuoco interiore, l’integrità, la forza d’animo, la volontà...Ognuno aveva dato un contributo decisivo alla sua ascesa, finché, nel 2002 Nicolas Sarkozy, all’epoca ministro degli Interni, non risponde all’ennesima lettera di quella postulante ostinata che sogna da anni di lavorare con lui, e le offre su due piedi unaconsulenza a Place Beauvau. Rachida ha trentott’anni. Svelta, ambiziosa, solerte, si fa strada nel cuore del ministro conquistando quello della moglie, Cécilia all’epoca imperante e assai attenta a neutralizzare ogni potenziale rivale, coltivandola e annettendosela. E’ lì che inizia a brillare la stella di Rachida Dati. In qualche anno si rende indispensabile e dal ruolo di consulente per il progetto di legge sulla deliquenza viene promossa al rango di portavoce della campagna per le presidenziali. Tra l’uno e l’altro incarico, c’è il dramma del tradimento di Cécilia, la fuga a Petra e poi in America con quello che sarebbe diventato il suo terzo marito, il pubblicitario Richard Attias. Diversamente da altri membri dell’inner circle sarkozysta, Rachida aveva scelto di non deflettere, dimostrando fedeltà assoluta alle moglie in fuga del ministro, informandala in dettaglio sulla nuova fiamma del marito, e dando prova di grande sensibilità per il suo dramma interiore. La scuola dei sentimenti, nella sua versione più nobile. Quando Cécilia torna, Rachida viene premiata. “E’ più d’una amica, è mia sorella. Non la lascerò mai. E’ della razza dei signori” dirà in un’intervista la moglie del capo, ormai rientrata alla base. Il legame tra le due donne si corrobora. E’ Cécilia a intuire il potenziale di quella farfalla con la grinta di un bulldozer; è lei a proporla al marito come portavoce; a lanciarla come simbolo dell’integrazione. Pronto a tutto pur di riconquistare la moglie e  vincere le elezione, il marito l’ascolta e scopre il talento, la grazia e la forza di Rachida. “E’ una che non ha paura di niente. Con persone così arrivi dove vuoi”. E infatti, con lei Sarko conquista il voto delle banlieue; con lei supera l’ambizione egalitaria della sinistra, scardina il monopolio del riscatto sociale, stravince la concorrenza di Ségolène Royal. E soprattutto capisce che grazie a lei governerà in prima persona, facendo passare le nuove norme in materia di sicurezza e la riforma della giustizia. La nomina a Place Vendôme nasce così dall’interazione di vari fattori, dove però è la psicologia che ispira la politica, non viceversa, col rischio di dare al potere il volto suo più fragile, esposto ai venti imponderabili del cuore. Rachida ha ministero di prima grandezza, “régalien”, come dicono i francesi che ne vanno pazzi. Mai successo che un’alta carica dello stato finisse in mano a una quarantenne figlia di due immigrati arabi e della meritocrazia repubblicana.
Questo almeno si pensava. Passano pochi mesi e salta fuori la verità, con un dettaglio considerato subito “infamante” in un paese rivoluzionario che ha fatto fuori l’aristocrazia del sangue per consacrare l’eccellenza del merito. Il ministro non hai mai ottenuto il Master europeo in Business Administration del gruppo HEC-ISA, come riporta il suo curriculum da magistrato, ma ne ha solo frequentato i corsi, senza mai sostenere l’esame finale. Integrata nei ranghi della magistratura, senza concorso, ma su valutazione dei titoli e dell’esperienza di lavoro, la cosa pone un problema delicat in termini di legittimità. Scandalo, polemiche, accuse. Assistita da un giornalista del Nouvel Observateur, Rachida sforna un’apologia, spiega l’equivoco. Ma il vulnus resta ed è indelebile.
Il ministro, è vero, gode ancora della sua aura mediatica. Si offre all’obiettivo di fotografi e cineoperatori con naturalezza, avvolta in monacali tailleur antracite firmati Christian Dior.  E’ sempre la favorita dei sondaggi e l’eroina della stampa gossip. Ma anche i giornali autorevoli hanno un debole per lei. Quando Sarko se la porta a Washington, lei con un sotterfugio riesce a rubargli la scena. Arriva in ritardo alla Casa Bianca, e mentre sale le scale da sola, fasciata in un abito da sera di seta avorio, si volta all’improvviso verso i fotografi per regalare con sapienza da star uno dei suoi sorrisi smaglianti. “Elle a du chien” dicono estasiate le signore del bel mondo che vivono nel VII arrondissent, lo stesso che lei conquisterà alle municipali di primavera, battendosi come una tigre. Che abbia un gusto spiccato per la moda, il lusso e lo star system lo dimostra il suo concedersi generoso al flash dei fotografi, le pose da diva per le copertina di Paris Match in tubino rosa o in calze a rete e stivali con tatto a stiletto seduta in un grande albergo di rue de La Paix. Al ministero storcono il naso. “Il ministro ha sbagliato vestito” nota l’ex presidente del sindacato dei magistrati. Forse c’è una foto di troppo, ammette lei, ma i suoi hanno già cominciato la fronda. Non sopportano l’impazienza, l’arroganza, l’assenza assoluta di stile, che tradiscono l’opportunismo sfrenato. “Existez, manifestez vous plus souvent”, tuona il ministro contro un’inappuntabile consigliere di stato, che lavora nell’ombra fino a notte fonda. I collaboratori esplodono. “Non mi parli in questo tono”, le risponde il consigliere diplomatico prima di andarsene. In un anno saranno in dodici a gettare la spugna, esasperati dai modi autoritari, il pressapochismo, la mancanza di prospettiva e la testardaggine con cui resiste all’apparato. Lei se ne frega: “Un ministro circondato da collaboratori che si lamentano non si sente sicurezza”. E va avanti come un treno, tagliando fondi,    sopprimendo preture, tribunali, corti di assise, accorpandonde sedi sparse sul territorio, ma intanto aumentano le spese sontuarie. Fatture ad libitum per pranzi e colazioni, rimborsi spese stravaganti che includono persino il fard, il cotone struccante, i collant della Wolford. Rachida tira fuori le unghie: “Mostratemi le fatture. Non ho mai superato i tetti di spesa. Non uso  l’appartamento di servizio, non prendo l’autoblu nel finesettimana, non organizzo festini al ministero a titolo personale....e poi le calze si sfilano e il trucco serve per le riprese in tv”. Ma non solo l’immagine, anche la sostanza lascia a desiderare quando Rachida si perde in una gaffe dopo l’altra. Un giorno trova del tutto regolare l’arresto di un giornalista di Libération, che indigna la Francia intera. E l’Eliseo interviene, annunciando una missione di studio. Il giorno dopo, dice che il carcere per i dodicenni è solo una misura di buon senso. E il premier Fillon si dichiara subito “totalmente ostile”. Poi c’è l’articolo al vetriolo del Point, settimanale amico, che racconta senza veli la fine dell’idillio col presidente, l’insofferenza, i pianti, le scene madrie  la disgrazia, insinuando persino che Rachida comunque è un’intoccabile perché al corrente di vicende riservate del Consiglio degli Hauts-de-Seine, dove adesso imperversa Sarkozy figlio. L’opposizione insorge. Piovono le interpellanze parlamentari. Rachida smentisce, difende il suo onore e lealtà assoluta verso il capo dello Stato. Ma l’incantesimo si è rotto. Finita la corsia preferenziale, le vacanze insieme, esclusa dal gruppo dei sette ministri fedelissimi che Sarkozy consulta ogni settimana, Rachida non può nemmeno più telefonargli di prima mattina: “Il presidente ora è sposato, non bisogna disturbarlo a quest’ora” le ha spiegato Carla, la nuova moglie, l’anti Cécilia.

Marina Valensise
© Il Foglio, 20 dicembre 20008.







Obama concilia progressismo e religione (almeno ci prova)
Pubblicato il 18 dicembre 2008, in Diario

E’ possibile un progressismo amico della religione? A porre la domanda è stato il direttore di “Reset” Giancarlo Bosetti nel seminario del Centro studi americani, in occasione dell’edizione  di tre discorsi di Barack Obama: quello programmatico di Washington del giugno 2006; quello di Atlanta sul deficit morale, e quello di Chicago su famiglia e matrimonio, del gennaio e marzo scorsi (“La mia fede”, Marsilio, 8,50 euro). Obama ha affrontato  (....continua domani sul Foglio)

Il senso di don Carlo per l'unicità (a rischio) della carta stampata
Pubblicato il 16 dicembre 2008, in Diario

Don Carlo”, come il principe di Castagneto viene chiamato dai suoi domestici, si fa un po’aspettare, ma quando arriva nel salone della sua casa sul Tevere, alto, splendido e solenne come solo un magnifico ottantenne può esserlo,  trova subito l’aggettivo per  l’odierno panorama della stampa. “Sconcertante”. L’editore più aristocratico del mondo dice di avere corso molti rischi nella sua vita, ma ha l’aria soddisfatta di uno che sa di aver giocato, in fondo, una bella partita.
 Carlo Caracciolo è l’uomo che all’inizio degli anni 50 ricevette da Adriano Olivetti  l’Espresso. “Fu una follia. Non avevo una lira, e il giornale quell’anno aveva perso somme molto importanti. Praticamente mi fu regalato da Olivetti. Tutti quelli con cui mi ero consultato mi dissero se ero pazzo”. Il giornale, invece, raddoppiò il prezzo, “da 50 a 100 lire senza subire danni” racconta oggi Caracciolo, “e anno dopo anno comiciò a funzionare”.
 Vent’anni dopo, il principe rosso, cognato di Gianni Agnelli ....(continua domani sul Foglio l'ultima intervista di Carlo Caracciolo)





Insensibilità etica: Baget Bozzo, D’Agostino, Ippolito, Pessina e Livi spiegano i nuovi elementi della ritirata cattolica
Pubblicato il 15 dicembre 2008, in Diario

Forse siamo all’insensibilità etica. Finita l’epoca in cui gli italiani boicottarono il referendum sulla fecondazione assistita, approvando la scelta del Parlamento, la “svolta radicale” di Vittorio Possenti, il filosofo membro del Comitato nazionale di bioetica che distingue in fatto di indisponibilità della vita, lascia molti perplessi. Per capire se esiste un fronte di resistenza alla “svolta” descritta da Possenti, il Foglio ha sentito varie voci. Adriano Pessina, il filosofo morale che dirige il Centro di Ateneo di Bioetica alla Cattolica di Milano, critica Possenti e la sua “lezioncina retorica sulla tecnica” che ha espugnato il morire nelle società contemporanee; se condivide il rifiuto dell’accanimento terapeutico e la centralità del paziente, rifiuta di distinguere tra atei e credenti in fatto di indisponibilità della vita. Come lui don Baget Bozzo, che si meraviglia per l’abbandono della logica di san Tommaso in un cattolico come Possenti, e pure lo studioso della Scolastica Benedetto Ippolito, che vede il prevalere della paura sui presupposti comuni all’orizzonte cattolico. Antonio Livi, decano alla Lateranense biasima la scarsa convinzione dei politici cattolici che rinunciano al diritto naturale, mentre Francesco D’Agostino segnala che il problema  urgente è la bioetica, non la metafisica.  (Domani sul Foglio)

La libertà è cristiana: Colloquio con Marcello Pera, il filosofo liberale che ha su suscitato l’entusiasmo di Benedetto XVI
Pubblicato il 13 dicembre 2008, in Diario

Il primo a mostrare stupore è proprio lui, Marcello Pera, il senatore epistemologo che ritornato ai suoi studi ha pubblicato un libro dove attacca laicisti e clericali con una rilettura del liberalismo nella sua essenza cristiana. “Davvero non me l’aspettavo” dice con candore nelle ampie stanze del suo ufficio a Palazzo Giustiniani. Pensa, naturalmente, alla lettera di Benedetto XVI che figura in testa al saggio “Perché dobbiamo dirci cristiani”, appena uscito da Mondadori. “Con una conoscenza stupenda delle fonti e con una logica cogente – scrive il Papa – Ella analizza l’essenza del liberalismo a partire dai suoi fondamenti, mostrando che all’essenza del liberalismo appartiene il suo radicamento nell’immagine cristiana di Dio: la sua relazione con Dio di cui l’uomo è l’immagine e da cui abbiamo ricevuto il dono della libertà”.
Marcello Pera è un tipo schivo, ma sembra emozionarsi quando ricorda la sorpresa che lo colse ai primi di settembre, alla vigilia del suo 40° anniversario di matrimonio, il giorno in cui da Castel Gandolfo ricevette la lettera del Papa. E’ un uomo abituato ai cambi di prospettiva: lucchese, bizantino solo di nome (da pronunciarsi con la e aperta, che in greco antico significa “limite”, “confine”, ed è lo stesso dato al quartiere genovese di Costantinopoli), ma senza ascendenze, “mio padre” dice “era un semlice manovale”, Marcello Pera ha iniziato a lavorare come ragioniere in banca, per finire sulla cattedra di Filosofia della scienza all’Università di Pisa, dopo dieci anni alla Camera di commercio; eletto nelle liste di Forza Italia al Senato, dopo pochi anni ne è diventato il presidente. Infine, lasciato Palazzo Madama, si è rimesso a studiare “per salvarsi l’anima”, dice lui, e si capisce che dal mondo delle idee ha attinto la forza per superare la delusione politica.
Ma la sua riflessione sul liberalismo cristiano nasce da un trauma: “L’11 settembre l’interpretai come un attacco non solo terroristico, ma contro la nostra civiltà. Era naturale per me interrogarmi sui valori, il fondamento e il senso stesso di una civiltà che si batte il petto, chiede scusa, non ama affermare la sua identità, e cerca anzi di integrare elementi alieni, come i romani facevano coi barbari”. Da elettrone libero della politica italiana, passato dalla scienza della logica alla seconda carica dello stato, e poi da lì di nuovo alla filosofia, Pera non nasconde il travaglio che ha accompagnato questo libro, su cui si dice lavorasse di notte proprio nei giorni in cui Silvio Berlusconi stava formando il nuovo governo, e prospettava per lui il ministero della Giustizia. “Mi è costato tanta fatica. Non è un pamphlet, ma un libro di studio, anzi il mio contributo alla politica: un esame di coscienza senza il quale rischiamo di cedere al laicismo trionfante o soccombere al rischio opposto del clericalismo”. L’altro rischio, ancora più subdolo per un liberale come lui, cresciuto alla scuola di Karl Popper e della società aperta, era l’esposizione personale: “Si è convertito o no? Altra domanda morbosa in cui scade questo argomento in Italia” commenta il senatore. “E invece i temi di cui tratto vanno ben al di là della conversione” aggiunge Pera che nel suo libro distingue accuratamente tra il “credere in” e “il credere che”, ossia tra i cristiani per fede e i cristiani di cultura.
Il Papa, che del suo saggio è stato non solo il primo destinatario e il primo lettore, ma il fondamentale ispiratore e un fermo incoraggiatore, ne ha fatto un elogio senza riserve: “Con una logica inconfutabile”, scrive Benedetto XVI nella sua lettera a Pera, “Ella fa vedere che il liberalismo perde la sua base e distrugge se stesso se abbandona questo suo fondamento”. E infatti al cuore di questo studio altamente ratzingeriano c’è il rapporto tra il liberalismo e la religione cristiana. Alle radici della cultura laica liberale, questa la tesi di Pera, c’è la persona umana; dunque non può esserci libertà dell’individuo senza un rapporto col Dio cristiano, e senza un’idea di bene e una consapevolezza del dono ricevuto dall’uomo, creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio.
E’ un ritorno ai primordi del liberalismo moderno, quando i Padri Pellegrini traversavano l’Atlantico con i trattati di John Locke in una mano e la Bibbia nell’altra? “Il fatto è che senza verità non può esserci libertà” risponde Pera. “La libertà senza verità scade, diventando uno stato contingente e aleatorio, perché si perde il suo stesso fondamento, la sua giustificazione, la sua base etica, metafisica, religiosa”. Eppure i pensatori contemporanei e postmoderni, come John Rawls, rifiutano qualsiasi fondamento, sostengono che il liberalismo è autosufficiente, basta a se stesso, non ha bisogno di alcuna dottrina anteriore per giustificarsi; e per superare la difficoltà un antirelativista come Jürgen Habermas è disposto a qualsiasi acrobazia argomentativa, anche a costo di contraddirsi, come lei spiega nel suo libro. “Habermas pensa in termini di razionalità normativa. Rawls pensa solo in termini di procedura. Ma in questo modo la libertà si corrode. Decade a relazioni e procedure, così come la democrazia, che ha un fondamento etico nell’eguaglianza di tutti davanti alla legge, corrode se stessa quando decade a semplice macchina per le votazioni, perché mina il suo stesso principio. L’aveva capito benissimo Platone che nella ‘Repubblica’ parla di una libertà autofagica, che mangia se stessa, proprio come succede alla democrazia relativistica che, priva di religione, diventa religione a se stessa. E infatti, se non c’è più la verità, ma solo la somma di tante credenze separate, se non esiste più una legge morale comune a tutti, ma solo le tradizioni dei singoli gruppi, il bene morale può essere messo ai voti, e saranno le maggioranze parlamentari a decidere cosa è bene e giusto. Il nomos dunque crea la physis, la legge stabilisce la natura. E’ questo il paradosso che stravolge il liberalismo procedurale; se siamo liberi di votare e per di più relativisti non resta più niente di sacro, di non negoziabile, persino i valori sono costruiti dalla maggioranza in Parlamento”.
Pera critica la degenerazione del moderno citando la “Repubblica” di Platone: fatto strano per un seguace del liberale Karl Popper che vedeva nel filosofo ateniese il nemico della società aperta: “Condivido l’analisi, non la ricetta, l’autofagia della libertà, non il governo dei filosofi” si schermisce Pera, preoccupato dai tempi correnti: “E’ esattamente la stessa cosa che sta accadendo in Europa, certo, ma in America è diverso: lì c’è stato un popolo di pellegrini, scampato alle persecuzioni religiose per costruire la “City upon the Hill” come un redivivo popolo eletto di cui parla la Bibbia. Poi c’è stata l’opera meravigliosa di John Adams e Thomas Jefferson, che hanno razionalizzato la religione facendone una costituzione civile. L’elemento religioso comune è diventato un abito civile più forte della legge positiva, proprio perché vissuto come abito. Risultato? L’esperienza costituzionale americana dura da duecent’anni e non ha prodotto alcuna dittatura; mentre noi europei, che quell’abito l’abbiamo perduto, abbiamo avuto sistemi autoritari: Robespierre e il giacobinismo, Lenin, Stalin e il comunismo, Hitler e il nazismo. La patria del cristianesimo ha prodotto la peggiore negazione della libertà quando la modernità si è invaghita dell’idea che l’uomo basta a se stesso, si costruisce da solo, senza verità rivelata”.
La vera frattura, dunque, per Pera è la Rivoluzione francese. L’idea di un mondo in balìa degli eccessi anticristiani perché abbandonato a se stesso e in balìa della ragione astratta dei diritti dell’uomo, come scriveva Edmund Burke. “Sì, ma attenzione. Nella dichiarazione del 1789 c’è ancora un residuo religioso di libertà cristiana: infatti sono diritti riconosciuti dallo stato, che pertengono agli individui come persone umane, prima ancora che come citoyens. Da lì, poi, per ragioni storiche legate al potere temporale dei papi, nasce la polemica contro la chiesa e il cristianesimo: l’anticlericalismo si salda alla decristianizzazione, col risultato che i laici oggi finiscono per cadere in un’apostasia del cristianesimo scambiato con la fisionomia di un’ex potenza terrena”.
Dunque il laicismo a oltranza che molti continuano a professare sarebbe un anacronismo? “L’anticlericalismo, più che una malattia, fu uno stato di necessità dell’Ottocento” dice Pera. “In Europa gli stati nazionali si costruirono contro la volontà della chiesa. L’anticlericalismo fu uno strumento di difesa contro il potere temporale della chiesa. Solo che ora è degenerato in qualcosa che non va contro una politica temporalistica vaticana, ma contro lo stesso cristianesimo. Quante volte mi son sentito dire, lei rivaluta il cristianesimo, però dimentica che la chiesa era contro il Risorgimento, non ha ostacolato Hitler… ma allora, dico io, guardiamo anche al ruolo positivo della chiesa… masse di analfabeti istruiti, educati alla politica grazie alla chiesa”.
Eppure oggi, a seguire da laici la missione pastorale della chiesa non si rischia di impegnarsi in una battaglia disperata? Fondare la difesa del liberalismo sulla verità rivelata non è un’impresa vana in un mondo votato  all’ateismo di massa? Pera risponde con l’esempio del “Non possiamo non dirci cristiani” di Benedetto Croce: “Il Croce del 1942 viveva la peggiore tragedia d’Europa, una guerra civile intestina. Di fronte al precipizio capì che solo Dio ci può salvare. Ma a differenza di Martin Heidegger che pensava al Dio pagano, Croce, da autentico liberale, sia pure di tipo hegeliano, cercò la salvezza nel cristianesimo. Prendendo questa posizione nel pieno crollo della civiltà europea, Croce apre una terribile contraddizione nel suo sistema filosofico, dove non c’è posto per la religione. Io oggi mi trovo in una situazione analoga. Vivo la crisi etica, civile e morale della civiltà europea con disagio, in uno stato d’animo di disperazione. Mi conforta il fatto che l’America resista ancora e l’altro elemento di conforto per me è Benedetto XVI, ciò che egli dice e le reazioni di crescente popolarità che provoca il suo dire. Sono convinto che il Papa sia consapevole del fardello che ha sulle spalle, la riforma morale dell’Europa, e il suo indefettibile dire non deflette di fronte alla missione che la storia gli ha affidato: penetrare nelle coscienze dei laici, sino al punto da metterli in difficoltà, come dimostrano quelli che cercano di non prestargli ascolto, rifiutandosi persino di farlo parlare, come i professori della Sapienza. E’ un Papa che divide le coscienze, ma in fondo se la libertà dipende dalla verità è giusto che sia così”.
Non è paradossale che duecent’anni dopo la rivoluzione anticristiana sia proprio il capo della chiesa cattolica, l’apostolo della tradizione evangelica, a dover salvare l’Europa dal nichilismo relativistico? “Il suo è un compito gravoso, ma lui ci sta riuscendo. Sta diventando un Papa popolare, ascoltato dal mondo laico che, sfidato, è costretto a rispondergli e corrispondere. Benedetto XVI non è un Papa che ti chiede di convertirti o pregare, ma di pensare i fondamenti stessi del tuo essere laico, di capire cosa significhi essere laico”. Eppure, rispetto al liberale Croce che nella crisi della Seconda guerra mondiale proclamava “Non possiamo non dirci cristiani”, il liberale Pera che dichiara “Dobbiamo dirci cristiani” sembra avere la posizione più debole: anziché la reazione spontanea davanti alla datità, la sua non è una scelta volontaria e intenzionale, e dunque più aleatoria, quasi fosse l’ultima ratio per evitare la catastrofe? “Tra me e Croce non c’è alcun cambiamento” risponde Pera. “Io condivido l’elogio del cristianesimo fatto da Croce, e nel mio libro spiego perché usa una formula riduttiva. Croce è un filosofo idealista il quale pensa che la libertà come spirito assoluto si svolga da sé nella storia, anche nei periodi bui e sotto i regimi che non ammettono la libertà politica. Per me invece, che sono un liberale alla Locke e alla Kant, il liberalismo ha a che fare con libertà concrete. Anche per Croce senza cristianesimo non c’è liberalismo; solo che lui vede nel cristianesimo una fase storica, un momento della libertà che evolve, e ammette che un giorno potrebbe essere superata. Viceversa, io àncoro il liberalismo al cristianesimo storico, legando concettualmente i due fenomeni”. In fondo, anche i romantici dopo la rivoluzione francese… “I romantici”, incalza subito Pera, “fanno ciò che oggi fanno i relativisti. Non esiste l’uomo in assoluto, non esiste la famiglia umana, ma solo i popoli e le nazioni. Non ci sono diritti in assoluto, legati alle persone, come pensavano Locke, Kant e Tocqueville. Esistono solo i diritti dei popoli e degli stati contro l’universalismo. Il liberalismo è una filosofia senza frontiere, perché la persona umana non ha frontiere. Oggi col multiculturalismo i diritti si stanno rinsecchendo entro i loro ambiti territoriali, occidente, America, islam… Stiamo perdendo il senso universale, per dirla col termine laico, o ecumenico, per usare la parola cristiana. In questo senso, il liberalismo nasce congenere rispetto al cristianesimo: per entrambi, infatti, c’è solo la famiglia umana, composta da persone portatrici di diritti naturali e inalienabili. Herder, Hamann e i romantici rimproverano il liberalismo universalista di etnocentrismo. Ma il liberalismo crede nella libertà, assegna ad essa un significato religioso, e l’esporta, per questo è cosmopolita e chiede sempre le carte internazionali. I suoi nemici sono i nazionalisti. Kant vide sgretolarsi le idee universali della sua filosofia e del liberalismo cosmopolita. E oggi il dramma si ripete”.
Infatti, i romantici diventati relativisti criticano la pretesa universalità della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, sostenendo che l’individualismo liberale non può essere condiviso dal mondo islamico o dalla Cina confuciana. “In quella dichiarazione gli individui hanno diritti non in quanto cittadini, bensì come membri del consorzio umano. La dichiarazione di indipendenza americana rappresenta, in questo senso, un’espansione della civiltà cristiana che ha vinto e si è allargata sino a coprire paesi che non appartenevano a quella tradizione. Obiettare che siano valori particolari al liberalismo occidentale è come dire che la legge di inerzia di Galilei, siccome è stata scoperta tra Padova e Firenze non può valere per tutto il mondo. Ma il liberalismo dà alla dignità umana lo stesso valore universale che le scoperte scientifiche danno alla realtà della natura. E le carte internazionali servono a esportarlo in zone estranee alla tradizione cristiana, che affonda le radici nel Vangelo e nella Bibbia”.
Ma allora come affrontare l’integrazione del diverso? “I relativisti assolutizzano la cultura in cui si trovano a pensare e le costruzioni sociali che ne sono il prodotto, mentre il liberalismo rende assoluta la natura umana. Ora, se ogni natura costruita come cultura vale quanto l’altra, non c’è ragione di integrare alcunché. Si integra solo se si presuppone un’essenza che tutti devono riconoscere, altrimenti c’è solo coesistenza tra diversi, aggregazione tra molteplici. Se il multiculturalismo non integra, ma produce ghetti, cioè l’esatto contrario di quello che si prefiggeva, l’errore sta nella filosofia prima che nelle policies. Puoi anche tollerare un tribunale ebraico, se applica principi non molto diversi dai tuoi. Ma se ammetti un tribunale islamico che applica la sharia, ti trovi nel paradosso di dover distruggere la tua società. La tolleranza a questo punto non vale più”.

Marina Valensise
© Il Foglio, 14 dicembre 2008








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Demografo, con formazione di storico, appena venticinquenne, Emmanuel Todd, fresco di studi a Cambridge alla scuola del grande Peter Laslett,  sorprese tutti annunciando la fine del regime sovietico allora in fase postaliniana. Era il 1976,  epoca in cui i suoi coetani in Italia organizzavano convegni su stato mercato per saggiare con Norberto Bobbio la fine del capitalitalismo. Oggi, dopo una brillante carriera di ricercatore all’INED e di saggista brillante (sua per esempio la formula della “fracture sociale” che nel 1995 serve a Chirac a vincere le elezioni), il bastian contrario della sociologia francese, col suo gusto del partito preso, torna alla carica per enunciare una tesi altrettanto scandalosa....(continua domani sul Foglio

 

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