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La curva della civiltà
Pubblicato il 30 maggio 2008, in Diario

"Décrivant ainsi la courbe de mon existence individuelle, je crois sérieusement décrire la courbe d'une civilisation et montrer concrètement comme l'Homme s'éloigne de toute réalité". Lo scrisse, a mo' di confessione nel 1939-40, un grande genio nevrotico, che praticò non solo la letteratura, ma l'erotismo come compensazione. Per saperne di più tenete d'occhio il diario.


Via Almirante? Il vertice della seconda repubblica spiega perché sì
Pubblicato il 28 maggio 2008, in Diario

Giorgio AlmiranteUna strada a Giorgio Almirante? “Ha avuto un ruolo tale, che non è un regalo, ma un atto dovuto”. L’ha detto oggi pomeriggio Giulio Andreotti a Montecitorio, lasciando la Sala della Lupa dopo la presentazione dei discorsi parlamentari del segretario del Movimento sociale italiano, raccolti in cinque volumi dalla Fondazione Camera dei Deputati. E se qualcuno avesse avuto qualche dubbio doveva ascoltare le parole del presidente della Camera Gianfranco Fini, dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, dell’ex presidente della Camera Luciano Violante, dell’ex presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Insieme, i massimi responsabili della politica italiana degli ultimi decenni hanno dato un'interpretazione di Almirante all'unisono coi tempi, e all'insegna della pacificazione nazionale.
L'insegnamento più fecondo del segretario del Msi scomparso 20 anni fa, ha detto infatti il suo delfino e successore Fini, è nel binomio democrazia e pacificazione. Almirante, ha spiegato il presidente della Camera, è stato una figura del “Novecento dal volto umano”. Era convinto, infatti, che non ci fosse integrazione politica possibile senza una piena riconciliazione nazionale, senza valori condivisi. Come capo dell’opposizione, questa  la lettura del suo erede oggi pilastro della maggioranza,  seppe schivare la guerra civile e mantenne la critica politica entro la dialettica parlamentare. Se prospettò l’alternativa al sistema,  lo fece in nome di una nuova repubblica, più decisionista e rappresentativa, un’intuizione che si sarebbe affermata con l’elezione diretta del sindaco e, quindi, la democrazia dell’alternanza. Lo dimostrano molti suoi discorsi, come quello per esempio sulla fiducia al governo Craxi nell’agosto 1983, che preconizza un sistema più garantista, e prima ancora quello del 16 marzo 1978, sulla fiducia a Andreotti, pronunciato nelle ore drammatiche che seguirono al rapimento Moro, quando Almirante assunse a nome dell'opposizione “il dovere di sentirsi rappresentante dello stato”.  Lo snodo per una piena legittimazione del Msi l'offrì  a metà degli anni Ottanta il segretario socialista Bettino Craxi, come ha ricordato Gennaro Acquaviva, all'epoca suo stretto collaboratore. E all'ex presidente Cossiga è spettato divulgare l'ennesima rivelazione edlla preferenza socialista,  carpita dalla viva voce di Almirante: "Quando capì che era tutto finito, Mussolini lo chiamò e gli disse: cercate di fare il vostro dovere e se non ci riuscite votate per il Partito socialista".
Gennaro Malgieri, prefatore della raccolta dei discorsi parlaemntari di Almirante, ha parlato di "estetica del parlamentarismo". Luciano Violante, il primo leader della sinistra postcomunista a lanciare una pertica per la memoria dei ragazzi di Salò, ha insistito invece sull'"etica della persuasione", ricordando come Almirante firmò sì il Manifesto della razza, "mafu anchel'unico a prenderne le distanze in una dichiarazione pubblica". E Andreotti,che dal capo missino, come egli stesso ha ricordato, veniva giudicato "un badogliano",  espressione della massima squalifica politica, ne ha ricordato l'arte oratoria, la meticolosità del suo lavoro di parlamentare, e ha insistito sull'utilità di rileggere i discorsi "per capire un po' meglio la vita italiana alla pacificazione". Conflitto politico duro, durissimo, ha riassunto il presidente della Camera Fini, ma condotto sempre con grande rispetto per gliavversari nell'arena parlamentare. Almirante non è vissuto invano. A vent'anni dalla morte, entra nel pantheon della seconda repubblica e dei suoi padri. Era ora.

© Marina Valensise



Plebe corrotta, borghesia camorrista: rinascimento nella monnezza
Pubblicato il 27 maggio 2008, in Diario

Silenzio su Napoli? Sul tema anche Giovanni Russo dissente. Che la monnezza soffochi le voci della città sotto una coltre di protesta e violenza è possibile; che la classe dirigente sia fortemente responsabile dello sviluppo caotico di quest’enorme conurbazione e sia latitante davanti ai problemi, pure. Ma che la città sia morta e sepolta sotto la mucillagine dei rifiuti è improbabile. “Il silenzio è solo momentaneo” dice lo scrittore lucano, cresciuto alla scuola di Mario Pannunzio nella redazione del Mondo in via Campo Marzio.Non si è mai parlato tanto di Napoli come adesso. Se si ritirano i rifiuti, ha scritto Giampaolo Pansa, non si trova più Napoli. Mi sembra comprensibile, ma resta un’esagerazione”. E anche Russo, come Duddù La Capria, cita il libro di Roberto Saviano, e lo considera “un capolavoro, una scarica di energie nuove, che dopo tanti anni segna il ritorno al neoralismo”.
 Grande conoscitore del sud, premio Viareggio per “Baroni e Contadini”, saggio sul latifondo calabrese, Giovanni Russo è da sessant’anni il massimo esperto della questione meridionale, l’infinita vertenza che sin dall’Unità percorre la storia nazionale. “C’è sempre stato un rapporto ambivalente coi mali di Napoli. All’inizio del Novecento fu Francesco Saverio Nitti con la famosa inchiesta Saredo, dal nome del prefetto, che tentò di combattere la camorra. Dopo, ci fu una reazione anche forte da parte delle classi dirigenti di allora, con un tentativo di industrializzazione. Anche allora regnavano l’affarismo e la camorra. La corruzione aveva coinvolto magistrati. Basta pensare alla battaglia di Francesco Compagna contro il laurismo, agli interventi di Montanelli… A Napoli sono sempre emersi all’estremo i problemi nati dall’inefficienza, dalla mancanza di previsione, ma anche dal connubio tra corruzione e clientelismo politico”. Tutto questo passato solenne, però, non basta a relativizzare. Russo ricorda la letteratura, il mito, il teatro popolare di Edoardo de Filippo, la magia di Totò, l’eccellenza di certi centri di ricerca all’avanguardia nella genetica, nello studio dei motori. Ma resta pessimista: “Oggi anche la plebe è stata corrotta e si dispera”. La borghesia illuminata, che aveva un senso del decoro urbano, come testimoniano le ville comunali di tanti paesi meridionali, e dialogava coi comunisti riformisti sull’intervento pubblico per lo sviluppo del Mezzogiorno, è scomparsa. L’ha sostituita un nuovo tipo di borghesia, che Russo chiama “borghesia lazzarona”. Borghesia per modo di dire, si è arricchita con la gestione dei rifiuti tossici, non di Napoli ma di tutta l’Italia, offrendo enormi vantaggi perché invece di riciclarli a nord, li trasferiva a sud per sotterrarli in certe zone, come il cratere di Pianura, lucrando poi sulle ecoballe, sui connubi con la grande industria,  per termovalorizzatori che non potevano riciclare le ecoballe. “Grazie agli amministratori locali, ha goduto di privilegi, di esenzioni fiscali, sottraendosi al fisco, sfruttando il territorio e inquinando la costa e l’ambiente, per diventare passiva o addirittura connivente con la camorra”.
Plebe corrotta, borghesia camorrista, così, la questione meridionale ha smesso di essere un problema di rinnovamento economico sociale e morale, per diventare la questione criminale, non senza la responsabilità della sinistra, dice Russo: “Anche se io ci ho creduto, il ‘rinascimento’ di Bassolino mi ha deluso. Il sistema è tale che si danno concessioni a chi poi se le rivende per specularci sopra. Il costume è deteriorato. Lo stato dovrebbe garantire il distacco dalla corruzione, dalle connivenze clientelari, ma adesso si trova di fronte una forma di protesta pericolosissima, perché i camorristi si confondono con una parte della popolazione che si sente abbandonata. L’intervento autoritario dello stato, per quanto giusto, rischia di provocare scontri sanguinosi. Bisogna evitare di farne un nuovo episodio alla Bava Beccaris (il generale, commissario straordinario del governo, che nel 1898 a Milano sparò cannonate sulla folla in tumulto per il rincaro del grano ndr), e lavorare sui giovani, restaurare l’idea di autonomia e libertà morale, per liberarli dalla protezione della camorra”.

Marina Valensise
© Il Foglio, 28 maggio 2008





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Lamento di Napoli, parla La Capria
Pubblicato il 26 maggio 2008, in Diario

Raffaele La Capria è avvilito. Di notte, col caldo, fa strani sogni. Una nave che arriva da lontano, migliaia di topi che  dalla stiva corrono verso la città che dorme. Il romanziere di “Ferito a Morte” trova ingiusta la situazione di Napoli e ancora più ingiuste le critiche sulla città, le sue classi dirigenti incapaci di dare un senso a quanto accade. “Fra le città italiane Napoli è quella che più di ogni altra fornisce rappresentazioni critiche di stessa”. La monnezza come rappresentazione critica?  E alla domanda, La Capria, che di natura è un mite,  amante di gatti - nella mansarda a Palazzo Doria dove vive con la moglie ne abbiamo contati  tre -  esplode: “Sto parlando di libri come ‘Gomorra’, come ‘Napoli ferrovia’. E’ dall’epoca di Anna Maria Ortese che documentiamo il fossato tra la classe dirigente e la così detta plebe, che ha una sua lingua, forte, tosta e antica come quella del Pentamerone di Basile”. In realtà, spiega lo scrittore, ci sono due Napoli: una che viene edulcorata e non tiene conto dell’altra, dolorosa, sofferente. “Gli scrittori parlano eccome,ma  nessuno li sta a sentire”, dice La Capria, guardando un dipinto del Palazzo Donn’Anna, dov’è nato più di 80 anni fa e dal quale da giovane si tuffava a mare. Cita “Sud”, la rivista di Chinchino Compagna, che voleva capire questa mostruosità, e  Pasquale Prunas cosstretto a vendersi i cuccioli del cane, e le scarpe che aveva per finanziarla. Adesso la cosa che più lo ha sorpreso nel film “Gomorra” di Matteo Garonne premiato a Cannes, tratto dal libro di Roberto Saviano, è il dialetto che ha reso necessari i sottotitoli. “Io che pure lo conosco non lo capivo. C’era dentro un’approsimazione orrenda, qualcosa di incompiuto, di sporco, di trogloditico, un sentore di violenza e di fogna. Eppure sono napoletani come a me” dice La Capria, “solo che trafficano di monnezza, con la camorra  che li protegge e li soccorre come il generale Petraeus fa in Iraq”. Come sarebbe a dire? Petraeus porta libertà, la camorra la rende impraticabile. “I napoletani son stati abbandonati a se stessi, son refrattari alla distinzione tra bene e male”. E per rendere l’idea si mette a leggere una pagina dal Mare dell’ Ortese: “Esiste un ministero nascosto per la difesa della natura dalla ragione, un genio materno, d’illimitata potenza, alla cui cura gelosa è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni.....”

Il problema esiste dunque, ma ha ragioni antiche. “Napoli non è una città” spiega lo scrittore “è una conurbazione ininterrotta, che invece di trovarsi in un vasto continente dagli spazi infiniti si trova nella regione più popolosa del mondo. E’ una megalopoli per la speculazione schifosa di una classe dirigente che non sapeva far altro che costruire un palazzo dietro l’altro, senza servizi, senza strade. Un periferia inimmaginabile dove si può vedere di tutto, un uomo nudo sul motoscooter, un ponte costruito a metà, ferraglia di vecchie auto disseminate come qualcosa di ornamentale...e che si aspettavano? che tutta questa gente buttata in vicole e favelas schifose si mettesse a fare la raccolta differenziata, come bravi americani nelle loro casette ben costruite?”.
Avvilito sì, sfiduciato pure, ma La Capria così rischia quasi di giustificarli i riottosi  suoi connazionali che ora aggrediscono le forze dell’rodine. “Quando c’è una deformazione urbana così mostruosa e la vecchia Napoli da cartolina col pino viene buttata all’aria con un calcio in culo, e tutta la bellezza straripante del Golfo  e dei Campi Flegrei che ricorda il mondo antico viene  profanata al punto che nessuno sembra averla mai conosciut,a allora è possibile che succeda quel che è successo. Contesto però l’idea del silenzio. I napoletani di questo ne hanno parlato eccome. La descrizione dei granigli fatta dall’ Ortese in ‘Il Mare non bagna Napoli’, che è del 1953 non poteva essere pià terribile. E dopo che hai letto ‘sto libro vai costruire le Vele di Secondigliano? La colpa non è solo di Napoli e dei Napoletani, ma della classe dirigente italiana. Se ti fa male una gamba, se hai una cancrena al piede, il corpo che fa? Se ne fotte? Oggi la malattia di Napoli riguarda tutta l’Italia. Non per fare il borbonico, ma le stratificazioni sono tali, la mentalità è talemene più forte della cultura, che il problema è irrisolvibile. Tra la società civile e quella criminale c’è una zona indefinibile, non perché siano furbi, ma perché è come entrare in una nebbia. Non sai mai con chi stai trattando. E non puoi chiamare Tom Ponzi”.

Marina Valensise
© Il Foglio,  27 maggio 2008

L'avvenire d'Europa e l'ombra lunga del suo passato secondo François Furet
Pubblicato il 25 maggio 2008, in Diario



Da non perdere l'ultimo numero di "le Débat," la rivista di Gallimard, diretta da Pierre Nora e Marcel Gauchet. Si parla di religioni, islam, avvenire dell'Europa, illuminismo, democrazia, ma anche di Albert Thibaudet e François Furet. Troverete, in particolare, un dibattito su "Les Religions meurtrières", saggio di Elie Barnavi, con contributi di Rémi Brague, Marcel Gauchet, Antoine Sfeir;  due scritti sull'Europa e l'Islam, il primo dell'orientalista Bernard Lewis, il secondo del poeta franco tunisino Abedelwahad Meddeb. E soprattutto troverete il saggio di Patrice Gueniffey su i "Napoleoni" di François Furet, studio congetturale sull'ultima opera incompiuta del grande storico della Rivoluzione, di cui esiste un resoconto in anteprima pubblicato sul Foglio del 17 novembre scorso. Per chi l'avesse perso allora, lo riproponiamo qui:

Furet e l’imperatore
 
L’ombra lunga di Napoleone Bonaparte plana su Nicolas Sarkozy. E mentre l’iperpresidente governa col cuore in mano, e tenta di imporre una sorta di impero universale della Francia rinnovata, cercando di resistere alla deriva corporativa dei ferrovieri in sciopero, per difendere l’eguaglianza dei cittadini davanti all’età della pensione e corroborare il progetto volontarista di “rupture”, gli storici scoprono un nuovo interesse per la figura di Bonaparte.
Ma quale Bonaparte? Il Primo console che mise fine alla Rivoluzione e ne realizzò le promesse più prosaiche? Non solo. Anche l’imperatore che tentò di costruire un impero militare per difendere la Rivoluzione e le sue stesse conquiste. E’ questo giano bifronte a ridiventare oggi spunto di riflessione e, insieme con lui, sono gli interpreti vicini e lontani, recenti e remoti, che ne hanno scolpito l’immagine e preservato la memoria. A cominciare dai testimoni più famosi, come il cattolico liberale Chateaubriand. Oppure come Madame de Staël, la fiera oppositrice, costretta all’esilio dopo un fallito tentativo di seduzione.
Ma per tornare a Bonaparte vengono riesumati anche gli storici dell’Otto e Novecento, altrimenti dimenticati. Hyppolite Taine, per esempio, ragionando sulla figura dell’eroe e il suo temperamento riuscì a spiegarne la necessità storica al punto da confonderla con quella di un’epoca. Mentre Jacques Bainville negli anni Trenta, di Bonaparte, stigmatizzò l’avventura, facendone la vittima di una logica implacabile, in quanto erede e prigioniero della Rivoluzione, condannato a girare a vuoto per costringere tutta l’Europa a riconoscere le conquiste rivoluzionarie, sino a immaginare che l’impero territoriale potesse rappresentare una sorta di palliativo impossibile alla conquista dell’impero dei mari, sul quale regnava incontrastata l’Inghilterra.

Infine c’è François Furet, l’ultimo esegeta dell’imperatore corso, tornato al centro dell’attenzione in una giornata di studi dedicata allo storico della Rivoluzione e all’Ottocento, e organizzate ad hoc dall’Ecole des Hautes Etudes nel decimo anniversario della scomparsa. Secondo il suo ex allievo Patrice Gueniffey, prima di lanciarsi in una nuova biografia di Bonaparte Furet tentò una sintesi dell’una e l’altra scuola di pensiero. E in effetti, nei suoi scritti su Bonaparte, Furet combina l’aspetto dell’avventura messo in luce da Bainville e la necessità conclamata di Taine, spiegando la guerra con lo spirito di avventura e l’opera di governo con l’idea di necessità. E’ un esempio di sincretismo ben dosato, che però non dice nulla del libro mai scritto, del suo progetto interrotto sul nascere, sul quale oggi possiamo solo speculare, anche se le circostanze inviterebbero a immaginare anche solo in via ipotetica, a prospettare il riflesso che avrebbe avuto sull’attualità e la sua stessa intelligenza del mondo contemporaneo.
 
François Furet (1927-1997)Concluso “Il passato di un’illusione”, l’opus magnum sull’idea comunista nel XX secolo, Furet infatti s’era messo in testa di scrivere un libro su Napoleone. La sua era un’inversione di 180 gradi rispetto al passato, stando a quanto racconta lo stesso Gueniffey che un giorno si sentì dire dal maestro: “Di solito, a un cattivo studente si dà da studiare Napoleone… non vorrebbe lei occuparsi di Napoleone?”. Come che sia, Furet aveva cominciato a leggere la corrispondenza, a studiare le fonti, a raccogliere materiale. Aveva fatto un viaggio in Corsica e durante una delle sue ultime vacanze era persino andato con l’amico Jean-Claude Casanova ad Ajaccio, per visitare la casa natìa del generale. Lo storico della Rivoluzione parlava di quella visita come di una specie di pellegrinaggio, tappa obbligata per carpire il mistero e per cercare di capire l’assoluta estraneità di quel modesto “roturier” di provincia, assurto in pochi anni da una sperduta guarnigione militare al trono più antico d’Europa, in virtù della gloria della vittoria, tributata al generale capo dell’armata d’Italia, dopo la rapida campagna stendhaliana. Furet era stato anche all’Isola d’Aix, dove era finita l’avventura dell’imperatore che aveva messo a ferro e fuoco l’Europa, e aveva deciso di portare l’esercito rivoluzionario persino a Mosca. Anche lì, attraverso i luoghi e i cimeli, le memorie di Las Cases e le leggende, Furet, che per non essere un sentimentale aveva in fondo un debole pascaliano per la poetica della malinconia, voleva entrare nell’atmosfera, cercare di capire com’era finito il condottiero che nelle mani di Alessandro Manzoni e tanti altri sarebbe diventato un grande mito romantico.


Di ritorno a Parigi, aveva cominciato a compulsare gli archivi del Consiglio di stato. Sì, proprio lui, Furet, l’uomo di idee, di concetti, di intuizioni perentorie, che disprezzava i frequentatori di polverosi incartamenti, impenetrabili, a dir suo, senza la guida di un’ipotesi compiuta. Aveva scoperto il genio di Bonaparte codificatore, la precisione e la sintesi con cui l’allora Primo console nel discutere gli articoli del Codice che poi prenderà il suo nome tranciava, davanti agli esperti giusperiti sopravvissuti all’ancien régime, questioni complicate del diritto civile,come la successione tra agnati e cognati, o i diritti di proprietà riservata alle vedove, l’usufrutto e il fedecommesso e la per molti scandalosa innovazione del “partage égal”, premessa essenziale all’ordine borghese. Insomma, la dimostrazione concreta del governo della volontà illuminato dalla ragione, un tema al quale l’ultimo Furet era legatissimo, come dimostra la summa sulla Rivoluzione da Turgot a Jules Ferry, pubblicata da Hachette per il bicentenario, o come spalmare sul lungo periodo una rottura duranta quindici anni. Niente di inedito in quelle discussioni sugli articoli del Code Napoléon, è vero. Gli atti delle sedute al Consiglio di stato erano tutti pubblicati, dice oggi Gueniffey. Ma bastò la loro semplice lettura per rivelare la sorpresa della scoperta. Un commensale di Furet, l’editore e scrittore Daniel Rondeau, ricorda come se fosse ieri l’entusiasmo che di ritorno da Palais Royal lo storico mostrò in una delle tante cene parigine. E Mona Ozouf, che di Furet è sempre stata la prima lettrice e la complice di tante avventure, una sera d’estate mentre nel salutarlo gli chiedeva notizie di quel libro fantasma si sentì rispondere: “ça y est, j’ai le plan”.


Era il luglio del 1997 e furono quelle le sue ultime parole. Il giorno dopo, infatti, Furet fu colpito da un’emorragia cerebrale mentre giocava un doppio su un campo da tennis del Lot, la regione dove passava le vacanze. Da allora, il mancato libro su Bonaparte e il suo schema prezioso, sepolto negli archivi di famiglia, sono entrati in un’altra vita. Una vita immaginaria, artificiale, alimentata dall’affetto degli amici lettori, come succede di un bambino scomparso prematuramente, che continua a restare vivo nel ricordo e nel rimpianto dei suoi cari, per i quali non passa giorno senza domandarsi come sarebbe cresciuto, cosa avrebbe fatto e cosa avrebbe pensato di tale o tal’altro avvenimento. “Che avrebbe detto François di Sarkozy, e del governo e dell’iperpresidenza e dello sciopero di questi giorni? Che avrebbe detto dell’Europa e della sua evoluzione, e dell’America che rischia di perdere il suo primato, e con lei quello dell’occidente?” si è chiesto al convegno Jean Claude Casanova, per il quale, ormai, le conversazioni mancate con Furet sono diventate quasi una preghiera quotidiana.
Ma in realtà è stato Pierre Hassner che sul “Passato di un’illusione” ha scritto uno dei saggi più attenti e da anni lavora a una geopolitica delle passioni, uno dei primi ad avvertire l’oscura premonizione contenuta nel progetto bonapartista di Furet. Finite le rivoluzioni, morte le ideologie, Furet – sostiene Hassner – aveva forse capito che l’avvenire non sarebbe appartenuto al “diritto comune delle democrazie” come egli sperava. Aveva capito che la politica non sarebbe consistita in una fredda e anodina gestione degli interessi e bilanci, secondo quanto lasciava pensare l’espansione illimitata del mercati globali e i sommovimenti finanziari internazionali che relegava quei compiti ai governi delle nazioni. Il XXI secolo avrebbe visto l’emergere di nuovi profeti, di nuovi Cesari, pronti a entrare in scena dopo la morte delle ideologie brandendo l’arma inedita ma sempre antica della personificazione, della prossimità come si dice oggi in Francia per indicare l’identificazione tra il capo e il corpo della nazione, anche a costo di mascherare un fossato divenuto ancora più profondo di quanto non fosse ai tempi di De Gaulle, come ritiene invece Marcel Gauchet.
Ritorno alla personificazione del potere, dunque. Tutto questo, in fondo, non significava altro che riscoprire il vecchio dogma dell’incarnazione monarchica, da molti spacciato per inservibile perché defunto oltre che obsoleto, e che invece, paradossalmente stava per riacquistare vita nuova proprio grazie alla linfa inattesa della democrazia repubblicana. Si era sempre pensato che la democrazia segnasse l’avvento un luogo vuoto del potere, astratto, disincarnato, sottoposto al numero e alla regola della maggioranza. Niente di più incompatibile col potere di un sovrano di antico regime, re per diritto divino e per una catena di generazioni. Certo. Era, questa, la tesi di Claude Lefort, il fondatore con Cornélius Castoriadis del gruppo di “Socialisme e Barbarie”, uno dei filosofi che Furet “più stimava”, come ebbe a dire a Paul Ricoeur in un colloquio rimasto purtroppo ancora inedito. Eppure, se la tesi di Lefort aveva spinto Furet a rivedere il suo giudizio su Jules Michelet e la storiografia romantico-cimiteriale, se l’aveva persino indotto a lanciare un nuovo ciclo di seminari sulla regalità e il regicidio, la stessa tesi aveva continuato a lavorare sottotraccia come un fiume carsico sino a investire l’ultimo libro sul comunismo e irrompere all’improvviso dalle macerie dei movimenti collettivi e delle rivoluzioni di massa con l’idea dell’individuo d’eccezione, che plasma il corso della storia con la sua volontà, e piega l’esistenza degli stati al suo capriccio e al suo arbitrio. Parliamo di Stalin, Hitler, Mussolini, certo. Ma negli stessi anni, in cui Furet riscopriva la forza della volontà individuale nella storia, la storia politica francese si metteva a obbedire misteriosamente allo stesso movimento, visto che era la stessa idea di un leader carismatico, di un presidente dalla forte personalità, a riemergere nel cuore della Quinta Repubblica, sino a dettare un nuovo corso alle vicende politiche.

“La storia è la politica continuata con altri mezzi” diranno i conoscitori di Tocqueville. E’ per questo, dunque, che il libro mai scritto di Furet su Napoleone avrebbe potuto aiutare a capire la strana necessità di ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi: spiegare cioè la fusione simbiotica tra il popolo sovrano e il suo rappresentante, che si riattiva nella Francia sarkozysta attraverso la coppia costituita dall’iperpresidente e dall’opinione pubblica, e che rischia di uscire addirittura rafforzata – come avverte un cronista televisivo non schiavo dell’effimero come Michaël Darmon – dalle recenti disavventure private del presidente, che dopo il divorzio si predispone ancora meglio alla funzione di sposo mistico della Francia, una volta ottenuta la piena legittimità dalla nazione e tutta la fiducia necessaria per dirigerla. Si capisce, allora, cosa oggi nutra nel profondo la rinnovata attenzione degli storici per Napoleone e per i Napoleoni di Furet, lo studioso che meglio di altri è riuscito a dipanare la fitta trama di antico e moderno, di retaggio aristocratico e virtù borghese, di tradizione e di rivoluzione, di antico regime e di furore giacobino, di cui è intessuta la democrazia francese e di cui il generale Bonaparte è il depositario massimo in quanto erede della Rivoluzione, che esalta l’eguaglianza a dispetto della libertà, e in nome della gloria militare finisce per sfociare nella tirannia del dispotismo.
“La Rivoluzione francese ha trovato nel breve volgere di qualche anno il suo George Washington in Bonaparte” aveva scritto Furet nel Dizionario critico della Rivoluzione citando Chateaubriand e Mme de Staël, come nota Gueniffey. Figlio della Rivoluzione, prodotto della meritocrazia rivoluzionaria, Napoleone gli appariva un eroe stendhaliano, dotato di tutti gli attributi del romanzesco, intelligenza, energia, passione, efficacia, e anche provvisto di un tocco borghese, tanto banale quanto prosaico, ma in fondo rassicurante, come si evince dal ritratto del Primo console, scritto per il bicentenario della Rivoluzione, e oggi considerato un piccolo capolavoro del genere: “Il cittadino console a trent’anni è nel pieno del suo splendore, meno olivastro del generale d’Italia, non ancora appesantito come l’imperatore. Vive nel mormorio della sua gloria, inebbriandosi nell’opera di governo, che sono le due passioni della sua vita quotidiana, dedicando anche un po’ di tempo agli svaghi e ai divertimenti; sono i giorni felici della Malmaison. Bonaparte non ha ancora una corte e vive circondato dai suoi addetti militari e dagli amici generali, al di sopra di tutti, ma non ancora separato da nessuno. Nel capo che si è scelta, l’opinione pubblica scopre uno stile e alcune abitudini che hanno la caratteristica della semplicità repubblicana e di un governo civile. Il primo console non coltiva nessuna delle stupide abitudini dei Borbone, mangia velocemente, ama la monotonia vestimentaria e i vecchi cappelli, non perde tempo con le cerimonie di corte; lavora e decide”. Bonaparte all’epoca rappresenta per Furet l’erede prosaico dell’89, la rivoluzione borghese, la proprietà consacrata, l’idea di matrimonio, la donna in casa, madre di famiglia, l’ordine nelle piazze e le carriere aperte al merito, indipendentemente dalla nascita e dai ranghi. In questo senso, come sottolinea Gueniffey, il Primo console è il simbolo e l’incarnazione della passione francese per l’eguaglianza, “che si placa solo nella superiorità acquisita, riconosciuta, garantita sul vicino, sul pari grado” come scriveva Furet. Elevando se stesso e facendo elevare con sé l’intero popolo francese, senza distinzione tra grandi e piccoli, ricchi e poveri, nobili e plebei, Napoleone aveva esaltato l’eguaglianza alla francese, anche se l’aveva fatto a scapito della libertà, o mostrando sovrana indifferenza verso la libertà.

Dieci anni dopo le cose cambiano. Napoleone si consacra imperatore e diventa un re… “e appena il suo potere diventa ereditario, rinuncia al suo stesso principio prendendo un’altra strada rispetto a quella segnata dalla Rivoluzione, una strada in cui l’azzardo della guerra accampa i suoi diritti: volendo fissare il suo regno nella legge della regalità, l’imperatore priva la regalità proprio di quanto ne costituisce il fascino e l’intrinseca necessità”. Resta in piedi il codice civile, la riorganizzazione amministrativa dello stato, la parte borghese della vita di Napoleone, mentre vacillano le conquiste militari, e imperversa l’improvvisazione, l’avventura, di un re della Rivoluzione che per non soffrire di complessi con gli Asburgo, i Borbone e i Romanov, riduce la Francia alle frontiere del 1789. Così, in fondo, alla fine della sua vita, Furet si ritrovava alle prese con lo stesso problema che due secoli prima s’erano trovati ad affrontare gli storici della Rivoluzione e della Restaurazione, come ha spiegato Jean Claude Casanova al convegno all’Ecole des Hautes Etudes, difendendone a spada tratta l’unità del pensiero e dell’opera. Furet era dominato dall’esperienza del comunismo. Era entrato nel partito giovanissimo, nel dopoguerra, per espiare il senso di colpa, dal quale era afflitto come figlio della ricca borghesia parigina, e soprattutto per riscattare il disonore nazionale, subìto con la sconfitta dal regime collaborazionista di Vichy. Ha cominciato a interessarsi alla Rivoluzione francese sin dalla tesi di laurea, perché convinto, come tutti i comunisti della sua generazione, i Besançon, i Richet, i Le Roy Ladurie, che la Rivoluzione giacobina avesse un’eco in quella bolscevica del 1917, dal momento che la Rivoluzione proletaria pretendeva di essere una continuazione e una sorta di perfezionamento della prima rivoluzione borghese. A poco a poco, però, ha scoperto che il problema centrale della storia di Francia era un altro. Non quello che predicava la sinistra marxista e comunista, e cioè il superamento della democrazia nel comunismo, ma esattamemente il contrario, il passaggio cioè dal comunismo alla democrazia, e dunque l’origine stessa della democrazia e il suo mistero nei due stati nazione d’Europa, come avevano già capito le grandi menti pensanti della Rivoluzione, donde l’intento comparativo: la Gran Bretagna ha commesso un regicidio, ha messo in fuga un re e così facendo ha fondato una democrazia parlamentare, che da tre secoli continua a sopravvivere, come se fosse un modello. La Francia pure ha commesso un regicidio, mandando al patibolo Luigi XVI, l’ultimo re Borbone, condannato dal tribunale rivoluzionario nel 1793. Diversamente dal modello inglese, però, la Francia ha rotto con la sua tradizione storica e non è riuscita a instaurare un regime stabile.

Da qui la maestria tutta francese nel cercare fonti di comparazioni straniere, sia con la storia inglese, come fece durante la monarchia di Luglio François Guizot tentando di fondare al di qua della Manica una monarchia costituzionale, attraverso un regime dell’eccellenza e della virtù borghese. E come fece, dopo Guizot, Alexis de Tocqueville andando a cercare nella democrazia in America il contromodello plausibile che la Francia, sempre in balìa di continui sussulti rivoluzionari, stentava a realizzare: un regime fondato sulla libertà e l’eguaglianza, per garantire una società formata da individui liberi e eguali, ma esente dal dispotismo. Più di un secolo dopo, seguendo le loro tracce, Furet ha esperito tutte le gamme della vicenda rivoluzionaria, attraverso il dialogo diretto con classici, che ha sempre preso alla lettera, senza mostrare diffidenza per la storia delle idee, senza dar adito a sospetti verso i loro presupposti culturali, e riscoprendo in questo modo il gusto per la storia filosofica della politica moderna. Lo ha spiegato bene Jérôme Grondeux al convegno. Nella lettura dei “bons auteurs” ha rintracciato una teoria incompiuta e ricca di contraddizioni della democrazia moderna, dove corre la tensione tra individuo e società, dove l’universalismo della ragione e la volontà di una sintesi laica e repubblicana si sposa con la difficoltà del rapporto con la nazione e dove la passione per l’America e Israele si nutre del rapporto tra democrazia e religione, concepito sulla scorta dei grandi classici, da Tocqueville a Constant, e prima ancora Jacques Necker. “Delle sezioni giacobine – era solito dire Furet, come ha ricordato Mona Ozouf – Benjamin Constant non avrà saputo tutto quello che oggi sa Alberto Mathiez, ma ha capito il Terrore molto meglio di lui”.

Alla fine del secolo, dopo il crollo del Muro di Berlino e l’implosione dell’Urss, Furet è voluto ritornare sul grande choc del comunismo, che ai suoi occhi – ormai era chiaro – non rappresentava più l’eco delle rivoluzioni del XIX secolo, bensì il fallimento dei regimi liberali di fronte alla rivoluzione leninista e al fascismo. E nel suo ultimo libro ha offerto una meditazione sulla fragilità dell’era borghese e della democrazia. “Più il tempo passa, più l’episodio sovietico si restringe. E bisognerà aspettare il centenario del 2017 per assistere l’apoteosi impossibile” ha annunciato Casanova. Intanto, quel che è certo, è che per l’ultimo Furet non sono più le grandi masse, gli interessi di classe, le leggi inesorabili del materialismo dialettico a scrivere la storia. E’ semmai il caso, finalmente libero nella sua corsa imprevedibile, dopo la fine della teleologia della storia. E sono le grandi personalità, imprevedibili quanto il caso, e più del caso, che sembrano uscire fuori dal nulla, mentre sono preparate dalla necessità e dalle circostanze, e prevalgono solo se riescono a trasformare le circostanze in destino, facendo propria l’idea forte di quel genio individuale che fu Napoleone, l’eroe egomaniaco che aveva capito in cosa consistesse la felicità dei Moderni, convinto com’era che il destino non poteva resistere alla sua volontà.

Marina Valensise
© Il Foglio, 17 novembre 2007


Prove parigine di ecumenismo tra il vescovo e il pastore
Pubblicato il 23 maggio 2008, in Diario

Parigi.Le chiese sono deserte, impossibile andare a messa alle otto di mattina d’un giorno feriale; le vocazioni in disarmo; i bambini davanti a una pala di Luca Signorelli domandano “Chi è quella signora col velo azzurro?”. La decristianizzazione è completa, ma forse non irreversibile. Qualcosa infatti si muove se il vescovo di Tolone, Monsignor Dominique Rey e il pastore della chiesa riformata Serge Oberkampf, che professa al Luxembourg, hanno deciso di intraprendere insieme opera di rievangelizzazione. Insieme i due l’altro ieri sera presentavano un libro-intervista (“L’insolence de l’Evangile. Allez et annoncez”, a cura di Jacques Bonnadier, Editions Onésime 2000, 152 pagine, 17 euro) alla Procure, la grande libreria cattolica, proprietà in via di dismissione del quotidiano Le Monde, nel cuore del quartiere latino a Saint Sulpice. Dialogavano e discutevano l’uno a fianco all’altro, il protestante e il cattolico, davanti a una ventina di persone sedute, mentre tutt’intorno la vita della libreria continuava a pulsare. Parlavano di opere e di grazia, di salvezza attraverso la fede, e insufficienza delle opere, di “colonna vertebrale e di conchiglia”, per dire il modo di vivere la libertà personale secondo il messaggio cristiano, autoconvinzione anziché forza dei divieti. Parlavano di una “montagna da scalare in vari modi”, per indicare l’idea di Dio che accomuna le varie religioni, salvo poi sottolineare come il Dio dei cristiani non stia sulla montagna, come quello di buddisti e musulmani, “ma è sceso in mezzo a noi”, come ha detto Oberkampf. Insieme, il pastore protestante e il vescovo cattolico predicano oggi la necessità di tornare al “kerigma”, che è la proclamazione della salvezza come inizio del regno di Dio, che si realizza attraverso la parola di Cristo. Insieme, invocano più teologia, e meno volontariato, più conoscenza e meno opere di bene. “Aiutare i poveri oggi non basta più a definirsi cristiani”, ha spiegato il protestante alle signore raccolte alla Procure, molte con l’aria di dame di San Vincenzo. “Dobbiamo tornare al kerigma e alla catechesi” incalzava il vescovo cattolico, oggi fra i più seguiti di Francia.
Insieme i due si sono messi a predicare il Vangelo per le strade, come l’apostolo Paolo. Pensano che sia il momento di un nuovo ecumenismo e occorra superare le divergenze e i distinguo in dogmi e tradizione e che da cinque secoli separa la chiesa di Roma e la Riforma. L’anno scorso, a Tolone, hanno organizzato per la prima volta due giornate di missione comune nel centro della città, prendicando il Vangelo sul sagrato della chiesa, rivolgendosi ai passanti, fra musiche e canti, attraverso una schiera di fedeli da essi stessi “formati”. Vogliono riavvicinare gli indifferenti al Vangelo, e rimettere la fede cristiana al centro della vita pubblica, contro “il laicismo liberticida che vorrebbe farne un fatto privato”. Vogliono fare proselitismo non in nome del dogma, o secondo un principio di autorità, ma in ragione della libera adesione alla parola di Cristo. Vogliono tornare alla “radicalità della conversione”, come dice monsignor Rey, e ripristinare il “profetismo”, ma con prudenza, come dice il pastore Oberkampf citando Gamaliele, il fariseo che fece rilasciare gli apostoli, “se è opera degli uomini sarà distrutta, se è opera di Dio non potete distruggerli, senza trovarvi a combattere contro Dio”. Predicano un ecumenismo dove l’adesione al Cristo passa prima delle opinioni personali, e le differenze tra cattolici e protestanti, sulla natura e la grazia, si stemperano nel disegno comune. E se qualcuno – durante la presentazione –- domanda loro di indicare in dettaglio qual è il contenuto della loro evangelizzazione in tema di libertà sessuale, matrimonio, contraccezione e aborto, svicolano entrambi da una risposta univoca, forse per non incrinare il muro della solidarietà, ed entrambi invocano la centralità del kerigma.
In realtà, come si evince dal libro, e prima dalla loro vita, improntata a castità e obbedienza nel caso del vescovo, a libertà e autonomia, nel caso del pastore, sposato e padre di cinque figlie, restano divisi sui dettagli, come la contraccezione – proibita dal cattolico, perché la natura è il luogo stesso della Rivelazione, e ammessa dal protestante, perché per lui è la Rivelazione che coltiva la natura, e dunque prendere la pillola non vuol dire ferire o limitare l’autenticità della grazia divina. Ma insistono sulla missione comune.
Sono due eccentrici, due figure laterali, culturalmente minoritarie, visto lo stato del cristianesimo che in Francia ha ceduto all’islam il primo posto delle religioni praticate. Eppure, rappresentano quello strano fenomeno del “retour du religieux” che fa impazzire i sociologi e meditare i filosofi, e che per due pastori come loro non è solo un risveglio spirituale, ma un ritorno alla fede, inziato da molti intellettuali come Jean Claude Guillebaud, Luc Ferry, Regis Débray, e pronto a dare nuovi frutti misteriosi.

MarinaValensise
©Il Foglio, 24 maggio 2008

La sinistra accetti il liberalismo. Il sindaco di Parigi si lancia alla conquista del Partito socialista con un appello all'audacia
Pubblicato il 21 maggio 2008, in Diario

Bernard DelanoëBertrand Delanoë, il sindaco socialista di Parigi, ha scelto un titolo alla Danton per entrare a gamba tesa nel “débat d’idée”, e superare così la sovrana barriera che in Francia s’oppone a chiunque aspiri un’alta carica di stato. Il suo manifesto per la conquista della segreteria del Partito, prima, e della candidatura alla presidenza della Repubblica nel 2012 dopo, s’intitola infatti “De l’audace”. Arriva oggi in libreria, pubblicato da Robert Laffont  (299 pagine, 20 euro) in forma di interviste al direttore di Libération, Laurent Joffrin. E del tribuno rivoluzionario, che nel settembre del 1792, mentre  gli eserciti di Austria e Prussia premevano alla frontiera,  facendo appello all’audacia trasformò  l’Assemblea nazionale in un comitato di guerra, aprendo le porte alla vittoria di Valmy e alla proclamazione della Repubblica, BD vorrebbe inseguire la  potenza retorica, ma finisce per riproporne solo l’eco.Altri tempi, altre passioni. Più che la patria in pericolo, Delanoë difende la sua carriera e soprattutto il suo avvenire, che un sondaggio Ipsos ora annuncia assai promettente, visto che il 52 per cento dei smpatizzanti socialisti lo vede bene come primo segretario, contro il 40  a favore di Ségolène Royal. Rivendica quindi Delanoë le sue origini, l’impegno a sinistra, la sua visione del mondo, dei media, dei problemi più urgenti - dall’immigrazione all’ecologia, passando per la lotta al terrorismo. E soprattutto si cimenta con  idee e alti concetti, chiedendo ai militanti di accettare in pieno il liberalismo, di smettere di pensare che “competezione” e “concorrenza” siano due parolacce.  Socialista e socialdemocratico? domanda Joffrin, che da anni lotta contra il massimalismo. “Per me è sempre stato lo stesso”, risponde BD, anche se in Francia “è mancata e smpre mancherà  un’adesione di massa al partito o al sindacato e un rapprto contrattuale tra partito e organizzazione dei lavoratori”. Socialista dunque, ma non social-iberale, anche se il termine “liberale” sul piano politico globale  oggi possono rivendicarlo pure i milianti socialisti, mentre “il liberalismo” come fondamento economico e sociale continua ad essere inaccettabile, se si tratta di disimpegno dello Stato e di assenza di vincoli economici e commerciali. Assurdo, quindi, condannare la costituzione europea in quanto liberale. Mentre il sarkzoysmo, definito da BD “un bonapartismo moderato dalla disinvolgura” non è affatto liberale, ma  “profondamente antiliberale”. Segue dimostrazione filosofica.

Il liberalismo, spiega BD, è un’ideologia della libertà che ha permesso grandi conquiste sociali, ma è anche l’idea di libertà come responsabilità: essere libero non vuol dire fare quello che vuoi, ma volere quel che fai. Così Locke e Montesquieu fanno ciao ciao a Marx e Lenin e alla   lotta di classe in vista di una società libera di eguali, ma in nome loro Sarkozy passa fra i rejetti. “Sarkozy ostacola lelibertà individuali e ignora quelle collettive” decreta BD. La prova? Il test del Dna “è una restrizione imposta alla liberta più elementare che vi sia, quella di esistere al di là della nascita, di  definirsi oltre il codice genetico”. E poi, Sarkozy vuole fare il sovrano onnipotente, mentre il liberalismo “è il contrario” secondo BD: “è tollerare le scelte individuali, è una benevola indifferenza collettiva verso le scelte singolari, è la moderazine nell’esercizio del potere”. Il potere che frena al potere, scriveva Montesquieu. E invece la riforma della giustizia, con la legge sulla detenzione di sicurezza (che estende la durata della reclusione anche oltre i termini previsti dalla sentenza, in funzione della pericolosità del condannato ndr) “viola il principio della responsabilità penale indivuale, abbandonando la realtà dei fatti per un’ipotesi virtuale”.
E tuttavia, per BD, tornare alla realtà  non significa rinunciare all’utopia e alla sua retorica se l’utopia è fondare una società della conoscenza, controllare le  nuove tecnologie, creare una società giusta dentro uno sviluppo sostenibile, inventare nuove forme di democrazia,  far avanzare la civiltà della liberta, facendo della Francia e dell’Europa un modello di sviluppo per il mondo. “Sono queste le utopie realizzabili, gli ideali della nuova sinistra” dice BD. “Una destra intelligente direbbe le stesse cose” obietta Joffrin. “Certo, ma non non lo fa. Con Sarkozy tiene un discorso populistico al limite della demagogia, ma la riforma fiscale favorisce solo i ricchi chi ‘ha fatto solo lo sforzo di nascere’. La sinistra, partito dei funzionari, può anche opporsi alla demagogia di un regime che vuole meno funzionari ma piu poliziottie piu infermieri. E sempre stata il partito delle tasse, cioè dei redditi di Stato, e deve avere il coraggio di restarlo anche adesso che viene rimessa in causa la giustificazione stessa del contributo collettivo alla ricchezza della nazione”. E poi, conclude BD, per essere un buon socialista, bisogna essere un buon manager, per direigere bisogna avere autorità. Ségolène può aspettare.


Marina Valensise
© Il Foglio, 22 maggio 2008







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Vapore che appare un istante e scompare
Pubblicato il 21 maggio 2008, in Diario

San Giacomo Apostolo

Voi dite: "Oggi o domani andremo nella tal città e vi passeremo un anno e faremo affari e guadagni", mentre non sapete cosa sarà domani! Mache è mai la vostra vita?Siete come vapore che appare perun istante e poi scompare".
Niente paura. Non siamo noi a scriverlo, ma l'apostolo Giacomo nele sue Lettere (4, 13-17), testo strepitoso per metafore e dottrine e quanto mai ignoto, oggi, a cristiani devoti, atei devoti e miscredenti. Leggetelo e rileggetelo, ne converrete.


 


Il cardinal Martini e “le buone idee” di Lutero per il Concilio
Pubblicato il 19 maggio 2008, in Diario



Il cuore della notte è l’inizio del giorno, e il cardinal Carlo Maria Martini  ha trovato un bellissimo titolo per il suo ultimo libro; “Jerusalemer Nachtgespräche” (“Colloqui notturni gerosolimitani”, sottotitolo: “Sul rischio di credere”). Scritto a quattro mani col gesuita viennese Georg Sporschill, per l’editore tedesco Herder, è una riflessione a tutto campo sul cristianesimo e il senso della vita, sulla missione della chiesa e il celibato ecclesiastico, su come recuperare l’energia dei giovani, in una società minata dall’indifferenza e dal materialismo. La forma è quella di un’intensa e sofferta intervista, dove la biografia insegue la teologia, la dottrina della chiesa rincorre le sacre scritture.
E infatti, il riformatore di Santa Romana Chiesa, il gesuita già cardinale di Milano,  da molti considerato l’antipapa, strizza l’occhio al principe della Riforma protestante, Martin Lutero, invocando un rinnovamento ecumenico a sfondo biblico. Martini, infatti, è innanzitutto l’esperto biblista che dopo aver scelto di finire i suoi giorni a Gerusalemme, patria dello spirito, “per ritrovare le orme di Gesù”, e aver scelto Parigi per presentare le sue glosse al “Gesù di Nazaret” di Papa Ratzinger, sceglie adesso il tedesco per consegnarci il suo testamento spirituale. In tedesco parla di Lutero, “il più grande riformatore, cui l’amore per le Sacre Scritture ispirò buone idee”; e anche se considera “problematico” il fatto che Lutero abbia “tratto da riforme e ideali necessari un sistema proprio”, Martini riconosce che la chiesa contemporanea “se ne è lasciata ispirare per dar corso al processo di rinnovamento del Concilio Vaticano II, dischiudendo per la prima volta ai cattolici il tesoro della Bibbia su basi più larghe”. E insiste sul nuovo rapporto col mondo, giudicando “il movimento ecumenico una conseguenza della Riforma” sino a rivendicare l’esegesi biblica come elemento chiave della rievangelizzazione che la chiesa è chiamata ad affrontare. Parla infatti di David e Betsabea, di Saul e di re Salomone, ma anche di Luca e di Giovanni, per suffragare il coraggio della fede in Dio e della divina missione umana redentrice, mettendo sullo stesso piano Vecchio e Nuovo Testamento. E dal Vecchio riesuma la vicenda del re che sconfitto Golia, ruba la moglie del suo amico, e viene punito da Dio, con la nascita di un primo figlio nato morto, salvo poi imparare dai propri errori, ravvedersi dalle proprie debolezze, superando le sconfitte, le avversità della vita, senza badare alle ferite sofferte, pur di adempiere alla missione divina.

Così come non separa nettamente tra Vecchio e Nuovo Testamento, Martini non scava trincee nemmeno tra giudaismo, cristianesimo e islam. La Bibbia infatti insegna che “Dio è uno solo, e ama i nemici, soccorre i deboli, e vuole che noi aiutiamo e serviamo tutti gli uomini, anche se lo fa attraverso percorsi diversi”. Il cardinale dunque predica la grandezza del Dio unico, e “l’apertura” del mondo cattolico, e parla di conflitto di civiltà, ma solo per insistere sulla possibilità di neutralizzarlo. “Molti dicono che i musulamani sono per la guerra Santa e vorrebbero chi più chi meno convertirci tutti con la forza, ma nel Corano di questo non c’è traccia”. E ancora, insiste Martini: “Dio non riconosce i limiti e le divisioni costruite dagli uomini, è molto più grande, non se ne lascia addomesticare e nemmeno condizionare”.
La sua, dunque, è una riflessione affidata a domande ficcanti e risposte spesso sconcertanti, dove la ricerca di Dio si confonde spesso nel mistero della sua assenza o della sua indifferenza; e l’esercizio della pratica religiosa lascia volentieri spazio all’autobiografia – memorabili le pagine sul giovane allievo al collegio dei gesuiti di Torino e le virtù spirituali degli Esercizi di Sant’Ignazio di Loyala – come canone di una giusta pedagogia. Suddiviso in sette capitoli, come i giorni della creazione, nel libro il cardinal Martini risponde all’amico viennese parlando a ruota libera di senso della vita e di coraggio, di conquista dell’amicizia e di cultura dell’amore, di unicità di un legame sprituale e liberazione sessuale, ma anche di celibato ecclesiastico e dottrina cattolica in materia di anticoncezionali.

Il tutto s’apre con una doppia avvertenza. Il cardinale racconta l’incontro con padre Sporschill, fondatore di una rete di solidarietà per i ragazzi di strada in Romania e Moldavia, di cui aveva sentito parlare da anni e conosceva il saggio sulle risposte ai giovani tratte dalla teologia di Karl Rahner, il gesuita successore nella cattedra di Romano Guardini alla Ludwig Maximillians Universität di Monaco (la stessa tenuta oggi dal francese Rémi Brague) e protagonista con le sue tesi progressiste della salvezza universale, e dei “cristiani anonimi” del rinnovamento che portò al Concilio Vaticano II. Sporschill, dal canto suo, evoca la natura accidentale del progetto. “Me ne stavo seduto sotto le palme nel giardino dell’Istituto biblico, per scrivere una Guida alla Bibbia per i leader, e ogni giorno incontravo l’ex cardinale, che lavorava al commento del libro del Papa su Gesù. Scoprimmo di trovarci sullo stesso fronte nella battaglia contro l’ingiustizia, pronti a dialogare sui percorsi della fede nell’epoca dell’incertezza”. Da qui l’idea di un libro a partire da domande elementari: come si rivolge a chi non crede? “Gli chiedo quali sono i suoi valori, i suoi ideali” risponde il cardinale. E perché lei crede in Dio? “Perché è buono ed è la cosa più facile e importante della vita,” replica Martini, “anche se a lungo mi son chiesto perché abbia fatto soffrire Cristo suo figlio, facendolo morire sulla croce”. La risposta, l’ha trovata molto dopo. “Senza il dolore, senza la morte, non saremmo in grado di affidarci a Dio, di nutrire la speranza”. E allora, insiste Sporschill, cosa chiederebbe a Gesù, se avesse la possibilità? “Una volta gli avrei chiesto idee migliori, un amore più forte, un coraggio più grande. Adesso gli chiederei solo di accogliermi, di tenermi per mano, di aiutarmi a superare la paura, e non lasciarmi solo”.

Marina Valensise
© Il Foglio, 20 maggio 2008


Carandini "pronto a collaborare" anche con Lupomanno
Pubblicato il 17 maggio 2008, in Diario

Roma. La giunta è pronta. Il sindaco Alemanno la presenta oggi a mezzogiorno, e nell’attesa ferve la speculazione sui programmi, i progetti e tentativi di discontinuità. Gli assessori, fra cui alcuni tecnici e molti politici, come Umberto Croppi alla Cultura, però non parlano: silenzio fino al 26 maggio, quando si insedia il Consiglio. Ma si sa già che il nuovo sindaco manterrà alcune strutture, cambiandone altre, come la Festa del cinema su cui sta lavorando Pasquale Squitieri. Bisognerà assegnare alcune poltrone chiave, per esempio il Museo d’arte contemporanea di Roma (Macro), che dopo gli ultimi dissidi difficilmente andrà a Vittorio Sgarbi; l’azienda speciale Palaexpo, che riunisce via Nazionale e le Scuderie del Quirinale; il Teatro dell’Opera e l’Argentina, uno dei più antichi d’Europa. “E’ una macchina complessa”, ammette Croppi, ma si limita a promettere la restituzione della capitale “al ruolo di attrattore di cervelli, artisti, intellettuali”. Col patrimonio storico-archeologico millenario di cui dispone non sarà difficile. Si tratta di capire cosa farà la nuova giunta con gli intellettuali già arruolati da Rutelli e Veltroni. Uno di questi è l’archeologo Andrea Carandini. Il fautore del metodo stratigrafico con cui ha scoperto cose sensazionali come la capanna delle Vestali, le mura romulee al Palatino, lo studioso capace di attrarre migliaia di persone alle sue le zioni (la prossima il 5 settembre al Campidoglio sarà sui Tarquini e Servio Tullio) guarda con molta attenzione al nuovo corso. “L’archeologia non è né di destra né di sinistra”, dice il professore della Sapienza, e aggiunge: “Da tecnico, sono pronto a collaborare”.

Presidente della commissione ministeriale per digitalizzare il patrimonio archeologico nazionale, Carandini conosce bene l’ordinamento barocco che presiede all’opera di tutela, dividendo le competenze tra soprintendenze di stato e comuni, spesso in concorrenza tra loro. “Un patrimonio simile è ingestibile se affidato ad archivi polverosi e inaccessibili. Occore un sistema informatico, un cervello archeologico, per garantire un’opera conoscitiva, di tutela e di comunicazione”. In Europa la digitalizzazione è un fatto acquisito, spiega Carandini. Da noi, invece, è agli inizi e per mandarla in porto serve la collaborazione tra università, ministero e comuni. Uno sforzo di Sisifo, certo, ma i benefici sarebbero enormi. “Roma – spiega infatti Carandini – è una delle poche capitali d’Europa sprovvista di un museo che ne spieghi le origini, lo sviluppo. I nostri musei, pensiamo al Massimo, a Palazzo Altemps, al Museo Borghese, derivano dal collezionismo sei-settecentesco, ma non riescono a raccontare il romanzo, l’avventura della città e la sua storia. Puntando sull’informatica e il virtuale, si potrebbe creare quel Museo di Roma e del suo territorio che ci manca e farne un portale per la visita al Foro, ai siti archeologici disseminati in periferia. Renderemmo le rovine comprensibili non solo alle masse di turisti cinesi e indiani prossimi venturi, ma a noi stessi”. E in più, riusciremmo a “potenziare un turismo intelligente, finanziando la ricerca attraverso la comunicazione”.

L’idea suona avveniristica, ma è a portata di mano. “Bisognerebbe razionalizzare, unificare, ma anche decentrare” insiste Carandini, che immagina succursali del Museo a Tor Pignattara, dove venne sepolta sant’Elena, a Gabi, centro importantissimo, per spiegare senza sforzo che quel territorio era parte fondamentale dell’antico suburbio. Molte cose sono ancora sconosciute infatti, e il mistero riguarda anche il centro città, la casa di Augusto, l’area sopra sant’Anastasia, lo stesso Circo Massimo, creato dai Tarquini nel VI secolo a.C e per mille anni teatro delle cerimonie romane. “Servirebbe una strategia, dieci grandi obiettivi da realizzare piano piano, consolidando l’esistente”, dice Carandini. “In fondo, l’unico tentativo di capire la forma della città antica fu il plastico di Gismondi esposto al Museo della civiltà romana. Ideato negli anni  Trenta, potrebbe diventare  il punto di partenza per un museo del tutto nuovo in armonia con la cultura del XXI secolo”. E in più, l’edificio esiste già, in via dei Cerchi; una postazione strategica, accanto al Palatino e a due passi dal Foro, per lanciare ricostruzioni virtuali dell’antica Curia, del tempio di Romolo, della casa di Livia e ridare così vita a Roma caput mundi.

Marina Valensise
© Il Foglio, 17 maggio 2008

 

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