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Il neoliberalismo sta Tremontando, dice Gréau da Parigi
Pubblicato il 30 settembre 2008, in Diario

Jean-Luc Gréau ha descritto in largo anticipo l’attuale crisi finanziaria, e non è proprio tranquillissimo. “Stiamo perdendo il controllo degli avvenimenti”, dice al Foglio prima del discorso del presidente George W. Bush. “La depressione è un’ipotesi sempre più realistica. Crollano le banche e i mezzi di cui dispongono diventano insufficienti. Credevamo che la situazione fosse grave, ma la velocità con cui degenera ha colto tutti di sorpresa”. Economista indipendente, un passato all’ufficio studi della Confindustria francese, sono anni che Gréau analizza il capitalismo malato di finanza (titolo di un suo libro, Gallimard 1998) e riflette sul suo avvenire (altro saggio, Gallimard 2005). “Per ora, non si vede il punto d’arresto. Ci sono mercati interi a rischio di leverage buy out. E’ probabile che assisteremo ad altri fallimenti, e io credo che la statalizzazione dell’intero sistema di credito sarà ineluttabile”.
Nell’ultimo numero del “Débat”, la rivista di Pierre Nora e Marcel Gauchet, Gréau spiega per filo e per segno l’irresponsabilità dei mercati, per illustrare la genesi della crisi e le sue tappe, criticando il tabù dell’indipendenza delle banche centrali. “E’ duro passare dall’irresponsabilità camuffata dietro i meccanismi speculativi del mercato azionario a un crac aperto, dove si rischia di non potere più finanziare l’economia”, dice al Foglio, senza tema di malaugurio. Il primo a passare sul banco degli imputati è secondo lui il neoliberalismo di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. “L’attuale esperienza nasce dalla  crisi dell’economia keynesiana degli anni Settanta. Dal 1948  al 1973, le economie occidentali hanno conosciuto un magnifico periodo di crescita e progresso. Dopo lo choc petrolifero degli anni Settanta, però, bisognava riformarle, fondare il processo di arricchimento sull’innovazione. Invece si è deciso di puntare sul neoliberalismo, ritirare lo stato dalle grandi decisioni, assicurare l’indipendenza delle banche centrali, e sottomettere così stato e imprese alla governance dei mercati finanziari”.
Questo modello oggi è entrato in crisi per l’estensione illimitata del rischio. “L’ammontare dei Credit Default Swaps” ricorda Gréau che li studia da anni “e cioè i premi di assicurazione dove chi presta soldi si garantisce dal rischio di fallimento di chi li prende in prestito, è di 62 mila miliardi di dollari, pari al totale dei depositi bancari su scala planetaria. Ma il totale dei prestiti erogati era dell’ordine di 17 mila miliardi di dollari”. E la Federal Reserve è costretta ad agire di concerto col Tesoro e la Casa Bianca, per tentare di salvare il sistema bancario americano e mondiale. “Assistiamo a un processo di distruzione della ricchezza, con fallimenti e perdite per centinaia di miliardi, a partire dal sistema finanziario. Il che contraddice il principio in base al quale sono le imprese a creare ricchezza”. Molti però parlano ancora di cicli e controcicli, secondo il pendolo dell’economia classica che oscilla tra crescita e recessione. “E’ una falsa analogia”, dice Gréau. “L’alternanza non è tra espansione e contrazione, bensì tra boom e bust. Siamo in preda a un processo di anarchia finanziaria, dove a una fase di euforia segue la perdita di fiducia che spinge la gente ad abbandonare il mercato. Il crac del mercato del credito potrebbe tradursi in un crac del mercato azionario, con una recessione brutale e una depressione dell’economia mondiale”.
Il pessimismo quindi è d’obbligo e non solo fra gli apocalittici. “La scelta che abbiamo di fronte – insiste Gréau – non è tra una recessione e la ripresa, ma tra la recessione e la depressione. La recessione è già in corso in Nuova Zelanda, Stati Uniti, Canada, dove l’indice di fiducia è al punto più basso dall’11 settembre. E si approfondisce anche in Europa, dove il mercato immobiliare e automobilistico sono in forte calo. Non è escluso che si muti in depressione, anzi temo che ciò sarà probabile”. Anche in Europa? Certo, perché il sistema non è a compartimenti stagni: “I mercati finanziari sono interconnessi, gli operatori europei investono sul mercato americano. In Europa ci sono zone di grandi debolezze, come il Regno Unito, la Spagna, l’Irlanda, dove l’indebitamento delle famiglie ha dopato la crescita dell’economia locale, e altre zone, come la Francia, l’Italia e la Germania, che non hanno commesso gli stessi eccessi”. Ma per questo non sono al riparo? “Le famiglie italiane sono le meno indebitate del mondo: non più di un terzo del pil, contro il 100 per cento degli inglesi. Purtroppo, però, anche i paesi virtuosi saranno toccati dalla crisi. In Usa, Regno Unito e Spagna le imprese saranno colpite da una caduta della domanda. In Francia, Italia e Germania gli istituti finanziari saranno indeboliti dal crac del mercato del credito e dal fallimento dei debitori. Non esistono muri protettivi per le nazioni virtuose”.
Avere puntato sull’indebitamento come motore per la crescita è servito, secondo Gréau, ad accantanare il problema della remunerazione del lavoro. “L’indebitamento delle famiglie ha sostituito la distribuzione degli aumenti di produttività, vale a dire il miglioramento della produzione, man mano che il lavoro diventava più produttivo e di migliore qualità. Tra il 2000 e il 2008 negli Stati Uniti c’è stato un aumento della produttività del 18 per cento, ma se consideriamo l’insieme della massa salariale, l’aumento del potere d’acquisto è stato pari allo zero per cento”. D’altraparte, obietto, il neoliberismo puntava a trasferire i profitti sugli investimenti per creare nuovi posti di lavoro. “Per investire occorre innovare, rilanciare la ricerca e lo sviluppo, e per creare nuovi prodotti le industrie hanno bisogno di profitti, certo. Ma le nostre imprese hanno funzionato in regime di superprofitti, il che ha comportato la debolezza della remunerazione. Il contrappeso è stato l’indebitamento delle famiglie, che è stato in realtà un sovrindebitamento. Adesso però la corda si è rotta e nessuno, nemmeno nei paesi dove l’indebitamento è stato il volano della crescita, può più tirarla per rilanciare l’economia”.
Che fare allora per superare la crisi? Un primo correttivo sta per Gréau nel mercato azionario: “Bisogna far in modo che le imprese abbiano azionariati stabili, favorire patti di sindacato, come quelli che avete voi in Italia, sviluppandoli su scala europea”. Poi, bisogna agire sul prestito. “Responsabilizzare chi eroga mutui, impedendogli di rivenderli sul mercato. Bisognerebbe obbligare le banche che hanno accesso al finanziamento della Banca centrale, senza il quale non ci sarebbe mercato del credito, a mantenere almeno la metà dei loro prestiti: in questo modo sarebbero più prudenti nella distribuzione del credito ai privati”. La cartolarizzazione dunque verrebbe a essere limitata, come succede in Svezia, che proprio per questo è sfuggita alla crisi finanziaria.

Idee per rimediare
Ma il rimedio di fondo è sul piano delle idee. Anche per Gréau, infatti, il mercatismo è morto. E’ tempo dunque di abbandonare il neoliberalismo imperante: “Bisogna vedere che cosa succede con la pressione del piano Paulson”, concede il francese. “Vedere come reagiscono i mercati borsistici, come evolve il mercato del lavoro, e quali ripercussioni si avranno sull’attività economica. Gli indici, temo, saranno mediocri. Poi, bisognerà capire se il piano di 700 miliardi di dollari non sia sottovalutato rispetto all’immensità dei bisogni. Il fallimento delle banche Fortis, Bradford & Bingley, nazionalizzate da Benelux e Regno Unito, e dell’istituto di credito Hypo Real in Germania era inatteso. Sul bilancio degli stati europei adesso gravano oneri supplementari, mentre la moneta unica impone criteri rigorosi, come il 3 per cento del deficit, che è una soglia difficile da rispettare. E’ vero che il Regno Unito è fuori dalla zona euro, ma i limiti di bilancio esplodono. La Spagna è già in deficit, e si troverà sotto il 4 per cento nel 2009. Idem la Francia e l’Italia. Il problema, del resto, non è solo quello della domanda, ma anche quello dei tassi di interesse, destinati ad aumentare, sicché gli stati pagheranno di più per finanziare il loro debito pubblico. Se entriamo in deflazione, preferiremo conservare danaro liquido, piuttosto che investirlo, o darlo in prestito. Non compreremo un abito nuovo, un’auto nuova, non costruiremo una nuova casa, non acquisteremo né azioni né obbligazioni. Il ciclo economico ne risentirà. Non sarà una dolce recessione per qualche mese, come dicono alcuni, ma una recessione profonda che durerà due-tre anni. E al momento non vedo nessuno dei tre fattori di crescita che potrebbe farcene uscire: né i consumi, oggi a zero in Francia, né lo sviluppo degli investimenti, che avverranno forse ma solo nei paesi emergenti, e nemmeno le esportazioni”.
Nel pessimismo dunque Gréau condivide la diagnosi di Giulio Tremonti: l’accelerazione con cui si è aperto il mercato globale ha sfiancato la produzione europea. “Siamo inondati dai prodotti dei paesi emergenti. L’Europa ha un deficit di 250 miliardi di dollari. E anche la Germania, considerata un campione nel commercio mondiale, adesso è in deficit verso la Cina”. Pari la diagnosi, quindi uguale la terapia: “Proteggere il mercato europeo per permettere che la domanda europea sia servita innanzitutto dalla produzione europea e non asiatica. Introdurre diritti di dogana per categorie di prodotti e per paesi”. Anche se sono misure che vanno contro la dottrina dell’Ue? “La commissione di Bruxelles non cerca di esercitare un potere politico responsabile verso i cittadini. Si appella al potere degli stati in nome del libero scambio, ergendo questa dottrina a legge intemporale, come un decalogo inviolabile. Così facendo, ha portato al disarmo politico dello stato. In più, mentre la crisi si sviluppava su ampia scala, si è comportata in modo indegno, continuando a sostenere l’autoregolamentazione dei mercati. Per questo va rinnovata e riformata. Quando Paulson chiede 700 miliardi al Congresso americano, è come se gli apostoli del neoliberismo venissero smentiti dalla chiesa madre. Non è possibile uscire dalla crisi senza mettere in discussione l’astrazione del libero scambio in assenza di regole”. 

Marina Valensise
© Il Foglio, 1 ottobre 2008



“La crisi si vince con un cortocircuito”, ci dice il guru di Sarko
Pubblicato il 27 settembre 2008, in Diario

Per il nuovo libro che esce a giorni Nicolas Baverez ha scelto un titolo avventuroso – “En route vers l’inconnu” – e un’epigrafe sull’incertezza e il desiderio di stabilità tratta dalle “Pensées” di Pascal. Ma per descrivere la crisi attuale e le sue conseguenze, conserva sangue freddo e lucidità. “E’ la crisi più difficile e delicata dalla fine degli anni Trenta – spiega l’economista fra i più ascoltati da Nicolas Sarkozy – Perché combina una crisi immobiliare, un credit crunch col rischio di crollo del sistema bancario, un crac in borsa e uno choc petrolifero col forte aumento del prezzo delle materie prime. Gli ultimi due elementi sono congiunturali,  i primi tre invece sono strutturali. Rischiamo un fortissimo choc deflazionista, e cioè la deflazione attraverso il debito, con categorie di attivi generate da un potere d’acquisto finto. La bolla finirà per sgonfiarsi, ma attraverso una violenta contrazione del potere d’acquisto (già diminuito per le famiglie americane del 13 per cento in un anno), delle attività, dei redditi e dei posti di lavoro, con in più un rischio sistemico che può portare al crollo del sistema bancario, al blocco del sistema internazionale e a una depressione come quella della fine degli anni Trenta”.

Evitare le barriere protezioniste

Non c’è da stare allegri, insomma, e si capisce allora il quadro fosco dipinto dal presidente Sarkozy nel suo ultimo discorso in gran parte ispirato dalle analisi di Baverez. Anche lui infatti, come Giulio Tremonti, pensa che questa crisi sia “la fine di un mondo” e non la fine del mondo. “La globalizzazione – dice Baverez – era un movimento dialettico tra forme di integrazione dell’economia, del mercato, della tecnologia, che avevano come punta avanzata la finanza, e forze di disintegrazione soggette a choc di identità. Oggi la forza di disintegrazione e il caos hanno preso il sopravvento sull’ordine geopolitico ed economico”. Ma la cosa che più colpisce Baverez non è la burrasca in cui siamo immersi, ma il tentativo di uscirne con soluzioni nazionali. “Il piano Paulson è utile, però serve soltanto alle banche americane. Intanto i russi cercano di mettersi al riparo, i cinesi hanno ipercapitalizzato le loro banche, le monarchie arabe del petrolio seguono la logica del ciascuno per sé, ma nessuno può rimettere in causa l’integrazione economica e i progressi della società aperta”. La crisi dunque investe in pieno il rapporto di forza tra i mercati e gli stati. “I mercati hanno avuto il vento in poppa, ora però non sono nemmeno in grado di indicare prezzi che abbiano qualche legame coi valori. Perciò stiamo assistendo al ritorno in primo piano degli stati, che devono dare garanzie, come si è visto in America con la nazionalizzazione dei grandi istituti finanziari e il salvataggio di Bear Stearns, o nel Regno Unito con la nazionalizzazione di Northern Rock, la prima banca salvata dall’intervento pubblico”. Ma la crisi, secondo Baverez, cambia i rapporti di forza anche tra la finanza e l’industria. “L’economia finanziaria era la punta avanzata della mondializzazione. Le imprese industriali che erano al traino ora tornano alla ribalta. Molte hanno guadagnato speculando sugli attivi. Morta la speculazione, è arrivato il momento di concentrarsi sui fondi di esportazione, sulle banche e le assicurazioni”. E’ questa, per Baverez, l’unica ricetta per evitare un nuovo ’29. “Salvare le banche ed evitare il ritorno di barriere protezionistiche. La rinazionalizzazione dei sistemi finanziari e delle economie avrebbe effetti drammatici di deflazione sul commercio internazionale. I paesi del nord hanno accumulato notevoli riserve di debiti, perciò adesso hanno bisogno del risparmio del sud. Cambia così il rapporto di forza tra nord e sud. Gli attivi infatti passeranno dalle deboli mani dell’occidente alle forti mani del sud. Il che accelererà le economie emergenti e il declino economico relativo dell’occidente, che riuscirà a mantere il suo primato finché sarà capace di attrarre cervelli”.
In questo senso, dunque, cresce il divario tra Europa e Stati Uniti. Mentre l’ipotesi di un sistema bancario europeo immune dal contagio, perché sottoposto a controlli e regolamenti più stringenti, è del tutto infondata agli occhi di Baverez. “Non è vero che il contagio non ci sarà o sarà minore. Le grandi banche utilizzano tutte gli stessi prodotti, hanno gli stessi clienti, e persino le stesse squadre. Appena il piano Paulson entrerà in vigore, permetterà di rassicurare le banche americane, ma a quel punto c’è da aspettarsi che le banche europee vengano colpite dalla speculazione, perché non sono affatto immuni al contagio, come dimostra il fallimento di Northern Rock o il default in cui è precipitata la svizzera Ubs”.
D’altra parte, Sarkozy nel suo discorso di Tolone è stato chiaro. Ha voluto dire la verità. Ha detto che la crisi attuale è effetto di una perversione dei valori del capitalismo. Ha puntato sulla rifondazione del sistema, invocando un nuovo rapporto tra stato e mercato, la moralizzazione del capitalismo finanziario, la fine delle remunerazioni esorbitanti, sanzioni severe per speculatori e responsabili del crac, e il ricorso alla regolamentazione internazionale. Ma il peggio deve ancora arrivare, ha detto Sarkozy ai francesi. Come mai tanto pessimismo? “Molti hanno vissuto l’illusione del ‘decoupling’ Stati Uniti-Unione europea – risponde Baverez – Ma in realtà non sono gli Stati Uniti a essere in recessione, bensì l’Europa. Irlanda,  Spagna, Regno Unito, Italia e Francia entreranno in recessione quando  anche l’altro motore della crescita che è l’export tedesco si bloccherà. Se i consumi in America sono in crisi, e l’Europa smette di esportare, anche la Cina si ferma. E se le banche smettono di fare credito, il default di imprese e aziende si moltiplica. E’ vero che, una volta rassicurate le banche, cosa che accadrà verosimilmente entro la fine dell’anno, lo choc principale sull’economia reale si sentirà nel 2009 – avverte Baverez – E Sarkozy fra i responsabili europei è stato il primo a fare una diagnosi in modo netto, giustamente, perché sa che cosa accadrà”.

La guerra dei tassi
Come uscire da una crisi così? Con la rinazionalizzazione delle banche e del credito, gli stati non finiranno per ricadere nella trappola della sovranità, che rende problematico ogni accordo internazionale? “Dobbiamo agire a vari livelli – risponde Baverez, tornando al piano Sarkozy – Mantenere la cooperazione; allargare il G8 al G13, includendo India, Cina, Brasile e Africa del sud in un tavolo di confronto sulla crisi finanziaria; rilanciare il round di Doha, per dare un segnale positivo contro i protezionismi; e soprattutto migliorare la cooperazione tra banche centrali”. E qui arriviamo al punctum dolens della politica sarkozysta. “La Bce e la Fed oggi nemmeno si parlano – sottolinea Baverez – Hanno strategie non soltanto diverse, ma irresponsabili”. Eppure quando Sarkozy domanda alla Bce di abbassare i tassi per rilanciare la crescita, i membri del Comitato esecutivo rispondono che non ne hanno mandato, perché il loro compito è assicurare la stabilità dei prezzi. “Quando si ha a che fare con rischi di tale natura, bisogna essere davvero irresponsabili per rifugiarsi dietro il mandato”, replica Baverez senza indulgenza. “In realtà oggi la Bce va oltre il suo mandato, perché l’inflazione è inferiore all’obiettivo del 2 per cento, ed è tutta importata. Più forte è l’euro, più debole è il dollaro, più aumenta il prezzo del petrolio. Alzando i tassi, la Bce crea l’inflazione che crede di combattere. Il suo mandato è assurdo e andrebbe completamente ripensato. Lo dimostra il modo calamitoso in cui la Bce ha gestito la crisi. Avrebbe dovuto abbassare i tassi invece di aumentarli quando l’Europa scivolava verso la recessione. Ha commesso un errore di politica economica, che incoraggia il crollo del credito, perché organizza contemporaneamente l’aumento dei prezzi e il loro blocco, facendo cadere migliaia di imprese e posti di lavoro, dal momento che oggi, in Europa, il mercato del danaro non funziona. In America, se paghi molto, puoi trovare danaro sul mercato. In Europa invece no, perché l’intero finanziamento passa attraverso le banche, le quali oggi non hanno accesso al mercato, non possono fare pagamenti di capitali, e per costituire le loro riserve avrebbero bisogno di una curva di tassi bassi a breve termine e alti a lungo, come in America, mentre accade l’opposto, e questo aggiunge recessione alla recessione”.

Le perplessità su una nuova Bretton Woods
Quanto a una nuova Bretton Woods auspicata dal ministro Giulio Tremonti e Sarkozy, Baverez sembra scettico: “Stiamo entrando nel mondo multipolare, piuttosto che elaborare un regolamento universale tra paesi diversissimi come la Cina, l’America, l’Europa e il Giappone, sarebbe meglio puntare su meccanismi di cooperazione che permettono azioni concertate. E’ questo che oggi manca, visto che gli Stati Uniti cercano di mantenere la loro supremazia, l’Europa è strutturalmente impotente, incapace di una politica controciclica, e i cinesi, che devono mantere una crescita al dieci per cento, per non creare un rischio forte in termini di disoccupazione, si battono per proteggersi, senza preoccuparsi del sistema mondiale. Dobbiamo uscire da questa situazione, facendo ciascuno uno sforzo. Il prezzo di mercato oggi non ha più niente a che vedere col valore degli attivi delle imprese. Se vogliamo ristabilire un’economia di mercato, dobbiamo innescare un cortocircuito, sospendere le regole comunitarie sugli aiuti di stato, e rivedere i criteri di Maastricht: il 3 per cento di deficit quando la crescita mondiale è al 5 per cento è troppo, e troppo poco quando il mondo è in recessione”.
Finita l’illusione di una globalizzazione felice, di una pace perpetua legata al commercio mondiale, il mondo multipolare s’annuncia instabile, percorso da crisi violente. Gestirlo si può, dice Nicolas Baverez, ma urge mantenere i nervi saldi: “Cedendo alle passioni, alla paura, alla demagogia protezionista, creeremo solo un mondo meno prospero e più pericoloso”.

Marina Valensise
© Il Foglio, 28 settembre 2008




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Così Israele reagisce all’attentato al contestatore intelligente Sternhell
Pubblicato il 26 settembre 2008, in Diario

Sta bene Zeev Sternhell, lo storico israeliano, studioso del fascismo e dell’ideologia di estrema destra, attivista di “La pace subito”, l’organizzazione pacifista che da anni si batte contro gli insediamenti dei coloni israeliani nei territori della Cisgiordania, conquistati nel 1967 con la guerra dei Sei giorni. Mercoledì sera è rimasto ferito dallo scoppio di un ordigno lasciato davanti al cancello della sua casa, a  Gerusalemme. Ricoverato subito all’ospedale Shaare Tzedek, gli sono state diagnosticate lesioni di tipo lievi alla mano e alla gamba destre. E l’indomani a chi telefonava a casa sua, la moglie annunciava che s’era già rimesso, ed era subito ritornato al lavoro, al Monte Scopus, dove insegna Scienze politiche all’Università ebraica.
 L’attentato,  per quanto lieve, desta sconcerto, e non solo in Israele. E’ la prima volta, infatti, che ad essere preso di mira è un intellettuale, un sionista militante e di sinistra, docente universitario rispettato, e apertamente impegnato contro l’ultranazionalismo ebraico, che da anni si batte sul fronte del negoziato di pace con l’Autorità Palestinese. “Se non è il gesto di una persona disturbata, ma di qualcuno che rappresenta un’opinione politica, allora segna l’inizio della disintegrazione della democrazia” ha detto Zeev Sternhell. Settantatré anni, ebreo polacco sopravvissuto all’occupazione tedesca e all’Olocausto, Sternhell ha fatto la sua alyah nel 1951 e non è tipo che si lascia intimidire facilmente. “Se l’intento era terrorizzare me – ha dichiarato al quotidiano Haaretz  – è chiaro che non ci sono riusciti. Ma gli attentatori hanno cercato di colpire qualunque membro della mia famiglia avesse aperto il cancello. Perciò per loro non può esserci né perdono, né assoluzione”. Sternhell ha alle spalle un ruolo di punta nel dibattito storiografico sulle origini del fascismo grazie a un libro molto controverso (“Né destra né sinistra. L’ideologia fascista in Francia” ed. Baldini Castoldi). E’ noto anche al grande pubblico come editorialista del quotidiano “Haaretz”. In uno degli ultimi suoi articoli ha denunciato il blocco imposto dal governo israeliano alla striscia di Gaza, dopo il golpe di Hamas, bollandolo come una misura “immorale e inefficace”. “I sospetti delle forze dell’ordine cadono su qualche nemico ideologico”, ha detto il portavoce della polizia Mickey Rosenfeld, senza fornire altri dettagli, mentre la radio israeliana informava di alcuni volantini rimasti sul luogo dell’attentato che offrivano una ricompensa di un milione di shekel, circa 200mila euro, a chiunque riuscisse a uccidere un membro di Peace Now. Il ministro degli Interni Avi Dichter ha parlato di un “attacco terroristico apparentemente perpetrato da ebrei, che ci riporta ai tempi dell’assassinio di Yitzhak Rabin”. La notorietà pubblica di Zeev Sternhell è molto alta. All’inizio di quest’anno ha ricevuto il Premio Israele, massimo riconoscimento nazionale,  suscitando le proteste di una parte dell’estrema destra che ha tentato addirittura di ricorrere alla Corte suprema per bloccare la consegna del premio a colui che considerano il più deciso avversario degli insediamenti nell’enclave della Cisgiordania, principale ostacolo secondo i palestinesi alla creazione di uno stato dotato di continuità territoriale. I coloni israeliani, viceversa, non intendono rinunciare a quello che hanno sempre considerato un diritto storico,  tornare a vivere nelle antiche provincie Giudea e Samaria, secondo la tradizione della Bibbia. Zeev Sternhell non ha nulla del millenarista. Il ministro della Difesa Ehud Barak l’ha descritto come  un membro del “campo della pace” che non ha mai schivato la responsabilità di rendere note le proprie opinioni. Mercoledì sera, durante un incontro coi deputati del Partito laburista che si è tenuto subito dopo l’attentato, l’ex premier laburista è stato perentorio: “Non dovremmo permettere a chi vive negli angoli più bui della società israeliana di molesta gente che parla con voce chiara e sana come quella di Zeev Sternhell”. E anche il ministro degli Esteri Tzipi Livni, alla testa di Kadima, ha parlato senza indulgenza di “incidente intollerabile, sul quale non si può passare oltre” ricordando che Israele è  uno stato di diritto: e il governo ha la responsabilità di difenderlo.

Marina Valensise
© Il Foglio, 27 settembre 2008




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“La civiltà occidentale s’inabissa, ma non è la fine della storia”
Pubblicato il 24 settembre 2008, in Diario

Alain de Benoist continua l’opera di decostruzione della modernità, in vista di un suo radicale superamento. Eppure, se uno l’invita a pronunciarsi sull’attuale crisi finanziaria, risponde senza infiammarsi come fa il suo ex amico della Nouvelle Droite Guillaume Faye, ma come un tranquillo apocalittico integrato. “E’ una crisi importante – dice al Foglio – ma non credo sia un punto di non ritorno nella storia della civiltà occidentale; semmai rappresenta un avvertimento rispetto all’orientamento in cui la civiltà occidentale s’è inabissata, da quando risponde esclusivamente all’assiomatica dell’interesse”. L’espressione non ha nulla di esoterico. Indica l’orizzonte della produzione e dei consumi diventato ormai il principio primo, di per sé evidente e indiscutibile, entro cui si racchiudono le nostre esistenze. “Dopo la fine dell’utopia comunista è questa l’illusione dominante”, dice AdB, che da intellettuale non conforme ha sempre indagato sul legame profondo che unisce liberalismo e comunismo. “La cultura di destra ha denunciato per decenni il materialismo dell’ideologia comunista. Oggi però scopriamo che il capitalismo liberale è infinitamente più materialista del comunismo, perché si fonda sull’antropologia dell’interesse egoistico”. Ironia della storia, Graecia capta ferum victorem cepit, i vinti conquistano i vincitori? “La storia è sempre aperta. Sarebbe presuntuoso credere che l’immaginazione sia giunta al termine. Sul piano dei principi, il liberalismo mi pare altrettanto utopico del marxismo. Sogna una società ideale, non la società senza classi, ma una società dove il conflitto verrebbe a mancare perché il meccanismo dei mercati, di per sé regolatore o autoregolatore, finirebbe per stabilire un equilibrio: la pace universale attraverso il dolce commercio, come dicevano nel XVIII secolo”. Insomma, il mercatismo come fine della storia? “Quando Francis Fukuyama parlava di fine della storia, tradiva l’aspirazione a uno stadio stazionario o terminale del tutto paragonabile all’utopia comunista, con cui il liberalismo condivide alcuni presupposti di origine illuministica… la crisi attuale, in questo senso, è un segnale importante. La crisi del ’29 fu un avvertimento, ora si fa appello alla necessità di regolare il sistema per attenuare gli effetti devastanti della nuova crisi attuale. Ma sono soluzioni marginali. Il fondo della questione è che il sistema finanziario non lo controlla nessuno. Navighiamo a vista per evitare che domani sia peggio di oggi. Eppure, non possiamo continuare a inabissarci nel sistema”.
 
L’utopia liberale è come quella comunist
a
Ma per tirarcene fuori non dovremmo emendare l’antropologia egoistica che è il fondamento stesso del sistema liberale? “Il sistema liberale consiste nella difesa razionale del miglior interesse del singolo. Pone l’accento sul valore di scambio, più che sul valore d’uso, sui comportamenti egoistici piuttosto che sulla logica del dono gratuito, della solidarietà. Personalmente, resto convinto che se si rifiuta l’utopia comunista bisogna rifiutare anche quella liberale. Non che sia ostile alla società di mercato, ma se tutti i fenomeni sociali vengono ricondotti a un meccanismo di mercato, non siamo in una società in cui esiste il mercato, ma in una società che si è ridotta a un mercato. E cominciano i problemi”,
Non sarà questo il senso della Nouvelle Droite? Nient’affatto, AdB è il primo a rifiutare la definizione. “Non l’ho scelta io, è un’etichetta mediatica che dà un colore politico a un movimento di idee che si è sempre tenuto lontano dalla vita politica”. E se riecheggia l’apolitìa di Julius Evola, AdB rivendica anche l’eccezione francese: “Lastessa espressione viene usata con contenuti diversi; in America per esempio indica un fondamentalismo economico protestatario e ultraliberale”. Inoltre, da battitore libero, AdB insiste nel difendere lo sconfinamento trasversale a destra e sinistra e il beneficio conseguente. “Dividere il mondo tra destra e sinistra è molto riduttivo. Essere di destra vuol dire solo non essere comunista. Ma in fatto di ecologia, crescita, Europa, atlantismo, le posizioni sono tali e tante che non giustificano l’adesione a uno schieramento”.
Lo dimostra la stessa biografia di AdB. Solo da qualche anno, egli assapora la fine dell’ostracismo ideologico che un giorno spinse Maurice Blanchot, il grande critico letterario novantenne, ossessionato da un passato di militante di estrema destra, a sabotare la casa editrice che pubblicava i saggi del direttore del GRECE, il Gruppo di ricerche e di studi sulla civiltà europea. Era il 1993. La vigilanza democratica e l’allarme antifascista erano sempre all’erta per scongiurare ogni possibile contagio, con l’appello alla mobilitazione permanente. Poi però le cose cambiarono. L’epoca dell’equazione “intellettuale=intellettuale di sinistra” tramontò. Iniziò la stagione del disimpegno. Qualcuno ricordò che il mestiere dell’intellettuale era la ricerca della verità, e a quel punto si capì che si poteva essere un intellettuale senza servire il popolo, anzi diventando addirittura agnostico in politica. AdB, che è sempre stato un appartato, oltre che un appestato, iniziò a respirare. A sdoganarlo provvide uno studioso del razzismo il quale, sebbene di sinistra, era finito nel mirino del politicamente corretto. Pierre André Taguieff, contro i suoi detrattori, scrisse un saggio sulla “Nouvelle Droite” in difesa di AdB, il fondatore non conforme che veniva additato come “criptonazista”, pur avendo criticato l’ideologia razzista in generale e il Fronte nazionale in particolare. “Meglio un’opinione correttamente espressa, che un’opinione semplicemente corretta”, decretò Taguieff e da quel giorno anche in Francia finì la demonizzazione dell’avversario. Si cominciò a discutere di idee, non di logica delle idee, abbandonando pregiudizi e scomuniche a favore di argomenti razionali.

“Io resto un aristotelico”

“Dopo il crollo del Muro di Berlino” insiste AdB, “la divisione tra destra e sinistra sopravvive in parlamento, ma nel dibattito pubblico è superata. Prenda l’euro, per esempio, favorevoli e contrari sono indiscriminatamente a destra e sinistra: idem per l’Iraq, l’islam, il terrorismo”. Qual è allora il nuovo discrimine? Cosmpolitismo e localismo? Secolarismo e antisecolarismo? “E’ possibile, ma i confini restano mobili. Guardi l’ecologia, per esempio, che confonde le linee sull’ideologia del progresso nata a sinistra, ma sostenuta oggi dai liberali di destra”. Ma non è proprio l’ideologia del progresso che gli ultimi avvenimenti mettono in causa? E l’assiomatica dell’interesse riuscirà a sopravvivere al cambiamento di rotta imposto dalla crisi? “L’espansione dell’economicismo è correlata all’idea che la società sia una somma di individui, che eredi di un contratto hanno rotto con lo stato di natura prepolitico e presociale. Io però continuo ad essere molto aristotelico. Sono convinto infatti che l’uomo sia innnzitutto un animale politico e sociale. E la cosa che oggi più mi preoccupa è il venir meno dei legami sociali, con l’anonimato di massa, la solitudine crescente, in un mondo dove competizione e concorrenza spingono a considerare l’altro non nostro prossimo, non il nostre simile, ma il nostro rivale, il nostro avversario”. Allora, per porre un freno alla deriva mercatista di un mondo finanziariofuori controllo, perché privo di regole, bisogna ripensare i fondamenti dell’antropologia moderna? Dimenticare l’uomo schiavo, dominato dalle passioni, che Hobbes pone al centro del De Cive per fondare il contratto sociale, e tornare al kaloskagathos dell’Etica Nicomachea, recuperando il fine ultimo dell’animale razionale che è la vita buona? Dunque ha ragione Guillaume Faye che punta sull’archeofuturismo? “Capisco cosa intende dire, ma archeofuturismo è una formula pubblicitaria dal contenuto sfuggente” risponde AdB schivando il giudizio sull’ex sodale. In realtà, AdB sostiene di non essere un “restaurazionista”. Non vuole un ritorno al passato, però anche lui, come Faye e Giulio Tremonti, è convinto che oggi siamo arrivati alla fine di un ciclo che ha segnato la modernità, e sia giunta l’ora di cogliere “alcune potenzialità del passato”. Ma è “la fine della finitezza” l’aspetto che più lo angustia. “Al di là del profitto o della necessità di consumare, ognuno di noi oggi ha smarrito il senso della sua presenza nel mondo. Il capitalismo ha per principale caratteristica la negazione dei limiti. Si estende a dismisura, distruggendo legami, costumi, consuetudini, per instaurare ovunque la logica del profitto. Le istituzioni sono in crisi. I modelli politici crollano uno dopo l’altro, a cominciare dallo stato nazione, troppo piccolo per regolare i conflitti planetari e troppo grande per rispondere alle attese della gente. E’ per questo che io non credo nel ritorno all’antico. Servono nuove soluzioni, e forse riattivando forme di vita locale, come la regione, la provincia, la città, i quartieri, le troveremo”.

Aveva ragione la Scuola di Francoforte
Quando all’utopia della commercial society, che sognava la pace universale come effetto dell’espansione del mercato, non sarà un’altra disillusione rispetto alle promesse dell’illuminismo che legava l’emancipazione del singolo al benessere, e credeva nella marcia irreversibile del progresso? “Si è visto come l’ideale dell’autonomia sia stato tradito: per questo valgono ancora le analisi della Scuola di Francoforte, di Adorno e Horkheimer che hanno spiegato come la vita moderna, nel momento stesso in cui s’apre alla libertà, secerne forme di alienazione. Ma l’idea di fondo della commercial society, e cioè che l’espansione del mercato avrebbe garantito la pace universale, non si è mai realizzata. Abbiamo visto scoppiare una serie di guerre economiche, come guella per il petrolio che si combatte in Iraq. L’errore è stato di pensare che guerre e conflitti fossero irrazionali, destinati a sparire grazie a negoziato ragionevole. E invece non è vero: guerre e conflitti non sono negoziabili. Esulano dall’ordine contabile della razionalità”.   





“Al capitalismo restano due giri di roulette, poi torna il medioevo”
Pubblicato il 20 settembre 2008, in Diario

Il collasso del sistema finanziario internazionale Guillaume Faye l’aveva previsto con matematica certezza molto prima di Giulio Tremonti. E oggi che la sua previsione sembra avverarsi, Faye usa uno pseudonimo, Guillaume Corvus, per spiegare come mai “La Convergence de catastrophes” (Editions du Lore) si sta per l’appunto compiendo. Sono almeno dieci anni, infatti, che il più estroso, apocalittico e disturbato degli intellettuali francesi annuncia cataclismi planetari e addirittura la fine della civiltà contemporanea, fondata sul dogma del progresso, sul culto dell’eguaglianza e sul retaggio dell’umanesmo individualista. “Per la prima volta nella storia, una civiltà mondiale, estensione planetaria della civiltà occidentale, è minacciata da linee convergenti di catastrofi prodotte dall’applicazione dei suoi progetti ideologici”, scriveva in un saggio del 1998, “L’Archéofuturisme”, pubblicato da L’Aencre, un piccolo editore confidenziale, in cui si preconizzava il ritorno a uno spirito arcaico, ancestrale, premoderno, per uscire dalle secche della modernità. “L’attuale civiltà non può durare. Le sue fondamenta sono in contrasto con la realtà. Essa urta non solo con contraddizioni ideologiche, sempre superabili, ma contro un muro fisico: l’ideologia angelica del progresso sfociata in un mondo sempre meno vitale”.
Ma chi è questo apocalittico che con chiaroveggenza quasi oracolare aveva stabilito che il decennio 2010-2020 sarà quello della convergenza di catastrofi che rischia di mettere fine alla civiltà globalizzata? E’ un inquieto, un eccentrico, un irregolare, che da un cursus honorum di tutto rispetto – iniziato con un dottorato a Sciences Po – è precipitato nella deriva situazionista di una carriera da giornalista sul Figaro Magazine, Paris Match eVSD, più qualche performance come sceneggiatore e attore porno, e una breve stagione di animatore-vedette su Skyrock, stazione radio seguitissima da punk ed emarginati consapevoli. E’ un antimoderno lucido e sferzante, che appartiene alla schiera dei grandi insofferenti al progresso, dei refrattari ai luoghi comuni, come lo erano a loro tempo Joseph de Maistre, Baudelaire, Flaubert, Céline, e tutti i grandi intellettuali atrabiliari di tradizione francese.

“La globalizzazione è come la carne avariata”
Allineato sul fronte sulfureo della Nouvelle droite antiamericana, filosoficamente pagana e antimonoteista, Faye però è ormai un isolato della destra identitaria, dacché ha abbandonato il maestro storico e fondatore del movimento Alain de Benoist, che l’ha accusato di estremismo razzista, per poi scomunicarlo come revisionista. E infatti, tra una pausa e l’altra dei suoi pellegrinaggi negli gli Stati Uniti, per la conferenza di American Renaissance sulla minaccia demografica delle minoranze non bianche, o a Mosca, per un convegno sull’avvenire del mondo bianco, preludio alla creazione del Consiglio dei popoli di origine europea, Faye è riuscito a smarcarsi dalla destra radicale nazionalista e rivoluzionaria, accusando i suoi esponenti di aver mostrato “l’atavico spirito femmineo del collaborazionista” nei confronti dell’islam e dell’immigrazione islamica.
Così, l’ultimo denunciatore della modernità e delle sue illusioni, guarda oggi con raccapriccio alla crisi dei mercati finanziari. “La civiltà globalizzata è un po’ come la carne avariata, dove basta solo un pezzo del 10 per cento per contaminare l’insieme”, dice infatti Faye usando una metafora assai cruda. Ma le conseguenze, in realtà, sono ancora più sanguinolente: “La crisi di oggi è più grave di quella del ’29. Data l’interdipendenza del sistema finanziario globale, basta infatti una crisi dei crediti a tasso variabile, come quella dei subprime americani, che le banche rifilano a clienti non in grado di rimborsare, per provocare un effetto domino su scala planetaria. Quando le banche cominciano a crollare una dopo l’altra, è tutto il sistema mondiale che rischia di non essere più in grado di prestare soldi, dunque di investire nell’economia. Assisteremo a una recessione gigantesca, non subito, ma tra un paio d’anni, perché viviamo in un’economia globalizzata, dove non ci sono più barriere tra persone e capitali, e il virus si propaga in modo incontrollabile. Oggi, infatti, il capitalista non è più un individuo isolato, o un gruppo di speculatori invisibili, ma alberga in ognuno di noi, se è vero che un fondo pensione americano raccoglie i piccoli risparmi di milioni di persone che aspirano a una redditività del 4 per cento l’anno”.
E’ questo il dramma del mondo contemporaneo, secondo l’apocalittico Faye, che si avvicina all’analisi del nostro Giulio Tremonti ma senza condividerne gli effetti virtuosi, visto che non spetta a un cane sciolto come lui stabilire in modo solidale come innescare un’autocorrezione del sistema dominante: “L’unico modo per evitare il contagio sarebbe quello di ripristinare un sistema relativamente autarchico. Gli stati cercano di intervenire: davanti al fallimento delle banche, gli americani nazionalizzano società di credito e di assicurazioni. Ma l’economia finanziaria somiglia sempre di più a un’economia da casinò, dove chiunque ha un po’ di soldi, entra, si siede al tavolo verde e comincia a giocare alla roulette un gioco puramente speculativo ed estremamente pericoloso. Il libero scambismo mondiale è una follia. Il liberismo senza frontiere è assurdo. Provoca delocalizzazione e disoccupazione, alimentando la spirale astratta dell’economia virtuale. Bisognerebbe tornare alla terra e alla ricchezza prodotta dal lavoro, entro uno spazio chiuso. Se non si producono oggetti e nemmeno servizi, siamo in un’economia virtuale, che peraltro in Francia e in Italia si regge oramai su un debito pubblico esorbitante, che graverà sulle nuove generazioni.”

Una convergenza di catastrofi
E’ per questo che agli occhi di Faye il capitalismo potrà anche superare la crisi a breve termine, ma a lungo termine è condannato, perché è lo stesso sistema a essere degenerescente. La crisi, infatti, si ripeterà ogni quattro-cinque anni, ma finirà per diventare inesorabile a causa della “convergenza di catastrofi” che si profila all’orizzonte: “Crisi mondiale delle materie prime, dell’energia petrolifera, della domanda troppo sostenuta di India e Cina, della mancanza di acqua nell’intero pianeta”. Che fare allora davanti al prevedibile cataclisma? La risposta degli Stati Uniti per Faye, che in fondo resta un ostinato antiamericano, sembra inadeguata: “Gli Stati Uniti non sono una nazione, ma un’impresa fondata sul complesso militare industriale e per questo hanno bisogno di fare la guerra. La Cina è troppo potente, perciò adesso hanno trovato il modo di provocare la Russia”. Vista dalla Georgia, però, la provocazione sembra venire da Mosca. “In effetti anche la Russia, come l’America, ha bisogno della guerra fredda – insiste Faye – mentre l’Europa non ha i mezzi per entrare in gioco. Per questo io avevo lanciato l’idea di un’Eurosiberia, ma i russi non hanno fiducia nell’Europa atlantista. E’ comprensibile, mettiamoci al posto loro…”. Anche in fatto di libertà Faye sembra avere idee autarchiche: “Putin non offre molte garanzie sul piano delle libertà individuali, è vero, ma ai russi non interessa: pensano solo alla ricchezza, alla prosperità economica, e del resto anche in occidente se non sei ricco non puoi pubblicare grandi giornali, perciò non possiamo chiedere con innocenza alla Russia di essere democratica”.
Il problema vero per Faye è uno solo, la civiltà globalizzata, uniforme, senza frontiere. “Il rischio di conflitto aumenta, le crisi si propagano a tutta velocità, come i flussi immigratori, portatori di guerre di religione”. E’ la tesi dell’“Archeofuturismo”, il saggio del 1998, che prevedeva la catastrofe dell’inizio del XXI secolo. “Un tempo la terra era separata in grandi civiltà a compartimenti stagni. Ognuna viveva le sue crisi, senza rischio di contagio. Oggi purtroppo non è così. Per questo – spiega Faye – io difendo la teoria dell’autarchia dei grandi spazi, Eurosiberia, Africa, Asia, America del nord, America del sud, con un’economia locale sana, pulita”.
L’utopia archeofuturista proietta nel futuro il passato remoto, ma serve a correggere la fiducia nel progresso costante e ininterrotto che alberga nel cuore del contemporaneo. “Noi crediamo ai miracoli se immaginiamo che per nove miliardi di persone sarà possibile avere un livello di vita paragonabile a quello occidentale. E’ semplicemente impossibile”, spiega Faye e, per dimostrarlo, non esita a utilizzare un argomento pudicamente definito “la variabile di aggiustamento umano” che tuttavia risulta scabroso per il politicamente corretto. “La popolazione del globo terrestre tornerà a un miliardo di persone. Ci saranno stermini di massa, effetto della fame e delle carestie. E’ impossibile immaginare un tasso di crescita del sei per cento l’anno, come se avessimo sei ‘pianeta Terra’ a disposizione. Alla fine del XXI secolo, la terra avrà due velocità: una piccola minoranza vivrà come oggi, un’altra vivrà un nuovo medioevo, senza tecnologia, senza risorse”.

Nel 2100 mancherà l’energia per telefonare
Non disarma Faye nemmeno se uno insiste sul progresso che l’economia globale ha rappresentato per un miliardo di persone che ora sono in grado di mangiare. “Sono molto pessimista, è vero, ma come il medico che scopre un tumore e non dice che è un’influenza. Noi siamo ancora in balia dell’ideologia del progresso, pensiamo che sia una curva ascendente e lineare. Nel 1960 si diceva che per il 2000 saremmo andati a ballare sulla luna. Errore. Quando nacque il Concorde si disse che nel 2000 avremmo avuto tutti aerei supersonici. Altra illusione. Nel 2100 non potremo nemmeno telefonare da Parigi a Roma, perché non ci sarà energia a sufficienza. I francesi si sono accorti che c’è stato un calo del 15 per cento nel consumo di energia. Continuiamo a pensare che saremo sempre più ricchi, più felici, ma intanto non sappiamo ancora come sostituire il petrolio, mentre le fonti alternative non basteranno al fabbisogno industriale. Del resto basta leggere la storia di Roma antica di Lucien Gerphagnion, per rendersi conto come non sia la prima volta che succede nella storia dell’umanità. L’impero romano regredì enormemente con le invasioni barbariche, se pensiamo che il livello di vita dell’élite romana nel primo secolo dopo Cristo, vale a dire cent’anni dopo Cicerone, era già come quello dell’élite europea nel XIX secolo: acqua corrente, strade pavimentate. Mancava la luce elettrica, ovviamente”.


Marina Valensise
© Il Foglio, 21 settembre 2008

 




La Royal Society sbatte la porta in faccia al creazionismo
Pubblicato il 17 settembre 2008, in Diario

Contrordine. La Royal Society sbatte la porta in faccia al creazionismo. Svanisce sul nascere il presunto idillio tra la massima istituzione scientifica inglese e i fautori del disegno intelligente. Con un breve comunicato, la prestigiosa accademia fondata nel 1660, per discutere le idee di Francesco Bacone, ha annunciato il divorzio dal professor Michael Reiss. Il biologo, pastore della Chiesa anglicana, si è dimesso dall’incarico di Direttore dei programmi educativi, per tornare a insegnare a tempo pieno. Da due giorni, il professore è irreperibile e si rifiuta di rilasciare interviste. S’insabbia così nel silenzio del protagonista, e con una sentenza senza appello della Royal Society, la polemica che ha infervorato gli inglesi sul creazionismo e sul posto che dovrebbe  nei programmi scolastici. “Il creazionismo non ha basi scientifiche e non dovrebbe rientrare in un curriculum scientifico” recita il comunicato della Royal Society. “Tuttavia, se un giovane solleva la questione durante un corso di scienze, i professori dovrebbero essere in condizione di spiegare perché l’evoluzione è una teoria scientifica, e perché il creazionismo non lo è affatto”.
Ma cos’è successo per arrivare a una precisazione tanto barocca? Michael Reiss,  parlando alla British Association for the Advancement of Science, si era limitato a dire che i professori dovrebbero accettare il fatto di non essere in grado di cambiare la testa degli allievi che credono nel creazionismo. “Dopo aver insegnato biologia per 20 anni, la mia esperienza è che se uno dà solo l’impressione che questi ragazzi hanno torto, a quel punto essi non saranno in grado di imparare granché in fatto di scienze. Insistere sull’evoluzione e la selezione naturale non li aiuta affatto a farli cambiare idea. E il fatto che il creazionismo non abbia una base scientifica, non mi pare una ragione sufficiente per ometterlo dai corsi”.
Apriti cielo. Facendo un rapido corto circuito tra le affermazioni di Reiss e la posizione della Royal Society i giornali si sono tuffati a pesce nel mare delle nozze tra scienza e fede. “Un autorevole scienziato esorta a insegnare il creazionismo nelle scuole” ha sparato il Times con titolo ad effetto. E mentre girava voce che Reiss rappresentasse le idee del presidente della Royal Society, Lord Reees of Ludlow, alcuni membri eminenti dell’accademia scientifica sono insorti. “E’ un oltraggio” ha scritto il Nobel per la medicina Richard Roberts, chiedendo la testa di Reiss, mentre l’altro Nobel Harry Kroto metteva in guarda dal pericolo religioso. “Forse pensa  che ai ragazzi si dovrebbe insegnare pure che la terra è piatta” commentava un lettore del Financial Times, mentre l’autore di The God Delusion, Richard Dawkins, paragonava il tutto “a uno sketch dei Monty Pyton”. Quando poi il presidente della Commissione Scienza e Innovazione di Westminster ne ha bollato “l’incompatibilità con la funzione”, l’epilogo è parso scontato: “Non era sua intenzione, ma questa situazione ha danneggiato la reputazione della Società. Per questo abbiamo deciso di comune accordo le sue dimissioni”. Gli ignlesi però sono perplessi. “Ho paura che la Società abbia diminuito solo se stessa” ha detto il genetista Robert Winston. “Reiss voleva semplicemente discutere le idee sbagliate che la gente si fa della scienza. La Royal Society avrebbe dovuto applaudire a questo tentativo”. E un titolo dell’Independent ha suggellato l’intera vicenda come “The closing of the British Mind”.

Marina Valensise
© Il Foglio, 18 settembre 2008

Sofia, sabato 21 e domenica 21 settembre, The Red House Centre for Culture and Debate.
Pubblicato il 17 settembre 2008, in Appuntamenti

"In Search for a Fourth Wa: 'New Left' and 'New Right'  in the European Union". Convegno internazionale organizzato dal Centre for Liberal Strategies (Sofia). The Open Centur Project at the Central European University (Budapest) e dal Centro di cultura contemporanea di Barcelona. Partecipano  fra gli altri:  Ivan Krastev, Centre for Liberal Strategies after 1989, Ernst Hillebrand, Direttore della Friedrich-Ebert-Stiftung a Paris, Andrea Romano dell'Università di Roma Tor Vergata, Emilio Lamo de Espinosa, Fondazione José Ortega y Gasset, Soli Ozel della Bilgi University di Istanbul, Federico Fubini, del Corriere delal Sera, Marta Dassù dell'Aspen Institute Italia, Davied Rieff, del New School for Social Research, New York, Jan-Werner Müller, Princeton University.


 

Una telefonata salva la verità di Tbilisi sull’invasione russa in Georgia
Pubblicato il 16 settembre 2008, in Diario

Tbilisi torna a sperare nella verità. Il New York Times pubblica le intercettazioni delle telefonate di alcune guardie di frontiera ossete, registrate alle 3 e 52 del 7 agosto, che attestano l’ingresso di mezzi corazzati e militari in Ossezia del sud almeno 20 ore prima l’inizio dell’offensiva militare georgiana contro Tskhinvali. Per il governo di Tbilisi, che ha fatto prontamente trapelare le intercettazioni fornite dai servizi segreti, è la prova che la Georgia ha agito per difendersi dalle truppe russe entrate illegalmente in territorio georgiano. Mosca invece ha sempre sostenuto di essere intervenuta per difendere i cittadini osseti dall’improvvisa aggressione georgiana. Dunque non ci sarebbe stata una “reazione sproporzionata del potere russo”, ma un’azione russa seguita da una reazione georgiana.
La settimana scorsa Raphaël Glucksmann, figlio dell’ex nouveau philosophe André, si trovava nello studio di Mikhail Saakashvili quando quei nastri sono arrivati sul suo tavolo. E ora che le intercettazioni sono di dominio pubblico racconta al Foglio il “senso di riparazione del torto subito” che quella sera lesse sul viso del presidente georgiano. “Era poco prima della visita del presidente Nicolas Sarkozy. Per lui fu un enorme sollievo. ‘Vi rendete conto?’ ci disse. A fine luglio era in vacanza in Alto Adige, il suo ministro della Difesa era in Spagna, i principali consiglieri in Grecia. Quando appresero le notizie diffuse da Mosca, secondo le quali la Georgia stava preparando la guerra, decisero di tornare subito a Tbilisi. Per chi analizza lo scoppio delle ostilità stando sul campo, è evidente che il conflitto non era stato preparato dai georgiani. L’esercito era in Iraq. Truppe d’élite erano stanziate davanti l’Abkhazia, nessuno pensava che l’Ossezia fosse un obiettivo importante. Erano tutti convinti che l’attacco sarebbe venuto dall’Abkhazia… la sera in cui uscirono i nastri di quelle intercettazioni prevalse un senso di sollievo. Era stata una grande ingiustizia imputare a Saakashvili l’inizio del conflitto. E adesso finalmente è saltata fuori la prova che era il presidente di un piccolo paese attaccato dai russi, non un avventuriero che aveva precipitato il mondo in una nuova Guerra fredda”.
 In effetti, dall’inizio della guerra, i georgiani hanno sempre smentito di aver dato inizio al conflitto. Hanno tentato di spiegare che non avevano alcuna intenzione di recuperare l’Ossezia del sud con la forza. “Ma in Europa”, ricorda Glucksmann, “s’accreditava la tesi dell’attacco irrazionale di Saakashvili, del caudillo in balìa dell’impulsività, e molti osservatori facevano come chi volendosi sbarazzare di un cane sostiene che ha la rabbia”. Invece adesso, con queste intercettazioni, pare dimostrato che l’invasione russa abbia preceduto e non seguito l’attacco georgiano. “Scoppia la verità e crolla lo scenario russo”, dice Glucksmann. “Il presidente russo Dmitri Medvedev aveva detto che le sue truppe erano intervenute per scongiurare un genocidio, che è come usare l’argomento dei diritti dell’uomo per mandare i carri armati a Praga. Qui a Tbilisi nessuno ha mai creduto alla propaganda russa e adesso ci sono anche le prove”. Mosca però non le smentisce, ma precisa che il transito di carri armati e mezzi pesanti sotto il tunnel di Roki rientrava nelle normali rotazioni delle forze di pace in Ossezia del sud. “Non è vero”, insiste Glucksmann, “perché la rotazione delle forze di pace implica un accordo col governo georgiano, e comunque non prevede carri armati e autoblindo”.
Intanto a Mosca giornali e mass media paragonano Saakashvili a Hitler, mentre Medvedev continua a dire che è un cadavere politico. “Tre mesi fa”, racconta Glucksmann, “quando chiesi allo spin doctor di Putin, Leo Pavloski, fino a che punto volete arrivare, mi rispose imitando con la mano il gesto della rivoltella per indicare un’esecuzione. E nella notte del 13 agosto il capo delle truppe russe, generale Boris Korizov, mi scoppiò a ridere in faccia quando gli chiesi un commento sul durissimo discorso di George W. Bush: “Oggi i russi non hanno paura di nessuno”, mi disse, “se vengono gli americani, li uccideremo uno per uno”.
Glucksmann racconta di quei giorni drammatici di agosto. Andò a trovare Saakashvili quando i carri armati russi erano a 40 km dalla capitale. “Assieme a Bernard-Henri Lévy discutemmo con lui per due ore. Era un uomo assediato, ma non rassegnato. Anche se i russi fossero arrivati a Tbilisi, diceva che sarebbe rimasto al suo posto, e citava Tacito: meglio finire impiccato dai russi che vivere da schiavo. Oggi però anche se l’opposizione vuole elezioni anticipate si sente più forte. In nessun altro paese postsovietico, coi tank russi alle porte dalla capitale, le istituzioni avrebbero retto come a Tbilisi. Il che è un successo. Resta da vedere se verrà rispettato l’accordo con Sarkozy. Se gli osservatori europei non potranno entrare nelle zone controllate dai russi, vuol dire che l’Europa si piega al fatto compiuto”.

Marina Valensise
© Il Foglio, 17 settembre 200
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Il canto del Prof. Ratzinger spiegato agli artisti (da Rémi Brague)
Pubblicato il 15 settembre 2008, in Diario

Parigi.Scoppiano le polemiche dopo la visita di Benedetto XVI. Se il socialista Manuel Valls accusa Nicolas Sarkozy di avere “snaturato la funzione” presidenziale, con la mano tesa al papa in termini di laicità positiva, il democristiano François Bayrou viene accusato di mendacio dai vertici dell’Ump, che ricordano come lungi dal difendere le radici cristiane nel trattato europeo egli ne fu fermo avversario. Ma è intra ecclesiam che le polemiche divampano. Benedetto XVI non è andato molto per il sottile a Lourdesquando ha rivolto ai vescovi francesi un messaggio chiaro sull’atteggiamento da tenere in una società ipersecolarizzata, richiamandoli all’ordine. “Voi siete i rappresentanti di Cristo, e il popolo cristiano deve considerarvi con affetto e  rispetto”. Li ha invitati a tenere duro, senza complessi né timidezza, a insistere sulla catechesi, a resistere ai compromessi coi divorziati, sostenendo le vocazioni sacerdotali “nello stesso interesse del mondo laico”. Li ha esortati alla “pacificazione degli spiriti”, per evitare “nuove lacerazioni alla tunica di Cristo” puntando sulla “liberazione spirituale della Francia”. Era un messaggio rivolto soprattutto allo stato laico, perché guardasse la chiesa non come una delle tante comunità che compongono la società francese, ma come  l’istituzione portatrice della visione cattolica. Così dunque ha messo in guardia i francesi dalla pigrizia della chiesa gallicana, segnata da un record negativo di praticanti (appena il 4 per cento della popolazione) e afflitta da una crisi inesorabile di vocazioni. “Su questo, se potessi, farei a meno di rispondere” dice il filosofo Rémi Brague, che insegna alla Sorbona. “Da decenni, si nominano vescovi dalle personalità incolori. Le cose sono un po’ cambiate col cardinale Lustiger, ma il clima generale è il disfattismo”. Eppure se gli si chiede un bilancio del viaggio del Papa, il professore, che non si è mai fatto illusioni sull’odio anticristiano e la sua particolare virulenza, invita alla prudenza: “E’ difficile dire se l’intellighenzia laica presterà ascolto al messaggio del Papa o non farà orecchie da mercante”. Poi però lui stesso insiste sulla sostanza del discorso ai Bernardini. “Il Papa ha invitato artisti, cantanti, attori e scrittori a riflettere sulle fonti dell’arte e della tecnica. Cosa c’è dietro l’‘ora’ e il ‘labora’ dei monaci medievali? Per spiegarlo, il Papa ha citato il canto monastico, ricordando che non era espressione della soggettività, ma uno sforzo per conformarsi all’armonia del mondo. Il che pone il problema dell’attività artistica, di tutto ciò che nell’uomo supera l’attività tecnica di trasformazione della natura, vale a dire, noi abbiamo ancora qualcosa da cantare e celebrare? Se l’arte in generale, e non solo la musica, è una glorificazione dell’uomo da parte dell’uomo, va a finire che l’uomo non ha più niente da dire, come dimostrano in modo spettacolare alcune tendenze dell’arte contemporanea. E così come non c’è più nulla da cantare, non c’è più nulla da festeggiare: siamo a uno stadio della civiltà in cui si festeggia solo il fatto di fare festa. E’ questa la domanda che il Papa ha posto agli esponenti del mondo della cultura. Cosa avete ancora da festeggiare? Potete fare come i monaci che cantavano la gloria di Dio, o produrre solo rumore per dire che siete soli, come un bambino che canta di notte perché ha paura del buio, o mentre cammina nella foresta per darsi coraggio?”. Resta fuori il “labora”? “Per i monaci medievali singificava perfezionare la creazione. Ma se  cessa di essere un’imitazione dell’opera divina e consiste solo nella volontà della specie umana di imporre e dominare la creazione, le conseguenze sono catastrofiche”. E’ anche per questo che il Papa insiste sul ritorno alla ragione. “Combatte contro un razionalismo segretamente irrazionale, che accredita la ragione come il risultato di processi accidentali e del tutto irrazionali, come il Big bang o la selezione della specie, che favorisce la sopravvivenza dei più forti”.

Marina Valensise
© Il Foglio, 16 settembre 2008
 


































La Ratio del professor Ratzinger
Pubblicato il 13 settembre 2008, in Diario

Parigi. Ad ascoltare la lectio magistralis di Joseph Ratzinger al Collège des Bernardins, c’era anche Pierre Manent, il discepolo di Raymond Aron che oggi è uno dei filosofi della politica più sensibile alla critica della modernità che esista in Francia. Da autore di saggi chiave sul liberalismo, da studioso versatile in grado di commentare il De Officiis di Cicerone o la Teoria dei Sentimenti morali di Adam Smith, passando per la Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino, Manent ha trovato “d’una ironia deliziosa” che fosse proprio il Papa, “cioè colui che agli occhi del moderno razionalismo rappresenta la superstizione, la rinuncia alla ragione, il sacrificio dell’intelletto, a riportare in primo piano la questione della ragione”. Cattolico liberale, e però neotomista e filo straussiano, Manent è convinto che  le principali correnti filosofiche contemporanee non abbiano fiducia nella ragione: “Sono anti razionaliste o irrazionaliste. Oggi, invece, l’unica scuola di pensiero che rivendichi la ragione come regola per guidare la vita umana è la chiesa cattolica. E il merito di far rientrare questa idea classica nella riflessione contemporanea spetta proprio a Benedetto XVI”.
E’ questo l’effetto paradossale della lezione del Papa a Parigi, la capitale del razionalismo positivistico. Una lezione di teologia dove le origini del monachesimo occidentali rivelano le radici della cultura europea e il nostro debito di civiltà nei confronti del cristianesimo, ma servono soprattutto a mettere in guardia la coscienza contemporanea dalla minaccia d’una libertà soggettiva priva di trascendenza e votata all’atomismo e di un fanatismo religioso prigioniero dell’intolleranza integralista. “L’essenziale della lezione del professor Ratzinger” dice Manent “consiste in una deduzione complessiva del dispiegarsi della cultura europea, perlomeno nelle sue dimensioni fondamentali, a partire dal Quaerere Deum, dalla ricerca di Dio. E’ questo l’aspetto più singolare del discorso del Papa al Collegio dei Bernardini. Benedetto XVI è partito dal monachesimo occidentale e ha mostrato come la ricerca di Dio, per il modo in cui Dio era annunciato nella Bibbia e nel Vangelo, implicava un nuovo rapporto fondatore nei confronti del linguaggio, della scrittura, della comunità”. Insomma a partire da due sole parole, “quaerere deum”, il Papa è riuscito a suscitare l’intero modo di procedere dell’uomo europeo. “E’ impressionante”, commenta Manent. “Nel momento stesso in cui entrava nel cuore della sua dimostrazione, vale a dire in quel rapporto che il cristianesimo instaura tra scrittura e comunità, il Papa ha dimostrato che non può esserci un fondamentalismo cattolico, per il semplice fatto che le scritture sono un sistema di testi strettamente legato a un insegnamento religioso. Un sistema che trova senso solo nella relazione che suscita in seno alla comunità di credenti. Certo, volendo possiamo anche evidenziare con quale delicatezza Benedetto XVI abbia implicitamente distinto la Bibbia dal Corano, sottolineando subito e con molta nettezza la ragione per la quale il cristianesimo, a differenza dell’islam, non può essere considerato una religione del Libro”. Senza ripetere lo scandalo destato dal discorso di Ratisbona, basta una lettura attenta per capire come Ratzinger abbia insistito sulla peculiarità del cristianesimo per rintracciarne la matrice teologica della cultura europea. “Interpretazione e dialogo sono gli elementi chiave sottolineati dal Papa. La scrittura, ha inoltre spiegato Benedetto XVI, non è separabile dalla comunità che essa stessa suscita e forma. Il Papa ha poi sottolineato che quando nel nuovo testamento si parla di scritture si intende un insieme di testi dal carattere molto diversi, la cui unità si concretizza soltanto in una comunità capace di interpretarli. In questo senso, credo che il Papa abbia mirabilmente indicato una precisa relazione tra la comunità e il logos. Una relazione che appartiene al cattolicesimo, e che mutatis mutandis, continua a sostenere lo sviluppo europeo, anche quando si allontana dai dogmi cattolici dell’obbedienza e della fede”.

E’ questo a rendere il discorso di Benedetto XVI estremamente interessante agli occhi di Manent. “Apre una prospettiva che rinnova la nostra visione d’insieme dello sviluppo occidentale, dando un contributo alla riflessione non solo dei cattolici, ma di quanti sono interessanti a capire cosa vuole dire l’Europa; perché offre una sintesi non eclettica tra l’Europa che ha ricevuto la filosofia e l’Europa che ha ricevuto il cristianesimo”. Così anche nella laica Francia, patria del volterrianesimo, la religione forse è tornata al cuore della riflessione filosofica e politica. Il che se da un lato non basta a contraddire l’idea di un paese largamente decristianizzato, dall’altro, secondo Pierre Manent, contribuisce a dare alla chiesa una nuova forza relativa:  “Quando tutte le famiglie spirituali sono in via di estinzione, il Partito comunista non esiste più, il movimento del Maggio ’68 si è ridotto a una riunione di ex combattenti abbastanza patetici, la debolezza della chiesa diventa una forza relativa, perché rispetto allo stato medio della nazione, mostra una presenza e un’attività e talvolta persino un’intelligenza che lasciano ben sperare”.
Manent loda la posizione di Sarkozy. “E’ stato molto bravo: ha appena sfiorato la questione del rapporto tra fede e ragione, ma ha insistito sul carattere centrale che la ragione riveste per la democrazia. Oggi la legittimità democratica non si fonda più su una base razionale, ma su una affettiva, come dimostra il sentimento aggressivo dell’eguaglianza, il fatto che ciascuno vive come vuole, perché lo vuole, e perché lo vale, dunque legare la difesa della ragione fatta da Benedetto XVI al bisogno di democrazia, è una scelta giudiziosa. Sarkozy ha fatto capire quanto sarebbe assurdo privarsi del contributo che le religioni possono fornire al dibattito pubblico. E’ un’affermazione audace ma giudiziosa, con cui ha iniziato a dare un contenuto all’idea di laicità positiva”. Alla domanda se sia un punto di non ritorno, Manent non si sbilancia: “Non saprei dire se sia una svolta storica, credo però che molti avvertono che l’irrigidimento laicista non è più ragionevole, che è arrivato il momento di afferrare con intelligenza l’apertura al contributo pubblico delle religioni. Quando la nazione, e non solo la Francia ma anche le altre nazioni d’Europa, sembra molto impoverita, e prevale la sensazione di atonia, depressione e sterilità, si avverte quantomeno il bisogno di utilizzare tutte le nostre risorse per ridarle vitalità. E anche se il cristianesimo è indebolito, il cattolicesimo, la religione e la fede restano una risorsa anche per i non cattolici. Non c’è più ragione, infatti, di continuare a guardare con sospetto e intolleranza la chiesa cattolica che non ha più né il desiderio né i mezzi di essere essa stessa intollerante”.

Marina Valensise
© Il Foglio 14 settembre 2008


 

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