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Festa agrodolce per Alessio il nuovo conduttore anglosassone di Matrix
Pubblicato il 26 febbraio 2009, in Diario

Roma. Alessio Vinci è alto, normanno, ha un bel sorriso squadrato. Parla con umiltà, lo sguardo fisso nella telecamera, reggendo una cartellina tra le mani. Ha esordito a Matrix al posto di Enrico Mentana con un puntata sulla voglia di sicurezza e la molestia verso le donne, ospiti Mara Carfagna, Michelle Hunzinker, il professor Marzio Barbagli in collegamento da Bologna. Gli ascolti non l’hanno premiato. Un magro 10 per cento, dovuto in parte alla novità e alla mesta partita della Roma, e in larga parte alla concorrenza di Porta a Porta dove, nella stessa fascia oraria, si discuteva di Sanremo, a 48 ore dal Festival, con Bonolis, Laurenti,  Fabrizio Del Noce in giacca di velluto senza cravatta, Arisa, Dolcenera e il vincitore Marco Carta. Dopo la sospensione della puntata di mercoledì, decisa per non limitare il programma di Maria De Filippi,  Vinci torna in onda stasera con una puntata sulla tv e la voglia di svago in tempi di crisi, ospite d’onore la stessa De Filippi, e i pareri si dividono. Riuscirà la nuova star di Mediaset prestata dalla Cnn a conquistare un pubblico distratto e difficile come quello italiano, indulgente verso i suoi beniamini ma inclemente con gli sfidanti al debutto?
Fra gli specialisti dell’informazione in molti già storcono il naso. Lucia Annunziata, per esempio, alla notizia della puntata di stasera sembra sorpresa: “Non ci posso credere. Già gli ospiti della prima puntata erano fuori tema. Per parlare di sicurezza sarebbe stato più pertinente invitare il Ministro degli Interni, un caporonda leghista o il capo della polizia rumena, anziché il Ministro delle pari opportunità Mara Carfagna. E adesso la seconda puntata avrà come ospite d’onore la De Filippi? E’ pazzesco! Mi sembra che ci siano questioni di informazione infinitamente più urgenti del fenomeno del fenomeno tv. Ma bisognerà vedere come lo vede lui, Alessio Vinci, che è un anglosassone”.
Anche Stefano Di Michele è rimasto perplesso dagli esordi del nuovo conduttore. “La sua presentazione all’inizio, con la storia della Cnn, dell’Italia vista dal di fuori e ora dal di dentro era troppo metafisica per non lasciare un po’ spiazzati. Mi ha dato l’impressione di quando ti bussano alla porta quelli della Folletto ...”. Inclemente anche sull’abito: “E poi aveva i vestiti tropo larghi, una cravatta celeste che faceva effetto, e troppi boccoli. Chi lo sa, sarà anche l’abitudine di Mentana... però Mentana era secco, scattante, questo invece mi è sembrato pià tondeggiante, con pochi angoli. Mentana pareva un tozzetto toscano, questo un bigné di San Giuseppe, più morbido, più umido. E poi forse, anche se è italiano, dopo 18 anni alla Cnn vuol fare un po’ troppo l’Americano. Dovrebbe invece evitarlo, perché il pubblico italiano è più casereccio. Non solo, ma è convinto di essere internazionale e pure meglio di quello americano”.
Il pubblico femminile è diviso. Se  Maria Latella che alla stessa ora  conduce Nightline su Sky tg24, dice di “apprezzare la scelta di fare giornalismo all’estero”, e giudica gli anni di Vinci alla Cnn “un eccellente esempio per i migliaia di iscritti a Scienza delle telecomunicazioni”, la nostra Diana Zuncheddu è più scettica: “Ha preso un posto che nessun altro giornalista italiano si sarebbe mai sognato di accettare e questo mi ha fatto tenerezza. Ho pensato, viene dalla Cnn e si butta in una sfida che nessun’altro  avrebbe osato. M’è sembrato un bravo ragazzo allo sbaraglio: non uno strafico, non un ammaliatore, non uno con grandi idee, solo un bravo giornalista della Cnn che è stato messo a fare una cosa per la quale serve un cavallo di razza. Ma è solo la prima impressione, magari la prossima puntata sarà diverso”.
La vera sfida è lo stesso Alessio Vinci a riconoscerlo, “è non aver paura di seguire Mentana, con la sua eredità pesante da raccogliere...è parlare al pubblico italiano, convincendolo a non aver paura di una cosa diversa”. Ma la diversità sta nelle cose, prima ancora che nei sentimenti e nelle persone, osserva Carlo Freccero, uno dei più accreditati esperti televisivi in circolazione. “Scusami tanto, ma segliere la Carfagna per parlare di violenza vuol dire non sapere cosa siano gli ospiti italiani” dice il vecchio situazionista. “Alessio Vinci, del resto, è un reporter, non un uomo di talk show. La scelta di prenderlo al posto di Mentana è indovinatissima sul piano mediaco. Ma il talk è un approfondimento: alla Cnn lo fanno i giornalisti abituati al faccia a faccia, quelli che fanno la guerra con le parole, non coi fatti. Se non hai i fatti cambia la discussione. Il talk insomma è una guerra di parole, mentre il reporter fa la guerra coi fatti, prende le notizie, le riferisce e le struttura. Vinci ora si trova alle prese con un problema nuovo: deve lasciare i panni di reporter per vestire quelli di animatore di talk, abbandonare i fatti per darsi alla guerra con le parole. Non so quanto conosca l’Italia, ma è la stessa differenza che c’è tra un cronista e un editorialista. Il talk di approfondimento deve mettere insieme tante voci per dare allo spettatore l’idea di approndire la notizia. Per questo, è fondamentale la scelta degli ospiti, che possono essere personaggi che rappresentano un concetto per sviluppare un discorso, oppure rappresentare un punto di vista funzionale alla scaletta dell’autore. Insmma ci vuole il genio dell’improvvisazione, come nella commedia dell’arte, dove nulla però va lasciato al caso. E l’Italia poi è cosa ben diversa dall’America”.

Marina Valensise
© Il Foglio, 27 febbraio 2009






















L’elogio dell’ipocrisia per Constant fonda la libertà di noi moderni
Pubblicato il 23 febbraio 2009, in Diario

Solo in manicomio, scriveva Blaise Pascal, uno è libero di dire tutto quello che pensa davvero del suo prossimo. In società no, non è possibile. Da che mondo è mondo, da quando si è scoperta l’arte del vivere civile, l’honnête homme, infatti, sa benissimo che per vivere tranquillo dentro il consorzio umano, per vivere al riparo dalle passioni distruttive, deve mentire. Dissimulare e mentire. Mettersi in testa quella massima di La Rochefoucauld secondo il quale “l’ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù”. E cercare di utilizzarla come una risorsa preziosa per salvaguardare la convivenza umana e la sua stessa vivibilità. Non per niente fu un grande moralista vissuto in pieno Terrore rivoluzionario, e intenzionato a uscire dal regno del Terrore, a teorizzare l’elogio dell’ipocrisia.
Benjamin Constant non aveva nemmeno trent’anni nel 1796 quando pubblicò il saggio su “Le reazioni politiche”, in cui fece del dovere di mentire il fondamento del governo moderato e rappresentativo e delle libertà costituzionali con cui arginare la tirannia della sovranità popolare e la degenerazione giacobina. “Il principio morale secondo il quale è un dovere dire la verità, se fosse preso in modo assoluto e isolato, renderebbe impossibile qualsiasi società” scriveva Constant riprendendo non solo Pascal e La Rochefoucauld, ma anche Machiavelli e Hume. E mai il suo elogio dell’ipocrisia fu tanto attuale come lo è per noi oggi, che in nome della trasparenza, dello stato di diritto, della Costituzione e dell’autodeterminazione individuale vorremmo  stabilire addirittura per legge il diritto a disporre della nostra vita, e persino di quella altrui, in casi di grave e irreversibile incapacità.
Fa benissimo quindi Angelo Panebianco, il più aroniano e liberale degli editorialisti del Corriere della Sera, a denunciare il legicentrismo incombente sia fra i fautori della sacralità della vita, pronti a imporre per legge il divieto di rifiutare alimentazione e idratazione a pazienti incapaci di intendere e volere, sia fra i sostenitori della libera scelta, pronti a far valere a tutti i costi l’opposto principio della dignità del fine-vita. Panebianco cerca di preservare dalla mania legislativa quella zona grigia, fatta di silenzi, di sguardi compassionevoli, di parole a mezza bocca dette dai medici, dai malati, dai parenti dei malati. Difende la “necessaria ipocrisia” e insiste sulla scelta del termine. Ha ragione. E ha ragione persino quando, andando oltre Pascal e La Rochefoucauld, spiega che l’ipocrisia non è il vizio che rende omaggio alla virtù, “ma è essa stessa virtù”, perché permette di offrire soluzioni empiriche, senza offesa per alcuno, e sottrarre alla pubblica piazza una discrezione che deve restare privata.
E’ l’ultimo argomento in difesa della libertà dei moderni contro la tirannia d’una maggioranza che detta legge. Non a caso  riecheggia quello che oppose il moderato Constant al radicale Immanuel Kant, quando costui sosteneva il diritto morale di dire la verità persino davanti a degli assassini che dessero la caccia a un vostro amico, rifugiato in casa vostra. “Sostenere in sé e per sé il dovere di dire sempre e comunque la verità sarebbe distruttivo per la società”, scrisse Constant, all’ombra della ghigliottina. Ma lo sarebbe pure negarlo, spiegò, perché farebbe crollare le stesse basi morali della società. Ergo, l’unico modo di applicare un principio, senza arbitrio, è definirlo: dire la verità è un dovere, certo, ma il dovere corrisponde ai diritti di un altro. E dire la verità è un dovere solo verso chi ha diritto alla verità. Ma nessuno ha diritto alla verità che nuoce agli altri.


Marina Valensise
© Il Foglio, 23 febbraio 2009














“Lo stato resti fuori dal fine-vita”
Pubblicato il 20 febbraio 2009, in Diario

“‘Perché dobbiamo dirci cristiani’ dev’essere il tema di una battaglia culturale, ma non c’è bisogno di una legge per imporlo”. Marcello Pera commenta così il disegno di legge sul testamento biologico, presentato dal Pdl Raffaele Calabrò e passato al Senato in Commissione Sanità. Anche l’ex presidente del Senato è convinto che la Chiesa, in difficoltà nel predicare il peccato, guardi ora con favore a una legge dello stato che lo sanzioni come reato, e riflette sulle disfunzioni del caso: “Quando la società civile non percepisce più un certo comportamento come violazione di un divieto morale, non si può trasformare il peccato in reato. Non si può imporre un’etica di stato, perché in una società libera l’etica preesiste allo stato. L’etica di stato appartiene alle dittature, comprese quelle democratiche, le quali votano su quegli stessi valori su cui invece le democrazie dovrebbero fondarsi”. La legge sul testamento biologico, secondo Pera, ne è solo l’ultimo esempio: “I laicisti alla Veronesi e alla Marino, cercano di imporre la morale del supermarket etico del ciascuno fa quel che vuole; gli antilaicisti difendono la dottrina della Chiesa. Tra Beppino Englaro che vuole la morte di sua figlia e coloro che vogliono salvarla, la mia concezione morale sta coi secondi, ma io credo che entrambi i fronti oggi siano impegnati a trasformare lo Stato nel braccio armato dell’etica”.
Lo Stato, allora, non dovrebbe mai intervenire? Dovrebbe tollerare l’eutanasia, il suicidio assistito, qualsiasi altro comportamento affidato alla discrezione dei privati? “No” risponde Pera. “Pensare che lo Stato sia neutrale è l’errore dei laicisti. Lo Stato liberaldemocratico in realtà ha valori e principi propri, sanciti dalla Costituzione, e in nome di tali valori e principi può legiferare e imporre limiti e divieti”. La nostra Costituzione, “che Dio ne seppellisca presto la prima parte, con buona pace del presidente Napolitano” - osserva Pera - “stabilisce per esemppio che non si può coartare la libertà di autodeterminazione di un malato. Se un malato rifiuta la trasfusione di sangue, perché è un testimone di Geova, il medico si deve fermare. E perciò, per le stesse ragioni, si deve fermare anche se un paziente rifiuta la cannula per l’alimentazione e l’idratazione. E’ un principio riconosciuto dalla giurisprudenza, che rende vana qualsiasi legge che lo negasse, come quella sul testamento biologico, la quale, se approvata in Parlamento, verrebbe ad essere impugnata davanti alla Corte costituzionale. Il che spiega, oltre la ragione  culturale, la ragione giuridica della mia perplessità verso questa legge”.
Dunque sul fine vita bisognerebbe astenersi dal legiferare? “Non dico questo” risponde il senatore. “Una legge ci vuole, ma dovrebbe esser sul dissenso informato più che sul testamento biologico, e dovrebbe mantere almeno quattro punti fermi: 1. Ribadire certi divieti, che sono anch’essi principi costituzionali al pari dell’autodeterminazione terapeutica, come il no all’eutanasia, il no al suicidio assistito, il no all’abbandono e il no all’accanimento terapeutico; 2. Adottare per questi termini le migliori definizioni scientifiche disponibili; 3. Precisare cosa intendere per dissenso informato contro la terapia prescritta dal medico, e in particolare che il dissenso del paziente debba essere affidato a una volontà espressa, attuale - dunque non risalente ad anni prima-  inequivoca - e cioè non ricavata dalla voce del padre o degli amici, come nel caso di Eluana -  e informata, secondo quanto stabilito da una sentenza della Terza sezione civile della Corte di Cassazione, presieduta da Roberto Preden. Infine, la legge dovrebe stabilire chi debba esprimere questo dissenso nel caso in cui lo stesso paziente non fosse in grado di farlo”. Ma così lei non fa rientrare dalla finestra quello che era uscito dalla porta? ”Non credo. Piuttosto che radicalizzare lo scontro alimentato dal caso Englaro, sarebbe meglio fare un pausa e promuovere una battaglia culturale per diffondere non solo il rispetto verso i più deboli, ma anche il senso di dignità e di solidarietà che noi dovremmo avere nei loro confronti”.

Liberali puri e duri
Pubblicato il 14 febbraio 2009, in Diario

"E’ meno che niente: un Omnibus del Guf liberale. Ben pettinato, vestito alla marinara e senza sugo”. Questo fu  il giudizio di Leo Longanesi sul “Mondo”, il nuovo settimanale fondato dal suo ex redattore di cinema, Mario Pannunzio, nel febbraio 1949 e durato fino al 1966. E che siano dovuti passare  sessant’anni per ammettere il legame che in nome di uno schietto anticonformismo esiste tra il conservatore fascista frondeur  Leo Longanesi e il progressista liberale Mario Pannunzio, padre putativo del giornalismo laico e democratico di sinistra, la dice lunga sulle molte censure, gli aggiustamenti e i non detti che hanno segnato la storia del giornalismo italiano nel dopoguerra. Il merito di rivelare gli altarini spetta ora al direttore del Centro Pannunzio di Torino, Pier Franco Quaglieni, che, in vista del primo centenario della nascita del giornalista, ha riunito con Tiziana Conti e Anna Ricotti un’antologia di scritti, dalla quale emerge un ritratto lievemento difforme dal solito santino. Pannunzio infatti fu un liberale, ma non fu mai un azionista e nemmeno un radicale di sinistra. Fondatore con Carandini, Brosio, Libonati e Cattaneo del Partito liberale durante la Resistenza,  fu un anticomunista verace, che non ebbe paura di denunciare a tempo debito il dramma dell’Istria, la pulizia etnica nelle foibe, e raccontare la decimazione dei 60 mila prigionieri italiani in Russia, tornati a casa in 10 mila. Nel 1955, fu fra i fondatori del Partito radicale, ma ne uscì nel 1962, quando Renzo De Felice scoprì che Leopoldo Piccardi, allora in predicato per la segreteria, aveva partecipato a convegni antisemiti in Germania dopo l’emanazione delle leggi razziali. E non volle nemmeno essere il presunto “modello” o “l’ispiratore” di Eugenio Scalfari e del suo laicismo progressista, visto che 1967, quando scoppiò la guerra dei Sei giorni, Pannunzio, filoisraeliano, ruppe con lui e  la direzione dell’Espresso  che erano filoarabi, e l’anno dopo, quando morì, volle portarsi come ultimo viatico nella bara una copia dei Promessi Sposi. Fu un crociano, un liberale, un antifascista, indenne però da quella forma di emiplegia che spinse tanti altri a giustificare il totalitarismo sovietico. Era un aristocratico freddo, timido, compassato. Ma cerò di diventare un liberatore audace della coscienza e della lingua italiana, un antiretore malinconico che evitava di celebrare “le nozze d’oro tra un aggettivo e un sostantivo”, e di farsi travolgere dalle parole che finiscono in  ‘ente e ione’, “pesanti come massi che rotolono da una montagna”.

Pier Franco Quaglieni
Liberali puri e Duri,Genesi Editrice, euro18, pp. 270

© Il Foglio, 12 febbraio 2009


La fine dei giornali e l'eutanasia del giornalista mediocre
Pubblicato il 12 febbraio 2009, in Diario

Roma. Prepariamoci al peggio. Non c’è da stare allegri. La carta stampata va incontro al suo declino inesorabile e i giornali, breviario quotidiano per la laica preghiera del mattino, pare che abbiano non gli anbi, ma i mesi contati, anzi i giorni e forse addirittura le ore. A lanciare l’allarme è un esperto del settore come il redattore capo del mesile economico “L’Expansion”. Il francese Bernard Poulet si interessa da anni all’evoluzione dei mediA e ha appena pubblicato un libro, uscito ieri da Gallimard con  titolo perentorio: “La fin des journaux et l’avenir de l’information”( 213 pagine, 15,90 euro). La sua è una diagnosi fosca, perché riguarda non solo una pratica culturale, ma la concezione  stessa della civiltà, mettendo direttamente in causa la nozione di libertà e quella annessa d’un libero foro per il confronto di idee, che con l’opinione pubblica resta il fondamento della democrazia. Ma è anche una diagnosi consona ai nostri tempi dominati da internet, dalla moltiplicazione esponenziale di circuiti e canali, e da un’altrettanta esponenziale rarefazione dei lettori, se è vero che mentre a Parigi per arginare il far west del digitale s’aprono “Gli Stati generali della stampa scritta” e il presidente Nicolas Sarkozy lancia sovvenzioni pubbliche, convinto “che non verrà mai il giorno in cui nessuno vorrà pagare per un giornalismo d’inchiesta”, e invita i principali gruppi di informazione a ricapitalizzare le loro imprese, a Washington si inaugura il Newsmuseum, costato 435 milioni di dollari, “per aiutare a capire come la libera stampa sia essenziale al buon funzionamento delle democrazia”, proprio quando il New York Times per far fronte ai debiti ipoteca l’avvenieristica sede costruita da Renzo Piano, e decide di mettere gratis on line parte dei suoi contenuti, per meglio inseguire i lettori sul web e riacquistare valore.
Le cifre però parlano chiaro. Da per tutto crollano le vendite, diminuiscono i lettori, la pubblicità si contrae. In Francia nel 1974 si vendevano 3.800.000 copie di quotidiani; nel 2007 esattamente la metà. Nel 1967 era quasi il 60 per cento dei francesi di più di 15 anni a leggere un qutidiano; nel 2003 solo il 34 per cento. Nel 2001 il Monde poteva contare su introiti pubblicitari per 100 milioni di euro; oggi riesce a superare a malapena  i 50. Ai costi esorbitanti di fabbricazione e distribuzione, in Francia pari al 75 per cento del prezzo di vendita di un quotidiano, s’aggiungono poi gli effetti inclementi della crisi finanziaria. Altro fenomeno globale: all’indomani della seconda guerra mondiale la pubblicità del Monde rappresentava il 40 per cento del suo fatturato, mentre oggi, dopo essere salita al 60 negli anni Sessanta, è precipatata al 20 per cento.
Difficile pensare a un’inversione di tendenza, stante la smisurata moltiplicazione dei siti web, passati dai 23.500 nel 1995 a più di 125 milioni nel 2007, secondo il censimento della società inglese Netcraft; stante la gigantesca crescita di Google che negli Stati Uniti assorbe già il 30 per cento degli investimenti pubblicatari sul net e dopo l’acquisto di Double Click si appresta a diventare la più grande agenzia mondiale di pubbicità; e soprattutto a fronte del drenaggio costante di pubblicità da parte di nuovi media e di altri suporti, come la telefonia mobile, che secondo i dati citati da Poulet potrebbe passare dai 3-400 miloni nel 2007 a più di 14 miliardi di dollari nel mondo nel 2011.
Insomma, stiamo vivendo una situazione di caos che l’esperto Bob Garfield ha paragonato a quello dell’ex Yugoslavia: “InSerbia, cinque anni dopo il crollo di Milosevic e il ritorno della democrazia, la disoccupazione è salita al 32 per cento, il premier veniva assassinato e i criminali di guerra scorrazzavano liberamente”. Anche per questo il pessimismo è d’obbligo.
“Il mio è un pessimismo volontario” dice al Foglio Berard Poulet. “Si fonda su scala mondiale, ha  una base economica e antropologica, ma muove dall’intento di scuotere i professionisti della stampa quotidiana mettendoli in guardia”. Il suo messaggio è chiaro: non crediate di poter fare come se nulla fosse, aprendo nuovi siti per svilupparvi su internet. La pubblicità non tornerà mai più com’era prima, e la gratuità non basterà a farvi sopravvivere. Molti però pensano che sia il giornalismo tradizionale a tramontare di fronte al potenziale in crescita del giornalismo partecipativo, il “citizen journalism” del comune cittadino in possesso di un telefonino e di un pc. “E’ l’ultima illusione digitale dei vecchi gauchisti che s’ostinano a non voler fare i conti con la realtà” risponde Poulet. “E la realtà è che per la prima volta dalla fine del XIX secolo, gli inserzionisti pubblicitari oggi non hanno più bisogno dei giornali, perché dispongono di canali nuovi e più efficaci. E i giornali si limitano a reagire abbattendo i costi, riducendo le pagine, licenziando il personale, come il “Washington Post” che ha appena chiuso il supplemento letterario. Ma è un’illusione destinata a innescare una spirale drammatica. Si cerca di conservare la stessa economia con un mercato peggiore, offrendo un giornale meno bello a un minor numero di lettorie con meno inserti pubblicitari. La strada migliore verso il sucidio”.
Che fare allora per spezzare questa spirale? Intanto riconoscere che la crisi c’è ed è grave. Poi, smettere di inseguire vecchi modelli. “La World Association of Newspapers da quattro anni sostiene che va tutto bene, i giornali si vendono, i lettori aumentano. Doveva tenere un congresso in marzo, ma due settimane fa l’ha dovuto annullare: su 1500 media annunciati se n’erano iscritti solo 250”. La gente vuol essere informata, ammette Poulet, ma non è detto sia disposta a pagare per un’informazione di qualità. “Il modello dei giornali  anni 70, enormi redazioni, che coprono tutto, cercando di conquistare più lettori possibili, ha fatto il suo tempo. Ora si profila un’informazione a due volocità: per una minoranza pronta a pagare la qualità, e per la massa che si contenterà di titoli cubitali, senza bisogno di metterli in prospettiva”. Dieci anni fa Alain Minc, il finanziere con manie di Weltgeschichte annunciò: “La globalizzazione è l’eutanasia delle classi medie”. Oggi, Poulet constata: “La digitalizzazione è l’eutanasia dei giornalisti mediocri”. Segna la fine del giornale omnibus, dei quotidinai generalisti che pubblicano di tutto e per tutti. Inutile puntare sui siti a pagamento, come ha fatto il Nyt o El Pais, e nemmeno sull’informazione a basso costo ricorrendo all’outsourcing. Meglio reinventarsi un giornalismo di qualità e  Poulet cita come prova l’ultima decisione del settimanale americano Newsweek, che vuole dimezzare i lettori, pur di fornire loro una riflessione più intelligente. “‘Quindici giorni fa, per l’aereo sull’Hudson, abbiamo mandato tre giornalisti’,  mi diceva il direttore di Newsweek. ‘Tra sei mesi non ne manderemo nemmeno uno. Non ne varrà la pena’. Se su un avvenimento non c’è niente da dire, non se ne parla”.
Se le cose stanno così, per evitare lo sconforto è stato lo stesso Marcel Gauchet, che di Poulet è l’editore, a sentire il bisogno di intervenire con una serie di  puntualizzazioni in difesa della carta, del mistero del supporto cartaceo e della lettura, non senza lanciare qualche frecciata contro “la carta stampata che si guarda l’ombelico, coltivando lo stile radiotelevisivo, con pezzi d’ambiente al posto di analisi approfondite”. Ridurre la lunghezza dei pezzi, privilegiare il vissuto, privarsi dell’analisi è un vero suicidio, ha spiegato Gauchet in un’intervista al settimanale “Le Point”. “Non dico che bisogna tornare al Times del 1850, ma nessuno pretende che un giornale diventi Google News. E in fondo quando si dice che  la carta stampata è condannata, di cosa si parla? Del vicolo cieco in cui è  finito un certo modello ecnomico o del disinteresse dei lettori per il contenuto dei giornali?”.
“Poulet ha ragione sul piano dei fatti”, riconosce Marcel Gauchet per il Foglio: “Descrive i giornali di oggi, ma non è detto che  la sua sia l’ultima parola. Il modo di funzionamento dei giornali corrisponde a un momento di espansione superato. Infatti vorrei sapere quanti li leggono per intero: su Le Monde la metà degli articoli sono inutili e i tre quarti dei giornalisti pure. Io invece non credo affatto nella scomparsa totale del pubblico. Scompare il pubblico di massa, ma continua a esistere un pubblico più ristretto, disposto a pagare per un’informazione di qualità.  In fondo, ci troviamo davanti a un ciclo. Nel dopoguerra è nata una nuova stampa che ha avuto successo sino agli anni Settanta, e poi ha preso la strada del declino. Adesso sta morendo nelle sue forme tradizionali, mentre si sta ricreando un’altra stampa di qualità, tenuta a misurarsi con l’offerta digitale. I giornalisti sono prigionieri dei giornali, ma se i giornali muoiono non sarà una grave perdita. Altri modelli prenderanno il sopravvento”.

Marina Valensise
© Il Foglio, 13 febbraio 2009


Per Paul Veyne il cristianesimo vive, ma non l’eutanasia per legge
Pubblicato il 11 febbraio 2009, in Diario

Roma. E’ stato un postcristiano, miscredente conclamato e nietzschiano convinto, a raccontare per ultimo l’originalità del cristianesimo e il successo della religione dell’amore che emana dal dio incarnato e offre un’insperata intensità di vita a chiunque creda nella salvezza e nella redenzione dei peccati, attraverso la morte e la resurrezione di Cristo.  Paul Veyne ha scritto un gran bel libro sulla conversione di Costantino (tradotto ora da Garzanti) per spiegare come, adottato dall’impero roano, il sacrificio di Cristo morte in croce sul Golgota cambiò il corso della storia umana. E oggi che si discute di vulnerabilità del cristianesimo ricorda lo choc che la nuova religione provocò sul mondo antico e i suoi costumi antropomorfici e utlitaristici. “Il cristianesimo fu un enorme choc, ma fu una religione d’élite. Solo l’élite coltivò l’idea di redenzione, la spiritualità profonda, la fede in unavita ultraterrena. La massa della popolazione, invece, continuò nel politeismo: convertiti al cristianesimo, i pagani continuarono a chiedere di guarire dalle malattie, di non fare naufragio, come attestano gli ex voto in tutti i santurari d’Europa”.
 Anche per questo forse, appena si inizia a parlare di secolarismo postcristiano il vecchio storico del Collège de France si mostra perplesso: “Non so se sia  davvero in causa la vitalità del cristianesimo o non piuttosto l’anticristianesimo che in un paese come l’Italia è sempre stato molto forte:  ovunque nelle città dell’ Umbria o della Toscana si trovano strade intestate a Giordano Bruno”. E quando uno si domanda se che con la sentenza di condanna a morte per Eluana non sia stato condannato a morte anche il cristiano nella sua vocazione originaria alla carità, nella sua capacità di dare un senso al dolore, alla malattia, alla sofferenza in vista della salvezza, Veyne risponde da  bastian contrario: “Non credo. Il cristianesimo delle origine nulla ha a che fare con quello di oggi. Solo il nome è lo stesso, per il resto è cambiato tutto. La storia muta in continuazione. In Francia, per esempio, i cristiani credenti oggi sono favorevoli alle idee sociali di sinistra: non lo sarebbero mai stati senza la dottrina sociale di Leone XIII di fine Ottocento. Il che nulla ha a che vedere con la carità del cristianesimo primitivo, il quale non pensava affatto a liberare gli schiavi. D’altra parte, i tre quarti della popolazione hanno un sentimento religioso, che sembra proprio alla natura umana. Il cristianesimo ha più di altre religioni un forte aspetto passionale ed emotivo, tant’è che oggi la fede nelle figure cristiane è più viva che mai, e in Italia e in Spagna i fedeli continuano a invocare l’aiuto della Vergine e dei santi, come facevano i pagani con gli dei dell’antichità”.
Paul Veyne ama le libere associazioni. E davanti all’esigenza di finirla con l’ipocrisia, col silenzio e l’opacità dei comportamenti, salvo imporre in nome in nome della trasparenza una sorta di esibizionismo ostentatorio anche sui momenti più fragili e solenni dell’esistenza umana, contesta la difesa a spada tratta della vita da parte dei cristiani: “Quello che fa passare il papa e il Vaticano per dei matti è il ritornello contro l’aborto e l’etuanasia. La difesa della vita è un’ossessione, ma a che serve? Solo a ridicolizzare il papa”. A parlare così è l’uomo, prima dello storico.  “Mia moglie è medico” – aggiunge infatti Paul Veyne -  “accanto a lei, ho vissuto nel silenzio vari casi di eutanasia. E infatti l’eutanasia fa parte della realtà quotidiana. In certi casi non si può evitare. E poter dire ‘la porta è aperta, voglio uscire, fatemi uscire’ fa parte della debolezza usmana. Non sono un freudiano, ma son convinto che insistere sulla difesa della vita e sull’idea di indisponibilità, come pure sull’ossessione sessuale allontana il Vaticano dal senso comune. E invece esistono tali e tanti tesori d’amore che si perdono stando dietro a queste cose ridicole”.
 Nonostante ciò, da laico e agnostico il professor Veyne sembra contrario a una legge sull’eutanasia. “Legalmente l’eutanasia non si può autorizzare” dice con emozione. Il motivo per lui, che pure è un antichista, sta tutto nella morale kantiana:  “Non si può emanare una legge che rischierebbe di venir subito aggirata  per consentire ai figli di fare fuori i genitori vecchi e disabili. L’unica cosa possibile sarebbe autorizzare l’eutanasia per alcuni casi circoscritti, e introdurre un controllo a posteriori. Si tratterebbe, insomma, di verificare se chi è morto volesse davvero morire, e cioè se il medico che ha praticato l’eutanasia ha agito correttamente per rispondere al desideri di un vecchio malato, e non per liberare i figli o la famiglia da un peso che volevano togliersi dai peidi”. Dunque per Veyne l’eutanasia non è il punto di non ritorno  dell’era anticristiana, ma l’ultimo orizzonte del diritto soggettivoo. “Lo sento fortemente sul mio caso. Se occorre, posso avere il coraggio di darmi la morte, o domandare di farlo ad altri, se non posso farlo da solo. Bisogna avere coraggio. Mio figlio l’ha avuto. Era malato  di una malattia dell’anima, la malinconia con istinti suicidi, ed è morto a 32 anni, sparandosi un colpo di fucile”.

Marina Valensise
© Il Foglio 12 febbraio 2009


















Dante vincera’ sui nuovi barbari
Pubblicato il 9 febbraio 2009, in Diario

Poeta, attore, musicista, scrittore, biografo, latinista, germanista, umanista in senso lato, lettore vorace e sulfureo, conservatore teatrale e fluviale, fra i tanti aspetti della sua personalità Quirino Principe deve prediligere quello di filosofo della cultura, come egli stesso si definisce, declinando il termine “storiografo”. E in effetti vanta un primato. Fu il primo a parlare di scontro di civiltà, con un anticipo di almeno vent’anni sull’americano Samuel Huntington. All’epoca, era un semisconosciuto professore al liceo Manzoni di Milano. Era cresciuto meditando gli scritti di Nietzsche e traducendo le opere di Ernst Jünger, il soldato della Prima guerra mondiale teorico dell’Anarca, del Lavoratore, della Mobilitazione totale, sopravvissuto alla Repubblica di Weimar, al Terzo Reich, al maëlstrom nichilista che seguì il crollo del nazismo. Per forza di cose, dunque, il prof. Principe era uno di quei tanti docenti temuti e odiati, che deliziavano i loro allievi inscenando drammi di Goethe e poemi di T.S.Eliot, o raccontando le avventure  del Parsifal. E oggi che come allora continua a dispensare la sua scienza musicale a sciami di adolescenti ignari, guarda con la stessa preoccupazione alla “nuova barbarie” che minaccia l’occidente, paragonandola all’assalto dei Goti sull’impero romano nei secoli bui. “Il mondo attuale è molto simile al quello che visse la caduta dell’impero romano di occidente”, dice infatti il professore. “Esistono elementi di totale coincidenza: una crudeltà fiscale crescente, una crisi demografica dilagante, un’invasione barbarica questuante e strisciante e infine la stessa connivenza della chiesa coi nuovi barbari, come nel V secolo dopo Cristo”. L’unica differenza, forse, sta nel fatto che allora si era agli albori della civiltà, mentre oggi si parla apertamente di decivilizzazione e inselvaggimento. “Allora i barbari erano feroci, ma innocenti”, incalza il prof. “Erano bestie, stupratori, che legavano una fanciulla a due carri rivolti in senso opposto per squartarla, ma rimanevano colpiti dalla nostra civiltà anzi catturati, come quel Droctulft, il guerriero longobardo scoperto da Benedetto Croce in un testo di Paolo Diacono e finito pure in un racconto dell’Aleph di Jorge Luis Borges. Inviato in avanscoperta da Alboino, costui rimase talmente folgorato alla vista della città di Ravenna, da rinuncare all’assedio, abbandonare i suoi e morire difendendo l’ordine di quella stessa città che prima voleva distruggere. ‘Sa che in essa egli sarà un cane, o un bambino, e che non potrà mai capirla – scrive Borges nel suo racconto – ma sa anche che essa vale più dei suoi dèi e della fede giurata e di tutte le paludi di Germania’”.
Diverso il caso dei barbari nostri contemporanei, i musulmani integralisti che sciamano per le vie delle nostre città inneggiando a Hamas e pregano a testa in giù verso la Mecca prosternandosi davanti al Duomo di Milano o davanti a San Petronio di Bologna. “Questi qui arrivano con una cultura loro, che li rende compatti”, dice Principe. “Come facciamo a difenderci? ‘Hanno una cultura forte’, diceva il cardinale Giacomo Biffi, ‘hanno una fede e noi niente’. Ma questo mi offende. Come sarebbe a dire niente? Io ho Goethe, ho Dante Alighieri, che tu cristiano non leggi, perché ormai leggi solo don Giussani e hai smesso pure di leggere Manzoni; io ho Montaigne, ho Michelangelo, ho Montesquieu, Hölderlin, Kafka e mi sento molto forte, anzi fortissimo…”
I conti però non tornano. Tutti questi grandi autori infatti sembrano armi spuntate. “Niente affatto”, insorge Principe e si mette a rievocare una sua recente lectura Danctis, a Rimini. “Ho letto il Canto XVIII dell’Inferno, dove Dante incontra Maometto lacerato dai demoni, come seminatore di discordia, e lo descrive ‘rotto dal mento infin dove si trulla’, cioè spaccato in due dal mento sino alle parti invereconde, che fanno cose maleducatissime, mentre le interiora e il sacco dello stomaco dipinto con perifrasi volgare gli pendono giù dalle gambe (Tra le gambe pendevan le minugia;/ la corata pareva e ’l tristo sacco/ che merda fa di quel che si trangugia). Nello stesso canto si parla di Alì, il genero di Maometto ‘fesso nel volto dal mento al ciuffetto’, altro seminatore di scandali e di scismi tra sciiti e sunniti. Alla fine della mia recitazione, si avvicina un signore ben distinto e mi fa: ‘E’ stato molto bravo lei’ – e a questo punto l’attore che vive in Quirino Principe si mette a mimare un arabo che parla in italiano. ‘Io sono musulmano e non tollero che si debba leggere un canto come questo’. Lei avrà pure da ridire sull’affresco di san Giovanni da Modena a San Petronio di Bologna?, gli ho risposto. ‘Sì dovreste raschiarlo o nasconderlo’. Ecco, la loro tesi è distruggerlo pezzo per pezzo come i Budda afghani smantellati per mano dei talebani. Gli integralisti islamici vorrebbero far saltare in aria le piramidi, la cui presenza fisica è la premessa di una conquista coloniale. Per questo al fanatismo non si può contrapporre un altro fanatismo, ma la consapevolezza della nostra cultura europea. E la differenza non è tra chi ha fede e chi non ha fede” insiste Principe, “ ma tra chi ha coraggio e chi non ce l’ha sul piano individuale. Conosco tante persone che la pensano come me, che si professano laici intransigenti e grandi ammiratori di Ernst Jünger, come se fossero una società segreta, ma quanti di loro avrebbero il coraggio di combattere i nuovi barbari? Di prendere le armi e contrapporsi in uno scontro frontale? Nessuno”.
C’è molto dell’Anarca in questa idea, la figura insulare, concepita da Jünger, del grande Solitario che resiste alle tempeste della storia, ritirandosi in se stesso, ultimo baluardo su cui è sovrano, e nel mondo delle sue letture. In fondo, la stessa biografia di Quirino Principe, dimostra che è una via percorribile. Quando coniò l’espressione di scontro di civiltà, Principe infatti era già un antimoderno. Viveva in comunione di spirito con Guido Ceronetti, con Elémire Zolla e altri irregolari, denunciando l’abuso dell’automobile, e contrastando con l’erudizione i dogmi benpensanti del progressismo. Aveva scritto un paio di saggi così luminosi sul destino della scuola e l’incultura (“Vita e morte della scuola”, del 1970, “Manuale di idee per la scuola” del 1977), che oltre a risultare oggi introvabili, gli erano valsi l’avvio di una discreta carriera, culminata come coordinatore per la sezione storica dell’Enciclopedia Europea alla Garzanti. Insomma, era un umanista in trincea. Grande conoscitore dell’arte classica, di Antico e Nuovo Testamento, si era laureato sotto la guida del cattolico Luigi Stefanini su Filone d’Alessandria, il filosofo ellenistico che interpretò la Bibbia secondo la filosofia di Platone, scoprendo nel trattato sulla Creazione del mondo secondo Mosè un’allegoria della creazione della scala musicale. Tutto sembrava annunciare un radioso avvenire in uno dei gangli dell’industria culturale italiana, senonché, un bel giorno il professore mollò tutto.
Era il 13 dicembre 1969. Il giorno prima era scoppiata la bomba di piazza Fontana, nell’atrio della Banca nazionale dell’agricoltura. Livio Garzanti – editore genialoide e imprevedibile per quel suo modo, che descrive lo stesso Principe, di alimentare nei suoi dipendenti “rapporti instabili e nevrotici, aleatori e sempre periclitanti, umorali e varianti da una predilezione ostentata a un freddo odio umiliante, con alti e bassi sovente ripetuti a ciclo nell’arco di una sola giornata” – ebbe una battuta infelice: “Dottor Principe, secondo me sono stati i suoi amici, i terroristi altoatesini”. Il professore, nativo di Gorizia, temprato da un’educazione militare dopo un’infanzia, vissuta in piena guerra, in balìa di un commando della Wehrmacht, non ci vide più. Offeso nell’intimo, umiliato nel suo orgoglio etnico-culturale, afferrò la scrivania e la scaraventò a terra, con tanto di portapenne, matite, portafoto del figlio neonato, spaccandola in due davanti agli occhi attoniti del Garzanti. Poi s’alzò, agguantò la borsa e scomparve. Non avrebbe mai più rimesso piede in via della Spiga, lasciando lì anche l’ultimo stipendio, segno di massimo sdegno. Quel giorno si compì il suo destino. L’ardore del gesto, infatti, fece il giro dei salotti milanesi e nel giro di ventiquattr’ore Principe venne arruolato da Alfredo Cattabiani alla Rusconi, dove per lui iniziò un’altra avventura.
“Quando nel 1969-70 mi accollai l’immane compito di ritradurre il ‘Signore degli Anelli’ di Tolkien per curarne l’edizione italiana, mai avrei immaginato che sei anni dopo il Fronte della Gioventù dichiarasse ‘è un libro nostro’, mentre la sinistra lo disprezzava e i cattolici volevano dimostrare che Frodo era una metafora di Gesù Cristo e Tolkien di San Fancesco. Mi ha sempre  irato quella strana forma di compatimento cattolico verso la presunta assenza di spiritualità dei laici. Ma allora, mi domando, i Kafka, i Leopardi, i Nietzsche, gli Schopenhauer, coloro il cui ritratto tengo appeso sul mio computer, son tutti privi di spiritualità? La spiritualità da laico esiste eccome. La mia si fonda sulle “Elegie ruinesi” di Rilke, sulle poesie di Kavafis, sui romanzi di Thomas Mann, Dostoevskij, Proust: tutti autori che esistono perché prima di loro c’è stato il cristianesimo, certo. Ma dire che la cultura occidentale, per il fatto che ci sia stata una contestazione della religiosità, non abbia un briciolo di spiritualità mi offende profondamente. A volte mi si avvicina una ragazza – continua Principe mimandone la voce chioccia come se fosse su un palcoscenico – ‘volevo dirle che io sono di Cl, sono cristiana e vorrei essere rispettata nelle mie idee e nella fede’. E pure io  voglio essere rispettato nella mia.”
Impresa problematica, visto l’alto rischio di nichilismo che oggi sembra minare la stessa sopravvivenza di una cultura europea e di una tradizione incapace di difendersi perché nega le sue radici. Il professore però sembra perplesso, e per rispondere sfodera un nuovo aneddoto. “‘Non dimenticate’, mi disse una volta un musulmano, ‘che noi abbiamo una nostra cultura, abbiamo Omar Hayyâm…’ Taci, gli urlai. Tu il poeta, astronomo, filosofo, matematico medievale vissuto in Persia all’epoca dei Selgiuchidi, non sei nemmeno degno di nominarlo. Non ne siete degni. Se vivesse oggi, voi lo seghereste vivo, tanto rappresenta il bello, la musica, il vino, la pittura, l’edonismo, la libertà della ricerca e della conoscenza. Insisto: la forza per contrastare il fanatismo noi europei possiamo trarla solo dalla coscienza di ciò che siamo. Certo, non è facile, perché quando la chiesa ha distrutto l’uso del latino, tant’è che non c’è un prete sotto gli ottant’anni che lo conosca, quando ha deciso di gettare nella spazzatura il suo patrimonio musicale e l’altissimo significato formale di quest’arma spirituale, ha buttato a mare l’intera cultura occidentale, per farsi africana, asiatica, e consegnarsi mani e piedi ai nuovi barbari e trascinarci dentro tutti”.
Ma cosa impedisce a noi europei di ritrovare il coraggio? “Già perché la magistratura cala le brache e manda libero un terrorista dicendo che nella sua patria è un patriota? Perché questo cupio dissolvi, questo desiderio di morte? Perché da Plauto a Dante, e poi a Boccaccio, a Petrarca, a Machiavelli, a Vico e sino a Leopardi e Manzoni, la nostra cultura ha sempre considerato non molto avveduti i detentori del potere, sia nelle forme del legislatore sia in quelle dei magistrati giudicanti. Nasce forse da qui l’odio per l’esercizio della libera ragione”.
Questo sul piano del potere, ma sul piano delle idee, cos’è che non va? “Me lo son chiesto spesso. Essendo un uomo di teatro, le risponderò con l’esempio del ‘Don Giovanni’ di Mozart. Don Giovanni è un seduttore, volendo uno stupratore, visto che l’opera  inizia con un mancato stupro; è un mentitore, un cinico, un traditore, però di una cosa non manca quando (Metà di voi qua vadano,/ E gli altri vadan là,/ E pian pianin lo cerchino:/ Lontan non fia di qua) travestito da Leporello, Don Giovanni parla di se stesso: ‘Se un uom e una ragazza/ Passeggian per la piazza;/ Se sotto a una finestra/ Fare all’amor sentite,/ Ferite pur, ferite:/ il mio padron sarà!/ In testa egli ha un cappello/ Con candidi pennacchi/ Addosso un gran mantello,/ E spada al fianco egli ha’). A un certo punto incontra donna Anna e Don Ottavio: la prima è atterrita, l’altro invece non ha capito che proprio lui è Don Giovanni, il seduttore, e gli domanda, volete  essere dei nostri? ‘Questa man, questo ferro, i beni, il sangue/ spenderò per servirvi’, riponde Don Giovanni, ed è sincero. Si cimenta. Sarebbe pronto a combattere per difendere l’onore di una donna che lui stesso ha tentato di violentare. Ma cosa fa Don Ottavio  quando capisce che gli stanno insidiando la fidanzata? Va a chiamare la polizia. E’ una svolta decisiva nella storia del ‘vir’ . Il maschio di Don Giovanni con tutti i suoi peccati, è pronto a usare la spada che ha sempre al suo fianco. Ottavio, invece, non ha la spada e se gli si insidia la fidanzata, invece di agire chiama la polizia. Da quel momento inizia la decadenza del maschio in occidente. Naturalmente è un archetipo, un modello ermeneutico, ma vale anche per molti altri aspetti della rinuncia dell’occidente alla sua essenza”.  
A questo punto il professore parte come un fiume in piena per un lungo excursus su Tristano e Isotta, i Nibelunghi, il Trobar claus, l’amor cortese e la passione dell’eros che per lui costituisce l’essenza dell’occidente, e la matrice intima del suo nucleo meraviglioso, come dimostrò negli anni Trenta il famoso saggio di Denis de Rougemont. “L’occidente è l’amore di Tristano e Isotta, che ha per oggetto il trasporto e la strana tensione tra sensuale e religioso che fonda la lingua e la letteratura dei paesi europei. La donna amata è un essere superiore, una specie di dea, che sana le mie ferite. La poesia trobadorica usa la metafora dell’amor-militia, come combattimento contro gli infedeli, dell’amor-martirium, come sopportazione di un supplizio, dell’amor-servitium, come rapporto feudale.
E’ questa l’essenza dell’occidente, l’eros, la spada, la fede, la bellezza, la musica e la poesia. Tant’è che ai tempi delle Crociate, Riccardo Cuor di Leone con una mano rompeva la testa agli infedeli con la mazza ferrata, e con l’altra scriveva poesie e componeva musica. Il cristianesimo disloca lo spirito di conquista sanguinaria e la guerra tra stati contro gli infedeli e questo porta alla creazione dei miti e delle metafore che definiscono lo spirito occidentale. Le Crociate, infatti, furono truppe, milizie, esercito, combattimento, fatica e sangue, tutte cose orribili a dirsi e vedersi, anche a causa dell’odio religioso. Ma dal combattere per l’ideale della fede nacque il nucleo meraviglioso dei Nibelunghi, della Chanson de Roland, del Cid, nasce la lingua italiana con la poesia amorosa di Giacomo da Lentini alla corte di Federico II e il Dolce Stil Novo. Stiamo parlando della musica, della filosofia, dell’arte di vivere, della civiltà, del desiderio di benessere e un minimo di giustizia sociale che caratterizza l’occidente rispetto al resto del mondo: un coacervo di ingredienti disparati e contrapposti, dove la religione, il desiderio di purificazione, l’anelito alla trascendenza convivono con l’amore per la bellezza, e il misticismo con l’eleganza elitaria, come nel Parsifal di Wolfgang von Eschenbach, dove la festa nel monastero di Montserrat intorno al sacro Graal, la coppa in cui Cristo ha bevuto, testimonia di un luogo mistico e sontuoso al tempo stesso”. Ma alla fine, se uno gli domanda: da dove nasce il senso di colpa dell’Europa? Dall’aver smarrito quest’essenza, forse proprio per effetto dell’anticristianesimo, che egli invece ha tanto a cuore? Quirino Principe da nietzschiano impenitente risponde convinto: “No. Non è il tradimento dell’identità cristiana, ma il lento lavorio dello stesso cristianesimo che col tempo ha eroso tutti questi aspetti esteriori della civiltà europea e adesso ne sta erodendo il nucleo”. Sicché secondo lui per capire la differenza che esiste tra un libero e un lacchè ormai bisogna leggere le parole di un poeta, Theodor Storm, scelte da Jünger come epigrafe del saggio sul generale Ludendorff, il teorico della mobilitazione totale, e conservate dal prof. nel suo vademecum: “Der Eine fragt:  was kommt danach?/ Der Andere fragt nur: ist es recht?”. “Il primo domanda: cosa succede dopo? L’altro domanda solo: è giusto ciò che faccio?”.


Marina Valensise
© Il Foglio, 7 febraio 2009


Sarkozy va in tv e fa la pedagogia della crisi
Pubblicato il 6 febbraio 2009, in Diario

Con la pedagogia della crisi Nicolas Sarkozy ha ipnotizzato 15 milioni di francesi. In diretta tv per un’ora e mezzo ha spiegato che è una crisi mondiale come non se ne vedevano da un secolo, nata negli Stati Uniti, dai gestori di fondi ad alto rischio, dalle agenzie di notazione finanziate dalle banche. Ha difeso ...(continua domani sul Foglio).












Corine Pelluchon, allieva di Leo Strauss, cerca la terza via tra eutanasia e accanimento terapeutico
Pubblicato il 5 febbraio 2009, in Diario

Anche in Francia si discute di Eluana Englaro. E Corine Pelluchon, la studiosa di Leo Strauss membro nel Comitato nazionale di bioetica, sebbene  ostile all’eutanasia, guarda al caso italiano con lucidità: “Personalmente sono contraria al diritto di morte, ma non a bloccare il trattamento di sostegno se sussistono condizioni sproporzionate al  mantenere una persona artificialmente in vita”. La distinzione è sottile, ma nulla ha di causidico. Per l’autrice di un saggio che molti considerano una svolta (“L’Autonomie brisée, bioéthique et philosophie”, 16 pp., Puf, 35 euro) rappresenta il crinale da percorrere per trovare un’alternativa al doppio dogmatismo che contrappone l’intransigenza degli atei e l’assolutismo dei credenti. E infatti, per sottrarre un tema così delicato come l’ordine vitale a un conflitto di religione insanabile Corine Pelluchon prende le distanze sia dai fautori della sacralità della vita, che ne difendono l’ indisponabilità, sia dai sostenitori della libertà del soggetto, che cercano di conservare a tutti i costi la nozione di autonomia, anche in persone che ne sono prive.
La sua è una riflessione nuova che riprende molti argomenti da Leo Strauss, il critico del Moderno,  fautore del ritorno all’Antico in nome di un’idea di giusto, di bene e di virtù che noi moderni abbiamo espulso dal nostro orizzonte teorico, e li rinnovandoli nell’etica di Emmanuel Levinas, senza trascurare la pratica biomedica e l’esperienza legislativa.“Con la legge Leonetti del 2005 i francesi  hanno voluto evitare sia l’eutanasia, e cioè il diritto di dare la morte,  sia l’accanimento terapeutico” – spiega la studiosa. ”Davanti alla richiesta di sospendere il trattamento di sostegno nel caso di una persona mantenuta per anni artificialmente in vita, il legislatore ha fatto una scelta di società respingendo la brutalità della decisione di uccidere qualcuno con una iniezione letale, ma anche esprimendo un rifiuto del trattamento legato spesso a condizioni difficili di uno stato vegetativo prolungato”.
 In questo caso, assai vicino al caso Englaro,  si tratta di “malati tra virgolette” creati per così dire “dalla stessa medicina”. dice la studiosa. “Può succedere, infatti, che in un primo momento si riesca a recuperare la vittima di un incidente stradale, salvandolo da un trauma cranico grazie a tecniche potenti. Se poi la REM mostra che non ci sono segnali di attività cerebrali e il coma è irreversibile, diventa legittimo domandarsi se sia il caso di sospendere il trattamento di sostegno, che ricade nell’accanimento terapeutico”.
Corine Pelluchon parla con precisione, ma non ama i giri di parole. Se deve definire la vita artificiale di persone colpite da trauma cerebrale ricorre al paragone con la neonatologia: “E’ lo stesso schema: in un primo momento il neonatologo rianima i nati prematuri, salvo poi capire che, effetto della medicina, la rianimazione non va a beneficio dei bambini, e decidere quindi di lasciare alla natura il suo diritto. In questo caso la sospensione del trattamento non è segno della volontà umana, ma della scienza impotente: adottarla, significa lasciare che la persona muoia secondo natura. D’altra parte, nella Bibbia non c’è nessuno che viva grazie a un sondino artificiale. E persino Giovanni Paolo II aveva chiesto che glielo togliessero. Alcuni parlarono di suciidio assisito, ma il papa volveva solo vivere la finitezza del suo corpo secondo natura”.
L’essenziale, dunque, è riflettere, oltre che distinguere. Riflettere sulla potenza della scienza e gli strumenti della tecnica, e soprattutto sui valori, i vincoli, i limiti sui quali si fonda la nostra società: “La tecnica permette di mantenere in vita chiunque. Personalmente, non credo che quando non c’è coscienza si smetta di essere una persona umana. Meglio usare un altro argomento e dire :noi uomini siamo mortali, ma la tecnica ci porta talmente lontani, che dobbiamo fermarci”.
Fermarci sì, ma come? Nessuno sa  a cosa corrisponda per la coscienza lo stato vegetativo; e i neurologi  parlano di stati minimi di coscienza,  registrando l’attività della corteccia cerebrale anche in casi di coma irreversibile. “E’ vero, non si può sapere tutto. I malati in stato vegetativo sono essere umani. Ma la nostra umanità sta nel trovare una terza via tra l’eutanasia e l’accanimento terapeutico, che consiste nel dire lasciamo alla natura i suoi diritti. Se la società non è d’accordo per sospendere l’alimentazione e l’idratazione artificiale nel caso di Eluana, forse si può trovare un’alternativa nel non trattare le complicazioni che potrebbero scaturirne. So che è una questione delicata, perché non si tratta di una cura, bensì di un trattamento, e anche i medici e gli infermieri lo vivono male. Se si sospende l’alimentazione, il malato muore. Si potrebbe evitare di trattare le eventuali complicazioni che potranno colpire Eluana perché il suo corpo è fragile, somministrandole i sedativi per consentire che la natura riprenda il suo corso, e lasciando che si spenga a poco a poco, accompagnata dalla famiglia, senza dare a nessuno il diritto di stabilire il giorno e l’ora della morte”.
Ma se uno si ostina nella difesa di Eluana, che non è una malata, ma vive in stato vegetativo, passando dal sonno alla veglia, nutrendosi con un sondino, Corine Pelluchon insiste nella ricerca di una via d’uscita dall’impasse in cui altrimenti rischiano di restare prigionieri sia gli atei integralisti,  per i quali una vita non è vita se non è degna di essere vissuta, sia  i credenti, che invocano argomenti religiosi, inapplicabili alla democrazia moderna. E cita come caso estremo di un soggetto privo di autonomia, e incapace di libere scelte, i malati di Alzheimer: “Lasciare che la natura faccia il suo corso vuol dire rispettare la vita. Alcuni medici sostengono che in mancanza di vita cognitiva non valga la pena vivere. Ma allora cosa dire dei malati di Alzheimer? Vecchi senza memoria, senza ragione, senza parola, son  l’esempio di un’autonomia spezzata, eppure son sempre persone vive, persone umane. Quanto al caso Englaro è diverso, certo. Capisco che il padre di Eluana soffra, che si senta abbandonato,  che esprima le indicazioni lasciate da sua figlia. Ma la tecnica oggi è in grado di mantenere tutti in vita: è per questo che dobbiamo pensare una terza vita, specie se siamo contrari all’eutanasia. Lasciando in vita situazioni simili, infatti, rischiamo di offrire argomenti a quanti si battono per il diritto di morire, per sopprimere ogni vita umana quando e come si vuole. Il che sarebbe una catastrofe  in contrasto con le scelte fondamentali di una società fondata sulla libertà e l’eguaglianza. E finirebbe per equivalere al trionfo di una visione elitista, per la quale una vita improduttiva non varrebbe la pena di essere vissuta e dunque andrebbe condannata”.
Si capisce dunque quanto sia sottile il crinale sul quale si muove Corine Pelluchon, quando invita a una rifessione profonda, al riparo dalla deriva idelogica in materia di eutanasia e di eugenetica. La terza via che ella persegue comporta due vesanti. Il primo, come si è visto, mira a superare il conflitto insanabile tra una bioetica religiosa e una bioetica lassista: “Consiste nel riflettere su pratiche mediche e biotecnologiche domandandosi se siano compatibili coi valori comuni che sottendono le situazioni più diverse. Per esempio, nel caso dell’eutanasia, la domanda sarà: abbiamo o no il diritto di chiedere a medici e infermieri di ammininistrare il diritto alla morte?La risposta è no. Il diritto alla morte non fa parte dei diritti dell’uomo. E’contrario i valori dei medici e degli infermieri che hanno il compito di aiutare, di guarire, di decidere cure e trattamenti proporzionati a una data situazione. Certo, la tecnica li obbliga a andare oltre, ma se restiamo fedeli al metodo filosofico che articola il diritto e la morale e concepisce il diritto come una morale che appartiene alla ‘Sittlichkeit’, come diceva Hegel, e cioè alla moralità dei costumi, dobbiamo riconoscere che la democrazia è un insieme di diritti, ma un insieme di valori che i diritti sottendono. Il che porta a riflettere sui miglioramenti che le terapie genetiche possono portare e  sulle stesse istituzioni, oltreché sul senso da dare all’essere genitori di figli disabili o selezionati in provetta. Solo così potremo rinnovare il dibattito superando il conflitto tra atei e credenti, che altrimenti son condannati a vivere insieme senza  capirsi”.
Non è un caso quindi se  fra i punti chiave della riflessione di Corine Pelluchon c’è la critica della nozione di autonomia del soggetto, che ha fondato la morale kantiana. “Ormai è una nozione  priva di senso” spiega la studiosa che nel suo libro cerca di riconfigurarla in modo nuovo, mostrandone la deriva di senso degli ultimi anni: “Oggi per autonomia si intende la somma dei capricci arbitrari di un singolo individuo. Immanuel Kant, due secoli fa, pensava il soggetto come un essere capace di decidere da solo, dotato di ragione, in grado di esprimere ciò che pensa. Ma la sua etica non tollera eccezioni, non ci aiuta a pensare i doveri che oggi noi abbiamo verso  esseri che non sono ancora o non sono più persone. Non penso solo all’embrione, ma ai malati di Alzheimer, che non hanno più memoria, hanno perso la ragione, non sono più in grado di usare la parole, eppur continuano ad avere piena dignità umana, perché dotati di una loro autonomia, di desideri, di un’autostima, anche se non sanno come metterli in atto, e per farlo hanno bisogno degli altri”.
  Corine Pelluchon parte nel suo libro da questo caso limite per ripensare la bioetica superando l’accordo sulle  procedure, e ripensare l’umanaità dell’umano e il rapporto  con l’altro.  Sulla scia di Levinas, ma anche di Paul Ricoeur e della critica a Martin Heidegger, sviluppa un’etica della vulnerabilità in cui cambia lo stesso criterio fondatne: non più l’autonomia della ragione, come per Kant, bensì la sensibilità,  nel senso della triplice esperienza che ognuno di noi fa dell’alterità. “La prima esperienza”–  spiega Corine Pelluchon –  è legata all’alterazione del  corpo, che vive, s’ammala, invecchia e muore; un’esperienza  segnata dalla passività, dal “suo malgrado” di cui parlava Levinas. La seconda è l’interesse per l’altro, che nasce dal sentimento della mia vulnerabilità e segna il primato della responsbailità sulla libertà. A questo poi  si associa una terza esperienza dell’alterità, legata al mondo pubblico come luogo non della mia alienazione, del mio essere gettato nel mondo, come diceva Hiedegger. Infatti, il mondo per me non è quello del Dasein in buona salute di Heidegger, del soggetto vuoto che pensa a se stesso, dove ciascuno si arrangia col peso dell’essere, ma il mondo dell’autonomia spezzata, di una vulnerabilità che ci dispone a un interesse nuovo verso la vita spingendoci a superare l’indifferenza nei confronti dell’altro”.

Marina Valensise
© Il Foglio, 4 febbraio 2009


La scoperta di Daria Bignardi
Pubblicato il 3 febbraio 2009, in Diario

Nel cuore di tutti noi c’è una vecchia casa in rovina, con un giardino dissestato, dove la zia Amalia andava a fare pipì, e di notte avevamo paura a scoprire la Madonnina di marmo col naso rotto per la pistolettata di un soldato tedesco. Ma la villa di Castel San Pietro dove Daria Bignardi ha passato le sue estati da bambina, giocando a nascondino coi cugini, dormendo in un letto gelato nonostante lo scaldino, temendo i fantasmi che si sentivano dal solaio, evitando di lavarsi in una vecchia vasca di zinco con le zampine, e sentendo raccontare di morti sepolti in cantina al tempo di guerra, è il fulcro di una storia  antica, molto struggente e vera, in cui si concentra la quintessenza della civiltà italiana. La storia ruota intorno alla figura della madre, ed è quella di una famiglia della provincia bolognese, con solide radici in terra d’Emilia. Una storia popolata di nonni amatissimi, vedovi e intraprendenti, che si laureano in veterinaria, pubblicano tesi di avanguardia, o fondano banche e poi falliscono con la crisi del 1929, e si risposano e fanno altri figli, li mandano in guerra, perché sono fascisti, e poi i figli tornano, dopo aver combattuto in Africa, prima, poi nei Balcani, e aver visto e compiuto chissà quali nefandezze, che oggi nessuno ha più il coraggio di ricordare, o dopo aver fatto qualche esame a Ca’ Foscari Venezia e avuto esaurito qualche cotta per un bel forestiero. E’ la storia di due ragazzi di paese che una sera di dicembre del 1944,  sotto i bombardamenti, si mettono in cammino per Bologna e quando arrivano a destinazione si scoprono  innamorati, si fidanzano, e sei mesi dopo si sposano. Lui è Vico Bignardi, il figlio del veterinaio: tornato dal fronte, è un gran bel fico, diremmo oggi: fronte alta,  occhi cinesi, un gusto schietto per la vita, dove l’amore per le donne e  la buona tavola non è che il riflesso dell’amore per la natura e  gli animali. Lei è Giannarosa Bianchi, la figlia del direttore di banca, anche lei bella, allegra, simpatica, piena di amiche devote e adoranti, e di sogni genuini come le poesie che scriveva a diciotto anni: “Non fuggire Tempo  Non rubarmi L’amore che è mio, Unica cosa per cui La vita vale”.  Insieme i due vivranno il dopoguerra, gli anni del boom, il benessere, come milioni di famiglie italiane. Venditore di mangimi, lui, ricco di amici con cui fare gran mangiate ogni mercoledì che Dio comanda, fissato con la genealogia e l’araldica, ma ben disposto allo stile stazzonato, “devo  star commodo, devo andare nelle stalle”, guida la sua millecento col cappello in testa a sessanta all’ora,  tanto da diventare un indicatore certo del  traffico locale. Lei è un’ottima latinista, appassionata di letteratura, ma finirà maestra di scuola per ripiego, svanito il sogno di laurearsi, sia pure fuori tempo massimo,  per colpa di Carlo Bo che le ha assegnato una tesi impossibile su un minore francese. E piano piano vedrà morire dentro di sé  il buonumore, l’allegria, la gioventù, cedendo a un’ansia patologica con cui proteggersi da un mondo su  cui non ha  più presa.  Guai a rincasare dopo le otto spaccate per Vico, che  pur amandola moltissimo passa tutto il tempo fuori casa. Guai a darle qualche brutta notizia: “mi impressionano”. Le figlie adotterranno due diverse strategie di sopravvivenza: la prima sposando il moroso dei sedici anni; la seconda, alias Daria, placando l’inquietudine nel successo, finché, ma solo quando la madre muore, non riuscirà ad attingere in pieno al fondo antico di amore, dedizione e nostalgia con quest’eulogia, dove confonde con dolcezza passato e futuro sino ad anticipare il testamento da lasciare ai suoi due bambini: “venitemi a trovare al cimitero, e cercate di non vendere la casa dei nonni”. Come se solo il dolore per una perdita inconsolabile riuscisse a farle scoprire l’essenza della civiltà e il dovere di conservarla per chi viene dopo.
Daria Bignardi, Non vi lascerò orfani, 164 pp., Mondadori, 17,50 euro


Marina Valensise
© Il Foglio, 2 febbraio 2009


 

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