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l rock spettrale di Jacko: Processo (con avvocato difensore) a un mostro musicale e alla sua natura disarmonica
Pubblicato il 30 giugno 2009, in Diario

A casa sua si sentiva solo Mozart e Rossini, Verdi e Bellini. Vaste casse di amplificatori svettavano nell’ingresso inondato di luce dell’attico ai Cloisters, il residence di Dorchester Avenue, sui bordi del lago Michigan dove Allan Bloom abitava, a Chicago. Altra musica il filosofo neoconservatore, discepolo di Leo Strauss e studioso di Platone e di Rousseau, di Kant e Nietzsche, non ne ascoltava. Eppure, sapeva tutto del rock ...(continua domani sul Foglio).

La democrazia è contagiosa: così BHL e André Glucksmann stanno con i ragazzi di Teheran
Pubblicato il 26 giugno 2009, in Diario

Roma. Dopo l’appello di Bernard-Henri Lévy sul Web alla gioventù iraniana, anche André Glucksmann, l’ex nouveau philosophe paladino trent’anni fa dei diritti dei dissidenti contro l’impero sovietico, si mobilita per l’opposizione al regime degli ayatollah. Lo fa  ....(continua oggi sul Foglio).

A destra, liberale e con qualche punizione. Il rimpasto di Sarkozy
Pubblicato il 24 giugno 2009, in Diario

l rimpasto del governo francese, voluto dal presidente Nicolas Sarkozy, è stato più ampio del previsto, con nove ministri uscenti e otto nuovi ingressi, ma...(continua domani sul Foglio)



permalink | inviato da marinavalensise il 24/6/2009 alle 20:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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Il romanzo di Marchionne
Pubblicato il 12 giugno 2009, in Diario

Se volete capire il segreto del successo Fiat nel caso Chrysler  e soprattutto del manager dell'azienda torinese, dovete leggere il "Marchionne" di Marco Ferrante, ex responsabile dell'economia al Foglio, e oggi  vicedirettore del Riformista, uscita l'altro ieri da Mondadori  125 pagg, 17 euro) E' una mini biografia in forma di romanzo, che si legge tutto d'un fiato, appunto come un romanzo, o un lungo racconto. Marco Ferrante è uno scrittore, prima di essere un esperto di cose industriali e finanziarie. Perciò nelle sue pagine troverete descrizioni strepitose del carattere di Marchionne, della sua solitudine, del suo modo di muovere le migliaia di muscoli facciali, del suo amore per il cibo, per il fumo e per il vestire informale, l'ascendenza istriana da parte di madre, che originaria di Carnizza ebbe più di un parente infoibato, l'attaccamento alle radici abruzzese per via di Concezio, il padre, maresciallo dei carabinieri che arrivato alla pensione decide di emigrare a Torono: tanti indici incontrovertibili di non conformismo, essenzialismo, genio italico e spirito di innovazione.  Molte le pagine su cose tecniche, come la put della General Motors  e la storia del famoso convertendo, molta la letteratura che trapela  in sottotraccia, Conrad, Tolstoi, Dickens, Pasternak, Apollinaire, ma anche Alice Munroe, Tracy Chapman, Céline Dion, e infine qualche omissione, ma sempre  a fin di bene,  come per esempio la risposta data un anno fa, durante il convegno  dell'Aspen di Villa Madame,  dall'americano Bob Rubin alle accuse di Marchionne: "Si vede che lei, dottor Marchionne  non legge i giornali".

Dio, il dollaro, gli inglesi e il senso delle cose
Pubblicato il 12 giugno 2009, in Diario

Letto un bellissimo libro, l'ultimo in italiano di Walter Russel Mead. Si intitola "Dio e Dollaro. La Gran Bretagna, l'America e le origini del Mondo moderno", l'ha tradotto Thalin Zarmanian per Garzanti, ed è un libro che tutti dovrebbero leggere per capire il senso della storia che stiamo vivendo. WRM è un  liberal, gioviale e ottimista, Senior Fellow del Council on Foreign Relations. Obamiamo quanto basta, ma prudente quanto serve. "Tutto l'eroismo del passato, tutta lasofferenza, la fede appassionata, il sacrificio, le letto religiose  e politiche sono serive solo a dar vita a un paradiso dello shopping" si domanda del suo libro sul capitalismo, il successo planetario del  liberalismo anglosassone e il senso del progresso che ha costellato la recente storia dell'occidente, oltreché le vittorie del mondo libero. "Davvero la società liberale non ha altro scopo che l'accumulazione di beni materiali?". La risposta, naturalmente, è no. Russel Mead difende non tanto la rifondazione religiosa dell'Occidente, quanto il recupero della trascendenza. In fondo, è un ratzingeriano inconsapevole, un contemporaneo. Un uomo libero.

Obama non ci salverà. Intervista a Victor Davis Hanson
Pubblicato il 4 giugno 2009, in Diario

Roma.Victor Davis Hanson è più abituato a frequentare Tucidide che i rapporti delDipartimento di Stato. Antichista, storico militare, esperto di strategia diguerra, è membro della Hoover Institution e  del Claremont Institute, il  centro studi che in America raccoglie e diffonde l’ereditàintellettuale di Leo Strauss. Ma è anche un assiduo commentatore della NationalReview e, pur essendo iscritto al Partito Democratico, è un conservatoreche  in passato  ha votato per  George W.Bush e ha sostenuto la Casa Bianca nella guerracontro i Talibani e contro il regime di Saddam Hussein. In questi giorni è inEuropa, in viaggio sulle rive del Mediterraneo, Roma, Creta, Atene, con ungruppo di amici della Federalist Society, associazione di repubblicani doc, perillustrare loro l’arte della guerra in Occidente attraverso i secoli, da  Salamina alla battaglia di Okinawa, epraticare sul campo una difesa dei valori occidentali.

 Sensibile alla minaccia che pesa sul mondo d’oggi, VDH èconvinto che il multiculturalismo sia molto più pericoloso in Europa che negliStati Uniti, e questo per almeno due ragioni:  “In  Europa latradizione aristocratica è molto più forte che in America, perciò da voi èmolto l’integrazione e l’assimilazione di nuovi venuti è molto più difficile che da noi”spiega  al Foglio VHD, seduto neisaloni di Villa Grazioli, ex dimora gentilizia trasformata in alebrgo  sui colli del Tuscolo, citando subitol’esempio di Obama. “Si capisce che Obama che  rappresenta un modello per la società europea.Personalmente, non credo che l’Europa a breve potrà eleggere una personalità diorigine mista al potere supremo. La seconda ragione, sta nel fatto chel’economia americana è molto più aperta e più disposta alla mobilità sociale:se dunque il multiculturalismo è  una piaga perl’Occidente,  noi in America siamopiù capaci di confondere le distinzioni di classe: un afro-americano, unispanico, un asiatico può anche insistere sui suoi privilegi restando legatoalla sua lingua, alle sue tradizioni religiose, ma sarà molto più dispostoall’integrazione e all’assimilazione rispetto a un musulmano alle prese con lastratificazione della vecchia Europa”.

Naturalemente, per noi Europei c’è anche unproblema di identità: “Se voi stessi non sapete chi siete, se voi europei nonriuscite a definire la vostra stessa identità in senso culturale, non potetepretendere di spiegarla agli immigrati. Se i primi a non avere fiducia neivostri principi siete voi europei, per forza di cose finite per  creare dei ghetti nelle vostre città,come succede a Berlino e Parigi, per quei musulmani non assimilati che non sisentono  parte della culturaeuropea, e economicamente non si sentono parte della classe operaia. E’ perquesto che voi europei cercate di pacificarli, anziché assimilarli ai valorioccidentali”.

Eppure, se così fosse non si capirebbe ilnostro entusiasmo per Obama. Falsa proiezione, replica DVH. “Esiste undesiderio di utopia a basso prezzo. Barack Obama rappresenta un presidenteamericano che col suo messaggio rassicura voi europei: e infatti è come se vidicesse, voi europei non avete bisogno di avere a capo del governo un nero, uncurdo, un algerino: potete proiettare tutti i vostri sogni su di me. Voi miapprezzate, mi trattate come se fossi una figura messianica, e perciò io viapprovo. In fondo quest’atteggiamento è la prova dell’esistenza del  liberalismo, del progressismo, dellatolleranza.  Dunque, questo è ilvostro ragionamento, noi europei possiamo continuare a vivere così, senza porci il problema dell’integrazionerazziale nelle nostre scuole. Ed è los tesso argoemntoa spigare fra l’altro lagrande popolarità di cui Obama gode in America: simbolicamente, è come sedicesse ai genitori, non abbiamo bisogno di integrare gli straneri attraversola scuola, perché in fondo, eleggendo un afroamericano come me alla CasaBianca, voi avete già dimostrato di essere veramente liberi e democratici”. Insostanza una proiezione psichica? “E’ una strana psicosi, anzi una condizionepsichiatrica in cui la gente proietta su Obama le sue paure, trasformandolo inun totem, e lui in cambio libera i suoi elettori dei loro sensi di colpa”.

VDH è molto critico verso la politica di Obama.Le sue sono riserve culturali, prima che strategiche, simboliche oltrechépolitiche. “Vi sono alcune cose che rendono l’America un paese unico: lalibertà, il governo fondato sul consenso, l’economia aperta, la forzapropositiva della democrazia nel mondo. Tutto questo ci ha spinti a credere chefosse giusto combattere  iTalebani,  Saddam,  Milosevic, Noriega e   i dittatori delle ex repubblichesovietiche. Obama invece è convinto che gli Stati Uniti d’America siano unanazione tra le altre. Lo dimostra la prima intervista   rilasciata ad al Arabiya, quando disse che gli StatiUniti non si erano mostrti sensibili verso i musulmani. Dimentica che l’Americaè il paese che ha cercato di salvare i musulmani dai sovietici in Afghanistan,li ha salvati da Saddam Hussein in Kuwait, ha cercato di salvarli dalla fame inSomalia, ha denunciato il trattamento al quale sono tenuti per mano dei russiin Cecenia, e per loro ha stanziato 3 miliardi di dollari l’anno”.

Per tutte queste ragioni Obama, secondo VDH,è  un “opportunista”. E lo storicoricorda l’accordo tacito nel non nominare il suo vero nome per esteso, BarackHussein Obama, durante la campagna per le presidenziali, e nel glissare sulfatto che il padre del senatore dell’Illinois fosse musulmano. “La prima cosache ha fatto, appena eletto,è stato di presentarsi a al Arabiya persottolineare che il suo nome, la religione di suo padre, il suo retroterra nontradizionale gli avrebbero facilitato il compito di entrare in contatto colmondo intero Ma davvero Obama crede nella trascendenza delle razze e delle religioni? Di fatto, sembrasuggerire che il mondo è una tribù, ma che non esistono sufficienti affinità sequalcuno non vuole entrare in contatto con noi per le ragioni giuste.  Questo dice Obama sulla scenainternazionale. Solo che quando torna a casa, dice una cosa diversa: non vuoleche la genti pensi in termini di tribù. In uno dei suoi discorsi piùcontroversi ha citato la nonna, dicendo che era un tipica donna bianca, e haparlato della passione che la classe media della Pennsylvania nutre per le armida fuoco e  la religione…in fondo,vuole combattere il tribalismo in politica interna, perché si rende conto chesarebbe una scelta razzista e separatista, ma inpolitica estera tiene undiscorso opposto,  esaltando il suoretroterra originale, proprio perché convinto che sia utile a trattare congente che pensa in maniera tribale”.

 

Da storico militare,   esperto nell’arte della guerra, VDH ha spiegatonei  suoi saggi (ultimo “l’Arteoccidentale della Guerra”, nei tascabili Garzanti) che la supremazia militareoccidentale non è frutto di un determinismo casuale, ma è legata agli stessivalori occidentali, ai  principifondamentali dell’Occidente. “Noi occidentali, e parlo del mondo comuneall’Europa e agli Stati Uniti, siamo forti sul piano economico, militare,culturale e per certi versi sul piano del valori che non hanno nulla a che farecon la geografia, i geni,  larazza, ma risalgono agli antichi greci, all’impero romano, al cristianesimo, alRinascimento e alla Riforma.  Ora,io penso che Obama sia completamente dimentico di tutto ciò. Lo ha dimostratoin varie occasioni. Una volta, davanti a un gruppo di giornallisti di coloredisse che lui credeva nelle riparazioni, da leader antropologicamente corretto.Un’altra volta disse che c’era bisogno di ulteriori studi sull’oppressione. Eparlando di storia europea o americana, c’è chi è pronto a giurarare chefarebbe rimuovere la statua di Churchill dal suo studio, perché Churchull eraun imperialista. Solo che Obama l’imperialismo non sa nemmeno cosa sia stato.Non conosce la storia dell’Europa e degli Stati Uniti; ha un senso infantiledell’evoluzione storica: divide l’umanità tra buoni e cattivi; non pensa chegli uomini si trovino ad affrontare cattive scelte per giuste ragioni, o acompiere buone scelte per ragioni sbagliate; non riuscirebbe mai  a sostenere che Montezuma fosse moltopiù mostruoso di Cortes, così come non può capire cosa abbiano fatto gliafricani prima che arrivassero gli europei. Per Obama esiste solo il bianco enero: non può capire che ci sono problemi molto complessi per i quali nonesistono risposte facili. E d’altra parte, lui stesso non ammette di essere ilbeneficiario di una lunga tradizione occidentale. Leggendo la sua aubiografia,si capisce che la tradizione che Obama sogna è quella di suo padre kenyota, èla tradizione della cultura indigena africana, che purtroppo non ha mai portatoda nessuna parte. Libertà, tolleranza, dissenso, eguaglianza tra i sessi,libertà religiosa sono il portato storico della cultura occidentale, esfortunamente costituiscono valori antitetici a quelli in cui crede il mondomusulmano e la cultura indigena del terzo mondo”.

Dunque sbaglia   chi sostiene che Obama, primo presidente afroamericanod’America, rappresenti in realtà la quintessenza, anzi la consacrazione   dell’uomo bianco e dei suoi valori?“Attenzione” risponde il professore. “Evitiamo l’accusa di razzismo e parliamodi cultura  occidentale. Obamapensa che la storia della cultura occidentale sia in larga parte quella di uningiusto trattamento imposto alle minoranze, alle donne, ai neri, agliomosessuali. Non capisce che invece è la cultura occidentale è ’unicacultura   che affronti questiproblemi cercando di risolverli. Il senso di marcia  dell’umanità è una prerogativa esclusiva alla culturaoccidentale: i diritti dei gay non sono riconosciuti in nessun’altra parte delmondo se non in Occidente. Ma Obama non lo sa, o meglio non è consapevole,perché non ne ha mai tratto un vantaggio politico:  pur avendo studiato in un college delle Hawai e poiall’Università di Harvard, ha continuato a trafficare nell’industria delbiasimo e della vittimizzazione. Del resto, se si guarda alla sua agendaeconomica si scopre che somiglia molto a quella dell’Europa negli anni Settantae Ottanta. Obama sembra non rendersi conto che l’Europa si interroghi da temposull’aumento del gettito fiscale, sull’efficacia del sistema pubblicosanitario, della nazionalizzazione di banche e industria, tutte questioni dicui in America oggi si discute in modo molto romantico. L’ironia  della storia è che sono stati propriogli Stati Uniti col loro mercato aperto e con le spese per la difesa ad averreso possibile l’esperimento socialista in Europa, e ad aver fornito   uno scudo per proteggerel’Europa”.

Tutto questo ora è superato? Con la finedell’eccezione americana e del primato universale degli Stati Uniti, l’Europadovrà forse aspettarsi di veder svanire il suo principale alleato e difensore?“Bisogna stare attenti a quel che Obama vorrà fare” risponde Victor DavisHanson. “E infatti, non sappiamo cosa farà se in Europa spunterà fuori un nuovoMilosevic, se l’Ucraina farà la fine della Gerogia. Non credo che Obama saràdisposto a intervenire contro l’espansione della Russia. Porterà il problemadavanti all’Assemblea delleNazioni Unite o invocherà il tribunale penaleinternazionale. E’ vero che sinora non ha mai fatto del male a nessuno. Quandoera senatore dell’Illinois ha sempre risposto “present”, che in America nonvuol dire né sì né no, ma soltanto “sono qui”. Quando  è esplosa la crisi in Georgia, il primo giorno ha dettoparliamone all’Onu, il secondo ha detto che  Georgia e la Russia meritavano eguale condanna, il terzo haspiegato che la crisi era scoppiata perché l’America era intervenuta in Iraq.Pensi un po’ che ragionamento: una democrazia rimuove una dittatura e perciòincoraggia un governo autoritario a rimuovere una democrazia. Mentre è veroesattamente il contrario.”

Davis Hanson, insomma, è  radicale. E’ convinto che nelbackground di Obama non vi sia nulla che suggerisca l’eccezione del mondooccidentale, non vi sia nulla che l’induca a pensare che il ruolo storicodell’America sia quelo di proteggere la cultura occidentale. “Per questotemo  che per lui sarà difficileprendere una decisione. Il primo test sarà Israele. Obama è unmulticulturalista. E’ convinto che tutte le culture si equivalgano: non credeche alcune siano uniche a causa dei loro principi e dei loro valori. E sealcune nazioni occidentali sono potenti, come Israele, lo è solo a causadell’oppressione che esercitano sui più deboli. Le nomine che Obama ha fatto alDipartimento di Stato sono contro Israele. I video che ha lanciato sono apparsiuna mano tesa verso l’Iran. Ha inviato suoi rappresentanti in missione aDamasco, e ha deciso di inviare fondi per miliardi di dollari a Hamas per laricostruzione di Gaza, mentre a Washington si parla di “containement”deimissili iraniani, non di eliminarli. Hanno capito tutti che sta mandandosegnali a Israele perché agisca da solo contro il regime deglil ayatollah, maprobabilmente gli israeliani, pur disponendo di un arsenale militared’avanguardia, non saranno in grado di attacare da soli, senza il sostegnologistico degli Stati Uniti, e senza ottenere i sofisticati codici di volosegreto, in possesso della nostra aeronautica militare”.

Il governo di Obama, dopo 120 giorni, per VHD èfonte di apprensione e delusione. “In America è tradizione che i presidenti nonparlino mai dei loro predecessori. George W.Bush non ha mai parlato di Clinton,Obama invece parla in continuazione di Bush, per dire che lui è diverso, chegovernerà in un altro modo. L’ironia è che in materia di antiterrorismo ogni singolo aspetto combattutto incampagna elettorale (dai tribunali militari all’intervento in Iraq, alle truppein Afghanistan, per non parlare della base di Guantanomo)è stato per corsì direritrattato. I democratici hanno votato contro la chiusura di Guantanomo, Obamaha adottato il piano Bush in Iraq, e ha deciso di continuare gli attacchi inPakistan. Può anche cambiare idea, ma   avrà sempre dalla sua parte i media, che per anni,quando Bush faceva le stesse cose hanno detto che era un fascista e un pericoloper la democrazia, mentre adesso  che Obama segue lasua stessa stragegia riconoscono che non ha altra scelta, e se  poi c’è un minaccia, sostengono che luinon ne ra al corrente, e che comunque sarà un portavoce migliore dello stessoprogramma, o un presidente più in grado di spiegarne le differenze. Insomma,siamo di fronte a una frattura radicale. Di fatto – conclude Victor DavisHanson – non ho mai visto in vita mai alla testa degli Stati Uniti unpresidente che non si considerasse il protettore e il difensore della culturaamericana. Obama vede se stesso come il cittadino del mondo, come l’espressionedi culture non occidentali, o di pari valore, legittimate dall’accordo control’occidente. Voi europei non l’avete ancora capito e io ho paura che ben prestodovrete ricredervi. Obama non pensa di essere parte della vostra gloriosatradizione, non capisce la cultura europea. Se si fosse trovato qui con noi, aVilla Grazioli, in questa villa tuscolana costruita nel Cinquecento dalCardinal  Carafa, si sarebbechiesto da dove viente tutta questa ricchezza? Quale tipo di sfruttamento suipopoli non europei è stato resposnabile di queste splendide opere d’arte? Verràil giorno, credetemi, in cui sentiremo la mancanza di un Ronald Reagan o diGeorge W. Bush alla Casa Bianca. Quando qualcuno manderà un missilesull’Europa, o i tank  russiinvaderanno l’Ucraina, o si chiuideranno i rubinetti del gas, o un aereo siabbatterà sul Vaticano, Berlusconi, Sarkozy e la Merkel capiranno che è giuntal’ora di riunire le forze. ‘Giustissimo’ dirà Obama ‘sono d’acordo con voi’.Manon andrà oltre. Non vi dirà, ‘ecco, vi mando la mia contraerea, non vipreoccupate noi americani siamo con voi europei, e insieme faremo fronte comunecontro i russi’. Certo, gli europei vorrebbero che   non accadesse. Ma il loro è solo un desiderio. Ed iosono convinto che loro nemmeno lo sanno che è solo un desiderio”.

Marina Valensise

© Il Foglio, 2 giugno 2009

 

MarinaValensise




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Un ministro israeliano dice parole dure contro Obama prima del richiamo al silenzio di Netanyahu
Pubblicato il 4 giugno 2009, in Diario

Noi israeliani apprezziamo molto  l’amicizia con gli Stati Uniti”, ha detto ieri al Foglio un membro influente del governo Netanyahu, il ministro della Scienza Daniel Herschkowitz. “Non vogliamo aprire conflitti, ma siamo delusi perché il presidente Obama, nel suo discorso al Cairo, ignora il fatto che i palestinesi non hanno abbandonato il terrorismo contro lo stato di Israele e contro gli stessi Stati Uniti d’America”. Matematico e rabbino, presidente di Habayit Hayehudi, “La Casa ebraica”, piccolo partito formato nel 2008 sulla base del Partito nazionale religioso, il professor Herschkowitz è ...(continua domani sul Foglio).



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I doni della vita di Irène Némirovsky
Pubblicato il 3 giugno 2009, in Diario

Si sente molto l’odore di polvere, di stanze chiuse e un po’ stantie, di vecchi mobili in stile liberty e  mal sopiti rancori borghesi in questo romanzo di Irène Némirovsky, ("I doni della vita", 218 pp. Adelphi, 18,00 euro9 la scrittrice franco-ucraina vissuta a Parigi tra le due guerre, morta ad Auschwitz insieme col marito, e riesumata dall’oblio pochi anni fa, grazie al manoscritto della “Suite française” rimasto sepolto per decenni in una valigia consegnata alle figlie. Anche qui come nel suo romanzo più famoso, Irène Némirovsky parla di guerra, racconta la vita quotidiana di una famiglia lacerata dalle bombe, dall’irrompere della violenza; ricorda gli esodi in massa, le  tribolazioni vedovili, le angherie sentimentali che accompagnavano il cataclisma. Lo scrisse infatti nello stesso frangente in cui scrisse la “Suite française”: e cioè in piena guerra, nella seconda metà del 1940, pubblicandolo a puntate l’anno dopo quando già non poteva più firmare col suo nome di ebrea russa, scampata alla rivoluzione bolscevica, ma non alla persecuzione nazista nella Francia occupata, che la spinse a vagare come una profuga per le strade del Midi, in cerca di un rifugio, di un riparo, di una via di scampo all’universale follia.
La novità semmai sta nell’ambizione da storica che prende la mano alla scrittrice. Irène Némirovsky, infatti, stavolta parte da lontano. Prende le mosse dalla fine dell’Ottocento, per raccontare il farsi e il disfarsi di una famiglia di piccoli imprenditori di una cittadina di provincia sul canale della Manica, fondatori e proprietari di una cartiera, in balìa della storia, la grande storia, fatta di eccidi senza fine, di massacri imprevidebili - e siamo alla prima guerra mondiale, che tutti pensavano sarebbe stata breve, facile, vittoriosa, e invece si rivelò lunga, tormentata, incerta. Pierre Hardelot parte per il fronte a cuor leggero. Lascia a casa una donna, Agnès, che non è solo sua moglie, ma la donna della sua vita, e un bambino di due anni, frutto del loro amore romantico. Il loro è un amore di gioventù,  puro, cristallino, antiborghese, irresistibile e invulnerabile, nonostante o forse a causa delle distanza sociale che li separa. Per quest’amore, Pierre  ha rotto fuori tempo massimo, alle soglie dell’altare, la promessa di matrimonio fatta  Simone, una ricca figlia unica viziata della borghesia di provincia alquanto bruttna, ma molto attenta al soldo e per questo molto promossa dai genitori di lui a caccia di dote per  rimpolpare la ditta e compiacere il vecchio padre-padrone. 
Scoppia la Grande guerra, dunque, e si profila il dramma. Pierre Hardelot che aveva scelto una carriera indipendente, voltando le spalle alla famiglia, deve tornare a Saint’Elme,  lasciare moglie e figlio in casa dei genitori per partire soldato e andarsi a buttare nel fango di una trincea. Simone, ricca, risentita, sempre più grassa e sola, si trova a vagare in mezzo ai campi, diretta a Parigi, dopo che le prime bombe  sono cadute sulla città. Sul ciglio della strada dopo un incidente d’auto romanzesco, un  bel mattino tende la mano  e sussurra il suo nome a un bel soldato ferito, e più sventurato di lei, il quale per ringraziarla  si rifà vivo qualche tempo dopo, finisce naturalmente per sposarla rendendola madre di una figlia, Rose, ribelle e sfrontata quanto lei. Così entrano in scena tutti i personaggi: le due coppie, benassortita la prima, mal assortita la seconda, e la loro progenie, e il coro dei parenti. Nel rivolgimento generale che seguirà la  guerra, preparando altri conflitti, altre tensioni e una nuova tragedia, Irène Némirovsky tesse la trama dei loro destini tra  un incidente d’auto, un mancato suicidio, un innamoramento imprevisto e un perdono. Alla fine, a saltare sono le piccole certezze meschine e rispettabili del mondo borghese, avido e cieco, gretto e criminale. Mentre l’umanità vera si rigenera.

Marina Valensise
© Il Foglio, 3 giugno 2009

 

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