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Le profezie di Potocki
Pubblicato il 6 agosto 2009, in Diario

Due studiosi francesi svelano la vera storia del leggendario romanzo ottocentesco che incantò i surrealisti anticipando il mondo d’oggi



Lasciate stare i libri di Salman Rushdie, dimenticate i best sellers di Dan Brown. Se davvero leggere un romanzo contemporaneo, vale a dire un romanzo che vi parli del mondo in cui viviamo oggi, dello scontro di civiltà, della setta di islamisti fanatici che aspetta ancora il ritorno del dodicesimo imam, della sinistra utopia universale di conversione di massa che li muove, e non solo; se volete assaporare un racconto fantastico del libertinaggio lussurioso che avvolge le nostre esistenze, dell’ironia permanente che le ammanta, dovete tornare alle origini. Entrate in libreria, rivolgetevi al reparto Classici della letteratura e procuratevi subito la nuova edizione del “Manoscritto trovato a Saragozza”, capolavoro del conte Jan Potocki (1761-1815) composto due secoli orsono, ma appena riesumato dall’editore Flammarion nel suo originario splendore grazie a due certosini francesi, François Rosset e Dominique Triaire, che da anni lavorano sulle sue tracce. Non ve ne pentirete. Leggerete un romanzo fiume, a scatole cinesi, labirintico, picaresco, gotico, fantastico, d’avventura, di iniziazione, un romanzo postmoderno, o meglio pre-postmoderno, visto che venne scritto a più riprese tra il 1794 e il 1810 da un polacco cosmopolita molto eccentrico e grandemente agitato, che viaggiò in lungo e in largo per tutta l’Europa e l’universo mondo, Spagna, Francia, Italia, Turchia, Egitto, Marocco, perlustrò la Russia, il Caucaso, la Cecenia e l’Inguscezia, la Siberia e la Mongolia, spingendosi fino al deserto dei Gobi, cercò invano di favorire la conquista imperial-russa della Cina attraverso il commercio via terra, e finì per morire suicida a 54 anni, alla vigilia di Natale del 1815, anno del Congresso di Vienna, dopo aver limato per giorni e giorni una fragolina d’argento asportata da una zuccheriera, per farne l’ultima pallottola da spararsi in testa, non senza averla fatta benedire.
Era depresso il conte Potocki. E soprattuto era solo, derelitto, disperato. Viveva nella sua sterminata tenuta di Uladowka, a nord di Vinnytsia nella Podolia, fertile regione di frontiera a sud di Kiev, oggi Ucraina, dove labili erano i confini non solo tra cattolici e ortodossi, ma tra cristianesimo e islam, tra Europa e Asia. S’era rintanato lì, nelle terre di famiglia, dopo aver molto vissuto una vita intensa e un po’ insulsa, messo al mondo cinque figli, versato molte lacrime per la morte della prima moglie, Julia Lubomirska, quartogenita della principessa Czartoryska, lanciato molti strali nei confronti della seconda, Constance Potocka, di vent’anni più giovane di lui, sposata nel 1799 e abbandonata dieci anni dopo, quando scoprì che era diventata l’amante di suo cognato.
Aveva consumato tutte le cartucce della sua breve, intensa e spasmodica esistenza, spesa fra mille viaggi e spostamenti continui sin da quando, bambino, era stato spedito in Svizzera per essere educato ai princìpi rousseauiani da un pastore protestante del Vaud. Aveva incarnato cento ruoli diversi: nobile, viaggiatore, etnografo, notista politico, editore del Diario della dieta polacca, collaudatore di mongolfiere, cortigiano annoiato, turista anzitempo fra le Orde di Calmucchi e pronto a dividerne la tenda, e raccontarne usi e costumi dimenticando se stesso nell’obiettività del resoconto di viaggio. Il vecchio aristocratico dal patrimonio sterminato, trecento chilometri nella provinica della Podolia, voleva vivere come un uomo del suo tempo. Per questo, s’era messo in testa di presenziare alla Rivoluzione francese nel 1790, assistendo a Parigi ai lavori dell’Assemblea nazionale, come tanti altri nobili europei che indossavano l’uniforme di commessi pur di assistere all’evento; per seguire la “Rivoluzione” polacca fondò la prima tipografia libera, quando s’aprì a Varsavia la Dieta dei 4 anni che avrebbe portato alla Costituzione del 1791. Perpetrata l’ennesima spartizione della Polonia a favore di Prussia e Russia, un cugino più potente lo convince a recedere dalla folle ambizione di resistere all’annessione di Caterina II di Russia, e lo manda come delegato di Braclaw alla festa per l’incoronazione del nuovo zar Paolo I, dal quale cercò di ottenere missioni nel Caucaso, con itinerario da Mosca ad Astrakan, fino al Caspio e al Mar Nero. In un empito modernista, s’era anche fatto issare in volo su una mongolfiera nei cieli di Varsavia, ma era stata una breve parentesi. Meglio restare coi piedi per terra, perlustrare nuove vie, insistere sulla sicurezza del commercio via terra, per consolidare l’influenza della Russia verso sud-est inseguendo il gradimento del nuovo zar, Alessandro I, che l’avrebbe nominato suo consigliere affidandogli una missione scientifica in Cina. Talento enciclopedico, Potocki aveva conosciuto tutti i grandi del suo tempo; Herder, Goethe, Madame de Staël, che lo trovava un bel tenebroso, ma anche Mirabeau, La Fayette, la società letteraria e quella rivoluzionaria, insomma. Aveva compilato scaffali interi di racconti di viaggio, e infatti non c’era anno che non aggiungesse un nuovo tomo. Poi, però, aveva deciso di azzardare un romanzo e, con l’espediente del manoscritto di un ufficiale della guardia Vallona trovato durante la presa di Saragozza, aveva scritto e riscritto il romanzo della propria vita. Alla fine, a cinquant’anni suonati, si sentiva vecchio, stanco, solo. Non aveva più molte residue ragioni di continuare a insistere con le passioni della sua vita, i viaggi e gli studi, le raccolte di etnografia, dove la scoperta di popoli sconosciuti cede al fantastico e la politica cerca di dare alla storia, presa nel vortice del relativismo multiculturale.
Il suo romanzo, scritto in francese e suddiviso in giornate e in sezioni di dieci giornate, come il “Decamerone” boccaccesco, venne parzialmente pubblicato a Parigi senza nome dell’autore e fu subito oggetto di venerazione da parte dei grandi cultori del genere. Preso a modello da Honoré de Balzac, saccheggiato a più riprese da Charles Nodier, riscoperto da un surrealista sensibile al sacro e amante del fantastico come Roger Caillois, che nel 1958 ne ripropose un’edizione parziale, solo tredici giornate, aggiungendo una magnifica prefazione, oggi il “Manoscritto” viene ammirato persino da un minore come Andrea Camilleri che lo fa scoprire a un personaggio del suo Montalbano.
Il capolavoro però ebbe una storia travagliata. Per anni fu considerato un must del genere fantastico, avventuroso e picaresco da accostare al “Diable boiteux” di Jacques Cazotte, ai romanzi libertini di Sade, ai romanzi gotici scozzesi. In realtà, è anche molto altro, e la cosa si cominciò a capire nel 1847 quando apparve a Lipsia la prima edizione del “Manoscritto trovato a Saragozza” completa in polacco, tradotta dal francese da Edmund Chojecki, su richiesta del terzo figlio di Patocki, Bernard. Per esserne sicuri, tuttavia, dovettero passare altri centocinquant’anni, finché nel 1989, a partire da quella prima versione polacca, di cui s’erano perse le tracce, perché Chojecki aveva distrutto i manoscritti, René Radrizzani non pubblicò chez José Corti la prima edizione completa francese, ricostituendo le parti mancanti e ritraducendo dal polacco quelle che pensava fossero le parti originali. Negli ultimi vent’anni, però, molti misteri sono stati chiariti. Si è capito per esempio la damnatio memoriae inflitta al romanzo da parte della famiglia dell’autore, che non ne ha mai tutelato il nome, non ha mai denunciato i plagi né ha conservato gli scritti dell’antenato, volendone rimuovere il suicidio. Ma l’apertura degli archivi di Poznan ha fatto saltare fuori una sorpresa. Si è scoperto infatti che Potocki non ha lasciato un’unica versione del suo romanzo, e cioè il testo base servito alla traduzione in polacco di Chojecki, ma ne scrisse in successione almeno due di cui resta un’elaborazione completa: la prima che risale al 1804 e la seconda del 1810.
La scoperta, dovuta ai segugi Rosset e Triaire, autori fra l’altro di un’attendibile biografia (“Potocki. Le dernier feu des Lumières”, Flammarion 2004) è di quelle che fanno impazzire i patiti di Potocki; dimostra infatti non solo la manipolazione delle fonti da parte del polacco Chojecki, ma pure la presenza di due diversi principi organizzativi dello stesso materiale in forme opposte: barocca, la prima, che nella versione del 1804 comporta 45 giornate raccontate in un gioco narrativo ludico e sfrenato; più classica la seconda, che nella versione del 1810 consta di 71 giornate e tratta con maggiore prudenza temi sensibili come la politica, i costumi, la religione.
E’ proprio questa scoperta oggi a spiegare il risveglio di interesse per un romanzo apparentemente fantastico e stralunato, che invece a molti, persino al parigino Monde, sembra offrire una sorta di mappa preterintenzionale e molto preveggente delle follie del nostro tempo postmoderno, con tanto di crisi finanziaria raccontata – nella prima versione – da un agente di cambio che ai tempi di Tiberio blocca il corso delle valute d’argento e, per ricomprarle, fa portare al Tempio di Gerusalemme due milioni di sesterzi d’oro, promuovendo una manovra speculativa, finché non irrompe Cristo a scacciare i mercanti dal Tempio. Nella seconda versione l’episodio continua con una riflessione sull’asimmetria di informazione, sulle variazioni artificiali e sulle manipolazioni incontrollabili che alterano i confini tra realtà e finzione, tra valore reale e valore virtuale…
Romanzo a molte entrate, il “Manoscritto trovato a Saragozza” racconta le  avventure inverosimili occorse a un giovane ufficiale dell’esercito del re di Spagna, Alphonse van Worden, educato secondo i vecchi princìpi del codice d’onore, sempre pronto a difendere i deboli e i derelitti, ma immerso suo malgrado in una sorta di controeducazione programmatica. Per andare da Cadice a Madrid, l’ufficiale della guardia Vallona si è messo in testa di prendere la strada più breve e rischiosa: attraversare la Sierra Morena, selvaggia contrada formata dalla catena montuosa che separa l’Andalusia dalla Mancha, infestata da contrabbandieri, zingari e banditi, con fama di assassini e antropofagi, e funestata da loschi presagi, fantasmi, strani fenomeni metempsicotici.
 Percorrendo quella landa sinistra, fra antiche rovine moresche, stazioni di posta sperdute all’ombra silenziosa di querce frondose, Alphonse traversa la valle de Los Hermanos, così detta per i tre fratelli Zoto che ne avevano fatto il teatro delle loro ribalderie, i quali, condannati a morte per impiccagione, benché innocenti, si vendicavano sui viaggiatori e gli abitanti dei dintorni infliggendo la loro presenza inquietante, fra avvoltoi che s’avventano sulle carcasse dei malcapitati viandanti per dilaniarli, alberi spogli sradicati dalle tempeste, e altre presenze indefinibili e inquietanti. Cammina che ti cammina, il nostro eroe s’imbatte in una locanda annunciata da un cartello minaccioso: “Abbiate la carità di pregare per l’anima di Gonzalez di Murcia, locandiere della venta Quemada. Soprattutto, continuate il vostro cammino, non restate qui nemmeno una notte, per nessun motivo”.
L’atmosfera della venta Quemada è per niente confortante, in effetti. Cucine, soffitte, cantine scalpellate nella roccia, sentieri sotterranei che scavano la montagna, e da per tutto un silenzio mortale che incombe sull’ufficiale. A un certo punto s’apre una porta e spunta fuori una bella negra seminuda con una torcia in mano che l’invita a seguirla per condividere il desco di due dame forestiere. Alphonse obbedisce e si ritrova di fronte Emina e Zibbedé, due splendide fanciulle sbarcate a Malaga da Tunisi, che si tengono per mano, il corpo appena velato, le braccia cariche di braccialetti, i piedi infilati dentro un paio di pantofoline ricamate, l’insieme troppo invitante e diafano. “Le contemplai con una sorta di sangue freddo”, scrive Potocki mimando la sensazione del suo eroe, “le cadenze dei loro movimenti, il suono della musica moresca, ogni cosa destava in me un’impressione in grado di turbarmi la ragione. Non sapevo più se mi trovavo di fronte a donne o a succube insidiose. Non osavo guardare e non volevo vedere, misi la mano sugli occhi e mi sentii mancare”. Le due sorelle gli si avvicinano, scoprono che sul petto porta un medaglione. Cosa sarà? Il ritratto della fidanzata? No, un gioiello regalo della madre dal quale Alphonse ha promesso di non separarsi mai, “perché contiene un pezzo della vera Croce”, dice. A quel punto, le due ragazze stanno per svenire. “Sapete che siamo musulmane? Il nostro dispiacere non deve sorprendervi”.
Inizia così l’iniziazione controcorrente del picaresco eroe di Jan Potocki. Ogni incontro, per lui, e ogni personaggio in cui si imbatte – cabalisti ebrei, eremiti cristiani, zingari, duchesse, filosofi e libertini, scienziati e fabbricanti di inchiostro, fantasmi, pornospettri, innamorati incestuosi; fra omicidi, travestimenti, ammucchiate orgiastiche – metterà in dubbio una certezza, un pregiudizio, un’abitudine, un valore. Le due fanciulle, per esempio, scoprirà essere le sue cugine, figlie di Gomelez, lo zio del dey regnante a Tunisi. Sono le discendenti dell’arabo Massoud ben Taher, che dopo aver sconfitto i Visigoti a Jerez nel 711 e sottomesso i Turduli al Corano, ricevette dal Califfo di Baghdad il governo di Granada, conquistò Cordova e Toledo, prese il titolo di sceicco e fece costruire la fortezza di Cassar Gomelez. Ogni ultimo venerdì del mese, questo Massoud lasciava la propria famiglia per chiudersi in un sotterraneo della sua fortezza sino al venerdì successivo. Alcuni dicevano s’intrattenesse col dodicesimo imam, secondo la credenza degli sciiti per i quali solo Alì, genero di Maometto, e i suoi due figli Hassan e Hussein e i discendenti di quest’ultimo avevano diritto al titolo di imam. Nato nel 872, il dodicesimo imam, pronipote di Alì, era scomparso a otto anni in circostanze misteriose. Gli sciiti credevano si nascondesse per apparire alla fine del mondo come Mahdi, “guidato dal Profeta”, per portare a termine l’opera di Moametto, convertendo tutti gli infedeli, scrive Potocki, gettando sui suoi lettori l’ombra postuma di Osama bin Laden che vaga nelle montagne dell’Afghanistan…
Le due sorelle e cugine iniziano così un gioco libertino di illusione erotica, senza lasciare all’eroe stesso alcuna possibilità di dire: “Sogno o son desto?”, o di fissare il vero confine tra realtà e finzione, fino a che, giunta l’alba, il nostro non si sveglia ritrovandosi sotto il patibolo con accanto i corpi, non delle due belle, ma di due banditi impiccati, due cadaveri insomma, sotto una montagna di corde, ossa rotte e carni putrefatte.
Non è solo il passaggio dal sogno alla realtà, avvertono gli esperti; è soprattutto la scoperta del multiplo, la permanente constatazione del diverso, dell’altro da sé, dunque del relativo. Che fare allora? Qual è la giusta norma sulla quale uniformare la mia condotta? Qual è la vera religione, visto che ogni religione sembra intercambiabile? Qual è la vera filosofia, se i contorni delle cose svaniscono davanti alla mia percezione? E qual è il metodo da seguire per avanzare nella conoscenza e nella ricerca di senso? Man mano che il racconto si dischiude come un labirinto in direzioni opposte e torna indietro per ripartire di nuovo in tanti altri racconti a grappolo, le certezze si contaminano, si sfaldano: libri, parole, fonti e autorità tutto sembra crollare sotto la spinta di una confusione programmatica e l’allucinazione diventa l’unica via di fuga per salvarsi.

Marina Valensise
© Il Foglio, 1 agosto 2009

La campagna intontita Capalbio e i capalbiesi hanno finalmente il loro romanzo
Pubblicato il 6 agosto 2009, in Diario

Butteri, cinghiali, maremma maiala, molto mare, lunghe spiagge deserte, grandi spazi a cielo aperto, biondi campi di grano, colline di lecci e querceti a vista d’occhio, sciami di zanzare, i 25 casali della SACRA (Società Anonima Capalbio Redenta Agricola) immersi nel verde intorno alla laguna di Burano, e quel paesino aggrappato su una montagnola come un presepe medievala. Capalbio è tutto questo o perlomeno è stato tutto questo. Un’immensa campagna intontita, teatro di un’avventura mentale di libertà assoluta fatta però di intimità e sicurezza; il laboratorio sociale di un conformismo non conforme che per alcuni lustri ha unito nello stesso spazio, chiudendoli entro lo stesso orizzonte, intellettuali e ricchi borghesi, comunisti romani e nouveaux riches milanesi, radical chic e esteti tenaci, tutti assorti nello stesso ossequio al gusto anni Settanta dell’estate in libertà, della vacanza selvaggia, elegantemente rozza, scomoda, salsicciosa, ma divertente da pazzi, con ore e ore passate indolenti sulla spiaggia di Chiarone, a ciacolare  fra eletti sulla striscia di Macchiatonda, che ogni anno diventa più striminzita, fra lunghe cavalcate  nei boschi della Sgrilla,  sfide culinarie a base di zuppa di pesce, scorfano all’acqua pazza, pesce al forno in salmoriglio (esemplare la ricetta di Achille Ochetto, l’ultimo segretario del Pci artefice della svolta della Bolognina: scaldare l’olio a bagnomaria, lasciarlo intiepidire, aggiungere il succo di due limoni più prezzemolo, aglio, origano, sale e pepe e volendo rosmarino) grandi cene culminanti in estemporanee battaglie di bucce d’anguria  o rovesciandosi  la misticanza in testa, con finale dionisiaco di danze  improbabili fra ballerini filosofici come Giacomo Marramao e Gabriella Bonacchi, liberalcomunisti come Claudio Petruccioli e Giovanna Nuvoletti, archetipici come Elena e Philippe Daverio, esibizionisti come Achille Ochetto e Aureliana Alberici, immortalati da Elisabetta Catalano nel loro bacio bucolico per una copertina del Venerdì di Repubblica 21 anni fa.
 I capalbiesi doc  non doc, di antica genìa come Maria Cattaneo e Stella Leonetti, di antichissimo lignaggio come i Caracciolo e la loro erede, Jacaranda Falk Borghese, di genia meno antica ma più costruttiva come Marisa Garito e Claudio Pancheri,  genitori della nostra  Giovanna,  di natali incerti ma sicura fama come Alberto Asor Rosa e mille altri,  possono finalemente leggere il loro bildungsroman, “L’era del cinghiale rosso” (Fazi editore). L’ha scritto in stile epico e radicalchiccherrimo, usando il semplice artificio della confessione in prima persona di Libera, un’adolescente stronza, Giovanna Nuvoletti, che Capalbio e i capalbiesi li conosce come le sue tasche e dopo avere contribuito in prima persona a edificarne il mito, si è divertita a smitizzarli e sbeffeggiarli, raccontandone come un’etologa  i vezzi da poveri snob,  i lazzi becero-oriented, e l’allegria malinconica del loro strenuo tentativo di resistere alle masse danarose e rumorose di turisti e gitanti. 

Marina Valensise
© Il Foglio, 24 luglio 2009   



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Tremonti legge l'Einciclica e plaude
Pubblicato il 6 agosto 2009, in Diario

Roma. Anche il Ministro dell’Economia,  ha letto l’enciclica di Benedetto XVI, e pure lui ha rilevato una convergenza di intenti. L’ha detto chiaro e tondo ieri sera Giulio Tremonti davanti a una gremita Sala Pio X, accanto al cardinale Rino Fisichella.  E per insistere sull’importanza della Caritas in Veritate, “manuale e guida su cui fondare il nostro viaggio in quella terra incongnita che è oggi è il mondo”, ha citato le tre date chiavi del 1891, Rerum Novarum di Leone XIII, del 1967, Populorum progressio di Paolo VI, e  del 2009. Negli ultimi vent’anni, ha spiegato infatti il professore, è cambiata la struttura e la velocità del mondo come mai prima nella storia dell’umanità. Dalla caduta del Muro di Berlino  al nuovo ordine fissato nel 1994 a Marrakech di una geografia piana dominata dal mercatismo, dall’ingresso dell’Asia nell’Omc nel 2001 all’inizio della crisi nel 2007, il cambiamento postula un cambiamento dei paradigmi. “Se il mondo è globale, il pensiero non può restare uguale e men che meno unico”. Ecco allora il miracolo di B-XVI, che percorre il pensiero biblico, ebraico, cristiano, ma insiste soprattutto  sul pensiero politico in senso platonico - di tekne politike- ha detto Tremonti aprendo la memoria a un vecchio articolo del luglio 1989 in cui annunciava il passaggio dell’asse del potere dalla vecchia struttura dello stato nazionale, che controlla il territorio e la ricchezza  prodotta entro i confini nazionali, esercitando il monopolio attraverso la moneta, le tasse, la giustizia, alla nuova struttura dinamica dominata dalla macchina simbolica del computer, che sposta assegni, crea ricchezza virtuale producendola al di fuori dei confini nazionali, e  moltiplicandola nelle forme internazionali della finanza.  Si è avverata così la profezia di Hegel, ha detto Tremonti davanti a un pubblico rapito di cardinali, politico, grandi  boiardi e vari intenditori: “I biglietti alati voleranno più un alto di quanto la fantasia umana possa immaginare” e anche quella  di Marx, “All’antica dipendenza nazionale si sostituisce l’interdipendenza globale’”. La glbalizzazione, dunque, pone il problema civile politico e morale di una nuova “tabula mundi”, un’ esperienza, questa, già iscritta nella storia della Chiesa, visto che la caduta dell’impero romano spinsero Sant’Agostino e Giovanni Crisostomo a ripensare il mondo in modo nuovo. Da qui, l’importanza dell’enciclica di B-XVI fondata su due basi, la carità e la verità, tomisticamente intesa come adequatio rei intelllectus, ma estesa oltre l’economia all’esistenza stessa e alla politica.“Ci sono due ordinate in questa enciclica”, ha detto Tremonti:“La poliarchia della società ,  cioè l’idea che non esista più un centro unico di riferimento, perché lo stato-nazione ha perso quote di potere verso il basso, verso l’alto e pure a lato, passandolo a enti, corpi e istituzioni non previste dalla gerarchia giacobina, come dimostra per esempio la libertà dei cittadini di destinare quote di imposte in una logica di sussidiarietà. E  la centraltà della persona umana nelle dinamiche sociali con l’insistenza sui valori, “che non sonosolo mobiliari, ma spirituali, e sull’interesse non è solo il tasso di sconto, ma quello generale della comunità”. Ora, le possibilità di applicare questi insegnamenti oggi sono molto elevate, ha spiegato Tremonti.  “Animato da uno spirito di pace molto costruttivo, il  mondo d’oggi ha dato corso a un tentativo di costruire il governo globale. Gli squilibri degli ultimi vent’anni in altri tempi avrebbero portato a guerre, a rischio di incidenti incrementati da tensioni migratorie assai elevati. Invece il G20 e il G8 indicano un principio di governo poliarchico, in cui concorrono governi e istutuzioni. Anzi, se un rischio, c’è può essere attenutato rinunciando al vecchio sogno progressissta dell’autosufficienza e impegnandosi per il bene comune”.
Marina Valensise
© Il Foglio, 23 luglio 2009



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l’ultimo sguardo di Natasha
Pubblicato il 6 agosto 2009, in Diario

Era rivolto ai martiri della sua Cecenia, alle donne come la sua amica Politkovskaya. Estemirova è morta come lei

E’ morta come un cane. Il corpo crivellato da un paio di colpi di arma da fuoco, abbandonato come una carogna sul ciglio di una strada vicino a Gazi-Yurt, un paesino nei pressi di Nazran, la principale città dell’Inguscezia, Repubblica caucasica limitrofa a quella della Cecenia. L’hanno trovata così, mercoledì pomeriggio, Natalia Estemirova detta Natasha, la militante dei diritti dell’uomo più famosa della regione, la responsabile della sede di Memorial a Grozny, l’amica di Anna Politkovskaya, continuatrice della sua battaglia per la difesa delle vittime della guerra in Cecenia e per raccontare tutta l’atroce verità di un conflitto senza fine.
Era stata rapita la mattina presto in una strada vicino casa sua a Grozny, capitale della Cecenia, dove viveva dopo essere nata nella provincia meridionale russa di Saratova, frutto di un matrimonio misto tra una russa e un ceceno. L’avevano caricata su un’auto bianca, nonostante i tentativi di divincolarsi e le molte sue urla rimbalzate invano sui balconi delle case vicine. La notizia del rapimento era arrivata subito a Parigi, e da lì a Strasburgo, dove Daniel Cohn-Bendit aveva già iniziato a mobilitarsi con un discorso al Parlamento europeo, quando come una scure è piombata la notizia della morte violenta. E’ morta come un cane la povera Estemirova. Anche lei, come Anna Politkovskaja che fu freddata da un killer nell’androne del palazzo dove viveva a Mosca, una sera ai primi di ottobre del 2006, mentre tornava a casa dal lavoro. Uccisa come un cane, anche lei e con la stessa macabra messa in scena – un colpo in testa, il cadavere gettato sul ciglio di una strada, nei pressi di una fabbrica dismessa alle porte di Grozny – allestita per la morte misteriosa di sette donne, sulle quali stava indagando.
Poco tempo fa, infatti, Natalia Estemirova aveva fatto un sopralluogo in quel suburbio desolato della capitale cecena in compagnia di una giornalista della Bbc, Lucy Ash. Voleva farle vedere il posto esatto dove in novembre erano stati trovati tre dei sette cadaveri di donne, misteriosamente assassinate, nell’infinito dopoguerra ceceno. La polizia parlava di delitti d’onore, chiamava in causa la violazione di antichi costumi patriarcali. “Sfortunatamente alcune ragazze hanno dimenticato i codici comportamentali della gente di montagna. I loro parenti maschi si saranno sentiti offesi e hanno fatto giustizia da soli”, spiegava il capo delle indagini ufficiali. Lei però non ci credeva: “I delitti d’onore di solito non avvengono alla luce del sole”. Strano che i cadaveri di donne disonorevoli per la famiglia venissero abbandonati in mezzo alla strada, esposti al traffico e al ludibrio dei curiosi. Dopotutto, per proteggere la reputazione di sorelle, nipoti, cugine, l’atavismo vorrebbe che le si seppellissero in un bosco sperduto. Che si trattasse di delitti d’onore non lo credeva nemmeno il fratello di una delle vittime, il quale sosteneva infatti che almeno due di loro erano state viste su un camioncino, accanto a uomini in divisa paramilitare. Forse, pensava Natasha, erano uomini legati al capo dei servizi di sicurezza del presidente Ramzan Kadyrov, di recente assassinato a Mosca. Avrebbe mai pensato che quella messa in scena fosse un avvertimento, o qualcosa di premonitorio? Avrebbe mai immaginato che la stessa fine, come un cane rognoso abbandonato sul ciglio della strada, pochi mesi dopo sarebbe toccata anche a lei?
In ogni caso lei non se ne curava. Era una donna coraggiosa, Natalia Estemirova. Sapeva benissimo che il suo era un mestiere a rischio, oggetto di minaccce continue, ma non faceva niente per proteggersi. Le sue inchieste sugli abusi dei diritti dell’uomo, sulle violenze subìte dai civili, le sue interviste ai familiari di ceceni scomparsi, sequestrati, torturati, uccisi, avvenivano tutte alla luce del sole. Nei pressi dell’Ulitsa Putina, l’ufficio ceceno di Memorial, l’associazione fondata dal Nobel già campione del dissenso sovietico Andrej Sacharov per raccogliere l’archivio dei crimini di stato comunista, e divenuta col tempo un’organizzazione influente in difesa dei diritti umani, era preso d’assalto da vecchie madri di famiglia con la testa coperta e il ventre deforme, giovani mogli che piangevano i loro mariti scomparsi, figli coraggiosi che aspettavano pazientemente il loro turno per sapere dove fossero finiti i loro cari; tutti coi loro documenti in mano pieni di timbri, e tutti con lo stesso sguardo disperato. In Cecenia, infatti, stando alle fonti ufficiali, ci sono circa 5.000 scomparsi, ma la cifra reale, avvertono gli esperti, potrebbe essere molto più alta. “La sede di Memorial a Grozny è un’organizzazione di punta contro la guerra in Cecenia. E nonostante le persecuzioni del regime, è una delle ultime Ong autorizzate dal regime, per il prestigio internazionale di cui gode”, spiega Raphaël Glucksmann, il figlio del filosofo André che dopo aver raccolto dal padre il testimone vive gran parte dell’anno tra Tblisi e Batum. “Natasha Estemirova, che ne era a capo, era ‘totally outspoken’”, una che parlava in modo esplicito, insiste Glucksmann figlio. “Ed era conosciuta soprattutto per questo: aveva subìto varie minacce, ma non si era mai fermata. Era una portavoce incredibile della libertà”.
Viveva a Grozny con Lana, la figlia sedicenne che ormai è rimasta sola. Suo padre infatti, il marito di Natasha, era un poliziotto che saltò per aria in un campo minato durante la prima guerra russo-cecena. Da quel giorno, la vita di Natasha è cambiata per sempre. La studentessa universitaria, appassionata di storia e insegnante nelle scuole di Grozny, del resto, aveva già mostrato una tempra sensibile. Nel 1991, dopo il crollo dell’Urss, aveva preso la testa dello sciopero che aveva agitato la sua scuola, rivendicando condizioni economiche migliori. Il conflitto dell’anno dopo tra l’Inguscezia e il nord Ossezia avrebbe fatto il resto: mobilitandola nella sua coscienza di russo-cecena per portare aiuto ai rifugiati e liberare gli ostaggi. Sei anni dopo, lo scoppio della prima guerra in Cecenia trasformerà la prof in un reporter: abbandonati libri di storia e registri di classe, Natasha entra a Memorial e si consegna anima e corpo alla cronaca. Raccoglie le testimonianze sui prigionieri di guerra; comincia a scrivere per giornali e riviste sui campi in cui i civili scompaiono o vengono torturati. La giornalista free lance ha una natura da militante dei diritti dell’uomo. Perfettamente bilingue, Natasha diventa l’interprete, la documentarista, ben presto anche la consulente e soprattutto l’amica di Anna Politkovskaja, che s’affida a lei per i suoi viaggi in Cecenia, per i suoi incontri coi civili in balìa della guerra e delle sue violenze, e trova riparo in casa sua, quando scopre di non essere più solo un testimone, ma un bersaglio, una persona a rischio. “Mia sorella le voleva bene, e aveva deciso di andare a dormire a casa sua quand’era a Grozny, perché era l’unico posto dove si sentiva davvero al sicuro”, ricorda oggi Elena Kudimova, la sorella di Anna Politkovskaya, che vive in esilio a Londra ormai da anni. “L’ho incontrata varie volte, ed era davvero una persona speciale. Pur non essendo una giornalista professionista, quando Anna è morta ha voluto riprendere il suo lavoro, al quale tanto aveva contribuito, e continuarlo in proprio. Non mi sarei mai aspettata che facesse la sua stessa fine, anche se in fondo battendosi in prima linea come responsabile di Memorial, c’era da paventarlo”.
L’ultima volta che Elena Kudimova ha visto Natasha Estemirova è stata a Mosca in tribunale, durante il processo ai presunti assassini della sorella. “Non ci siamo parlate, però. Eravamo tutte e due concentrate ad ascoltare”. Più volentieri ricorda la visita di Natasha a Londra nell’ottobre 2007, nel primo anniversario della morte di Anna Politkovskaya, quando ricevette la prima edizione del premio a lei intestato dal RAW in War, alias Reach all Women in War, associazione fondata dalla bulgara Mariana Katzarova a sostegno delle donne che difendono i diritti umani in condizioni di guerra e in zone di conflitto dove, per le organizzazioni umanitarie, è difficile se non impossibile operare.
Non era la prima volta che Natalia Estemirova veniva premiata per il suo coraggio. Due anni prima, nel 2005 aveva ricevuto insieme col presidente di Memorial Sergey Kovalyov la Medaglia Robert Schuman dal Parlamento europeo. E nel 2004 il Parlamento svedese le aveva dato il premio “Diritto a sopravvivere”. Ma la consacrazione ufficiale avvenne a Londra in nome dell’amica uccisa, nel primo anniversario della morte. “Natalia fece un bellissimo discorso”, ricorda oggi Nerys Lee. “Rimasi impressionata dalla sua dignità, dalla sua coerenza. Era una che credeva nella giustizia e nel diritto. Io provenivo da Amnesty International e rimasi stupita per le sue inchieste solari, imparziali, indipendenti. Dava voce a chi non poteva parlare e decise di destinare alle vittime delle violenze di guerra le poche migliaia di sterline del premio”.
Ma bisogna rileggere il suo articolo sul “Coraggio di Anna Politkovskaya” pubblicato il 4 ottobre 2007 dalla rivista americana The Nation, per farsi un’idea del coraggio di Natasha. Racconta l’incontro tra Anna e Sergej Lapin, l’ufficiale di polizia responsabile di aver imprigionato, torturato e ucciso migliaia di civili ceceni. L’incontro tra i due avvenne nel novembre 2003 nelle aule del Tribunale distrettuale di Grozny, dove Lapin veniva processato in seguito agli articoli di Anna, che aveva raccontato per filo e per segno le responsabilità da lui avute nella tragica scomparsa di Zelimkhan Murdalov, un ragazzo di 26 anni, torturato, gettato in carcere e svanito nel nulla dopo essersi rifiutato di fare l’informatore. “Anna era consapevole della gravità della situazione”, scrive Natasha. Sapeva che la famiglia dello scomparso era minacciata. Aiutò la madre di Zelimkhan, Rukiyat, e la sorella Zalina a fuggire dalla Russia e soprattutto osò l’inimmaginabile, convincendole a intentare causa all’ufficiale. Racconta la Estemirova della notte più pericolosa della vita di Anna Politkvoskaya, quando costei passò ore e ore ad aspettare per strada il procuratore della Cecenia, Vsevolod Chernov, e il responsabile delle indagini Ignatenko, perché si decidessero a parlare con lei. Ricorda l’interrogatorio che seguì per tutta la notte al loro incontro, al termine del quale i due decisero di scortarla fuori, facendole temere il peggio. “Era rimasta digiuna tutto il giorno, senza bere, senza andare in bagno. Non aveva il permesso di telefonare al suo giornale. E nessuno dei suoi amici all’epoca aveva un telefono. Non era la prima volta che la sua fiducia nelle autorità avrebbe potuto dimostrarsi tragica. Dopo quella volta, Anna stette solo coi suoi amici. Io avevo sempre paura quando certi perfetti sconosciuti le si avvicinavano per strada per parlarle. Lei invece non aveva paura di restare con me nel mio appartamento, anche se non non c’erano più vetri alle finestre e la porta era stata buttata giù varie volte dai Federali, cioè quelli dell’esercito Russo, e dai saccheggiatori, riducendosi a un guscio d’uovo. I miei vicini sapevano quando veniva, ma fra loro non c’erano traditori. La considerazione in cui la tenevano reggeva meglio di qualsiasi serratura”. Racconta poi la Estemirova come Sergej Lapin avesse cercato di usare una serie di pretesti per non comparire in tribunale. Il giudice non osava rilasciare un avviso di garanzia, visto che il procuratore di fatto agiva in sua difesa. Alla fine, quando finalmente comparve, sembrò per un attimo che stesse per arrestare l’intera Corte. “Fu a quel punto che Anna e Lapin si guardarono negli occhi: lui abbassò lo sguardo, insicuro in presenza di lei, sebbene protetto da guardie del corpo armate”. Alla fine, quando fu condannato, Anna non c’era. La situazione in Cecenia s’era fatta difficile per lei. Era riuscita a trovare l’avvocato Markelov, l’unico avvocato a Mosca che accettasse di andare a Grozny. Aveva persuaso Amnesty a pagare i suoi onorari, perché i Murdalov non avevano soldi, ed era riuscita a portare tutte le tv russe al processo. Fu grazie a lei che Amnesty lanciò una campagna per processare Lapin, il quale alla fine venne condannato a 11 anni di carcere per torture e umiliazioni. Venti giorni dopo l’assassinio della Politkovskaya, la Corte suprema rovesciò la sentenza. “Un nuovo processo viene ora celebrato a Grozny: non ci sono vincitori, migliaia di giovani vite sono state salvate, il nostro compito è di lottare e contrastare i sequestri e le torture smascherandoli”, scriveva l’anno del premio, Natasha, che venne pure intervistata dalla Bbc e, quando le chiesero se non s’era mai sentita in pericolo di vita, disse: “A volte nemmeno me ne rendo conto, perché le mie sensazioni forti son ben altre. Io cerco solo di lavorare onestamente. E’ chiaro che sono preoccupata per la mia famiglia, ma ho il dovere di continuare a fare quello che faccio”.
Il dovere di continuare oggi è sempre più a rischio. Non solo i paladini dei diritti dell’uomo, ma i semplici testimoni sono diventati a rischio. La morte di Natasha Estemirova, segue infatti di sei mesi l’assassinio di Stanislav Markelov, avvenuto in pieno centro a Mosca, nell’Ulitsa Pretchinstenka, a due passi dal Cremlino. Markelov era anche l’avvocato della famiglia di Elsa Koungaeva, la giovane cecena uccisa nel marzo del 2000 da Yuri Budanov, un colonnello dell’Armata rossa condannato a dieci anni di carcere e liberato prima dei termini. Markelov aveva scritto alla Corte suprema russa per chiedere l’annullamento della decisione. Aveva appena tenuto una conferenza stampa al Centro della stampa indipendente, per illustrare il caso. Nessuno sapeva che era minacciato. Solo Natalia più tardi avrebbe reso pubblico la natura dell’avvertimento arrivato al legale via sms: “Sei un animale senza cervello. Ti sei immischiato di nuovo nell’affare Budanov???!!! Imbecille, non potevi trovare un modo più tranquillo per suicidarti?”. Due pallottole in testa suggellano l’errore fatale. Con lui, quel giorno, c’è anche Anastasia Babourina, una giornalista di 25 anni che collabora alla Novaya Gazeta, dove lavorava Anna Politkovskaya. Morirà poche ore dopo, per i postumi di una pistolettata, pagando con la vita per aver visto in faccia l’assassino di Markelov.
Il dovere di continuare ora è in mano agli amici di Memorial, come Natalia Taube, che piange Natasha. “Era forte, aveva una grande gioia di vivere, non aveva paura di niente”, o come Oleg Orlov, il capo russo dell’associazione di Sacharvo, che spara parole di fuoco contro il presidente ceceno Kadyrov. “Natalia Estemirova era forte, coraggiosa. Era la migliore di tutti. Per questo l’hanno uccisa. Non so chi sia stato a ordinarlo, ma so chi è colpevole della sua morte. Si chiama Ramzan Kadyrov”, ha detto senza emozione in un videomessaggio trasmesso dal sito di Memorial (www.memo.ru). “Kadyrov odiava Natalia Estemirova, la minacciava, la considerava un nemico personale”.
Lo stesso Kadyrov adesso, mentre il presidente russo Dmitri Medvedev riconosce che “Natalia ha dato una valutazione molto franca e a volte molto dura di ciò che accade nel paese”, promette che seguirà personalmente le indagini sulla sua morte e parla di “delitto barbarico” e “gesto attentamente pianificato” per screditare la Cecenia e l’Inguscezia. Dopo il piombo, la beffa.


Marina Valensise
© Il Foglio, 18 luglio 2009

 

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