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Il filosofo e la crisi della libertà

Il filosofo e la crisi della libertàParigi. Per essere un intellettuale, Marcel Gauchet non è di quelli che si spaventano della censura. Sa benissimo che nella laica e decristianizzata Francia, dove la laicità è la religione civile della République, le idee obbediscono a una grammatica stringente, perché nessuno in fondo, nell’antica patria della libertà assoluta e del Terrore, è davvero libero di dire quello che pensa senza il rischio di incorrere in pubblica sanzione, che potrebbe persino degenerare nell’ostracismo.“Voi italiani, paradossalmente, siete molto più liberi di noi” diceva venerdì scorso nel suo studiolo di Gallimard, dietro pile di libri alte e strette come feritoie. “Non vi rendete conto della fortuna che avete. Da noi, invece, la situazione intellettuale è completamente bloccata, è sottochiave”. Gauchet ha fama di un guru. Ogni mercoledì tiene al Centro Raymond Aron, fondato da François Furet all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, un seminario incantatorio che attira centinaia di studenti. Personalmente, però, ha poco di profetico. Alto, calvo, affabile, Gauchet è innanzitutto un uomo di spirito, che si diverte a smantellare i luoghi comuni e non disdegna di sparare battute micidiali, accompagnando le sue volute concettuali con un sarcasmo tagliente e tanto più efficace in quanto imprevedibile.

La Francia, insisteva Gauchet la settimana scorsa, è uno dei paesi dell’Europa latina dove è diventato quasi impossibile porre questioni di fondo nel dibattito pubblico. Diceva proprio così il redattore capo di Le Débat, la rivista più prestigiosa della Rive Gauche, a proposito di questioni che scardinano l’ordine vitale, come il dibattito sulla bioetica, il referendum sulla legge 40, la moratoria sull’aborto lanciata dal Foglio, tutte conferme a dir suo di una “libertà più aperta” di cui si godrebbe al di qua delle Alpi e indice, più in generale, della nuova risonanza che la religione ha acquisito, a dispetto della secolarizzazione e di un universo politico costruito per un mondo senza Dio (che sono poi i temi della sua riflessione). “Da noi, diceva Gauchet, la censura intellettuale è spaventosa, mentre in Italia si discute in modo più aperto, anche se a volte si cade nell’isteria”. Gauchet alludeva allo scambio di idee con Paolo Flores d’Arcais, che l’aveva lasciato un po’ perplesso: “Ha organizzato un forum di discussione su Micromega, ma sono rimastosconcertato dal suo intervento. Ho scoperto l’arcaismo integrale della sinistra che vorrebbe essere moderata e moderna”. Poteva mai immaginare, Gauchet, che pochi giorni dopo la smentita sarebbe arrivata dalla Sapienza, una delle più antiche università d’Europa, con l’episodio vergognoso di ostracismo irrazionale nei confronti del Papa, Joseph Ratzinger, imposto da una minoranza di laicisti radicali, intolleranti e incapaci di discutere di idee?

No. Non poteva. Eppure l’evoluzione della democrazia non ha segreti per un filosofo della storia come lui, che segue con attenzione il pontificato di Benedetto XVI, anche se giudica “un errore drammatico” rinunciare all’Europa, “come se fosse un continente perduto di vecchi pensionati libidinosi, materialisti e atei”. Educato al pensiero antitotalitario di Cornélius Castoriadis e Claude Lefort, Gauchet studia da trent’anni quella forma quintessenziale della modernità che è la democrazia nata dalla Rivoluzione francese, e l’ha indagata in tutte le sue pieghe: dall’autoistituzione immaginaria di una società di liberi ed eguali, avvenuta sulla scorta di un regicidio, alla sovranità dei diritti dell’uomo, che ha sostituito il vecchio ordine medievale e corporativo in nome della ragione astratta, dell’individualismo e dell’autonomia del volere. Dopo le prime sintesi hegelo-weberiane sul “Désenchantement du monde” – o il cristianesimo come fine della religione – sulla Rivoluzione dei Diritti dell’uomo e la Rivoluzione dei poteri, Gauchet torna ora alla storia filosofica della democrazia con un’opera in quattro libri, che ne descrivono l’emergenza dal sostrato assolutistico postmedievale, attraverso la monarchia di diritto divino, che serve secondo lui a separare la terra dal cielo per fondare il governo degli stati sulla tutela del singolo; il successo della democrazia coi regimi rappresentativi nell’Ottocento col suffragio universale; poi la crisi nel primo Novecento, con la prova dei totalitarismi dopo la Grande guerra, e infine la rinascita della democrazia, misteriosa e inattesa, nell’Europa del secondo dopoguerra, che lo spinge oggi a sognare una nuova Democrazia cristiana “perché a dispetto dello sforzo di emancipazione dal moderno, riuscì a proporre una visione cristiana dell’universo democratico accettabile anche per i non cristiani”. I primi due libri sono appena usciti, suscitando curiosità e qualche imbarazzo. Il terzo e il quarto sono in cantiere e coprono un arco cronologico “apparentemente assurdo”: dal 1914 al 1974 e dal 74 a oggi. L’idea di fondo è di fornire i mezzi per analizzare “l’attuale impasse in cui la democrazia si dimena”, perlomeno nello spazio europeo. Gauchet parla infatti di una “grande crisi della democrazia”, che ne accompagna secondo lui il trionfo in termini di principi liberali. “E’ la sua stessa natura a trarci in inganno” spiega il professore. “La democrazia vacilla perché è di per sé un regime congetturale”. In realtà, nel momento stesso in cui ne celebriamo il principio, siamo costretti a constatarne l’inefficacia. E’ per questo che oggi la democrazia offre un vuoto di prospettiva storica. “Nessuno sa dove si stia andando, è politicamente screditata nel suo personale di governo, eppure – insiste Gauchet – mai come oggi il suo principio è stato così universalmente adottato”. Le cifre lo dimostrano: “L’80 per cento dei francesi si proclamano democratici, a parte il neomarxista Alain Badiou, sospettato di essere finanziato dai comitati di iniziativa culturale per animare l’ultima battaglia del comunismo rivoluzionario. Eppure, insisto, la sfiducia dei cittadini non è mai stata tanto bassa nei confronti dei politici”.

E’ l’effetto, secondo Gauchet, di una straordinaria contraddizione tra l’adesione al principio democratico e la sfiducia nel personale di governo. “Anche se non li detestiamo, noi tutti pensiamo che i politici siano privi di reale potere”. Ma qui sta il dramma, perché la democrazia senza potere tende a svuotarsi di senso, mentre i problemi si fanno drammatici e urgenti, e i governi sembrano incapaci di pensarli. “In fondo c’è un modo di porre i problemi che impedisce di porli realmente”.

Gauchet giudica “allucinante” la contraddizione tra i problemi posti dal mondo moderno e la capacità dei politici di pensarli, specie “per l’avvenire della sinistra europea, il partito dei riformisti, immaginari”. E’ convinto che “oggi non si riesca a trovare un partito iperconservatore illuminato. Nessun giornale politicamente a destra potrebbe permettersi di trattare il problema in questi termini”. Quando però uno gli parla della battaglia culturale del giornale che avete fra le mani, l’eccezione lo persuade. In fondo, e forse suo malgrado, resta un ottimista. E’ persuaso, infatti, che la crisi della democrazia, lo iato esistente tra l’adesione al principio e il discredito della pratica, rappresenti una crisi di crescita, consustanziale alla natura stessa della democrazia. “I valori della democrazia sono riusciti a imporsi in tutto il mondo, ma il fenomeno resta misterioso per come si è posto nella storia dell’umanità. Il progredire della democrazia mina le basi stesse della democrazia, la fa impazzire”, avverte Gauchet. Ha in mente, in particolare, quel fenomeno chiave che è il rapporto tra individuo e collettivo riassunto nella nozione dei diritti dell’uomo, “nozione che il mondo contemporaneo interpreta in modo molto semplice: tutti hanno diritto a tutto e subito”. Ora, se è questo il progresso della democrazia, che cosa mai ne sarà del governo comune? L’esempio italiano del dibattito sulla fecondazione assitita e del referendum popolare seguito all’approvazione della legge 40, del suo esito paradossale, con un’ampia maggioranza a favore dei limiti imposti alla scienza medica e alle tecniche di fecondazine, illustra perfettamente il caso secondo Gauchet . “Genera intolleranza nei confronti degli stessi limiti della democrazia, indispensabili al suo stesso esercizio, col risultato di dissolvere la democrazia. Non riuscendo a riflettere, si protesta, si scende in piazza, si manifesta. Dov’è l’esame argomentato delle alternative possibili? Non c’è. E’ scomparso”.

Quando però si passa alla pars construens, l’ottimismo scema. Cosa fare per uscire dalla crisi della democrazia, che per eccesso di individualismo distrugge se stessa? “La verità è che noi siamo refrattari all’ordine, dice Gauchet” e per dimostrarlo cita il modo in cui Le Monde ha recensito il suo libro. “Una pagina intera per spiegare che l’autore era un pericoloso reazionario, un declinista, animato dal sospetto che qualcosa non stesse andando per il verso giusto nel meccanismo emancipatorio dei media… per concludere alla fine con un avvertimento subliminale: non leggetelo, non vi fate corrompere dalle seducenti sirene della sua riflessione”. Insomma, un piccolo capolavoro di prudenza? “I critici del Monde non hanno osato dire che era libro abominevole, o stroncarlo in modo frontale, hanno preferito mettere in guardia il lettore con l’antidoto del comunque-va-tutto bene”. E invece, non è vero per niente. “L’attuale crisi della democrazia sta proprio nella crescita illimitata della libertà individuale. Spinta al limite estremo, la libertà dell’individuo, fondamentale alla democrazia, distrugge la democrazia, perché impedisce l’esperienza stessa del riflettere sull’autolimitazione, e cioè sul limite entro il quale la stessa libertà individuale acquista senso”.

In altri termini, in nome della democrazia, le società moderne stanno sul punto di annullare la democrazia. Se tale è la diagnosi lo è anche la terapia, perché è lo stesso problema a fornire la soluzione. “Sono gli individui ad avvertirlo” spiega Gauchet, che vede nella loro frustrazione la molla del cambiamento. “Non si puo dire, infatti, che le nostre società respirino gioia e felicità. Fra i tanti privilegi della libertà, si avverte una profonda inquietudine, un’infelicità, un’insoddisfazione, uno stato di disagio. E’ una sensazione così forte, legata al fatto che come singolo, sul piano dell’esistenza, ti puoi pemettere tutto quello che vuoi, ma la libertà totale illimitata è impotente, non basta a dare un senso, perché se non è compresa in un quadro comune di norme e limiti discussi e condivisi, si svuota della sua stessa portata. E’ per questo che oggi la gente è disponibile a riconsiderare le loro azioni di fondo”. L’avvenire dunque per Gauchet sta in una nuova sintesi tra individuo e collettivo, dove il limite dell’individuo è posto dal collettivo. “Per superare la crisi della democrazia, bisogna dunque ritrovare il suo scopo, porre la libertà del singolo in accordo con la ragione, con il sentire degli altri, ridare un senso allo statuto di liberta umano, evitanto di arretrare nel non senso”.

Il Foglio, 17 dicembre 2007

Pubblicato il 17/12/2007 alle 22.57 nella rubrica Articoli.

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