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L’agonia del 25 aprile, la fine della Repubblica e il nord leghista

 Le cifre sono eloquenti. Il 48,9 per cento degli italiani non sente tanto il 25 aprile come festa nazionale; il 53,5 per cento trova invece che il 2 giugno unisca di più e, stando al sondaggio pubblicato dal Giornale, un quinto degli italiani non sa esattamente cosa si celebri in questa ricorrenza. Evapora così dalle coscienze una data chiave nella religione repubblicana. Il 25 aprile, festa della liberazione dal nazifascismo, si celebra il giorno in cui cinque membri del Cln, il liberale Arpesani, il democristiano Marazza, il socialista Pertini, il comunista Sereni, l’azionista Valiani, riuniti nella biblioteca del Collegio dei salesiani decretano i pieni poteri al Clnai (comitato di liberazione nazionale dell’alta Italia), la pena di morte per i membri del governo fascista e i gerarchi colpevoli di aver soppresso le garanzie costituzionali, tradito il paese portandolo alla catastrofe, e lanciano un proclama per lo sciopero generale e l’insurrezione, invitando i cittadini a manifestare sotto il tricolore del Cnl contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista.
Era l’atto di fondazione della Repubblica nata dall’antifascismo e dalla resistenza, dei partiti dell’arco costituzionale, che per decenni ne hanno fatto un principio inderogabile. Ancora sei anni fa, era l’86 per cento degli italiani (stando a un sondaggio Swg commissionato dalla Federazione italiana associazioni partigiani) a ritenere “importante” continuare a ricordare i valori della Resistenza. Passa poco più di un lustro e la proporzione è mutata. Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, che nel 2006, in corsa per il comune, aveva sfilato per Corso Vittorio Emanuele spingendo la carrozzella del vecchio padre, eroe della resistenza monarchica e liberale di Edgardo Sogno, sommersa dai fischi delle avanguardie dei centri sociali, ha fatto sapere che il 25 aprile non sarà a Milano e nemmeno il Primo maggio. La giunta comunale sarà rappresentata alle celebrazioni cittadine, ma non è la stessa cosa. E infatti l’associazione partigiani ha già espresso il suo rammarico.
Qualcosa è cambiato se il primo cittadino di Milano sceglie di disertare il corteo per la festa della Liberazione. Certo ormai sono decenni che gli storici discutono di mitologia della resistenza, denunciano l’amplificazione del numero dei partigiani impegnati in prima linea, per misurare invece, come fece per primo Renzo De Felice, l’estensione della zona grigia, formata dagli attendisti che vivacchiavano al riparo del né né, senza schierarsi né coi fascisti né coi partigiani, né coi tedeschi né con gli alleati. E ormai anche gli antifascisti s’interrogano senza complessi sull’epos resistenziale e il suo fondamento, come Sergio Luzzatto a proposito di Piero Calamandrei. E un Giampaolo Pansa che scava nel rimosso della guerra civile, riesumando i tanti morti senza sepoltura del triangolo rosso, fa scandalo solo per minoranze aggressive e faziose. Eppure nel comune sentire è come se questo cambiamento non avesse avuto effetto, o non fosse stato completamente registrato. Il 25 aprile è svanito lentamente, tra la disaffezione della sinistra, l’incuria del centrodestra e il disarmo di Berlusconi, che ogni volta, sia nel 1994 sia nel 2001, ha provocato lo sconcerto del radicalismo antifascista facendosi accusare di lesa maestà per le sue assenze alle celebrazioni. Per la verità, in questi anni, lo stesso antifascismo democratico ha ammesso, grazie a François Furet, la responsabilità di aver tenuto in vita un regime non meno totalitario di quello che aveva combattuto. “C’è un problema di memoria storica” avverte il politologo dell’Università di Perugia Alessandro Campi. “Nel ’94 la sinistra insorse cercando di esorcizzare la vittoria di Berlusconi; stavolta pensa di prendersi una rivincita con una festa nazionale, che però continua a dividere gli italiani”.
Il problema è che la nostalgia del 25 aprile sembra inesorabile, ma vibra su un paesaggio deserto, dove non c’è più traccia dei democristiani, dei socialisti, dei liberali, degli azionisti, dei comunisti, perché i partiti della Prima Repubblica sono stati travolti, e la rispettabilità sociale degli stessi antifascisti è tramontata nell’abbraccio col radicalismo dei centri sociali. “Evento di per sé positivo, la liberazione è diventata il simbolo di un’Italia conflittuale”, spiega Roberto Chiarini, che sulla competizione politica intorno alla memoria” ha scritto un libro. “La sinistra propone una memoria divisa che richiama la guerra, mentre la destra non ha il coraggio di affrontare seriamente il problema. La soluzione non è certo quella del senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, quando dichiara che bisognerà riscrivere i libri di storia”.
Del 25 aprile adesso non resta più nemmeno il tricolore: è il colpo di grazia. In crisi il mito patriottico della Resistenza come vera rivoluzione nazionale che dopo la parentesi del fascismo doveva portare a compimento il Risorgimento. Il Nord, territorio classico della guerra di liberazione e della pedagogia civile fondata sull’antifascismo, è scappato di mano ai partiti democratici, nati dalla Resistenza, per scoprirsi leghista.
“Il Nord non crede più nell’unità nazionale”, dice Sergio Romano. “Dal Veneto mi scrivono in continuazione lettori che criticano acidamente il plebiscito del 1866. Vedono il sud come una palla al piede, e il patriottismo come una retorica vuota, da buttare via. E questo è il guaio. La fine della nazione, senza aver risolto la questione meridionale”.
Marina Valensise

©Il Foglio, 23 aprile 2008

Pubblicato il 22/4/2008 alle 20.3 nella rubrica Articoli.

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