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l’ultimo sguardo di Natasha

Era rivolto ai martiri della sua Cecenia, alle donne come la sua amica Politkovskaya. Estemirova è morta come lei

E’ morta come un cane. Il corpo crivellato da un paio di colpi di arma da fuoco, abbandonato come una carogna sul ciglio di una strada vicino a Gazi-Yurt, un paesino nei pressi di Nazran, la principale città dell’Inguscezia, Repubblica caucasica limitrofa a quella della Cecenia. L’hanno trovata così, mercoledì pomeriggio, Natalia Estemirova detta Natasha, la militante dei diritti dell’uomo più famosa della regione, la responsabile della sede di Memorial a Grozny, l’amica di Anna Politkovskaya, continuatrice della sua battaglia per la difesa delle vittime della guerra in Cecenia e per raccontare tutta l’atroce verità di un conflitto senza fine.
Era stata rapita la mattina presto in una strada vicino casa sua a Grozny, capitale della Cecenia, dove viveva dopo essere nata nella provincia meridionale russa di Saratova, frutto di un matrimonio misto tra una russa e un ceceno. L’avevano caricata su un’auto bianca, nonostante i tentativi di divincolarsi e le molte sue urla rimbalzate invano sui balconi delle case vicine. La notizia del rapimento era arrivata subito a Parigi, e da lì a Strasburgo, dove Daniel Cohn-Bendit aveva già iniziato a mobilitarsi con un discorso al Parlamento europeo, quando come una scure è piombata la notizia della morte violenta. E’ morta come un cane la povera Estemirova. Anche lei, come Anna Politkovskaja che fu freddata da un killer nell’androne del palazzo dove viveva a Mosca, una sera ai primi di ottobre del 2006, mentre tornava a casa dal lavoro. Uccisa come un cane, anche lei e con la stessa macabra messa in scena – un colpo in testa, il cadavere gettato sul ciglio di una strada, nei pressi di una fabbrica dismessa alle porte di Grozny – allestita per la morte misteriosa di sette donne, sulle quali stava indagando.
Poco tempo fa, infatti, Natalia Estemirova aveva fatto un sopralluogo in quel suburbio desolato della capitale cecena in compagnia di una giornalista della Bbc, Lucy Ash. Voleva farle vedere il posto esatto dove in novembre erano stati trovati tre dei sette cadaveri di donne, misteriosamente assassinate, nell’infinito dopoguerra ceceno. La polizia parlava di delitti d’onore, chiamava in causa la violazione di antichi costumi patriarcali. “Sfortunatamente alcune ragazze hanno dimenticato i codici comportamentali della gente di montagna. I loro parenti maschi si saranno sentiti offesi e hanno fatto giustizia da soli”, spiegava il capo delle indagini ufficiali. Lei però non ci credeva: “I delitti d’onore di solito non avvengono alla luce del sole”. Strano che i cadaveri di donne disonorevoli per la famiglia venissero abbandonati in mezzo alla strada, esposti al traffico e al ludibrio dei curiosi. Dopotutto, per proteggere la reputazione di sorelle, nipoti, cugine, l’atavismo vorrebbe che le si seppellissero in un bosco sperduto. Che si trattasse di delitti d’onore non lo credeva nemmeno il fratello di una delle vittime, il quale sosteneva infatti che almeno due di loro erano state viste su un camioncino, accanto a uomini in divisa paramilitare. Forse, pensava Natasha, erano uomini legati al capo dei servizi di sicurezza del presidente Ramzan Kadyrov, di recente assassinato a Mosca. Avrebbe mai pensato che quella messa in scena fosse un avvertimento, o qualcosa di premonitorio? Avrebbe mai immaginato che la stessa fine, come un cane rognoso abbandonato sul ciglio della strada, pochi mesi dopo sarebbe toccata anche a lei?
In ogni caso lei non se ne curava. Era una donna coraggiosa, Natalia Estemirova. Sapeva benissimo che il suo era un mestiere a rischio, oggetto di minaccce continue, ma non faceva niente per proteggersi. Le sue inchieste sugli abusi dei diritti dell’uomo, sulle violenze subìte dai civili, le sue interviste ai familiari di ceceni scomparsi, sequestrati, torturati, uccisi, avvenivano tutte alla luce del sole. Nei pressi dell’Ulitsa Putina, l’ufficio ceceno di Memorial, l’associazione fondata dal Nobel già campione del dissenso sovietico Andrej Sacharov per raccogliere l’archivio dei crimini di stato comunista, e divenuta col tempo un’organizzazione influente in difesa dei diritti umani, era preso d’assalto da vecchie madri di famiglia con la testa coperta e il ventre deforme, giovani mogli che piangevano i loro mariti scomparsi, figli coraggiosi che aspettavano pazientemente il loro turno per sapere dove fossero finiti i loro cari; tutti coi loro documenti in mano pieni di timbri, e tutti con lo stesso sguardo disperato. In Cecenia, infatti, stando alle fonti ufficiali, ci sono circa 5.000 scomparsi, ma la cifra reale, avvertono gli esperti, potrebbe essere molto più alta. “La sede di Memorial a Grozny è un’organizzazione di punta contro la guerra in Cecenia. E nonostante le persecuzioni del regime, è una delle ultime Ong autorizzate dal regime, per il prestigio internazionale di cui gode”, spiega Raphaël Glucksmann, il figlio del filosofo André che dopo aver raccolto dal padre il testimone vive gran parte dell’anno tra Tblisi e Batum. “Natasha Estemirova, che ne era a capo, era ‘totally outspoken’”, una che parlava in modo esplicito, insiste Glucksmann figlio. “Ed era conosciuta soprattutto per questo: aveva subìto varie minacce, ma non si era mai fermata. Era una portavoce incredibile della libertà”.
Viveva a Grozny con Lana, la figlia sedicenne che ormai è rimasta sola. Suo padre infatti, il marito di Natasha, era un poliziotto che saltò per aria in un campo minato durante la prima guerra russo-cecena. Da quel giorno, la vita di Natasha è cambiata per sempre. La studentessa universitaria, appassionata di storia e insegnante nelle scuole di Grozny, del resto, aveva già mostrato una tempra sensibile. Nel 1991, dopo il crollo dell’Urss, aveva preso la testa dello sciopero che aveva agitato la sua scuola, rivendicando condizioni economiche migliori. Il conflitto dell’anno dopo tra l’Inguscezia e il nord Ossezia avrebbe fatto il resto: mobilitandola nella sua coscienza di russo-cecena per portare aiuto ai rifugiati e liberare gli ostaggi. Sei anni dopo, lo scoppio della prima guerra in Cecenia trasformerà la prof in un reporter: abbandonati libri di storia e registri di classe, Natasha entra a Memorial e si consegna anima e corpo alla cronaca. Raccoglie le testimonianze sui prigionieri di guerra; comincia a scrivere per giornali e riviste sui campi in cui i civili scompaiono o vengono torturati. La giornalista free lance ha una natura da militante dei diritti dell’uomo. Perfettamente bilingue, Natasha diventa l’interprete, la documentarista, ben presto anche la consulente e soprattutto l’amica di Anna Politkovskaja, che s’affida a lei per i suoi viaggi in Cecenia, per i suoi incontri coi civili in balìa della guerra e delle sue violenze, e trova riparo in casa sua, quando scopre di non essere più solo un testimone, ma un bersaglio, una persona a rischio. “Mia sorella le voleva bene, e aveva deciso di andare a dormire a casa sua quand’era a Grozny, perché era l’unico posto dove si sentiva davvero al sicuro”, ricorda oggi Elena Kudimova, la sorella di Anna Politkovskaya, che vive in esilio a Londra ormai da anni. “L’ho incontrata varie volte, ed era davvero una persona speciale. Pur non essendo una giornalista professionista, quando Anna è morta ha voluto riprendere il suo lavoro, al quale tanto aveva contribuito, e continuarlo in proprio. Non mi sarei mai aspettata che facesse la sua stessa fine, anche se in fondo battendosi in prima linea come responsabile di Memorial, c’era da paventarlo”.
L’ultima volta che Elena Kudimova ha visto Natasha Estemirova è stata a Mosca in tribunale, durante il processo ai presunti assassini della sorella. “Non ci siamo parlate, però. Eravamo tutte e due concentrate ad ascoltare”. Più volentieri ricorda la visita di Natasha a Londra nell’ottobre 2007, nel primo anniversario della morte di Anna Politkovskaya, quando ricevette la prima edizione del premio a lei intestato dal RAW in War, alias Reach all Women in War, associazione fondata dalla bulgara Mariana Katzarova a sostegno delle donne che difendono i diritti umani in condizioni di guerra e in zone di conflitto dove, per le organizzazioni umanitarie, è difficile se non impossibile operare.
Non era la prima volta che Natalia Estemirova veniva premiata per il suo coraggio. Due anni prima, nel 2005 aveva ricevuto insieme col presidente di Memorial Sergey Kovalyov la Medaglia Robert Schuman dal Parlamento europeo. E nel 2004 il Parlamento svedese le aveva dato il premio “Diritto a sopravvivere”. Ma la consacrazione ufficiale avvenne a Londra in nome dell’amica uccisa, nel primo anniversario della morte. “Natalia fece un bellissimo discorso”, ricorda oggi Nerys Lee. “Rimasi impressionata dalla sua dignità, dalla sua coerenza. Era una che credeva nella giustizia e nel diritto. Io provenivo da Amnesty International e rimasi stupita per le sue inchieste solari, imparziali, indipendenti. Dava voce a chi non poteva parlare e decise di destinare alle vittime delle violenze di guerra le poche migliaia di sterline del premio”.
Ma bisogna rileggere il suo articolo sul “Coraggio di Anna Politkovskaya” pubblicato il 4 ottobre 2007 dalla rivista americana The Nation, per farsi un’idea del coraggio di Natasha. Racconta l’incontro tra Anna e Sergej Lapin, l’ufficiale di polizia responsabile di aver imprigionato, torturato e ucciso migliaia di civili ceceni. L’incontro tra i due avvenne nel novembre 2003 nelle aule del Tribunale distrettuale di Grozny, dove Lapin veniva processato in seguito agli articoli di Anna, che aveva raccontato per filo e per segno le responsabilità da lui avute nella tragica scomparsa di Zelimkhan Murdalov, un ragazzo di 26 anni, torturato, gettato in carcere e svanito nel nulla dopo essersi rifiutato di fare l’informatore. “Anna era consapevole della gravità della situazione”, scrive Natasha. Sapeva che la famiglia dello scomparso era minacciata. Aiutò la madre di Zelimkhan, Rukiyat, e la sorella Zalina a fuggire dalla Russia e soprattutto osò l’inimmaginabile, convincendole a intentare causa all’ufficiale. Racconta la Estemirova della notte più pericolosa della vita di Anna Politkvoskaya, quando costei passò ore e ore ad aspettare per strada il procuratore della Cecenia, Vsevolod Chernov, e il responsabile delle indagini Ignatenko, perché si decidessero a parlare con lei. Ricorda l’interrogatorio che seguì per tutta la notte al loro incontro, al termine del quale i due decisero di scortarla fuori, facendole temere il peggio. “Era rimasta digiuna tutto il giorno, senza bere, senza andare in bagno. Non aveva il permesso di telefonare al suo giornale. E nessuno dei suoi amici all’epoca aveva un telefono. Non era la prima volta che la sua fiducia nelle autorità avrebbe potuto dimostrarsi tragica. Dopo quella volta, Anna stette solo coi suoi amici. Io avevo sempre paura quando certi perfetti sconosciuti le si avvicinavano per strada per parlarle. Lei invece non aveva paura di restare con me nel mio appartamento, anche se non non c’erano più vetri alle finestre e la porta era stata buttata giù varie volte dai Federali, cioè quelli dell’esercito Russo, e dai saccheggiatori, riducendosi a un guscio d’uovo. I miei vicini sapevano quando veniva, ma fra loro non c’erano traditori. La considerazione in cui la tenevano reggeva meglio di qualsiasi serratura”. Racconta poi la Estemirova come Sergej Lapin avesse cercato di usare una serie di pretesti per non comparire in tribunale. Il giudice non osava rilasciare un avviso di garanzia, visto che il procuratore di fatto agiva in sua difesa. Alla fine, quando finalmente comparve, sembrò per un attimo che stesse per arrestare l’intera Corte. “Fu a quel punto che Anna e Lapin si guardarono negli occhi: lui abbassò lo sguardo, insicuro in presenza di lei, sebbene protetto da guardie del corpo armate”. Alla fine, quando fu condannato, Anna non c’era. La situazione in Cecenia s’era fatta difficile per lei. Era riuscita a trovare l’avvocato Markelov, l’unico avvocato a Mosca che accettasse di andare a Grozny. Aveva persuaso Amnesty a pagare i suoi onorari, perché i Murdalov non avevano soldi, ed era riuscita a portare tutte le tv russe al processo. Fu grazie a lei che Amnesty lanciò una campagna per processare Lapin, il quale alla fine venne condannato a 11 anni di carcere per torture e umiliazioni. Venti giorni dopo l’assassinio della Politkovskaya, la Corte suprema rovesciò la sentenza. “Un nuovo processo viene ora celebrato a Grozny: non ci sono vincitori, migliaia di giovani vite sono state salvate, il nostro compito è di lottare e contrastare i sequestri e le torture smascherandoli”, scriveva l’anno del premio, Natasha, che venne pure intervistata dalla Bbc e, quando le chiesero se non s’era mai sentita in pericolo di vita, disse: “A volte nemmeno me ne rendo conto, perché le mie sensazioni forti son ben altre. Io cerco solo di lavorare onestamente. E’ chiaro che sono preoccupata per la mia famiglia, ma ho il dovere di continuare a fare quello che faccio”.
Il dovere di continuare oggi è sempre più a rischio. Non solo i paladini dei diritti dell’uomo, ma i semplici testimoni sono diventati a rischio. La morte di Natasha Estemirova, segue infatti di sei mesi l’assassinio di Stanislav Markelov, avvenuto in pieno centro a Mosca, nell’Ulitsa Pretchinstenka, a due passi dal Cremlino. Markelov era anche l’avvocato della famiglia di Elsa Koungaeva, la giovane cecena uccisa nel marzo del 2000 da Yuri Budanov, un colonnello dell’Armata rossa condannato a dieci anni di carcere e liberato prima dei termini. Markelov aveva scritto alla Corte suprema russa per chiedere l’annullamento della decisione. Aveva appena tenuto una conferenza stampa al Centro della stampa indipendente, per illustrare il caso. Nessuno sapeva che era minacciato. Solo Natalia più tardi avrebbe reso pubblico la natura dell’avvertimento arrivato al legale via sms: “Sei un animale senza cervello. Ti sei immischiato di nuovo nell’affare Budanov???!!! Imbecille, non potevi trovare un modo più tranquillo per suicidarti?”. Due pallottole in testa suggellano l’errore fatale. Con lui, quel giorno, c’è anche Anastasia Babourina, una giornalista di 25 anni che collabora alla Novaya Gazeta, dove lavorava Anna Politkovskaya. Morirà poche ore dopo, per i postumi di una pistolettata, pagando con la vita per aver visto in faccia l’assassino di Markelov.
Il dovere di continuare ora è in mano agli amici di Memorial, come Natalia Taube, che piange Natasha. “Era forte, aveva una grande gioia di vivere, non aveva paura di niente”, o come Oleg Orlov, il capo russo dell’associazione di Sacharvo, che spara parole di fuoco contro il presidente ceceno Kadyrov. “Natalia Estemirova era forte, coraggiosa. Era la migliore di tutti. Per questo l’hanno uccisa. Non so chi sia stato a ordinarlo, ma so chi è colpevole della sua morte. Si chiama Ramzan Kadyrov”, ha detto senza emozione in un videomessaggio trasmesso dal sito di Memorial (www.memo.ru). “Kadyrov odiava Natalia Estemirova, la minacciava, la considerava un nemico personale”.
Lo stesso Kadyrov adesso, mentre il presidente russo Dmitri Medvedev riconosce che “Natalia ha dato una valutazione molto franca e a volte molto dura di ciò che accade nel paese”, promette che seguirà personalmente le indagini sulla sua morte e parla di “delitto barbarico” e “gesto attentamente pianificato” per screditare la Cecenia e l’Inguscezia. Dopo il piombo, la beffa.


Marina Valensise
© Il Foglio, 18 luglio 2009

Pubblicato il 6/8/2009 alle 9.28 nella rubrica Diario.

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